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Una famiglia di Artisti Novesi – I Sansebastiano

   

Di Michele Sansebastiano ci parlò lo scultore Lagostena, mentre accarezzava con lo sguardo un caro ricordo del suo indimenticabile Maestro: un grazioso Bacco Festante con un vivace putto, in terracotta. Firmato M. Sansebastiano, 1882.

Chi era dunque Michele Sansebastiano?

Un nostro concittadino, nato nel 1852 da una famiglia di artisti. Il padre di lui, Natale Vincenzo, artigiano e pittore, era anima gentile: nato nel 1836, studiò alla Ligustica e visse poi sempre a Novi. Ebbe due figli: Luigi e Michele. Dotati entrambi di spiccata vocazione artistica, poterono studiare a spese del Comune di Novi all’Accademia Ligustica di Genova.

Luigi, spirito fine, anima buona e delicata, espresse il suo travaglio pittorico in dipinti classici, di sapore raffaellesco. Pietro Lagostena conserva con amore la sua tavolozza, da cui scaturirono pitture di effettivo pregio. I toni di colore smorzati, poco vistosi, ch’egli prediligeva, rispecchiano la modestia e la timidezza d’un animo di infinita bontà.

Di lui si ammira tuttora, in via Giacomo Capurro al vecchio n. 10, sulla facciata fiancheggiante l’antico albergo del Cappello Verde (ora demolito), una Madonna con Bambino; sulla facciata della chiesa parrocchiale di Pasturana un san Martino, Vescovo di Tours, ambedue affreschi pregevoli, esprimenti una squisita sensibilità.

Come artista Michele, superò il padre ed il fratello. Sia la concezione che la realizzazione delle sue opere rivelano uno scalpello di vaglia, un artista di tenacia virile e un modellatore vigoroso, geniale. È menzionato nel Dictionnaire des peintres ,sculpters, dessinateurs et graveurs del Benezit.

Sul piazzale di San Pietro, in via Roma, i Novesi possiedono uno delle su prime opere modellata per saggio quando il giovane artista si trovava al < Pensionato Duchessa di Galliera >: una bella fontana in marmo, raffigurante un putto con delfino che posa su colonna. Alla base, un piccolo mascherone che sprizza l’acqua nella vasca sottostante.

Quanti novesi sanno, che quella fontana è del Sansebastiano? L’opera sopravvive all’artista scomparso: sempre là, alla luce del sole, sotto lo sguardo incessante dei passanti. Perché non intitolarne il nome dell’autore quest’angolo della sua città?

 Del suo periodo genovese rimangono lavori di notevole fattura a Staglieno; sono pure cosa sua le vigorose cariatidi che sembrano sorreggere, in via XX Settembre n. 14 il palazzo detto appunto Dei Giganti. Sempre a Genova, nella sontuosa chiesa di Santa Maria delle Vigne si trova un gruppo marmoreo stupendo, eseguito dal Sansebastiano nel 1897 su commissione del genovese Pietro Romanengo, Raffigurante Gesù che affida a San Pietro le somme chiavi. Quest’ultima è davvero opera degna di grande considerazione, poiché vi si esprimono la genialità creativa e la tenace operosità dello scultore.

Nel Camposanto di Novi si trovano, eseguite nel 1894, opere sue marmoree fra cui un angelo raffigurante l’Eternità (cappella Cambiaggio) e un altro angelo, in atto di spargere fiori (cappella di famiglia Ing. P. Gambarotta). Nella cappella, sul lato sinistro del monumento (opera del Barbieri), Michele scolpì con deliziosa delicatezza un ritrattino di bimba, che è un piccolo gioiello di grazia incastonato nel maestoso complesso.

Opere grandiose e d’ impegno di Michele Sansebastano esistono un po’ ovunque. Di un busto marmoreo della Velata (originalissimo per effetto del velo), vi è copia in America. Numerosi sono i suoi lavori funerari nel cimitero di Buenos Ayres.

La richiesta al di là dell’oceano di opere sue conseguì alla risonanza ottenuta da una statua donata a Lima, in Perù: Un grandioso monumento di oltre 25 metri, rappresentante la Libertà; la figura di bronzo ne misurava otto e posava su una colonna di quindici.

Son queste le cose sue più importanti.

Le parole del Cav. Lagostena ci hanno lasciati commossi: conosciamo meglio, attraverso il suo discorso, chi fosse il Professor Sansebastiano, spentosi a Genova nel 1908, in età di cinquantasei anni. Ascoltando, ci pareva che parlassero i busti, le statuette, i dipinti, gli studi, i dinamici gruppi del piccolo, raccolto studio dell’artista.

“L’artista crea, o distrugge; e creare non è solo difficile a impegnativo. È anche faticoso e arduo! Devo molto a questo grande Maestro, che coltivò in me soprattutto lo spirito: è questo che conta, in un artista!”

Pietro Lagostena, che ha superato gli ottant’ anni vivendo nell’arte, conserva sempre in cuore la nostalgia di una Novi ottocentesca ove ferveva la passione per un mondo artistico che sembra fatalmente scomparso; di una Novi cui i numerosi villeggianti genovesi recavano il gusto del bello, risvegliando la sete di ricerca, l’ammirazione dell’antico.

                                                                                                     

A cura di CARLOMAGNO PARODI

con la collaborazione del Pittore Luigi Leggero

Da NOVINOSTRA n.4 dicembre 1962


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Francavilla Bisio – pt.2

   

(continuazione)

    Nel numero antecedente venne trattata una parte di questo Comune, cioè la località di Bisio, ora tratteremo di Francavilla.

    Il suo nome, come quello di Villafranca, sono propri di paesi sorti, o divenuti in seguito, franchi, perché abitati da uomini liberi nelle persone e negli averi, e inoltre aventi certi privilegi ed esenzioni da servizi e da gravami locali. Molti luoghi in Italia portano il nome di Francavilla e di Villafranca.

    La storia antica di Francavilla si compenetra nella sua vita feudale, perché nei tempi la vita comunale o non esisteva o aveva poca importanza. Apprendiamo così dagli storici competenti che questo borgo anticamente (e cioè all’epoca Carolingia, verso il 775) era compreso nel Comitato di Tortona (allora la divisione dei territori, che oggi è per Provincia, era per Comitati e per Marche).

    Ne furono in seguito altri Signori, cioè con potestà quasi sovrana, i Marchesi di Gavi. Costoro lo lasciarono in godimento (e cioè nel secolo XIII) all’Abate  di Santa Maria di Rivalta Scrivia dell’Ordine Benedettino Cistercense, allorché con diploma dell’8 febbraio 1312 l’Imperatore Arrigo VIII lo concesse in titolo signorile a Opizzano Spinola di Lucoli, della grande nota famiglia genovese, il quale con lo stesso decreto, ebbe in feudo, oltre i principali paesi della Valle Scrivia, anche alcuni della Valle del Lemme, cioè Francavilla, Bisio, San Cristoforo, ,Pasturana e Castelletto della Valle dell’Orba.

    Gli Spinola, durante la loro Signoria su Francavilla, secondo alcuni storici, vi avrebbero fondato nel 1587 un convento di Agostiniani sotto il titolo di Santa Maria, convento del quale esistono ancora i resti nel fabbricato annesso all’antica chiesa parrocchiale. È probabile quindi che anche l’antica chiesa sia sorta nella stessa epoca del convento, non essendo ammissibile che vi sia stato un convento senza una chiesa.

    Gli Spinola possedettero Francavilla sino al 1681, nel quale anno i fratelli Gerolamo, Silvano e Marcantonio  vendettero la loro giurisdizione, con l’assenso dell’Imperatore Leopoldo I° (essendo Francavilla feudo imperiale,  cioè dipendente direttamente dall’Imperatore)  al Marchese Domenico  Grillo , di antica illustre famiglia genovese, che, insignito di altri feudi, ebbe poi rispettivamente nel 1693 e nel 1696, anche la signoria di Basaluzzo e il marchesato di Capriata, per accennare soltanto i paesi prossimi a noi. I Grillo furono marchesi di Francavilla, mentre gli Spinola ne erano stati Signori.

    Nel 1736 Francavilla passò dalla sovranità dell’Imperatore a quella del Re di Sardegna Carlo Emanuele III, che nel 1756 tolse il feudo al nipote del suddetto Grillo, di nome pure Domenico, incamerandolo.

Nel 1779, infine, il Re Vittorio Amedeo III concesse Francavilla, in titolo pure marchionale, a Paolo Guasco, feudatario, come si vide, del vicino luogo di Bisio, da oltre trecento anni, e precisamente dal 1474, in possesso feudale dei Guasco.

    Così Francavilla e Bisio furono allora unite sotto lo stesso Signore, come circa un secolo dopo, con Decreto Reale dell’anno 1873, le due località, costituenti due Comuni distinti e separati, furono uniti in un solo Comune.

    Ricordo dell’antica feudalità su Francavilla rimane tuttora il Castello medievale che sovrasta il borgo, costruito all’epoca della dominazione degli Spinola e che, pervenuto in condizioni di quasi abbandono ai Guasco, fu convenientemente restaurato con squisito senso d’arte per opera di Alessandro Guasco, dei Marchesi di Bisio (1848-1935), Ministro plenipotenziario, che lo lasciò alla figlia Elisabetta Contessa Giriodi Panissera attuale proprietaria.

