Novi e il novese durante la guerra per la successione austriaca

(da Novinostra 1962/4)

2 – La vittoria degli Austriaci sui Gallo-Ispani a Piacenza foriera del loro ritorno nel Novese.

É qui da ricordare un fatto importante: in quella stessa primavera del 1746 l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria – fatta la pace con il Re Federico II di Prussia, cedendogli la Slesia – aveva potuto gettare tutto il peso della sua forza militare in Italia, ove ben presto, infatti, scese una seconda, forte armata austriaca al comando del generale Conte di Brown.

In conseguenza di ciò, gli Spagnoli dell’Infante, minacciati dalla parte del Ticino dall’armata austriaca del principe di Liechtenstein e verso oriente da quello del Brown, in arrivo dalla val d’Adige, debbono sgomberare rapidamente il Milanese per ridursi nel Piacentino ove contano di poter resistere appoggiandosi alla cittadella di Piacenza.

In conclusione, verso la metà del giugno 1746, l’itero esercito dell’Infante – compresi i Francesi del Maillebois – viene a trovarsi tra la massa degli Austriaci, che hanno preso posizione nelle adiacenze est e sud di Piacenza, ed i Piemontesi del Re di Sardegna accorrenti a Novi.

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Antichi eventi di guerra nel novese pt.5

(tratto da Novinostra 1962 – V° parte)

3 –  I Gallo Ispani del Maillebois passano le Alpi e scendono nella piana di Novi-Alessandria

Fin dall’inizio la campagna del 1745 si svolge favorevolmente per i Gallo-Ispani.

Il Maillebois, come previsto, avanza lungo la Riviera di Ponente e verso la fine di giugno, passate le Alpi Liguri su tre colonne (rispettivamente ai colli di S Bernardo, del Melogno e di Cadibona) concentra le sue forze nella zona di Carcare, in alta valle Bormida.

Da questo momento però non si attiene al piano di operazioni studiato: in seguito alle pressioni del Gabinetto di Madrid, anelante soprattutto alla conquista della Lombardia, invece di volgersi decisamente su Ceva –Torino per mettere fuori causa i Piemontesi, scende per Val Bormida sino ad Acqui, donde, poi, per Rivalta raggiunge la zona di Sezzè (Sezzadio), nella piana di Alessandria.

Questo fatto di non aver tentato subito di eliminare i Piemontesi, è il primo grave errore commesso dal  

Maillebois nel corso della campagna, errore che, come ben noto, il Buonaparte si guarderà bene dal ripetere nel 1796.

4 – Gli Ispano- Napoletani del Conte di Gages vincono a Voltaggio, occupano Gavi, Novi e Serravalle e si concentrano anch’essi nella piana Novi-Alessandria.

Che cosa ha fatto nel frattempo l’altra armata alleata?

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Antichi eventi di guerra nel novese pt.4

(tratto da Novinostra 1962 – IV° parte)

NOVI e IL NOVESE DURANTE LA GUERRA PER LA SUCCESSIONE D’AUSTRIA

È noto che nel 1740, in seguito alla morte dell’Imperatore Carlo VI ed alla successione al trono della figlia Maria Teresa, risolutamente avversata da numerosi pretendenti, si originò la cosiddetta guerra per la successione d’Austria.

Fu questa una delle più grand contese fra te potenze borboniche e gli Asburgo, alla quale presero parte attiva i principali stati Europei e che, come è noto, si iniziò nel 1742 ed ebbe effettivamente fine soltanto parecchi anni dopo, col celebre trattato di Aquisgrana del 1748.

Questa guerra – notevolissima per l’estensione del campo di lotta, per la quantità di forze impiegate, per i concetti e la condotta delle operazioni – a partire dalla primavera del 1745 incominciò malauguratamente ad interessare in modo diretto e grave anche Novi e tutto il Novese.

E, a dir il vero, mai la nostra terra fu coinvolta, per un periodo così lungo in eventi bellici di tanta vasta risonanza come quelli del triennio 1745-1747, allorché i nomi di Novi, Serravalle, Gavi, Voltaggio, della Bocchetta, ecc. divennero famigliari in Europa e le rappresentazioni geografiche e stampe delle relative fortificazioni e campi militari, di guerra, ebbero vasta diffusione.

In questo d in successivi articoli ci ripromettiamo di esporre gli avvenimenti politico – militari allora qui svoltosi e di rammentare i grossi guai passati in conseguenza dai nostri padri.

La rievocazione di quelli di quelli che furono forse i più travagliati e tristi anni vissuti dal Novese, ci consentirà anche di chiarire nei suoi veri termini il problema politico – militare che maggiormente influì sulla storia della nostra terra negli ultimi secoli, il grave persistente contrasto tra il Piemonte e Genova.

La trattazione stessa potrà anche eventualmente, costituire base o spunto per più studi e ricerche sul Novese nel XVIII secolo da parte di altri patiti come noi della nostra storia.

CAMPAGNA DEL 1745

  1. La forza in campo e i piani operativi.

Stavano in quell’anno da una parte Spagnoli, Francesi e Napoletani, sotto il comando supremo dell’Infante don Filippo di Spagna; dall’altra Austriaci e Piemontesi agli ordini del Re Carlo Emanuele III di Sardegna, buon sovrano e valoroso condottiero.

L’esercito dell’Infante di Spagna era formato da due corpi.

L’una sotto i diretti suoi ordini, comandato però dal Maresciallo di Francia G.B. Des Marets marchese di Maillebois e costituito da circa 60.000 uomini fra Spagnoli e Francesi si era raccolto nel mese di maggio sulla Riviera di Ponente, nella zona di Nizza, l’altro al comando del generale spagnolo Giovanni Bonaventura Thierry Dumont conte di Gages, della forza di 15.000 uomini fra Spagnoli e Napoletani si era concentrato sulle Riviera di Levante, nella zona di La Spezia.

