Bombardamenti aerei su Novi Ligure

di MICHELANGELO MORI

Come è noto, il 10 giugno 1940 l’Italia fascista dichiarava guerra alla Gran Bretagna ed alla Francia, annunciata alle ore 18 dal balcone di piazza Venezia a Roma con un roboante discorso   ritrasmesso  in  tutte le  città del Regno e del cosiddetto Impero.

A Novi, alle 20,30 circa, poco tempo dopo la fine del discorso, si sentì suonare la sirena preannunciante un attacco aereo, ma non successe niente del genere: era probabilmente una prova effettuata dai vVgili del fuoco,  nella cui caserma era stata installata sul  castello di legno usato per le esercitazioni. Durante l’occupazione tedesca la sirena verrà posizionata sulla torre del castello

Fu tre giorni dopo, il 13 giugno, verso mezzanotte, che tre velivoli  francesi tipo Leo 451 del Gruppo bombardieri1/25 attaccarono il nostro aeroporto. Per fortuna un solo velivolo sganciò alcune bombe che in parte caddero in aperta campagna e soltanto tre colsero il bersaglio, ma non esplosero, sprofondando nel terreno della pista, reso molle dalla pioggia che era caduta abbondante tutta la giornata. Il giorno dopo si diffuse la voce che uno dei piloti nemici fosse un ingegnere francese che aveva lavorato per un certo tempo nel locale stabilimento del’ ILVA.

Nella notte tra il 15 e il 16 giugno, nuovamente, alcuni  aerei francesi dello stesso tipo attaccarono lo scalo merci ferroviario di San Bovo, fallendo quasi del tutto l’obbiettivo.

L’armistizio con la Francia di alcuni giorni, dopo lasciò relativamente tranquilla la nostra città. Infatti per tutto il 1941 sono segnalati soltanto quattro allarmi aerei. Nel 1942 furono invece 40 e 49 nel 1943, provocati dall’attraversamento di aerei sul nostro cielo, segno che l’offensiva aerea degli Alleati si stava intensificando anche sul territorio italiano.

Ma arriva l’8 settembre 1943, il giorno più triste della storia recente d’Italia. Da quel giorno e per venti lunghi mesi, gli stessi dell’eroica Resistenza partigiana, l’Italia sarà occupata interamente da eserciti stranieri: quello anglo-americano al Sud e quello tedesco al Nord.

Alla notizia dell’armistizio chiesto dall’Italia agli Alleati, scendemmo nelle strade inneggiando alla fine della  guerra, ma  fu gioia breve, come fu quella del 25 luglio precedente, con il licenziamento e l’arresto di Mussolini e l’infelice affermazione del capo del Governo, maresciallo Badoglio;…la guerra continua…

Il conflitto, lo avvertivamo tutti,  stava volgendo al peggio per chi l’aveva voluta, ma  la fine sembrava ancora lontana, sebbene le forze alleate avessero ovunque la meglio su quelle germaniche. I bombardamenti aerei, che miravano a fiaccare le ultime resistenze del nemico e ad inasprire l’ostilità della popolazione contro chi l’aveva trascinata in una guerra tanto rovinosa, iniziarono a susseguirsi incessanti in tutto il nostro Paese, non sempre colpendo obbiettivi di carattere strategico, anzi.

Novi, data la sua importanza industriale e logistica, difficilmente avrebbe potuto sfuggire a questa strategia distruttiva.   Anche sulla nostra Città vennero  lanciati, forse dal famigerato “Pipetto”, velivolo che giornalmente sorvolava il nostro territorio, volantini che incitavano  alla rivolta ed al sabotaggio contro le truppe tedesche. Fra i tanti uno annunciava minatoriamente: Più di mille bombardieri in una sola notte sull’Italia.

Infatti, il 4 giugno 1944, in pieno giorno, alle 12, si verificò il primo pesante attacco aereo sul territorio novese, con un bombardamento a tappeto contro lo scalo di San Bovo, durato 8 minuti, fortunatamente senza vittime, grazie ai ricoveri adattati dai ferrovieri, ma con  gravi danni per le strutture.