    Seguendo le vicende generali di queste nostre regioni, Francavilla, come Bisio, fu annessa nel 1798 alla Repubblica Francese (dopo la rinuncia al trono del Re Carlo Emanuele IV) nel 1799 agli Austro-Russi (dopo la battaglia di Novi vinta da Souwaroff conto Joubert), per ritornare nel 1800, (dopo la famosa battaglia di Marengo) alla Francia. Finalmente, per il trattato di Vienna del 1815, ne riprese la sovranità il Re di Sardegna Vittorio Emanuele I° e la conservarono i suoi successori, Re di Sardegna e poi Re d’Italia.

    Dal 1946 – 2 giugno – il Comune ovviamente fa parte della Repubblica Italiana.

    Il Comune, fino a questi ultimi tempi un po’ depresso, andò gradatamente adeguandosi ai tempi con la costruzione di un nuovo Municipio, di moderne aule scolastiche e di un sistemato Ufficio postale e telegrafico. Si sta poi istituendo l’acquedotto pubblico, cui farà seguito l’impianto della fognatura.

    Ora alcune notizie di carattere religioso.

         Castello di Francavilla

    Premesso che l’antica Comunità di Bisio, già sede, come fu detto, di una Abbazia Cistercense e dotata di proprio Oratorio dedicato a San Bernardo, è unita alla Parrocchia di Francavilla solo nell’anno 1806, mentre anteriormente dipendeva dalla parrocchia di Gavi, si può con certezza ammettere che a Francavilla esisteva una Chiesa da tempi assai remoti officiata in un primo tempo da Monaci Benedettini ed in seguito dagli Eremiti di Sant’Agostino.

    Una relazione sullo stato patrimoniale della Chiesa di Santa Maria a Francavilla, compilata nell’anno 1654, parla di < Convento antichissimo>; da ciò si deduce che il convento fatto costruire dagli Spinola l’anno 1587 (che fu venduto ultimamente a terzi, insieme alla Chiesa annessa, dopo la costruzione della nuova Chiesa parrocchiale, inaugurata nell’ aprile del 1950) non fosse il primo, ma un secondo, sorto in sostituzione di un altro. Appunto in quell’anno 1654 venne istituita la Parrocchia di Francavilla sotto il titolo di <Santa Maria Gratiarum>.

    Avendo il Papa Innocenzo soppresso questo convento, come altri, perché l’ordine Agostiniano non aveva personale sufficiente, il Vescovo di Tortona affidò la cura spirituale della popolazione al clero secolare, nominando il primo Parroco con il titolo di Rettore, mutato poi in quello di Prevosto.

    Prima di allora le funzioni strettamente parrocchiali (battesimi, matrimoni, funerali) si tenevano nella Chiesa Plebana di Silvano degli Adorni (ora Silvano d’Orba), e quindi l’erezione di una nuova Chiesa in Parrocchia arrecò notevoli vantaggi, risparmiando camminate lunghe, scomode ed anche pericolose in quei tempi.

    Nell’anno 1654, come risulta da un documento già accennato e che è il più antico fra i documenti conservati nel locale archivio parrocchiale, esistevano nel paese i seguenti edifici di culto: la chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie, l’Oratorio pubblico di San Giovanni Battista, l’Oratorio di San Giuliano nel recinto del Castello, le Cappelle campestri di San Sebastiano e di San Rocco.

    Con queste brevi e succinte notizie storico-feudali, comunali e religiose, chiudo il mio articolo su Francavilla Bisio.

    Gennaio 1963

( da Novinostra N.3 del 1962)

                                                                                                      Emilio Guasco


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Francavilla Bisio

    Avendo desiderato essere ammesso a far parte, quale socio sostenitore, della Società Storica del Novese, fui invitato a collaborare alla rivista Novinostra con qualche articolo di carattere storico, interessante la regione Novese; ben volentieri ho aderito.

È naturale che incominci con le due località, prossime a Novi, di Francavilla e di Bisio, che particolarmente interessano non soltanto me, ma nei secoli interessarono la mia famiglia.

    Francavilla e Bisio nell’ età feudale, ebbero vita separata. I due borghi facevano Comune a sé, con i loro due castelli, fino a che, essendo venuti verso la fine del secolo XVIII in possesso entrambi della famiglia alessandrina dei Guasco, nell’anno 1873 furono uniti in un solo Comune con la denominazione Francavilla Bisio.

    Brevi cenni storici esporrò separatamente delle due località.

    Incomincerò con Bisio. Questo luogo anticamente era compreso nel Comitato di Tortona, poi passò sotto i Marchesi di Gavi. Di costoro e del relativo marchesato, uno dei più antichi d’Italia, parla diffusamente lo storico Cornelio Desimoni, sia nella sua monografia sui Marchesati d’ Italia, come, e specialmente, negli Annali storici della città di Gavi.

    Il Marchese di Gavi. Alberto, nel 1127 diede Bisio all’Abate di Sant’Andrea di Sesto (come allora si chiamava l’odierna Sestri Ponente), dell’ordine dei Benedettini Cistercensi, il quale esercitò su Bisio effettiva signoria, pur lasciandolo godere dai Signori che, dal nome della località, si dissero Signori di Bisio.

L’Imperatore Arrigo VII, con diploma 2 febbraio 1312, infeudò Opizzino Spinola di Lucoli diversi paesi, sotto la denominazione di Valle Scrivia: in detto feudo fu compreso anche Bisio, per quanto appartenesse alla valle del Lemme. L’Abate di Sant’Andrea di Sesto faceva opposizione all’infeudazione di Biso allo Spinola e continuò a tenere questa terra fino a che, con permesso del Papa, non rinunciava al suo possesso.

Fu allora che l’Imperatore Sigismondo, che era disceso in Italia per incontrarsi con il Pontefice e per mettere ordine alle cose politiche italiane, distaccò Bisio dal feudo marchionale di Gavi, al quale in realtà era rimasto sino ad allora aggregato, non ostante i Marchesi di Gavi ne avessero dato il possesso all’Abate dei Cistercensi, e il 15 luglio 1414 lo infeudava a Agostino Doria, del fu Tobia, investendolo del mero e misto imperio e del diritto di spada fino all’ultimo sangue.

    Nel detto anno 1414 moriva l’ultimo degli antichi Marchesi di Gavi, sui possessori originari, e il feudo di Gavi ritornava alla Corona.

    L’escorporazione di Bisio da Gavi e la sua infeudazione al Doria fu un giuoco di buona politica, più utile all’Imperatore e alla causa dell’Impero, che non al Doria stesso.

Sigismondo, come i suoi predecessori, si era illuso che, venendo in Italia avrebbe sottoposto gli avversari e entusiasmato gli amici, invece ovunque incontrò indifferenza, diffidenza e in più luoghi ostilità.

    Allora, prima di ritornare in Germania, allo scopo di premunirsi specialmente contro Filippo Maria Visconti che non gli si era rivelato amico, cercò di appoggiarsi a Genova e, volendo preservare la Repubblica da un attacco improvviso da parte di Milano e darle modo di prepararsi ,permise all’alleata, a guisa di antemurale, il feudo di Bisio, staccandolo dal marchesato di  Gavi e dandolo ai Doria, la cui famiglia da tempo immemorabile parteggiava per l’Impero; e perché il Doria potesse agire con massima energia contro chiunque attentasse all’integrità del feudo stesso e agli interessi dei feudatari ligi all’Impero, e quindi a quelli stessi dell’Imperatore, lo creò Marchese di Bisio.

    Nella seconda metà del sec. XV Antonino Guasco , appartenendo alla storica famiglia alessandrina con Scipione (ricordato anche dal Tasso nella sua Gerusalemme Liberata ) aveva partecipato  alla prima Crociata, e che era comparsa in Alessandria negli anni 1165-1168 per contribuire con altre famiglie alla fondazione di questa città, pensò di accaparrarsi Bisio acquistandolo il 6 aprile 1473 da Filippo Doria; e il Duca di Milano , Galeazzo Maria Sforza , il 12 gennaio 1474, investì anche lui con i medesimi diritti di  mero e misto imperio e di spada fino all’ultimo sangue e con ogni giurisdizione e obbedienza.

     In virtù di tale investitura, uguale a quella dell’Imperatore Sigismondo ad Agostino Doria, Bisio godette di una larga autonomia, quasi, cioè come un piccolo Stato sovrano, al quale mancava solo il diritto di batter moneta, per essere parificato ai grandi feudi principeschi imperiali, come era già avvenuto per il vicino feudo di Tassarolo degli Spinola.

Il detto Antonio Guasco, oltre ad essere infeudato di Bisio, lo fu pure di Gavi, di Ottaggio (ora Voltaggio) di Fiaccone (ora Fraconalto), di Parodi e di tutto il Parodese, tutte le località nelle vicinanze di Bisio. Morto nel 1481, fu sepolto con la moglie Sigismondina Spinola in un antico mausoleo, che ancora oggidì si ammira, sopra la porta laterale verso la piazzetta, nell’interno della chiesa parrocchiale di Gavi, del quale luogo, come si disse, egli era feudatario.

Da Antonio, Bisio rimase sempre nella famiglia Guasco fino a che, perduta con l’abolizione della feudalità la qualità di feudo, continuò ad essere come è tutt’ora, bene prediale della famiglia e suo titolo marchionale: sono quindi ormai 488 anni che Bisio è posseduto ininterrottamente in linea retta, cioè di padre in figlio, dalla famiglia dei Guasco.