La Repubblica di Genova di cui, come è noto, Novi faceva parte, dopo lunghe tergiversazioni, col trattato  di Aranjuez del 1 maggio di quell’anno, si era impegnata a permettere agli alleati Gallo – Ispani il transito nel suo territorio, ad aiutarli in tutto per mare e per terra e a fornir loro un corpo ausiliario di 10.000 uomini di fanteria e 36 pezzi di artiglieria.

Gli alleati consideravano molto importante l’apporto genovese per la particolare posizione geografica del territorio della Repubblica, buona base di operazioni per avanzare verso il Piemonte e al Lombardia, minor importanza davano al concorso militare vero e proprio, riponendo scarsa fiducia in quelle truppe racimolate alla meglio e nei loro capi, notabili non avvezzi alle armi. In pratica però, i Genovesi compirono egregiamente, secondo gli impegni presi, il loro dovere e, incorporati tra gli alleati, si batterono con onore.

Non è certo nostra intenzione di diffonderci nel parlare del rinomato piano di guerra di Gallo – Ispani per l’invasione del Piemonte e della Lombardia muovendo dalle due Riviere , piano studiato dal Maresciallo Maillebois (più particolarmente dal suo Capo di Stato Maggiore il Generale Pietro Giuseppe de Boudecet  di Fenestrelle, insigne maestro della guerra di montagna) esso preannunciava l’analogo celeberrimo  piano di guerra magistralmente messo in atto, circa mezzo secolo dopo, dal Generale Buonaparte per la campagna d’Italia del 1796.

In sostanza gli alleati Franco – Ispani intendevano con l’armata del Maillebois, dal Nizzardo, avanzare lungo la Riviera di Ponente, passare la barriera montana al Colle di Cadibona e contermini a marciare poi su Torino per costringere il Piemonte a deporre le armi e separarsi così dall’alleata Austria.

Con l’armata del Gages , dalla zona di La Spezia, avanzare lungo la Riviera di Levante , unirsi alle truppe genovesi  e con esse varcare l’appennino  al colle della Bocchetta  per marciare quindi sul Novese e poscia sulla Lombardia.

L’esercito austro sardo contava pure di due corpi: l’uno sotto gli ordini del Re di Sardegna e formato dai piemontesi raggruppati in 26 battaglioni e 32 squadroni, si era raccolto nella zona di Alessandria e con altri 5 battaglioni al presidio di Tortona ed una piccola guarnigione al forte di Serravalle (località queste due ultime da pochi anni annesse al Regno di Sardegna). Inoltre 12 battaglioni piemontesi erano in osservazione in val Tanaro e vari distaccamenti occupavano i forti e gli sbocchi delle valli alpine.

L’altro agli ordini del generale Conte Luigi Ferdinando Schulemburg comprendente gli Austriaci a forte di 42 battaglioni e 42 squadroni, il 19 giugno era concentrato nella zona di Novi con grande scompiglio degli abitanti, come vedremo subito appresso, – spingendo elementi avanzati verso Voltaggio.

Era intendimento degli Austro – Sardi di coprire il Piemonte e la Lombardia dal previsto poderoso attacco dei Gallo – Spani.

La flotta inglese comandata dall’Ammiraglio Keith operava per mare molestando la costa ligure per agevolare gli Austro -Sardi stessi.

2 – Guai passati dai Novesi: fin dall’inizio delle operazioni.

Prima di sintetizzare lo svolgimento delle operazioni belliche, riteniamo opportuno accennare brevemente ai grossi guai passati, fin dall’inizio, della nostra Novi in conseguenza delle occupazioni straniere e soprattutto di quella austriaca che fu di gran lunga la più dura e quella maggiormente protrattasi.

Allo scopo, attingeremo essenzialmente agli scritti del nostro illustre professor Francesco Trucco, ormai da parecchi anni scomparso, che fu profondo e appassionato studioso della storia in genere e di quella novese in particolare.

Non è il caso di ricordare come già altre volte Novi ed il Novese in genere avessero dovuto subire dolorose occupazioni da parte di truppe straniere, come nel corso della guerra del 1625 di cui è sto trattato nel precedente articolo.

Ad esempio, altra volta dopo di allora – ricorda il Trucco – proprio sul finire dell’ottobre 1691, si era ad un tratto sparsa la voce che < le squadre alemanne, le quali prima dimoravano in Piemonte, incalzando loro l’inverno avevano determinato di ritirarsi a quartiere e che loro intento era di fermarsi sotto l’insigne luogo di Novi>.

Ed in effetti, ai primi di novembre era giunto nei pressi della città il cosiddetto Reggimento di Lorena comandato dal Principe Caraffa e composto da 4.000 fanti, 2.000 cavali e vari pezzi di artiglieria.

Ma quella volta le cose erano andate abbastanza bene, poiché la permanenza era stata, in effetti, assai breve e, salvo qualche provvista di viveri ed una lieve contribuzione in denaro – poi rimborsata dalla Serenissima – nessun grave danno ne derivò alla nostra Novi.

Talché una anonima relazione circa tale avvenimento terminava con elogi di spiccato sapore secentesco – per i Padri e Deputati del Comune in quanto < tacerne le lodi sarebbe uno spogliarne il lor merito, avvenga che seppero vincere senza combattere e non perdere combattuti>.

 Assai diversamente, invero, andarono le cose nell’anno 1745 e nei seguenti.