L’8 luglio 1944, un sabato,  alle 10 e 20 della mattina, proprio quando la piazza della Stazione ferroviaria era gremita di gente che cercava di rimediare, magari a borsa nera, qualcosa che conciliasse il pranzo con la cena, avvenne  quello che temevamo e speravamo non accadesse.  Fu il giorno più tragico della nostra storia recente. In pochi minuti furono distrutti alcuni fra i palazzi più belli della nostra Città e l’aspetto sontuoso e opulento del piazzale antistante la Porta Pozzolo ne risultò mutato per sempre, con i  quattro alberghi stazionanti in così poco spazio testimoni dell’importanza industriale e viaria di una città di circa 20 mila abitanti.

Prima che la sirena d’allarme avvertisse dell’imminente pericolo, una pioggia di bombe sganciate da una formazione di bombardieri americani, cadde sulla città. Quando la caligine e il polverone  cominciarono a dissiparsi, agli occhi dei soccorritori, Vigili del fuoco, Croce Rossa, volontari, si presentò uno spettacolo drammatico: gli edifici che circondavano piazza della Stazione erano ridotti ad un cumulo di macerie e dovunque si vedevano corpi distesi a terra o immobilizzati nelle posizioni più pietose.

Molti poveri resti disseminati qua e là non avevano più neppure la dignità di  corpi umani. Coloro che non fecero in tempo a ricoverarsi nel rifugio scavato nella piazza o nelle cantine della ditta Pernigotti, ma fortunatamente sopravvissuti, continuavano a correre in tutte le direzioni come impazziti.

A destare maggior commozione furono i corpi senza vita di un gruppo di donne e bambini che fu  investito dal crollo della casa d’angolo tra via Giacometti e corso Marenco, mentre erano in coda davanti ad una latteria, in attesa di ricevere il quartino di latte  a cui dava diritto la preziosa, ma nello stesso tempo invisa, carta annonaria, preziosa perché senza quella non si potevano acquistare generi alimentari, invisa perché quasi sempre insufficiente.

107 furono i morti di quel mattino, innumerevoli i feriti; i più gravi moriranno nei giorni seguenti, nonostante il prodigarsi del personale medico e infermieristico del nostro ospedale, guidato dal prof. Giuseppe Rodi, che operò per tre giorni e tre notti.

Il palazzo dove un tempo era allocato l’albergo Leon d’Oro, l’albergo-ristorante  Viaggiatori con due edifici  attigui in corso Marenco, l’Hotel Novi, l’albergo Reale e la ditta Pernigotti in via Mazzini, la sede della Tramvia Novi-Ovada e quella della Compagnia dei telefoni, STIPEL, in viale Saffi, erano cumuli di rovine, senza contare le distruzioni provocate dal bombardamento che lo scalo di San Bovo subì quando la seconda ondata degli aerei, dieci minuti dopo la prima, liberò nuovamente il suo carico distruttivo.

Altri danni e vittime vi furono in seguito ad incursioni aeree, che furono in tutto il periodo bellico 26, comprese azioni di mitragliamento e bombardamento, le più pesanti delle quali interessarono via Roma e via Cavour il 31 dicembre 1944 e via Orfanotrofio (oggi via Marconi) il 6 aprile 1945, a pochi giorni dalla fine della guerra.

Secondo i dati forniti dall’allora Capo dei Servizi anagrafici del Comune, Santo Bricola, e dal Capo dell’ Uff. Tecnico Comunale, ing. Edilio Lana,  raccolti dal fotografo Alfredo Peyla e pubblicati nella rivista NOVINOSTRA del giugno 1964, i morti  furono in tutto 216, mentre dei feriti non fu mai precisato il numero. Gli edifici distrutti furono 25, quelli gravemente danneggiati  52, parte dei quali furono in seguito demoliti.

Il 5 agosto 1945, a guerra finita, la tradizionale processione della Vergine Lagrimosa, Patrona della Città, salì fino sulla collina del Castello a memento delle vittime e manifestazione di gratitudine da parte  dei vivi.

A distanza di anni il ricordo di quei tragici eventi, ben vivo ai pochissimi ancora viventi  che li subirono, sembra essersi affievolito, anche perché fortunatamente in quasi tutto il mondo occidentale si vive da tempo in pace, mentre invece è doveroso alimentare la fiamma della rimembranza, come si è fatto oggi, qui, fino a quando la polvere del tempo  non la spegnerà.


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