Il suo castello ché, tale era nel medioevo come confermato dalle investiture che lo denominano castrum Bisii, mentre in seguito, venendo meno il suo scopo di difesa, andò trasformandosi in maniero, fu costruito in varie epoche, e specialmente nell’interno si rilevano i diversi tipi di struttura.

Vi è una parte antica, che rimonta all’epoca nella quale era Signore di Bisio l’Abate Mitrato dei Cistercensi, e ha annessa la Cappella, i cui quadri sacri, dei quali uno raffigurante San Bernardo fondatore dei Cistercensi, e vari arredi sacri, indica che essa sussisteva già in detta epoca. Altra parte, il cui fabbricato è di maggiore mole, si fa risalire alla fine del sec. XVI, o al principio del sec. XVIII, e altra fu costruita soltanto al principio del sec. XIX, con un’aggiunta ancora posteriore.

Le presenti notizie sono state desunte specialmente dal Dizionario Feudale degli Antichi Stati Sardi e della Lombardia, opera poderosa, nota fra i cultori di storia della quale fu autore un personaggio della famiglia, Francesco Guasco (1847-1826), mio padre.

Emilio Guasco

(da Novinostra N.3 – 1962)

(continua)


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Novi e il novese durante la guerra per la successione austriaca – pt.2

(da Novinostra 1962/4)

6 – Le difficili trattative per la resa di Genova e la successiva dura occupazione austriaca.

    Le Trattative per la resa – decisa, come già visto, dai Serenissimi – vengono iniziate ai primi di settembre del 1746 col duro generale austriaco Brown.

    Come osserva il Vitale – ai cui fondamentali scritti ci atterremo particolarmente nell’ esposizione che segue – poco giova a mitigare il suo aspro atteggiamento l’opportunistica affermazione dei parlamentari liguri che la guerra contro l’impero è stata imposta alla Repubblica da momentanee difficoltà di difesa, ma che … la devozione dei Genovesi alla Imperatrice Maria Teresa è rimasta immutata. E poco serve poi, anche presso il Generale Botta – ben presto sopraggiunto da Novi per condurre a termine le trattative – il ricordo della sua ascrizione alla nobiltà cittadina decretatagli da Genova nel 1745.

    Le trattative sono invero assai difficili; vi è però, un punto di convergenza fra i negoziatori che, alla fine, porta all’accordo: il comune desiderio di escludere il Re di Sardegna.

    Da un lato, infatti, il generale Botta non ha solamente ricevuto dalla Corte di Vienna la direttiva di spillare a Genova la massima possibile quantità di denaro, ma anche quello di ostacolare in ogni modo l’ingrandimento del Piemonte e particolarmente di frenare le sue mire sulla Liguria.

    Dall’altro lato, i Genovesi sono addirittura ossessionati dal timore del Regno di Sardegna, che ormai da tempo conduce, con tenacia e successo, la sua politica avanzata verso la Lombardia e l’accerchiamento della Repubblica: talché essi pensano che una occupazione austriaca di Genova può essere un malanno doloroso ma transitorio, mentre un’eventuale occupazione piemontese potrebbe significare la fine della Repubblica.

E, le loro preoccupazioni non erano infondate: quello che allora tanto temevano, doveva accadere meno di un secolo dopo, quando col trattato di Vienna del 1815 – che chiuse l’agitato periodo della Rivoluzione e di Napoleone – la Liguria fu definitivamente annessa al Piemonte.

    Ma tutti gli Italiani oggi ben sanno che il sacrificio dell’autonomia ligure, considerato dai Genovesi in quel momento così penoso ed umiliante, rappresentò invece, sostanzialmente, il primo fortunato e deciso avviamento verso l’auspicata unità nazionale italiana.

    Si determinava comunque, in quel settembre del 1746 – osserva ancora l’insigne storico di Genova – una situazione paradossale: i Genovesi vedevano nel generale Botta, nel contempo il nemico oppressore e il più valido sostenitore della loro presente e futura indipendenza insidiata dal Re di Sardegna.

    In conclusione, il Botta – continua sempre il Vitale – agitando lo spauracchio della definitiva occupazione sabauda, il 6 settembre ottiene la resa di Genova: consegna delle porte, cessazione di ogni ostilità, prigioniero di guerra l’esercito, consegna delle armi e dell’artiglieria, obbligo di soddisfare rigorosamente le contribuzioni imposte dall’autorità militare ed infine – condizione particolarmente onerosa ed umiliante (fa ancora scuola l’esempio di Lugi XIV!) – l’obbligo del Doge e dei Senatori di recarsi a Vienna per presentare le scuse all’Imperatrice Maria Teresa. Ma, almeno Genova evita una vera e propria occupazione militare ed il saccheggio! Il forte di Gavi è anche ceduto, mentre la guarnigione spagnola assediata in Tortona resiste fino al 27 settembre, quando – scarsa di viveri e priva ormai di ogni possibilità di soccorso – si arrende alle condizioni di essere imbarcata e restituita in patria a cura dell’assediante.

    Inutile dire che, all’annunzio del realizzato accordo circa la resa di Genova, enorme è l’indignazione del Re di Sardegna, escluso dalle trattative, pur essendo, ufficialmente, il comandante supremo delle forze alleate in Italia: egli definisce l’accordo stesso < una odiosa capitolazione> degli Austriaci ai Genovesi, non lo riconosce e continua l’assedio di Savona, eroicamente difesa da Agostino Adorno.

7 – La sollevazione Genovese di Balilla ed il ripiegamento degli austriaci su Novi.

    Intanto la situazione va rapidamente evolvendo: il Botta – che ha posto il suo quartier generale a Sampierdarena e che segue fedelmente le due accennate direttive della Corte Imperiale  – si rende del tutto <spiacente a Dio ed ai nemici sui> : Genova diventa , di giorno in giorno più indignata per le enormi contribuzioni che egli impone e per la brutalità delle sue truppe ,mentre, dall’altro lato, Carlo Emanuele III lo accusa di sentirsi troppo genovese e di avere <criminali compiacenze> per i suoi compatrioti.

    In verità, scrive il Vitale, il generale Botta, nato a Pavia da padre lombardo e madre di Parma (il nome Adorno era stato portato in dote, con alcune terre a Silvano d’Orba, da una gentildonna genovese ad un suo antenato) non era, ne aveva alcun motivo di sentirsi genovese: erano quindi infondati i rimproveri del Re Sardo, come quelli dei supposti concittadini contro il nuovo Coriolano.

    Egli aveva vissuto sempre nell’ombra dell’Impero austriaco e, da buon generale, senza troppo uso di accorgimenti o infingimenti politici, mirava a raggiungere il ripetuto doppio intento di Vienna: fare in Genova più quattrini possibile ed ostacolare le ambiziose aspirazioni dell’alleato Re di Sardegna.

Come è noto, alla fine i Genovesi, esasperati, il 5 dicembre 1746 dopo l’episodio del leggendario Balilla si sollevano in massa e cacciano gli Austriaci.

    Il Botta deve ripassare con le sue truppe la Bocchetta, travagliato nella triste ritirata dai vallegiani, che assaltano i reparti sui fianchi e sul tergo. Si ritrae così, sino a Novi, nella cui zona raggruppa tutte le truppe sparse nei presidi del Genovesato e della Lombardia, in attesa del rientro in Provenza dell’armata di Brown, che però solo il 1 febbraio ripasserà il Varo, sulla via del ritorno.

Campagna del 1747

    Nell’anno 1747 – ultimo della guerra di successione d’Austria, anche se la pace fu firmata ad Aquisgrana solo il 18 ottobre 1748 – si ebbe, fra l’altro, la memorabile vittoria dei Piemontesi sui Francesi all’Assietta, vittoria che, analogamente a quella non meno celebre riportata in precedenza a Torino nel 1706, riveste notevole importanza ai fini del sempre maggior rafforzamento politico militare  dello Stato dei Savoia, con quelle lontane favorevoli conseguenze, ai fini dell’unità nazionale italiana, che tutti ben conoscono.

1 – L’assedio di Genova.

    Nello stesso anno 1747 si ebbe anche uno dei più famosi assedi di Genova. Il Botta umiliato dallo scacco subito, si predispone alla rivincita, quando viene sostituto, in Novi, nel comando dell’armata austriaca, da una ormai vecchia conoscenza – il generale Schulemburg – con l’ordine di impadronirsi di Genova.

    Dopo vari scontri secondari – alla Madonna della Vittoria, a Rossiglione, a Capanne di Marcarolo e altrove – gli Austriaci l’11 aprile 1747 ridiscendono la Bocchetta, mettendo a orrendo sacco le Valli della Polcevera e del Bisagno (più di 20.000 abitanti ripararono entro Genova, rendendo ancor più grave la sua già difficile situazione) ed iniziavano le operazioni per l’assedio della città.

    Eventi politico-militari si succedettero in quel periodo nei due opposti campi e con contrastanti conseguenze, mentre l’assedio si protraeva, con frequenti scontri tra Austro-Sardi e forze genovesi, fra le quali numerose bande di intrepidi valligiani, generalmente comandati da nobili.

La Francia aiutava Genova come poteva: alla fine inviò, come comandante, il noto Dica di Richelieu (il cui nome ancor oggi porta uno dei vecchi forti sulle alture ad et della città) uomo simpatico, elegante, vigoroso, che alternava le attività militari e diplomatiche con le operazioni … galanti; riuscendo però meglio nelle prime che nelle seconde, come confessò egli stesso poi nelle sue < Memorie>.  