Come ricordano vecchi scritti, il mattino del 18 giugno di quell’anno i Novesi videro, dall’alto delle mura, sfilar sotto di stesse < alla sordina da due a mille e più Panduri, Varadini e Liccani che con la loro scorta di due bande di Ussari a cavallo, presa a dritta la strada di Genova, fecero alte nelle vallate a Tacchino e Bellassa.

 Il giorno dopo, poi, verso le ore 13, tornata vana la protesta del Governatore Genovese della città, Bartolomeo Lomellino, era arrivata in quel di Novi l’intera armata Austriaca, comandata dal già ricordato grosso personaggio S. E. Luigi Fernando del Sacro Romano Impero di Schulemberg Osinauen ed anche Generale e Tenente Maresciallo di Campo, Colonnello di un Reggimento di Fanteria, Consigliere intimo di S. M. Regina di Ungheria e Boemia, ecc.

Il giorno dopo, poi, verso le ore 13, tornata vana la protesta del Governatore Genovese della città, Bartolomeo Lomellino, era arrivata in quel di Novi l’intera armata Austriaca, comandata dal già ricordato grosso personaggio S. E. Luigi Fernando del Sacro Romano Impero di Schulemberg Osinauen ed anche Generale e Tenente Maresciallo di Campo, Colonnello di un Reggimento di Fanteria, Consigliere intimo di S. M. Regina di Ungheria e Boemia, ecc.

Con lui era giunto anche il generale Conte Della Rocca, comandante delle alleate truppe piemontesi ed i rispettivi Stati Maggiori, talché la nostra Novi era diventata improvvisamente una città ….. austro-sarda.

 Gli 8.000 e più abitanti che essa allora contava vennero pressoché sopraffatti dai nuovi giunti, si trattava, invero, di un corpo di esercito di circa 20.000 soldati – composto da fanti, cavalli, artiglieria e treno – che circondata la città, la occupò senz’altro presidiandone le porte, invadendone ed ingombrandone le strade e la piazza e costringendo, tra il generale scompiglio, i Padri del Comune ad una immediata distribuzione di alloggi per gli ufficiali in ogni casa cittadina.

E subito dopo < cento carri di fieno, buon trattamento agli ufficiali nelle case, copioso rinfresco di vino all’ interno acquartierate truppe furono gli usati complimenti e le prime comande fatte ai pubblici rappresentanti>

Ma, osserva giustamente il Trucco, questo non era che il principio: dolori, violenze e vergogne dovevano succedersi senza fine, a Novi e in tutto il Novese, in quella lunga passione della nostra terra durata per ben tre anni e otto mesi, come vedremo in seguito.

(continua)-  da novinostra 1961
ALBERTO MONTESORO.                                                                                                                            (Generale di Divisione)


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Antichi eventi di guerra nel novese pt.3

(tratto da Novinostra 1962 – III° parte)

   Esaminati nei due primi articoli i principali fattori che, a nostro avviso, hanno contribuito, in passato, a determinare o meno lo svolgimento di operazioni militari nel Novese, passeremo ora a trattare in breve dei singoli, principali eventi di guerra.

   Abbiamo già ricordato le più importanti guerre che hanno interessato Genova e il Novese negli ultimi secoli del Medi Evo e nel secolo XVI, prima dell’Evo Moderno. Dato però il lungo tempo da allora trascorso, riteniamo che – almeno al momento – non sia il caso di rievocare quegli avvenimenti ormai tanto lontani e neppure da trattare delle numerose lotte di carattere prevalentemente locale qui svoltesi attraverso i secoli per i contrasti tra Genova, Tortona, il Ducato di Milano, il Monferrato, ecc.

Intendiamo invece accennare ai numerosi eventi bellici che hanno interessato il novese negli ultimi secoli dell’Evo Moderno e nell’Evo Contemporaneo, nel corso di conflitti di notevole importanza politico militare e spesso di vasta risonanza italiana ed europea.

   Ci promettiamo pertanto, di ricordare in appresso succintamente le seguenti principali guerre e campagne, naturalmente per quanto hanno interessato il Novese.

*Guerra tra il Ducato di Savoia e la Repubblica di Genova per il Marchesato di Zuccarello: campagna del 1625.

*Guerra per la successione d’Austria: campagne del 1745, del 1746 e del 1747.

*Guerre della rivoluzione Francese: campagne del 1799 (battaglia di Novi) e del 1800 (battaglia di Marengo)

*Guerre del Risorgimento Italiano: campagna del 1859.

Guerra fra il Ducato di Savoia e la repubblica di Genova per il Marchesato di Zuccarello: campagna del 1625.

    Nel 1625 importanti operazioni belliche si svolsero nel Novese in conseguenza della cosiddetta guerra per il Marchesato di Zuccarello.

   Era questo – come scrisse Il Vitale < un feudo imperiale> cioè uno di quei numerosi piccoli stati, di diretta dipendenza dell’Impero, ubicati, in genere, fra la Repubblica di Genova ed il Ducato di Savoia, il cui possesso era molto ambito dai due potenti vicini, che se li contendevano, spesso, a denaro sonante, alla corte di Vienna.

   In particolare l’unione allo Stato Sabaudo del minuscolo Marchesato di Zuccarello – sorgente nel retroterra di Albenga – era da tempo molto desiderato dal Duca Carlo Emanuele I di Savoia, <piccolo di corpo ma animo di gigante>, come lo definì un ambasciatore di Venezia, esso avrebbe , infatti, consentito allo Stato Sabaudo, soffocato tra i monti, di aprirsi una breccia verso il mare in quella importante parte della Riviera di Ponente: ma a ciò la Repubblica di Genova intendeva opporsi ad ogni costo.

