La banda del buco a Novi Ligure

di FRANCESCO MELONE

Non molto tempo fa, negli anni Cinquanta del secolo scorso, nei pressi del cimitero di Novi Ligure c’era lo sbocco delle fognature urbane e da una galleria a volta di mattoni, alta quanto un uomo, usciva tra due profonde ripe folte di arbusti e di erbe selvatiche un rivolo d’acqua fetida, che si perdeva nella campagna in quel punto brulla e solitaria. Da questa galleria, per anni, ogni sabato notte entravano nel sottosuolo gli scassinatori della Banca Popolare di Novara, per uscirne all’alba della domenica seguente. Ne sono usciti per l’ultima volta all’alba del 26 dicembre del 1955 con un bottino, costituito da 180 milioni di lire in Buoni del Tesoro più 3 milioni in contanti, stipato dentro una valigia di fibra. Si tenga conto che allora lo stipendio medio di un impiegato era di 50-60 mila lire.

L’episodio suscitò molto scalpore in una città tranquilla come Novi e i meno giovani lo ricordano ancora in tutti i particolari, descritti dalla stampa.

L’aspetto singolare di tale rapina è dato dal fatto che l’impresa si concluse dopo un lavoro durato almeno quattro anni. Infatti si sa che nel 1952 coloro che agirono in quella notte di Natale erano già entrati nelle fogne della città, perché il titolare dell’allora cotonificio Cozzi, un giorno di quell’anno, fu avvertito da un suo dipendente che sotto ad un cortile dello stabilimento si sentivano ogni tanto, notte tempo, strani rumori e qualche volta anche suoni smorzati di voci. L’industriale ne informò i Carabinieri: sotto a quel cortile passava un tronco di fogna, con una sorta di stanzetta circolare, dalla quale si dipartivano diverse gallerie. I militi vi trovarono, abbandonato in quel vano, parecchio materiale di indubbia destinazione delittuosa, per cui si pensò alla preparazione di un furto ai danni della cassa del cotonificio.

Per parecchie notti i carabinieri organizzarono debiti appostamenti, ma senza risultato, per cui si suppose che i presunti ladri, accortisi di essere stati scoperti, avessero abbandonato l’impresa. Comunque, ad un imbocco delle fogne, che si apriva in campagna alle spalle del cotonificio, venne applicata una robusta griglia e nessuno ci pensò più.
Invece, i misteriosi visitatori del sottosuolo del cotonificio erano proprio gli uomini della banda che doveva attaccare la Banca Popolare di Novara. Utilizzavano la stanzetta sotto al cortile, che era a pochi passi dal punto di ingresso, per depositarvi gli arnesi del mestiere e per cambiarsi d’abito: quella era la base di partenza e di arrivo. Dopo il sopralluogo dei carabinieri, non abbandonarono il loro disegno, ma ne variarono soltanto il percorso iniziale, trovando un’altra via d’accesso, quella del cimitero.

L’itinerario seguito dai rapinatori misurava un paio di chilometri o poco più, ma il cammino era molto disagevole: le gallerie non hanno tutte né la stessa altezza, né la stessa larghezza, talvolta bisognava chinarsi fino a quasi strisciare, talvolta occorreva passare di taglio con le spalle appoggiate al muro; c’erano passaggi in cui l’acqua putrida arrivava al ginocchio, pozzetti in cui si rischiava di affondare fino al collo, oltretutto tra esalazioni mefitiche e nell’oscurità appena rischiarata dai lumi ad acetilene. Si è stimato che per coprire l’intero percorso si dovessero impiegare circa due ore, mentre pare che per ogni notte di lavoro in quel sottosuolo il compenso fosse di ventimila lire e che alcuni contrassero misteriose malattie.
Le difficoltà ed il disagio di questo cammino spiegano il motivo per cui, dopo il colpo, i ladri abbandonarono sul posto tutti i loro attrezzi, costituiti da merce ingombrante e pesante, tra le quali uno scafandro, una bombola di ossigeno, un cannello ossiacetilenico e un martinetto idraulico. Tale materiale offrì la prima traccia che portò all’individuazione dei colpevoli. Infatti, una volta stabilito, e non fu difficile, che il tutto proveniva da Genova, occorreva identificare dove era stato acquistato e colui o coloro che ne avevano fatto l’acquisto. Per quanto faticosa, l’indagine diede un primo risultato: il compratore si chiamava Giuseppe Ghiggi, vecchia conoscenza degli organi di polizia, anche se non era mai stato implicato in grossi reati.