     Alla fine gli Austro-Sardi si trovarono nella necessità di dover togliere l’assedio: le ostilità però, nel Genovesato, si protrassero sino al 15 giugno 1748, quando gli Austriaci si ritirarono, carichi purtroppo di bottino, avendo saccheggiato il paese sino all’ultimo.

2- Piemonte e Genova alla pace di Aquisgrana.

    Alla pace di Aquisgrana (18 ottobre 1748) che riconosceva Imperatrice ed erede degli Stati austriaci Maria Teresa – mostratasi sovrana non inferiore ai più grandi imperatori – chi più guadagnò fu il Re di Sardegna. Questi, infatti, che aveva già ottenuto dal 1735, conseguenza della sua partecipazione alla precedente guerra per la successione di Polonia, il Novarese, il Tortonese e i feudi delle Langhe, guadagnò ora l’Alto Novarese, nonché il territorio di Vigevano, la Lomellina, Voghera e tutto l’Oltrepò Pavese, con Bobbio. Con tali acquisti, egli otteneva anche il notevole vantaggio di portare i confini orientali del Regno in corrispondenza dell’importante linea strategica di ostacolo: diramazioni settentrionali dell’Acrocoro dell’Antola – Stretta di Stradella – Po – Ticino.

    Genova presa nel groviglio dei formidabili interessi europei, dovette rinunciare definitivamente a favore del Re di Sardegna ai feudi delle Langhe ed all’espansione sulla Riviera, ma riebbe tutto il territorio del 1740 – compreso il Novese – ed il marchesato di Finale.

    Osserva al riguardo il Pollini: <Genova aveva riacquistato la sua libertà, ma a nessuno sfuggiva che questa era più apparente che reale e sempre più minacciata, perché lo Stato dei Savoia, che, alle sue spalle, continuava a crescere di importanza territoriale, demografica, politica e militare, aumentava sempre più, di necessità, la pressione, per la fatale spinta che tutti i popoli esercitano in direzione del mare, respiro e vita dei loro commerci e della loro economia. D’altra parte, come già visto, questa era la via che doveva portare all’unità d’Italia.

3- Fine dell’infausta occupazione austriaca a Novi.

    La tanto dolorosa occupazione austriaca a Novi – particolarmente dura quando, dopo la cacciata da Genova, gli imperiali vennero qui a sfogare la loro rabbia – si prolungò notevolmente anche dopo la cessazione delle ostilità e la conclusione della pace.

    Allorché alla fine, il 13 febbraio 1749, l’ultimo reggimento di germanica nazione lasciò la nostra Novi, grande fu il tripudio della cittadinanza, come di tutto il Novese. Ne è testimonianza, tra l’altro, l’ingenua poesia scritta allora da un nostro concittadino – già altra volta ricordata in Novinostra – che finiva con i versi: < Pur sebben siam derelitti – Ed afflitti – E d’argento e d’oro privi – Ringraziam dobbiamo Iddio – Cristo e pio che siam sani e che siam vivi>.

    Il tripudio toccò il vertice – come risulta da vecchie carte – all’arrivo di S.E. Agostino Pinelli nuovo Governatore, inviato da Genova … con la comitiva di alcuni nobili Genovesi Patrizi, preceduti da due liguri compagnie del Regg. Bembo, costeggiato altresì da un buon numero dei nostri cittadini a cavallo e seguito da scelte milizie di fucilieri, che sotto la guida del Sig. Capitano Giuseppe Bianchi chiudevano la marcia.

    Sotto le acclamazioni del Popolo, che con lietissime voci di applauso fu tutto al suo arrivo giubilante, entrò festoso il Pinelli sulle 24 e mezzo per la Porta Cavanna, a prendere a nome e per la Repubblica Serenissima, della città l’attuale possesso.

    E quantunque  venisse la solenne entrata incomodata da spessa pioggia, che sul far della sera cominciò a cadere, pure tale fu la calca, che ripiene a folla e le vie e la piazza, per ove passar doveva infinità di persone, altro non si udiva che i festosi gridi Evviva la Serenissima Repubblica di Genova ; evviva San Giorgio; alle quali voci facendo eco il festeggiante suono dei sacri bronzi risuonò parimente per un’ora continua il strepitoso rimbombo dei fucili, che vomitando ancor essi dalle infuocate bocche i suoi lampi, accompagnarono con lingue di fuoco il giubilo di cittadini ed il canto solenne <Te Deum> che alla presenza dello stesso Governatore, in rendimento di grazia a sua Divina Maestà intuonossi immediatamente nel Duomo ….

    Ed a questo punto, anche noi, ricordato quel solenne … intonamento del canto di riconoscenza all’Altissimo da parte dei nostri antichi padri, metteremo, come essi, una definitiva pietra su questa infausta guerra per la successione d’Austria, conosciuta anche con il nome di Guerra della Prammatica Sanzione.

da Novinostra 1963/1

                                                           ALBERTO MONTESORO
(Generale i Divisione)

                                                                                                                                                  


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Novi e il novese durante la guerra per la successione austriaca

(da Novinostra 1962/4)

2 – La vittoria degli Austriaci sui Gallo-Ispani a Piacenza foriera del loro ritorno nel Novese.

É qui da ricordare un fatto importante: in quella stessa primavera del 1746 l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria – fatta la pace con il Re Federico II di Prussia, cedendogli la Slesia – aveva potuto gettare tutto il peso della sua forza militare in Italia, ove ben presto, infatti, scese una seconda, forte armata austriaca al comando del generale Conte di Brown.

In conseguenza di ciò, gli Spagnoli dell’Infante, minacciati dalla parte del Ticino dall’armata austriaca del principe di Liechtenstein e verso oriente da quello del Brown, in arrivo dalla val d’Adige, debbono sgomberare rapidamente il Milanese per ridursi nel Piacentino ove contano di poter resistere appoggiandosi alla cittadella di Piacenza.

In conclusione, verso la metà del giugno 1746, l’itero esercito dell’Infante – compresi i Francesi del Maillebois – viene a trovarsi tra la massa degli Austriaci, che hanno preso posizione nelle adiacenze est e sud di Piacenza, ed i Piemontesi del Re di Sardegna accorrenti a Novi.

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Antichi eventi di guerra nel novese pt.5

(tratto da Novinostra 1962 – V° parte)

3 –  I Gallo Ispani del Maillebois passano le Alpi e scendono nella piana di Novi-Alessandria

Fin dall’inizio la campagna del 1745 si svolge favorevolmente per i Gallo-Ispani.

Il Maillebois, come previsto, avanza lungo la Riviera di Ponente e verso la fine di giugno, passate le Alpi Liguri su tre colonne (rispettivamente ai colli di S Bernardo, del Melogno e di Cadibona) concentra le sue forze nella zona di Carcare, in alta valle Bormida.

Da questo momento però non si attiene al piano di operazioni studiato: in seguito alle pressioni del Gabinetto di Madrid, anelante soprattutto alla conquista della Lombardia, invece di volgersi decisamente su Ceva –Torino per mettere fuori causa i Piemontesi, scende per Val Bormida sino ad Acqui, donde, poi, per Rivalta raggiunge la zona di Sezzè (Sezzadio), nella piana di Alessandria.

Questo fatto di non aver tentato subito di eliminare i Piemontesi, è il primo grave errore commesso dal  

Maillebois nel corso della campagna, errore che, come ben noto, il Buonaparte si guarderà bene dal ripetere nel 1796.

4 – Gli Ispano- Napoletani del Conte di Gages vincono a Voltaggio, occupano Gavi, Novi e Serravalle e si concentrano anch’essi nella piana Novi-Alessandria.

Che cosa ha fatto nel frattempo l’altra armata alleata?

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Antichi eventi di guerra nel novese pt.4

(tratto da Novinostra 1962 – IV° parte)

NOVI e IL NOVESE DURANTE LA GUERRA PER LA SUCCESSIONE D’AUSTRIA

È noto che nel 1740, in seguito alla morte dell’Imperatore Carlo VI ed alla successione al trono della figlia Maria Teresa, risolutamente avversata da numerosi pretendenti, si originò la cosiddetta guerra per la successione d’Austria.

Fu questa una delle più grand contese fra te potenze borboniche e gli Asburgo, alla quale presero parte attiva i principali stati Europei e che, come è noto, si iniziò nel 1742 ed ebbe effettivamente fine soltanto parecchi anni dopo, col celebre trattato di Aquisgrana del 1748.

Questa guerra – notevolissima per l’estensione del campo di lotta, per la quantità di forze impiegate, per i concetti e la condotta delle operazioni – a partire dalla primavera del 1745 incominciò malauguratamente ad interessare in modo diretto e grave anche Novi e tutto il Novese.

E, a dir il vero, mai la nostra terra fu coinvolta, per un periodo così lungo in eventi bellici di tanta vasta risonanza come quelli del triennio 1745-1747, allorché i nomi di Novi, Serravalle, Gavi, Voltaggio, della Bocchetta, ecc. divennero famigliari in Europa e le rappresentazioni geografiche e stampe delle relative fortificazioni e campi militari, di guerra, ebbero vasta diffusione.

In questo d in successivi articoli ci ripromettiamo di esporre gli avvenimenti politico – militari allora qui svoltosi e di rammentare i grossi guai passati in conseguenza dai nostri padri.