Alla fine, come ricorda lo stesso Vitale nel 1622, dopo un lungo lavoro diplomatico, l’Imperatore Ferdinando II, tagliando netto il groviglio dei vari diritti e delle contrastanti aspirazioni, vendette il feudo conteso a Genova per 220 mila fiorini.

   Quanto mai irritato il Duca di Savoia decide allora di vendicarsi dell’oltraggio patito sostenendo le sue ragioni con le armi, pertanto alleatosi col Re di Francia Luigi XIII e con la Repubblica di Venezia, nel 1625muove guerra alla Repubblica di Genova. Se gli fosse riuscito di impadronirsi della Superba … altro che Zuccarello!

   Dopo qualche dissidio, prevale il proposito del Duca di Savoia di puntare direttamente su Genova. Ai primi di marzo l’esercito alleato – forte di 24 mila fanti, 3mla cavalli e molta artiglieria – si raccoglie nella zona di Asti per muovere quindi verso Genova su due colonne:

 – Colonna di destra: composta da Piemontesi, al comando dello stesso Duca

–  Colonna di sinistra: formata dai Francesi, agli ordini del Maresciallo di Francia Francesco de Bonne, Duca di Lesdiguières.

   Nel contempo 20 vascelli olandesi ed un gran numero di galee e galeoni francesi si predispongono per cooperare all’impresa. I Genovesi, dal canto loro, di fronte alla grave minaccia, mentre i tano . per avere aiuti, con Filippo IV Re di Spagna e col duca di Feria, suo governatore nel Milanese, fanno apprestamenti di ogni sorta, muniscono la cresta dall’Appennino e per guadagnar tempo, decidono di difendere le frontiere della Repubblica, sostenendo più che possibile Gavi e Rossiglione.

   Frattanto il Duca di Savoia entra nel territorio della Repubblica, prende Ovada, occupa Rossiglione ed assedia il castello di Masone, spingendo punte sulla Riviera.

   Il Lesdiguières, a sua volta occupa Novi che resta così per qualche mese in mani francesi e tenta quindi, ma inutilmente, di impadronirsi del forte di Gavi: prende però la piazza con l’assedio e va poscia ad accamparsi verso Carrosio, ove è raggiunto dal Duca di Savoia. Quest’ultimo, insofferente di ogni indugio ed indignato per la beffa dei Polceveraschi che – come ricorda il De Negri – avevano fatto razzia dei suoi buoi destinati a trainare i cannoni degli alleati per la strada della Bocchetta, attacca e travolge i valorosi difensori genovesi e paesani al ponte del Frassino e il 1° aprile entra in Voltaggio per rappresaglia la incendia, lasciando solo la casa di Sinibaldo Scorza suo pittore di corte.

   Il Duca vorrebbe quindi marciare direttamente su Genova, ma insorgono al riguardo gravi dispareri con il Lesdiguières, preoccupato per il pericolo che il Duca di Feria gli si dichiari contro e dal Milanese lo attacchi alle spalle. A proposito, anzi di detti dispiaceri sembra che il Lesdiguières abbia detto un giorno a Carlo Emanuele I – caro Duca non siamo riusciti a metterci d’accordo per occupare Voltaggio figuratevi se ci riusciremo per occupare Genova! – e così accadde infatti.

   Il Duca di Savoia sperando di decidere i Francesi a seguirlo, con le sue solle forze, prosegue l’avanzata su Genova e si predispone ad investirla sia per la Val Polcevera sia per quella del Bisagno, da un lato assale la Bocchetta dall’ altro invia truppe nel Savignonese.

   Così mentre, raggiunto il valico della Bocchetta, egli può già scorgere il mare davanti alla Superba e la celebre Lanterna (che risale nella forma attuale al 1549) sempre più insufficienti appaiono le improvvisate misure militari dei Genovesi contro un a forza così saldamente organizzata e tanto maggiore. La sorte di Genova sembra ormai segnata: molti incominciano ad abbandonare la città, il tesoro pubblico viene trasferito a Portovenere.

   Invece, ben tosto, la situazione va rapidamente modificandosi, sia nel campo politico, sia in quello militare, e per Genova si profila la salvezza. Si ha infatti, fra l’altro, il mancato intervento contro la Superba della flotta Franco-Olandese, trattenuta dal Richelieu, che non voleva un eccesivo ingrandimento dei suoi alleati, in suo luogo invece compaiono nelle acque liguri le navi spagnole, mentre si delinea sempre più probabile l’intervento del Duca di Feria alle spalle dei franco- savoiardi.

   Nel contempo le pur scarse forze della Repubblica – validamente aiutate dagli abitanti delle alte Valli Polcevera e Bisagno – contrastano con decisione e valore l’avanzata di Carlo Emanuele I.

   Le truppe sabaude che erano state inviate verso Savignone ed erano riuscite ad impadronirsene per procedere verso la val Bisagno, vengono assalite e fatte prigioniere dai Genovesi.

   E’ bensì vero che il Duca in persona, presi 500 uomini scelti, per via dei monti corre in loro aiuto e riesce a liberarle, però quando egli stesso, passando per la strada che vi sale per Valle Calda, porta al nerbo principale delle sue forze verso il displuvio appenninico, i Genovesi, che hanno ricevuto soccorsi da varie parti e possono disporre di circa 12 mila uomini e del valido aiuto dei montanari della zona, riescono a fermarle definitivamente.

   Ciò avviene proprio là dove, in seguito, a ricordo di quella memorabile giornata, i Genovesi stessi eressero il noto santuario dedicato a Nostra Signora della Vittoria, meta ancor oggi di edificanti pellegrinaggi e di bellissime gite da parte anche dei Novesi.