Il Ghiggi era un individuo sulla sessantina, appartenente ai quadri della malavita genovese, ma non in grado di poter organizzare e finanziare un’impresa come quella di Novi, e così gli inquirenti, per arrivare ai complici, si limitarono a farlo sorvegliare giorno e notte. Il risultato fu che in un tempo relativamente breve furono scoperte le fila dell’intera organizzazione. La banda era costituita da due finanziatori, ben noti nell’ambiente del porto genovese, largamente forniti di denaro: Serafino Macchiavello e Cinzio Rabotti; gli esecutori materiali, ingaggiati dal Ghiggi, erano invece personaggi, che lavoravano onestamente e modestamente per l’intera settimana, mentre il sabato pomeriggio non si riposavano giocando e bevendo all’osteria, ma si recavano a Novi con un’automobile di proprietà del Machiavello, per farsi poi vedere nella tarda domenica seguente nei locali pubblici di Genova.
Infine, tra i finanziatori e gli esecutori materiali c’era un tramite, la mente dell’impresa, l’uomo, il cui nome diede agli investigatori la sensazione che la pista che stavano seguendo era quella giusta: quel nome era Eugenio Porchetto. Infatti il signor Eugenio, dall’espressione arguta e dal sorriso pronto e cordiale, con l’ampia fronte incorniciata da bianchi capelli, aveva un passato noto ai carabinieri, un passato che riguardava la Banca Commerciale Italiana.

La notte di Natale del 1924, partendo dal sottosuolo, alcuni ladri erano penetrati nella camera blindata della filiale genovese della B.C.I. e ne erano usciti indisturbati con un bottino ingente. La direzione della banca non rivelò mai l’importo esatto del danno subito: si parlò di 170 milioni di lire, ma certamente si trattò di una cifra maggiore. Uno degli autori del furto era il Porchetto, che fu identificato, arrestato, riconosciuto colpevole e condannato a sei anni di carcere.
Scontata la pena, senza aver mai rivelato che fine avesse fatto la refurtiva, il Porchetto fece di tutto per entrare nell’ombra, invecchiò tranquillamente, dedicandosi a piccole attività commerciali. Da ultimo era diventato socio in una piccola falegnameria, dandosi molto da fare per ingrandirla. È probabile che la sua seconda impresa “natalizia” servisse ai suoi programmi o semplicemente ad assicurargli una ben fornita vecchiaia.

Identificati gli individui con cui avevano a che fare, i carabinieri non operarono alcun fermo, per arrivare anche ai probabili ricettatori e ricuperare tutti i titoli rubati. Si scoprì che lo scambio doveva avvenire in una villa della riviera di Levante. Infatti la sera del 9 giugno 1956 due componenti della banda si recarono alla villa, dove, insieme al ricettatore, furono sorpresi in fragranza dai carabinieri, armi alla mano, guidati da due ufficiali del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Genova. In cambio dei 180 milioni di Buoni del Tesoro l’acquirente stava per versare 100 milioni di lire in contanti. Mancavano però i tre milioni liquidi: almeno le spese erano state coperte. Contemporaneamente in vari punti del capoluogo ligure tutti gli altri membri della banda venivano arrestati. In poco più di cinque mesi gli investigatori avevano brillantemente assicurato alla giustizia tutti i colpevoli.

Gli arrestati hanno confessato la loro colpa, tutti salvo Eugenio Porchetto, che negò sempre la sua partecipazione al colpo, nonostante le stringenti contestazioni degli inquirenti, valendosi anche di una presunta o vera sordità, dovuta ai suoi settantuno anni d’età (oggi si direbbe “avvalendosi della facoltà di non rispondere”). Troppi i suoi anni per andare nuovamente in prigione, ma soprattutto con il rammarico di un risultato fallito, ben diverso da quello della rapina alla banca genovese.

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