La rievocazione di quelli di quelli che furono forse i più travagliati e tristi anni vissuti dal Novese, ci consentirà anche di chiarire nei suoi veri termini il problema politico – militare che maggiormente influì sulla storia della nostra terra negli ultimi secoli, il grave persistente contrasto tra il Piemonte e Genova.

La trattazione stessa potrà anche eventualmente, costituire base o spunto per più studi e ricerche sul Novese nel XVIII secolo da parte di altri patiti come noi della nostra storia.

CAMPAGNA DEL 1745

  1. La forza in campo e i piani operativi.

Stavano in quell’anno da una parte Spagnoli, Francesi e Napoletani, sotto il comando supremo dell’Infante don Filippo di Spagna; dall’altra Austriaci e Piemontesi agli ordini del Re Carlo Emanuele III di Sardegna, buon sovrano e valoroso condottiero.

L’esercito dell’Infante di Spagna era formato da due corpi.

L’una sotto i diretti suoi ordini, comandato però dal Maresciallo di Francia G.B. Des Marets marchese di Maillebois e costituito da circa 60.000 uomini fra Spagnoli e Francesi si era raccolto nel mese di maggio sulla Riviera di Ponente, nella zona di Nizza, l’altro al comando del generale spagnolo Giovanni Bonaventura Thierry Dumont conte di Gages, della forza di 15.000 uomini fra Spagnoli e Napoletani si era concentrato sulle Riviera di Levante, nella zona di La Spezia.

La Repubblica di Genova di cui, come è noto, Novi faceva parte, dopo lunghe tergiversazioni, col trattato  di Aranjuez del 1 maggio di quell’anno, si era impegnata a permettere agli alleati Gallo – Ispani il transito nel suo territorio, ad aiutarli in tutto per mare e per terra e a fornir loro un corpo ausiliario di 10.000 uomini di fanteria e 36 pezzi di artiglieria.

Gli alleati consideravano molto importante l’apporto genovese per la particolare posizione geografica del territorio della Repubblica, buona base di operazioni per avanzare verso il Piemonte e al Lombardia, minor importanza davano al concorso militare vero e proprio, riponendo scarsa fiducia in quelle truppe racimolate alla meglio e nei loro capi, notabili non avvezzi alle armi. In pratica però, i Genovesi compirono egregiamente, secondo gli impegni presi, il loro dovere e, incorporati tra gli alleati, si batterono con onore.

Non è certo nostra intenzione di diffonderci nel parlare del rinomato piano di guerra di Gallo – Ispani per l’invasione del Piemonte e della Lombardia muovendo dalle due Riviere , piano studiato dal Maresciallo Maillebois (più particolarmente dal suo Capo di Stato Maggiore il Generale Pietro Giuseppe de Boudecet  di Fenestrelle, insigne maestro della guerra di montagna) esso preannunciava l’analogo celeberrimo  piano di guerra magistralmente messo in atto, circa mezzo secolo dopo, dal Generale Buonaparte per la campagna d’Italia del 1796.

In sostanza gli alleati Franco – Ispani intendevano con l’armata del Maillebois, dal Nizzardo, avanzare lungo la Riviera di Ponente, passare la barriera montana al Colle di Cadibona e contermini a marciare poi su Torino per costringere il Piemonte a deporre le armi e separarsi così dall’alleata Austria.

Con l’armata del Gages , dalla zona di La Spezia, avanzare lungo la Riviera di Levante , unirsi alle truppe genovesi  e con esse varcare l’appennino  al colle della Bocchetta  per marciare quindi sul Novese e poscia sulla Lombardia.

L’esercito austro sardo contava pure di due corpi: l’uno sotto gli ordini del Re di Sardegna e formato dai piemontesi raggruppati in 26 battaglioni e 32 squadroni, si era raccolto nella zona di Alessandria e con altri 5 battaglioni al presidio di Tortona ed una piccola guarnigione al forte di Serravalle (località queste due ultime da pochi anni annesse al Regno di Sardegna). Inoltre 12 battaglioni piemontesi erano in osservazione in val Tanaro e vari distaccamenti occupavano i forti e gli sbocchi delle valli alpine.

L’altro agli ordini del generale Conte Luigi Ferdinando Schulemburg comprendente gli Austriaci a forte di 42 battaglioni e 42 squadroni, il 19 giugno era concentrato nella zona di Novi con grande scompiglio degli abitanti, come vedremo subito appresso, – spingendo elementi avanzati verso Voltaggio.

Era intendimento degli Austro – Sardi di coprire il Piemonte e la Lombardia dal previsto poderoso attacco dei Gallo – Spani.

La flotta inglese comandata dall’Ammiraglio Keith operava per mare molestando la costa ligure per agevolare gli Austro -Sardi stessi.

2 – Guai passati dai Novesi: fin dall’inizio delle operazioni.

Prima di sintetizzare lo svolgimento delle operazioni belliche, riteniamo opportuno accennare brevemente ai grossi guai passati, fin dall’inizio, della nostra Novi in conseguenza delle occupazioni straniere e soprattutto di quella austriaca che fu di gran lunga la più dura e quella maggiormente protrattasi.

Allo scopo, attingeremo essenzialmente agli scritti del nostro illustre professor Francesco Trucco, ormai da parecchi anni scomparso, che fu profondo e appassionato studioso della storia in genere e di quella novese in particolare.

Non è il caso di ricordare come già altre volte Novi ed il Novese in genere avessero dovuto subire dolorose occupazioni da parte di truppe straniere, come nel corso della guerra del 1625 di cui è sto trattato nel precedente articolo.

Ad esempio, altra volta dopo di allora – ricorda il Trucco – proprio sul finire dell’ottobre 1691, si era ad un tratto sparsa la voce che < le squadre alemanne, le quali prima dimoravano in Piemonte, incalzando loro l’inverno avevano determinato di ritirarsi a quartiere e che loro intento era di fermarsi sotto l’insigne luogo di Novi>.

Ed in effetti, ai primi di novembre era giunto nei pressi della città il cosiddetto Reggimento di Lorena comandato dal Principe Caraffa e composto da 4.000 fanti, 2.000 cavali e vari pezzi di artiglieria.

Ma quella volta le cose erano andate abbastanza bene, poiché la permanenza era stata, in effetti, assai breve e, salvo qualche provvista di viveri ed una lieve contribuzione in denaro – poi rimborsata dalla Serenissima – nessun grave danno ne derivò alla nostra Novi.

Talché una anonima relazione circa tale avvenimento terminava con elogi di spiccato sapore secentesco – per i Padri e Deputati del Comune in quanto < tacerne le lodi sarebbe uno spogliarne il lor merito, avvenga che seppero vincere senza combattere e non perdere combattuti>.

 Assai diversamente, invero, andarono le cose nell’anno 1745 e nei seguenti.

Come ricordano vecchi scritti, il mattino del 18 giugno di quell’anno i Novesi videro, dall’alto delle mura, sfilar sotto di stesse < alla sordina da due a mille e più Panduri, Varadini e Liccani che con la loro scorta di due bande di Ussari a cavallo, presa a dritta la strada di Genova, fecero alte nelle vallate a Tacchino e Bellassa.

 Il giorno dopo, poi, verso le ore 13, tornata vana la protesta del Governatore Genovese della città, Bartolomeo Lomellino, era arrivata in quel di Novi l’intera armata Austriaca, comandata dal già ricordato grosso personaggio S. E. Luigi Fernando del Sacro Romano Impero di Schulemberg Osinauen ed anche Generale e Tenente Maresciallo di Campo, Colonnello di un Reggimento di Fanteria, Consigliere intimo di S. M. Regina di Ungheria e Boemia, ecc.

Il giorno dopo, poi, verso le ore 13, tornata vana la protesta del Governatore Genovese della città, Bartolomeo Lomellino, era arrivata in quel di Novi l’intera armata Austriaca, comandata dal già ricordato grosso personaggio S. E. Luigi Fernando del Sacro Romano Impero di Schulemberg Osinauen ed anche Generale e Tenente Maresciallo di Campo, Colonnello di un Reggimento di Fanteria, Consigliere intimo di S. M. Regina di Ungheria e Boemia, ecc.

Con lui era giunto anche il generale Conte Della Rocca, comandante delle alleate truppe piemontesi ed i rispettivi Stati Maggiori, talché la nostra Novi era diventata improvvisamente una città ….. austro-sarda.

 Gli 8.000 e più abitanti che essa allora contava vennero pressoché sopraffatti dai nuovi giunti, si trattava, invero, di un corpo di esercito di circa 20.000 soldati – composto da fanti, cavalli, artiglieria e treno – che circondata la città, la occupò senz’altro presidiandone le porte, invadendone ed ingombrandone le strade e la piazza e costringendo, tra il generale scompiglio, i Padri del Comune ad una immediata distribuzione di alloggi per gli ufficiali in ogni casa cittadina.

E subito dopo < cento carri di fieno, buon trattamento agli ufficiali nelle case, copioso rinfresco di vino all’ interno acquartierate truppe furono gli usati complimenti e le prime comande fatte ai pubblici rappresentanti>

Ma, osserva giustamente il Trucco, questo non era che il principio: dolori, violenze e vergogne dovevano succedersi senza fine, a Novi e in tutto il Novese, in quella lunga passione della nostra terra durata per ben tre anni e otto mesi, come vedremo in seguito.