   Invero a fermare la vittoriosa avanzata sabauda avevano concorso ulteriori contrasti scoppiati coi comandanti francesi, alla fine, giunta la notizia che il Duca di Feria, raccolti circa 16 mila uomini a Pavia , marciava su Alessandria, i Piemontesi dovettero sgomberare il territorio della Repubblica e ritirarsi verso Asti. Carlo Emanuele I però trasferiva le sue truppe sulla Riviera di Ponente, che occupava come pegno per le trattative di pace.

   Nel corso di questa memorabile campagna le sofferenze delle popolazioni del Novese – specie di Gavi e Voltaggio – furono assai gravi, come è facile immaginare.

   Ma un buon frutto doveva pur uscire da tanti dolori: la nascita del Santuario – ancor oggi tanto caro ai novesi – di Nostra Signora di Monte Spineto sopra Stazzano, come è già stato ricordato qualche anno addietro in un bellissimo articolo del < Popolo di Novi> che seguiremo in questa breve rievocazione.

   In verità una piccola cappella dedicata alla Vergine era già stata eretta dagli Stazzanesi molto tempo prima intorno al 1155, dopo che sul monte essi avevano trovato scampo agli eccidi delle milizie del Barbarossa, che in quell’anno aveva assediata e poi distrutta Tortona. Ma qualche secolo dopo, all’antica chiesetta non restava il pio ricordo e una rozza croce in legno, che apriva le due braccia desolate verso il cielo.

   Ora, appunto nel corso della ricordata campagna del 1625, gli Stazzanesi cercarono un’altra volta rifugio sul Monte Spineto e la tradizione vuole che una candida colomba fosse vista volare per più giorni fra gli atterriti profughi, tanto che essi nella loro pietà semplice e profonda, videro in essa un simbolo di pace e di protezione inviato dalla Celeste madre.

   Passato il terrore e tornati alle proprie case gli Stazzanesi, animati dal consiglio e dall’esempio dell’insigne Vescovo di Tortona, Monsignor Arese, – uomo di profonda erudizione e di tanta virtù tanto da essere paragonato a San Carlo Borromeo – riedificarono sul monte della loro salvezza una più grande chiesa dedicata alla Vergine: nel 1629 avvenne la solenne intronizzazione del simulacro marmoreo che tuttora lassù si venera.

   In conclusione da quella celebre, disastrosa guerra del 1625, trassero origine due fra i più venerati santuari del Genovese e del Novese: quello di N.S. della Vittoria nei pressi dei Giovi e quello di N. S. di Monte Spineto sopra Stazzano. E’proprio caso di dire che, non di rado, Iddio si compiace di trarre dal male il bene!

(fine III° parte – Novinostra 1962)

                                                                            ALBERTO MONTESORO

                                                                                Generale di Divisione


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Antichi eventi di guerra nel novese pt.2

(II° parte – tratto da Novinostra 1961/4 )

  Nel precedente articolo abbiamo trattato del complesso montano e collinoso dell’Antola, quale elemento geografico che, attraverso i secoli, ha svolto prevalentemente funzioni di protezione ed allontanamento dal Novese di operazioni militari.

  Nel presente articolo accenneremo brevemente a tre altri elementi che hanno interferito al riguardo, per iniziare, poi, nel successivo la trattazione delle principali operazioni stesse.

  Il secondo elemento è rappresentato dall’arco montano dell’Appennino Ligure Occidentale, estendentesi dal Passo dei Giovi al Colle di Cadibona. 

Esso come noto, pur non raggiungendo notevole elevazione, per le sue caratteristiche di ripidità ed asprezza nel versante a monte e di nudità, scarsezza di acque, di risorse e di abitati nella parte alta assiale e nel versante interno, ha costituito e costituisce tuttora un imponente barriera di ostacolo per le vie di comunicazione e per i rapporti in genere fra la Riviera Ligure Occidentale e la piana di Novi.

  Pertanto esso ha funzionato sempre da valido elemento protettivo, alle spalle del Novese, rispetto, non solo alle operazioni provenienti direttamente da Sud (esempio sbarchi di Saraceni, azioni varie dal mare, ecc.) ma anche rispetto a quelle sviluppantesi da Ovest (Provenza) per la Riviera di Ponente e dirette verso la zona di Genova (esempio: spedizione di Renato d’Angiò nel 1461 e numerose successive, fino alle guerre della Rivoluzione Francese).

In contrapposto però a questa azione protettiva, fece, purtroppo, riscontro naturale tendenza a schierare truppe sulle colline di Novi – Serravalle sentita da ogni comandante di truppe incaricato di coprire Genova a distanza, fronte a Sud, in quanto le colline stesse costituiscono le estreme ondulazioni dell’Appennino verso la piana e rappresentano quindi una buona linea di difesa (esempio Generale Joubert nell’Agosto 1799 – Battaglia di Novi).

Il terzo elemento da ricordare è la vicinanza di Genova, che, benefica sotto molti aspetti, ha esercitato però costante azione attrattiva per le operazioni di guerra verso il Novese. 

  Come qualche anno addietro ha scritto il già ricordato insigne storico genovese Teofilo Ossian De Negri, Genova – fin dal medioevo – padrona di Arquata e di Gavi – già sede di un antico, potente marchesato – iniziava la sua penetrazione economica nella zona di Novi, attraverso l’acquisto di vari e vasti appezzamenti di terreni da parte di alcuni suoi facoltosi cittadini, che vi costituirono fiorenti poderi. Su questi, col tempo, sorsero quelle numerose e spesso cospicue ville padronali che sono caratteristica ed ornamento dell’Oltregiogo in genere e del nostro Novese in ispecie.