(continua)-  da novinostra 1961
ALBERTO MONTESORO.                                                                                                                            (Generale di Divisione)


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Antichi eventi di guerra nel novese pt.3

(tratto da Novinostra 1962 – III° parte)

   Esaminati nei due primi articoli i principali fattori che, a nostro avviso, hanno contribuito, in passato, a determinare o meno lo svolgimento di operazioni militari nel Novese, passeremo ora a trattare in breve dei singoli, principali eventi di guerra.

   Abbiamo già ricordato le più importanti guerre che hanno interessato Genova e il Novese negli ultimi secoli del Medi Evo e nel secolo XVI, prima dell’Evo Moderno. Dato però il lungo tempo da allora trascorso, riteniamo che – almeno al momento – non sia il caso di rievocare quegli avvenimenti ormai tanto lontani e neppure da trattare delle numerose lotte di carattere prevalentemente locale qui svoltesi attraverso i secoli per i contrasti tra Genova, Tortona, il Ducato di Milano, il Monferrato, ecc.

Intendiamo invece accennare ai numerosi eventi bellici che hanno interessato il novese negli ultimi secoli dell’Evo Moderno e nell’Evo Contemporaneo, nel corso di conflitti di notevole importanza politico militare e spesso di vasta risonanza italiana ed europea.

   Ci promettiamo pertanto, di ricordare in appresso succintamente le seguenti principali guerre e campagne, naturalmente per quanto hanno interessato il Novese.

*Guerra tra il Ducato di Savoia e la Repubblica di Genova per il Marchesato di Zuccarello: campagna del 1625.

*Guerra per la successione d’Austria: campagne del 1745, del 1746 e del 1747.

*Guerre della rivoluzione Francese: campagne del 1799 (battaglia di Novi) e del 1800 (battaglia di Marengo)

*Guerre del Risorgimento Italiano: campagna del 1859.

Guerra fra il Ducato di Savoia e la repubblica di Genova per il Marchesato di Zuccarello: campagna del 1625.

    Nel 1625 importanti operazioni belliche si svolsero nel Novese in conseguenza della cosiddetta guerra per il Marchesato di Zuccarello.

   Era questo – come scrisse Il Vitale < un feudo imperiale> cioè uno di quei numerosi piccoli stati, di diretta dipendenza dell’Impero, ubicati, in genere, fra la Repubblica di Genova ed il Ducato di Savoia, il cui possesso era molto ambito dai due potenti vicini, che se li contendevano, spesso, a denaro sonante, alla corte di Vienna.

   In particolare l’unione allo Stato Sabaudo del minuscolo Marchesato di Zuccarello – sorgente nel retroterra di Albenga – era da tempo molto desiderato dal Duca Carlo Emanuele I di Savoia, <piccolo di corpo ma animo di gigante>, come lo definì un ambasciatore di Venezia, esso avrebbe , infatti, consentito allo Stato Sabaudo, soffocato tra i monti, di aprirsi una breccia verso il mare in quella importante parte della Riviera di Ponente: ma a ciò la Repubblica di Genova intendeva opporsi ad ogni costo.

Alla fine, come ricorda lo stesso Vitale nel 1622, dopo un lungo lavoro diplomatico, l’Imperatore Ferdinando II, tagliando netto il groviglio dei vari diritti e delle contrastanti aspirazioni, vendette il feudo conteso a Genova per 220 mila fiorini.

   Quanto mai irritato il Duca di Savoia decide allora di vendicarsi dell’oltraggio patito sostenendo le sue ragioni con le armi, pertanto alleatosi col Re di Francia Luigi XIII e con la Repubblica di Venezia, nel 1625muove guerra alla Repubblica di Genova. Se gli fosse riuscito di impadronirsi della Superba … altro che Zuccarello!

   Dopo qualche dissidio, prevale il proposito del Duca di Savoia di puntare direttamente su Genova. Ai primi di marzo l’esercito alleato – forte di 24 mila fanti, 3mla cavalli e molta artiglieria – si raccoglie nella zona di Asti per muovere quindi verso Genova su due colonne:

 – Colonna di destra: composta da Piemontesi, al comando dello stesso Duca

–  Colonna di sinistra: formata dai Francesi, agli ordini del Maresciallo di Francia Francesco de Bonne, Duca di Lesdiguières.

   Nel contempo 20 vascelli olandesi ed un gran numero di galee e galeoni francesi si predispongono per cooperare all’impresa. I Genovesi, dal canto loro, di fronte alla grave minaccia, mentre i tano . per avere aiuti, con Filippo IV Re di Spagna e col duca di Feria, suo governatore nel Milanese, fanno apprestamenti di ogni sorta, muniscono la cresta dall’Appennino e per guadagnar tempo, decidono di difendere le frontiere della Repubblica, sostenendo più che possibile Gavi e Rossiglione.

   Frattanto il Duca di Savoia entra nel territorio della Repubblica, prende Ovada, occupa Rossiglione ed assedia il castello di Masone, spingendo punte sulla Riviera.

   Il Lesdiguières, a sua volta occupa Novi che resta così per qualche mese in mani francesi e tenta quindi, ma inutilmente, di impadronirsi del forte di Gavi: prende però la piazza con l’assedio e va poscia ad accamparsi verso Carrosio, ove è raggiunto dal Duca di Savoia. Quest’ultimo, insofferente di ogni indugio ed indignato per la beffa dei Polceveraschi che – come ricorda il De Negri – avevano fatto razzia dei suoi buoi destinati a trainare i cannoni degli alleati per la strada della Bocchetta, attacca e travolge i valorosi difensori genovesi e paesani al ponte del Frassino e il 1° aprile entra in Voltaggio per rappresaglia la incendia, lasciando solo la casa di Sinibaldo Scorza suo pittore di corte.

   Il Duca vorrebbe quindi marciare direttamente su Genova, ma insorgono al riguardo gravi dispareri con il Lesdiguières, preoccupato per il pericolo che il Duca di Feria gli si dichiari contro e dal Milanese lo attacchi alle spalle. A proposito, anzi di detti dispiaceri sembra che il Lesdiguières abbia detto un giorno a Carlo Emanuele I – caro Duca non siamo riusciti a metterci d’accordo per occupare Voltaggio figuratevi se ci riusciremo per occupare Genova! – e così accadde infatti.

   Il Duca di Savoia sperando di decidere i Francesi a seguirlo, con le sue solle forze, prosegue l’avanzata su Genova e si predispone ad investirla sia per la Val Polcevera sia per quella del Bisagno, da un lato assale la Bocchetta dall’ altro invia truppe nel Savignonese.

   Così mentre, raggiunto il valico della Bocchetta, egli può già scorgere il mare davanti alla Superba e la celebre Lanterna (che risale nella forma attuale al 1549) sempre più insufficienti appaiono le improvvisate misure militari dei Genovesi contro un a forza così saldamente organizzata e tanto maggiore. La sorte di Genova sembra ormai segnata: molti incominciano ad abbandonare la città, il tesoro pubblico viene trasferito a Portovenere.

   Invece, ben tosto, la situazione va rapidamente modificandosi, sia nel campo politico, sia in quello militare, e per Genova si profila la salvezza. Si ha infatti, fra l’altro, il mancato intervento contro la Superba della flotta Franco-Olandese, trattenuta dal Richelieu, che non voleva un eccesivo ingrandimento dei suoi alleati, in suo luogo invece compaiono nelle acque liguri le navi spagnole, mentre si delinea sempre più probabile l’intervento del Duca di Feria alle spalle dei franco- savoiardi.

   Nel contempo le pur scarse forze della Repubblica – validamente aiutate dagli abitanti delle alte Valli Polcevera e Bisagno – contrastano con decisione e valore l’avanzata di Carlo Emanuele I.

   Le truppe sabaude che erano state inviate verso Savignone ed erano riuscite ad impadronirsene per procedere verso la val Bisagno, vengono assalite e fatte prigioniere dai Genovesi.

   E’ bensì vero che il Duca in persona, presi 500 uomini scelti, per via dei monti corre in loro aiuto e riesce a liberarle, però quando egli stesso, passando per la strada che vi sale per Valle Calda, porta al nerbo principale delle sue forze verso il displuvio appenninico, i Genovesi, che hanno ricevuto soccorsi da varie parti e possono disporre di circa 12 mila uomini e del valido aiuto dei montanari della zona, riescono a fermarle definitivamente.

   Ciò avviene proprio là dove, in seguito, a ricordo di quella memorabile giornata, i Genovesi stessi eressero il noto santuario dedicato a Nostra Signora della Vittoria, meta ancor oggi di edificanti pellegrinaggi e di bellissime gite da parte anche dei Novesi.

   Invero a fermare la vittoriosa avanzata sabauda avevano concorso ulteriori contrasti scoppiati coi comandanti francesi, alla fine, giunta la notizia che il Duca di Feria, raccolti circa 16 mila uomini a Pavia , marciava su Alessandria, i Piemontesi dovettero sgomberare il territorio della Repubblica e ritirarsi verso Asti. Carlo Emanuele I però trasferiva le sue truppe sulla Riviera di Ponente, che occupava come pegno per le trattative di pace.

   Nel corso di questa memorabile campagna le sofferenze delle popolazioni del Novese – specie di Gavi e Voltaggio – furono assai gravi, come è facile immaginare.