  Alla penetrazione economica, Genova, come di consueto, fece poi seguire quell’accorta azione politica che determinava la spontanea dedizione di Novi alla Superba nel 1447 e la sua formale annessione nel 1529.

  In seguito a ciò, Novi stessa, sostituendosi a Gavi – diveniva principale centro e sede del commercio genovese d’Oltregiogo. E Genova tessa, ben presto, provvedeva a prolungare direttamente da Gavi a Novi – per la cosiddetta Lomellina – la strada della Bocchetta, cioè la sua principale via per i commerci con la Lombardia, che rendeva, così, anche indipendente dal pesante intralcio rappresentato fino ad allora dal passaggio per Serravalle, ancora in possesso dei Tortonesi.

  Novi, in tal modo, col favore dei Genovesi, che la predilissero come residenza estiva, (nel 600’ la si riteneva anche immune dalla peste, che infieriva altrove) assunse progressivamente la fisionomia di città e visse periodi di notevole floridezza.

  Si deve però riconoscere che la vicinanza di Genovese, specie sotto il riguardo economico ha apportato sicuri benefici alla nostra Novi, essa, d’altra parte, ha causato più volte il coinvolgimento suo e del Novese in genere, nelle operazioni di guerra volte contro la Serenissima Repubblica, con danni non di rado assai gravi per Novi stessa e ancor più per Serravalle e Gavi, città potentemente fortificate.

Basterà ricordare negli ultimi secoli del Medi Evo, le operazioni condotte nell’Oltregiogo nell’anno 1241, dal vicario imperiale della Lombardia, Marino da Eboli, con l’aiuto di Guglielmo Spinola, nel corso della drammatica lotta dell’Imperatore Federico II contro Genova, da cui la Superba uscì alla fine trionfante, nonché l’attacco del 1421 da parte del Conte di Carmagnola.

  Nei primi secoli dell’Evo Moderno, poi rammenteremo la vittoriosa spedizione contro Genova del Re di Francia Luigi XII, della primavera 1507, quando fu eletto Doge Paolo da Novi – il solo Doge popolano che la Repubblica abbia avuto – che, come noto, finì miseramente giustiziato l’11 maggio dello stesso anno, dopo aver cercato invano di salvare la Repubblica stessa.

In seguito si ebbe, tra l’altro, la spedizione degli Spagnoli, capitanati da Francesco d’Avalos, Marchese di Pescara, conclusasi con l’orrendo sacco di Genova del 30 maggio 1522; quindi nel 1625, quella del Duca di Savoia Carlo Emanuele I e nel XVIII secolo le campagne varie connesse con la guerra di successione d’Austria e con la Rivoluzione Francese.

  Il quarto elemento che – insieme agli altri di minor conto – ha notevolmente interferito, è la particolare ubicazione di Novi nel complesso del retroterra ligure e cioè proprio allo sbocco in piano della accennata grande strada da Genova per la Lombardia ed in corrispondenza di quel pronunciato saliente  verso Nord che i confini della Repubblica  di Genova  – col Tortonese ed il Monferrato – descrissero per lungo tempo , includendo la piana della Fraschetta , importante per i traffici e la fertilità, e Castel Gazzo per la difesa militare.

  Noi Novesi … meno giovani ricordiamo, infatti, come fino a pochi decenni addietro, a due chilometri a Nord di Novi e ad Ovest della strada per Pozzolo, vi fosse una cascina chiamata appunto <Confini> eliminata in seguito per l’allungamento del campo dell’aviazione.

Per chiudere diremo che, al riguardo, una nostra vecchia Enciclopedia Militare giustamente affermava: < data la sua posizione di città di confine, Novi risentì più di ogni altra parte dello Stato genovese gli effetti delle guerre, delle mutazioni politiche e delle catastrofi sofferte da Genova di cui seguì le sorti.

(fine II°parte)

                                                                            ALBERTO MONTESORO

                                                                                Generale di Divisione


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Antichi eventi di guerra nel novese pt.1

Premessa

Allo scopo di non trascurare alcun argomento di rilievo riguardante il presente ed il passato della nostra Novi, riteniamo non sia fuori di luogo accennare anche – in una breve serie di articoli – ai principali avvenimenti militari che, nel corso dei secoli, hanno interessato più o meno direttamente, la città ed il Novese in generale.

Questa rapida corsa lungo il cammino della storia potrà servire, almeno a ricordarci che, anche in passato purtroppo non poche volte i nostri padri, a causa di eventi bellici hanno vissuto giorni difficili e dolorosi sempre però essi, con la loro fede e la loro virtù seppero onorevolmente superare gravi periodi di crisi e di ansie, dopo i quali la città  e tutto il Novese ripresero ben presto la loro vita  ordinata ed alacre.

Prima di trattare specificatamente dei singoli avvenimenti militari ci sembra opportuno fare un rapido esame di alcuni elementi che, a nostro avviso hanno concorso in maniera preminente a determinare, o meno il verificarsi di eventi bellici nella nostra terra, che, in verità, ne ha visto parecchi.

L’imponente complesso orografico che sorge <grosso modo> entro il grande quadrilatero Genova- Tortona – Piacenza – Luni (la Spezia) e fu chiamato specialmente negli studi militari del secolo scorso “Acrocoro del Monte Antola”, costituisce nel suo insieme, una zona notevolmente elevata rispetto alle circostanti, in alcuni punti piuttosto aspra, scarsa di risorse, poco abitata e con rade vie di comunicazioni importanti, almeno fino a qualche tempo addietro. Si intuisce facilmente, anche da questo breve cenno, che esso deve aver avuto, sempre attraverso i tempi, una rilevante importanza – positiva o meno – nei riguardi umani. Saremmo pertanto qui tentati di affrontare il tema – invero assai affascinante –relativo alle funzioni esercitate attraverso i secoli, nel campo politico e militare, da questa imponente unità orografica che, un po’ selvaggia, si interpone tra quattro delle regioni più popolose e più ricche, – anche nella storia – della nostra Italia e del mondo intero: la Liguria, il Piemonte, la Lombardia e l’Emilia; e potremmo aggiungere anche la Toscana.

Basterebbe infatti, pensare che essa, sotto un certo riguardo, è stata il cuore dall’antica, vita dei Liguri; che con la sua natura rude e relativamente impervia ha certamente concorso a che essi conservassero, nel volgere dei tempi, quella tradizionale rusticità e fierezza che, nell’antichità, li fece assai diversi dai vicini Etruschi e Celti e dai non lontani Latini e ha lasciato non poche tracce anche negli abitanti di Genova e delle Riviere dei tempi odierni.

Essa fu poi il fulcro della resistenza ligure alla conquista romana e favorì, dopo lo sviluppo nel suo seno, delle caratteristiche e, sotto alcuni aspetti, ancora un po’ misteriose, unità romane di Libarna e di Velleia. La prima delle quali ancora oggi mostra i suoi gloriosi ruderi tra la dilagante modernità delle vie ferrate e delle autostrade nei pressi di Serravalle, che da essa ha voluto prendere la specificazione; la seconda ha tuttora il suo nome legato alla celebre Tavola Alimentaria di Traiano, una dei più cospicui resti della romanità, rintracciata nel 1747 da un contadino nelle colline a sud di Piacenza, dove sorgeva l’antico centro, già ligure e poi romano.

Nel Medio Evo, poscia, si originarono e si costruirono nel suo ambito la Marca Obertenga prima, la feudalità malaspiniana dopo, e, infine quelle tipiche formazioni politiche medioevali che sono i già accennati ”Feudi Imperiali” delle Valli Borbera,  Scrivia e Trebbia : essi quasi miracolosamente , riuscirono a protrarre molto a lungo la loro esistenza anche nell’Evo Moderno, cioè sino al sopraddetto anno 1797.

E non meno dovremmo dilungarci qualora volessimo passare ad esaminare le funzioni esercitate attraverso i tempi dell’acrocoro dell’Antola, oltre che nei riguardi della politica, anche in quelli delle operazioni militari nell’alta Italia. – Ci limiteremo a raccontare due soli esempi, uno antico ed uno recente, interessanti ambedue i campi e dimostranti l’importanza avuta sempre dal grande ostacolo dell’Antola interponentesi fra il Mar Ligure ed il Po.

Sappiamo che i Romani raggiunsero primieramente Genova, per via di terra, non da sud (cioè per la riviera di Levante, come a prima vista verrebbe di pensare) ma da nord, cioè da Piacenza – Dertona (Tortona). Essi a tal fine, costruirono la via Postumia, che da Dertona stessa, attraversata Libarna, scavalcava la displuviale appenninica nella zona dell’attuale Passo della Bocchetta e raggiungeva alla fine la Valle Polcevera a Pontedecimo che vuolsi abbia derivato il nome dal latino <Ad ponte decimum> perché era sorto al decimo ponte o al decimo miglio da Genova sulla Postumia stessa.

Ora , anche in seguito, quando con grande fatica (a causa appunto dell’asprezza delle estremità meridionali dell’acrocoro dell’Antola, costituenti l’ossatura della Riviera di Levante e che, come noto, cadono in certi punti quasi a picco sul mare) riuscirono a prolungare la Via Aurelia da Luni a Genova, i Romani si guardarono bene dallo spostare qui l’asse fondamentale  dei loro collegamenti coll’Italia Nord Occidentale e poi anche con l’oltralpe (Gallia, ecc.) ben convinti che per le difficoltà del terreno ne sarebbe conseguita una sicura grave crisi.

Detto asse continuò ad essere rappresentato dalle due classiche Via Flaminia e Via Aemilia Lepidi, con Piacenza nodo stradale principale. E in conseguenza, come di recente ricordato, in una delle sue pregevoli pubblicazioni, l’insigne storico genovese Teofilo Ossian De Negri, <Genova nell’età romana>, rimase sempre un po’ fuori dal grande traffico terrestre.

E per venire ai giorni nostri, tutti noi ricordiamo che sulle giogaie e nelle valli dell’Antola e del Penna trovò le sue sicure basi la resistenza ligure, pavese ed emiliana: e la prima ebbe tanto vigore da imporre alla fine la resa delle truppe tedesche in Genova prima dell’arrivo degli Alleati attardati anch’essi dalle difficoltà che alla loro avanzata oppose l’aspra Riviera di Levante.

E’ proprio chi scrive ricorda, non senza soddisfazione, di avere comandato le truppe della guarnigione di Genova che, in una luminosa giornata dell’ormai lontano 1947, in piazza della Vittoria, al termine di una solenne cerimonia, per prime presentarono le armi al Gonfalone della Superba poco avanti decorata della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Con riserva, quindi di accennare eventualmente , con qualche maggiore ampiezza, ai suddetti suggestivi temi in altro articolo , qui ci basterà osservare che l’imponente e relativamente impervio complesso montano dell’Antola, interponendosi pesantemente tra il Mar Ligure (Riviera di Levante) e la riva destra del Po (Stretta di Stradella) ha costituito sempre una barriera di ostacolo pressoché insuperabile per ogni grande spedizione militare tendente, in genere, dalle Alpi Occidentali e dal Piemonte verso la pianura padana centrale (Lombardia ed Emilia) od orientale e verso l’Italia Centrale e Meridionale (Roma, Napoli, Sicilia e viceversa.