   Ma un buon frutto doveva pur uscire da tanti dolori: la nascita del Santuario – ancor oggi tanto caro ai novesi – di Nostra Signora di Monte Spineto sopra Stazzano, come è già stato ricordato qualche anno addietro in un bellissimo articolo del < Popolo di Novi> che seguiremo in questa breve rievocazione.

   In verità una piccola cappella dedicata alla Vergine era già stata eretta dagli Stazzanesi molto tempo prima intorno al 1155, dopo che sul monte essi avevano trovato scampo agli eccidi delle milizie del Barbarossa, che in quell’anno aveva assediata e poi distrutta Tortona. Ma qualche secolo dopo, all’antica chiesetta non restava il pio ricordo e una rozza croce in legno, che apriva le due braccia desolate verso il cielo.

   Ora, appunto nel corso della ricordata campagna del 1625, gli Stazzanesi cercarono un’altra volta rifugio sul Monte Spineto e la tradizione vuole che una candida colomba fosse vista volare per più giorni fra gli atterriti profughi, tanto che essi nella loro pietà semplice e profonda, videro in essa un simbolo di pace e di protezione inviato dalla Celeste madre.

   Passato il terrore e tornati alle proprie case gli Stazzanesi, animati dal consiglio e dall’esempio dell’insigne Vescovo di Tortona, Monsignor Arese, – uomo di profonda erudizione e di tanta virtù tanto da essere paragonato a San Carlo Borromeo – riedificarono sul monte della loro salvezza una più grande chiesa dedicata alla Vergine: nel 1629 avvenne la solenne intronizzazione del simulacro marmoreo che tuttora lassù si venera.

   In conclusione da quella celebre, disastrosa guerra del 1625, trassero origine due fra i più venerati santuari del Genovese e del Novese: quello di N.S. della Vittoria nei pressi dei Giovi e quello di N. S. di Monte Spineto sopra Stazzano. E’proprio caso di dire che, non di rado, Iddio si compiace di trarre dal male il bene!

(fine III° parte – Novinostra 1962)

                                                                            ALBERTO MONTESORO

                                                                                Generale di Divisione


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Antichi eventi di guerra nel novese pt.2

(II° parte – tratto da Novinostra 1961/4 )

  Nel precedente articolo abbiamo trattato del complesso montano e collinoso dell’Antola, quale elemento geografico che, attraverso i secoli, ha svolto prevalentemente funzioni di protezione ed allontanamento dal Novese di operazioni militari.

  Nel presente articolo accenneremo brevemente a tre altri elementi che hanno interferito al riguardo, per iniziare, poi, nel successivo la trattazione delle principali operazioni stesse.

  Il secondo elemento è rappresentato dall’arco montano dell’Appennino Ligure Occidentale, estendentesi dal Passo dei Giovi al Colle di Cadibona. 

Esso come noto, pur non raggiungendo notevole elevazione, per le sue caratteristiche di ripidità ed asprezza nel versante a monte e di nudità, scarsezza di acque, di risorse e di abitati nella parte alta assiale e nel versante interno, ha costituito e costituisce tuttora un imponente barriera di ostacolo per le vie di comunicazione e per i rapporti in genere fra la Riviera Ligure Occidentale e la piana di Novi.

  Pertanto esso ha funzionato sempre da valido elemento protettivo, alle spalle del Novese, rispetto, non solo alle operazioni provenienti direttamente da Sud (esempio sbarchi di Saraceni, azioni varie dal mare, ecc.) ma anche rispetto a quelle sviluppantesi da Ovest (Provenza) per la Riviera di Ponente e dirette verso la zona di Genova (esempio: spedizione di Renato d’Angiò nel 1461 e numerose successive, fino alle guerre della Rivoluzione Francese).

In contrapposto però a questa azione protettiva, fece, purtroppo, riscontro naturale tendenza a schierare truppe sulle colline di Novi – Serravalle sentita da ogni comandante di truppe incaricato di coprire Genova a distanza, fronte a Sud, in quanto le colline stesse costituiscono le estreme ondulazioni dell’Appennino verso la piana e rappresentano quindi una buona linea di difesa (esempio Generale Joubert nell’Agosto 1799 – Battaglia di Novi).

Il terzo elemento da ricordare è la vicinanza di Genova, che, benefica sotto molti aspetti, ha esercitato però costante azione attrattiva per le operazioni di guerra verso il Novese. 

  Come qualche anno addietro ha scritto il già ricordato insigne storico genovese Teofilo Ossian De Negri, Genova – fin dal medioevo – padrona di Arquata e di Gavi – già sede di un antico, potente marchesato – iniziava la sua penetrazione economica nella zona di Novi, attraverso l’acquisto di vari e vasti appezzamenti di terreni da parte di alcuni suoi facoltosi cittadini, che vi costituirono fiorenti poderi. Su questi, col tempo, sorsero quelle numerose e spesso cospicue ville padronali che sono caratteristica ed ornamento dell’Oltregiogo in genere e del nostro Novese in ispecie.

  Alla penetrazione economica, Genova, come di consueto, fece poi seguire quell’accorta azione politica che determinava la spontanea dedizione di Novi alla Superba nel 1447 e la sua formale annessione nel 1529.

  In seguito a ciò, Novi stessa, sostituendosi a Gavi – diveniva principale centro e sede del commercio genovese d’Oltregiogo. E Genova tessa, ben presto, provvedeva a prolungare direttamente da Gavi a Novi – per la cosiddetta Lomellina – la strada della Bocchetta, cioè la sua principale via per i commerci con la Lombardia, che rendeva, così, anche indipendente dal pesante intralcio rappresentato fino ad allora dal passaggio per Serravalle, ancora in possesso dei Tortonesi.

  Novi, in tal modo, col favore dei Genovesi, che la predilissero come residenza estiva, (nel 600’ la si riteneva anche immune dalla peste, che infieriva altrove) assunse progressivamente la fisionomia di città e visse periodi di notevole floridezza.

  Si deve però riconoscere che la vicinanza di Genovese, specie sotto il riguardo economico ha apportato sicuri benefici alla nostra Novi, essa, d’altra parte, ha causato più volte il coinvolgimento suo e del Novese in genere, nelle operazioni di guerra volte contro la Serenissima Repubblica, con danni non di rado assai gravi per Novi stessa e ancor più per Serravalle e Gavi, città potentemente fortificate.

Basterà ricordare negli ultimi secoli del Medi Evo, le operazioni condotte nell’Oltregiogo nell’anno 1241, dal vicario imperiale della Lombardia, Marino da Eboli, con l’aiuto di Guglielmo Spinola, nel corso della drammatica lotta dell’Imperatore Federico II contro Genova, da cui la Superba uscì alla fine trionfante, nonché l’attacco del 1421 da parte del Conte di Carmagnola.

  Nei primi secoli dell’Evo Moderno, poi rammenteremo la vittoriosa spedizione contro Genova del Re di Francia Luigi XII, della primavera 1507, quando fu eletto Doge Paolo da Novi – il solo Doge popolano che la Repubblica abbia avuto – che, come noto, finì miseramente giustiziato l’11 maggio dello stesso anno, dopo aver cercato invano di salvare la Repubblica stessa.

In seguito si ebbe, tra l’altro, la spedizione degli Spagnoli, capitanati da Francesco d’Avalos, Marchese di Pescara, conclusasi con l’orrendo sacco di Genova del 30 maggio 1522; quindi nel 1625, quella del Duca di Savoia Carlo Emanuele I e nel XVIII secolo le campagne varie connesse con la guerra di successione d’Austria e con la Rivoluzione Francese.

  Il quarto elemento che – insieme agli altri di minor conto – ha notevolmente interferito, è la particolare ubicazione di Novi nel complesso del retroterra ligure e cioè proprio allo sbocco in piano della accennata grande strada da Genova per la Lombardia ed in corrispondenza di quel pronunciato saliente  verso Nord che i confini della Repubblica  di Genova  – col Tortonese ed il Monferrato – descrissero per lungo tempo , includendo la piana della Fraschetta , importante per i traffici e la fertilità, e Castel Gazzo per la difesa militare.

  Noi Novesi … meno giovani ricordiamo, infatti, come fino a pochi decenni addietro, a due chilometri a Nord di Novi e ad Ovest della strada per Pozzolo, vi fosse una cascina chiamata appunto <Confini> eliminata in seguito per l’allungamento del campo dell’aviazione.

Per chiudere diremo che, al riguardo, una nostra vecchia Enciclopedia Militare giustamente affermava: < data la sua posizione di città di confine, Novi risentì più di ogni altra parte dello Stato genovese gli effetti delle guerre, delle mutazioni politiche e delle catastrofi sofferte da Genova di cui seguì le sorti.

(fine II°parte)

                                                                            ALBERTO MONTESORO

                                                                                Generale di Divisione


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Antichi eventi di guerra nel novese pt.1

Premessa

Allo scopo di non trascurare alcun argomento di rilievo riguardante il presente ed il passato della nostra Novi, riteniamo non sia fuori di luogo accennare anche – in una breve serie di articoli – ai principali avvenimenti militari che, nel corso dei secoli, hanno interessato più o meno direttamente, la città ed il Novese in generale.

Questa rapida corsa lungo il cammino della storia potrà servire, almeno a ricordarci che, anche in passato purtroppo non poche volte i nostri padri, a causa di eventi bellici hanno vissuto giorni difficili e dolorosi sempre però essi, con la loro fede e la loro virtù seppero onorevolmente superare gravi periodi di crisi e di ansie, dopo i quali la città  e tutto il Novese ripresero ben presto la loro vita  ordinata ed alacre.