Possiamo affermare che tutti i grandi condottieri hanno saputo valutare nel suo giusto valore questo ostacolo naturale dell’Antola e hanno evitato, sia il suo attraversamento, sia il suo aggiramento a sud per Genova e la tormentata Riviera di Levante. Tutti hanno preferito passare a nord: i più avanzando sulla riva sinistra del Po (Annibale. Carlo VIII, Carlo Magno. Ecc.) qualcuno più ardito e manovriero, per la stretta di Stradella abilmente sfruttata.

Ricorderemo tra questi ultimi due condottieri eccelsi e manovratori accorti e decisi quanto altri mai: Principe Eugenio di Savoia, sommo Capitano degli Eserciti Imperiali Austriaci e Napoleone Buonaparte.

Il Principe Eugenio nel 1706, passò arditamente perla stretta di Stradella nella sua celeberrima marcia dal Veneto al Piemonte, nel corso della quale seppe sfuggire agli eserciti francesi che poco dopo, unitosi alle truppe del Piemonte comandate dal Duca Vittorio Amedeo II,  batté clamorosamente nella grande battaglia – a fronti rovesciate – di Torino, dalla quale più di uno storico vorrebbe fare iniziare gli esordi del nostro Risorgimento Nazionale, e che è ricordato dalla nota Basilica

di Superga.

Il Generale Buonaparte, a sua volta, nel 1796, messo fuori causa il Piemonte, nonostante la sua eroica resistenza, si volge contro gli Austriaci: ingannatili con false manovre circa una sua possibile intenzione di passare il Po a Casale, si getta a marce forzate per la stretta di Stradella, supera il Po nella zona di Piacenza e corre a dare la famosa battaglia sull’Adda, al ponte di Lodi, che vittoriosa gli apre la strada del Milanese e dell’intera Italia.

Ed ora venendo finalmente a concludere per quanto specificatamente interessa la nostra Novi ed il Novese diremo che, essendo essi situati, come già detto, nell’estremo lembo sud  della piana di Marengo , coperti verso oriente da questo grandioso baluardo naturale dell’Antola, si sono trovati , automaticamente in un canto, diremo così, riparato , in una specie di angolo morto, rispetto le grandi operazioni di guerra svoltesi in passato nella pianura padana, ed in genere dell’Alta Italia e non aventi per specifico obiettivo Genova.

Verrebbe qui la pena di ricordare al riguardo la umoristica definizione che <di angolo morto> davano i vecchi, fieri combattenti della prima guerra mondiale: <l’unico luogo in cui si rimane vivi! >

(I°parte – continua)

Tratto da NOVINOSTRA 1961/3

                                                                              ALBERTO MONTESORO

                                                                                  Generale di Divisione


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I Somaschi a Novi

di NOVINOSTRA

Girolami Emiliani, morto nel 1537, non era un sacerdote come lo furono i fondatori di parecchie congregazioni religiose; la Chiesa lo onora sugli Altari come Santo e la comunità gli è debitrice del notevole contributo da lui prestato per diffondere l’istruzione. Egli infatti dedicò l’intera sua vita all’educazione dei giovani, specie orfani e diseredati; fondò un primo orfanotrofio a Somasca in quel di Como ed i servigi resi alla collettività da questa istituzione furono tali da assicurare un vivo successo alla sua iniziativa diffondendone la fama, tanto che furono detti Somaschi i membri della Congregazione da lui istituita, con lo scopo di impartire ai giovani una educazione cristiana ed umana.

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Sulle origini di Novi

di VINCENZO ALBERTO TRUCCO

Il primo documento, autentico e certo, che si riferisce a Novi, è quello che ci racconta come, nel gennaio 1135, un’ambasceria spedita da Genova a Novi e capeggiata da certo Bongiovanni Cainardo, giunse qui ed ottenne da tutti gli abitanti, riuniti un assemblea nella chiesa di San Nicolò, l’adesione ad una alleanza con Genova e Pavia, particolarmente diretta contro Tortona. Prima di esso, conservato nell’Archivio di Stato di Genova, non se ne conoscono altri, confermati veridici ed autentici. Quel documento non solo si riferisce a Novi, in modo indubbio, ma di Novi narra una precisa vicenda, tale che si può, fino ad ora, considerare la prima pagina della sua storia.

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NOVI LIGURE: IL SUO NOME; LE SUE ORIGINI, IL SUO PRIMO DOCUMENTO

Il nome attuale di Novi Ligure è tale per decreto reale dell’ 11 gennaio 1863, a seguito della decisione unanime del Consiglio Comunale, durante la seduta del 17 settembre 1862, in cui si doveva scegliere un termine aggiuntivo all’antica denominazione, per evitare confusioni con altre località omonime entrate a far parte del Regno d’Italia dopo la sua unificazione, come la Novi in provincia di Modena.

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CENNI SULL’INDUSTRIA METALMECCANICA A NOVI

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Le vicende dell’industria in Italia, e quindi anche nel nostro territorio, si collocano in un contesto economico che in poco più di un cinquantennio, il periodo che va dal 1850 al 1914, subì modifiche radicali, che interessarono sia l’aspetto reale, quello che riguarda gli investimenti, la produzione, i consumi, sia l’evoluzione demografica, le scoperte scientifiche e le loro applicazioni.

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