Prima di trattare specificatamente dei singoli avvenimenti militari ci sembra opportuno fare un rapido esame di alcuni elementi che, a nostro avviso hanno concorso in maniera preminente a determinare, o meno il verificarsi di eventi bellici nella nostra terra, che, in verità, ne ha visto parecchi.

L’imponente complesso orografico che sorge <grosso modo> entro il grande quadrilatero Genova- Tortona – Piacenza – Luni (la Spezia) e fu chiamato specialmente negli studi militari del secolo scorso “Acrocoro del Monte Antola”, costituisce nel suo insieme, una zona notevolmente elevata rispetto alle circostanti, in alcuni punti piuttosto aspra, scarsa di risorse, poco abitata e con rade vie di comunicazioni importanti, almeno fino a qualche tempo addietro. Si intuisce facilmente, anche da questo breve cenno, che esso deve aver avuto, sempre attraverso i tempi, una rilevante importanza – positiva o meno – nei riguardi umani. Saremmo pertanto qui tentati di affrontare il tema – invero assai affascinante –relativo alle funzioni esercitate attraverso i secoli, nel campo politico e militare, da questa imponente unità orografica che, un po’ selvaggia, si interpone tra quattro delle regioni più popolose e più ricche, – anche nella storia – della nostra Italia e del mondo intero: la Liguria, il Piemonte, la Lombardia e l’Emilia; e potremmo aggiungere anche la Toscana.

Basterebbe infatti, pensare che essa, sotto un certo riguardo, è stata il cuore dall’antica, vita dei Liguri; che con la sua natura rude e relativamente impervia ha certamente concorso a che essi conservassero, nel volgere dei tempi, quella tradizionale rusticità e fierezza che, nell’antichità, li fece assai diversi dai vicini Etruschi e Celti e dai non lontani Latini e ha lasciato non poche tracce anche negli abitanti di Genova e delle Riviere dei tempi odierni.

Essa fu poi il fulcro della resistenza ligure alla conquista romana e favorì, dopo lo sviluppo nel suo seno, delle caratteristiche e, sotto alcuni aspetti, ancora un po’ misteriose, unità romane di Libarna e di Velleia. La prima delle quali ancora oggi mostra i suoi gloriosi ruderi tra la dilagante modernità delle vie ferrate e delle autostrade nei pressi di Serravalle, che da essa ha voluto prendere la specificazione; la seconda ha tuttora il suo nome legato alla celebre Tavola Alimentaria di Traiano, una dei più cospicui resti della romanità, rintracciata nel 1747 da un contadino nelle colline a sud di Piacenza, dove sorgeva l’antico centro, già ligure e poi romano.

Nel Medio Evo, poscia, si originarono e si costruirono nel suo ambito la Marca Obertenga prima, la feudalità malaspiniana dopo, e, infine quelle tipiche formazioni politiche medioevali che sono i già accennati ”Feudi Imperiali” delle Valli Borbera,  Scrivia e Trebbia : essi quasi miracolosamente , riuscirono a protrarre molto a lungo la loro esistenza anche nell’Evo Moderno, cioè sino al sopraddetto anno 1797.

E non meno dovremmo dilungarci qualora volessimo passare ad esaminare le funzioni esercitate attraverso i tempi dell’acrocoro dell’Antola, oltre che nei riguardi della politica, anche in quelli delle operazioni militari nell’alta Italia. – Ci limiteremo a raccontare due soli esempi, uno antico ed uno recente, interessanti ambedue i campi e dimostranti l’importanza avuta sempre dal grande ostacolo dell’Antola interponentesi fra il Mar Ligure ed il Po.

Sappiamo che i Romani raggiunsero primieramente Genova, per via di terra, non da sud (cioè per la riviera di Levante, come a prima vista verrebbe di pensare) ma da nord, cioè da Piacenza – Dertona (Tortona). Essi a tal fine, costruirono la via Postumia, che da Dertona stessa, attraversata Libarna, scavalcava la displuviale appenninica nella zona dell’attuale Passo della Bocchetta e raggiungeva alla fine la Valle Polcevera a Pontedecimo che vuolsi abbia derivato il nome dal latino <Ad ponte decimum> perché era sorto al decimo ponte o al decimo miglio da Genova sulla Postumia stessa.

Ora , anche in seguito, quando con grande fatica (a causa appunto dell’asprezza delle estremità meridionali dell’acrocoro dell’Antola, costituenti l’ossatura della Riviera di Levante e che, come noto, cadono in certi punti quasi a picco sul mare) riuscirono a prolungare la Via Aurelia da Luni a Genova, i Romani si guardarono bene dallo spostare qui l’asse fondamentale  dei loro collegamenti coll’Italia Nord Occidentale e poi anche con l’oltralpe (Gallia, ecc.) ben convinti che per le difficoltà del terreno ne sarebbe conseguita una sicura grave crisi.

Detto asse continuò ad essere rappresentato dalle due classiche Via Flaminia e Via Aemilia Lepidi, con Piacenza nodo stradale principale. E in conseguenza, come di recente ricordato, in una delle sue pregevoli pubblicazioni, l’insigne storico genovese Teofilo Ossian De Negri, <Genova nell’età romana>, rimase sempre un po’ fuori dal grande traffico terrestre.

E per venire ai giorni nostri, tutti noi ricordiamo che sulle giogaie e nelle valli dell’Antola e del Penna trovò le sue sicure basi la resistenza ligure, pavese ed emiliana: e la prima ebbe tanto vigore da imporre alla fine la resa delle truppe tedesche in Genova prima dell’arrivo degli Alleati attardati anch’essi dalle difficoltà che alla loro avanzata oppose l’aspra Riviera di Levante.

E’ proprio chi scrive ricorda, non senza soddisfazione, di avere comandato le truppe della guarnigione di Genova che, in una luminosa giornata dell’ormai lontano 1947, in piazza della Vittoria, al termine di una solenne cerimonia, per prime presentarono le armi al Gonfalone della Superba poco avanti decorata della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Con riserva, quindi di accennare eventualmente , con qualche maggiore ampiezza, ai suddetti suggestivi temi in altro articolo , qui ci basterà osservare che l’imponente e relativamente impervio complesso montano dell’Antola, interponendosi pesantemente tra il Mar Ligure (Riviera di Levante) e la riva destra del Po (Stretta di Stradella) ha costituito sempre una barriera di ostacolo pressoché insuperabile per ogni grande spedizione militare tendente, in genere, dalle Alpi Occidentali e dal Piemonte verso la pianura padana centrale (Lombardia ed Emilia) od orientale e verso l’Italia Centrale e Meridionale (Roma, Napoli, Sicilia e viceversa.

Possiamo affermare che tutti i grandi condottieri hanno saputo valutare nel suo giusto valore questo ostacolo naturale dell’Antola e hanno evitato, sia il suo attraversamento, sia il suo aggiramento a sud per Genova e la tormentata Riviera di Levante. Tutti hanno preferito passare a nord: i più avanzando sulla riva sinistra del Po (Annibale. Carlo VIII, Carlo Magno. Ecc.) qualcuno più ardito e manovriero, per la stretta di Stradella abilmente sfruttata.

Ricorderemo tra questi ultimi due condottieri eccelsi e manovratori accorti e decisi quanto altri mai: Principe Eugenio di Savoia, sommo Capitano degli Eserciti Imperiali Austriaci e Napoleone Buonaparte.

Il Principe Eugenio nel 1706, passò arditamente perla stretta di Stradella nella sua celeberrima marcia dal Veneto al Piemonte, nel corso della quale seppe sfuggire agli eserciti francesi che poco dopo, unitosi alle truppe del Piemonte comandate dal Duca Vittorio Amedeo II,  batté clamorosamente nella grande battaglia – a fronti rovesciate – di Torino, dalla quale più di uno storico vorrebbe fare iniziare gli esordi del nostro Risorgimento Nazionale, e che è ricordato dalla nota Basilica

di Superga.

Il Generale Buonaparte, a sua volta, nel 1796, messo fuori causa il Piemonte, nonostante la sua eroica resistenza, si volge contro gli Austriaci: ingannatili con false manovre circa una sua possibile intenzione di passare il Po a Casale, si getta a marce forzate per la stretta di Stradella, supera il Po nella zona di Piacenza e corre a dare la famosa battaglia sull’Adda, al ponte di Lodi, che vittoriosa gli apre la strada del Milanese e dell’intera Italia.

Ed ora venendo finalmente a concludere per quanto specificatamente interessa la nostra Novi ed il Novese diremo che, essendo essi situati, come già detto, nell’estremo lembo sud  della piana di Marengo , coperti verso oriente da questo grandioso baluardo naturale dell’Antola, si sono trovati , automaticamente in un canto, diremo così, riparato , in una specie di angolo morto, rispetto le grandi operazioni di guerra svoltesi in passato nella pianura padana, ed in genere dell’Alta Italia e non aventi per specifico obiettivo Genova.

Verrebbe qui la pena di ricordare al riguardo la umoristica definizione che <di angolo morto> davano i vecchi, fieri combattenti della prima guerra mondiale: <l’unico luogo in cui si rimane vivi! >

(I°parte – continua)

Tratto da NOVINOSTRA 1961/3

                                                                              ALBERTO MONTESORO

                                                                                  Generale di Divisione


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