La Giurisdizione del Lemmo

di FRANCESCA MUSANTE

Nel gennaio 1798 a Genova, occupata dai francesi di Napoleone, viene costituita, per volontà dei comizi del Popolo, la Repubblica Ligure, che sostituisce l’ultra centenaria aristocratica Repubblica Genovese. Durerà fino al giugno 1805, quando verrà incorporata nell’Impero Francese, salvo una breve parentesi di pochi mesi tra il 1799 ed il 1800, a seguito delle sconfitte dei francesi in alta Italia e prima della battaglia di Marengo (14 giugno 1800).

La filza 305 del Fondo Repubblica Ligure dell’Archivio di Stato di Genova contiene la corrispondenza indirizzata dai Giudici Cantonali ai Provveditori delle Giurisdizioni dell’Entella e del Lemmo per gli anni 1803 e 1804, sesto e settimo della Repubblica Ligure.

Il Provveditorato del Lemmo aveva sede a Novi e controllava anche i giudici risiedenti nei territori che erano stati  fino a pochi anni prima Feudi Imperiali.

Infatti, in una missiva del 9 marzo 1803 è detto che da due mesi e mezzo il precedente tribunale ha cessato le sue funzioni e in un’altra, del 24, si precisa che, nonostante le nuove norme, il Tribunale del Lemmo non ha tralasciato di occuparsi “anche per obbligo del proprio uffizio, dei processi e cause riguardanti i costì detenuti per i quali è stato ricusato il giudice”.

“Novi, li 9 marzo , sesto della Repubblica Ligure.

Il tribunale di Giurisdizione sul Processo di Giovanni Gatto nominato il Bullo.

Dalla sala della sua Presidenza, E. Gil, Presidente del Tribunale Civile e Criminale  della Giurisdizione del Lemmo”, scrive “al Senator Presidente del Magistrato di Giustizia e Legislazione…….per aver  gli opportuni……schiarimenti ed avvertimenti… si fa con premuroso dovere…..per mezzo di Voi, Senatore Presidente…….

Mandò questo soppresso Tribunale Civile e Criminale al cessato Tribunale Speciale per delitti di grassazione e rapina, sotto li 20 9brep.p. voto contumaciale contro il citt. Giovanni Gatto d° il Bullo processato e costituito reo dall’istesso Tribunale di furto qualificato commesso a danno del cittadino Angelo Cavallo e che mentre per maggior sicurezza per ordine diquesto Commiss.Straordinario Gaulis era trasportato nelle carceri di Genova, fuggì dalla forzadella giustizia e basandoil suovoto ileffractoribus carcerum. De modo et forma prefato soppresso Tribunale sullo Statuto de procedendi contra accusatos vel inquisitos contumaces, de juribus e  altre leggi analoghe, li aveva inflitta la pena di fucilazione”.

Nel 1803 fra i funzionari ce ne sono ancora molti francesi, ma i loro nomi non appariranno più l’anno successivo, segno della progressiva stabilizzazione del nuovo assetto dello Stato.

La giustizia era lenta anche allora, per quanto ciò fosse scusabile dato il periodo di grandi sconvolgimenti.

Il 3 febbraio 1803  l’Accusator Pubblico del Centro scrive al Tribunale Civile e Crimimale del Lemmo (E. Gil, Presidente) ricordando di aver già fatto presente che non si erano ben valutate le deposizioni di alcuni imputati dei quali si dispone solo di una “stragiudiziale confessione” per fatti avvenuti nell’agosto del 1800 e che si deve anche “provare la cattiva qualità di Giov. Gatto detto il Bullo in genere di furto con testimoni i quali indichino i fatti e’ quali è originata detta cattiva qualità”.

Il 5 febbraio, il Tribunale Speciale (Lazotti, Presidente; Pier Francesco Gotelli,Cancelliere) dichiara si soprassieda dall’inquisizione e incarica il Tribunale del Lemmo di “supplire a termini delle informazioni che verranno date dall’Accusator Pubblico del Centro”.

Ma il processo non si conclude, viene solo unito ad altri e chissà se mai sarà stata provata la cattiva qualità del “Bullo”.

Sono, appunto, anni di transizione e quindi di confusione, di circolari e decreti, di dubbi[1] e timori per i poveri giudici che quotidianamente inviano dispacci da Ronco, Savignone, Rocchetta o Gavi al Provveditore in Novi, il quale spesso si vede costretto a chiedere a sua volta lumi a Genova al “Senatore Presidente del Mag.o di Giustiz.a eLegislaz.e” della Repubblica Ligure.

Questa corrispondenza riguarda gli argomenti più disparati che vanno dai “premi daversarsi a gendarmi” al “decreto che restringe il numero delle stampe” o ancora, alla “tassa personale”, alle “spese nazionali” e all’amnistia[2], ma viene chiesto ai giudici anche di raddrizzare torti e sanare ingiustizie.

In ambito famigliare, ad esempio, come per Vittoria Ighina di Rocchetta,  la quale scrive che, essendole morto il padre, il nonno e lo zio le avevano promesso la dote quando si era sposata con Francesco Delucchi, ma tardavano a dargliela mettendola in una imbarazzante situazione di fronte al marito e alla sua nuova famiglia (“vergognandosi dei gratuiti sostentamenti che giornalmente ritrae dalla casa del proprio marito composta di altra numerosissima famiglia…”).

O in ambito politico, come per il cittadino Giovanni Torre che deve a malincuore, lamentarsi del giudice di Rocchetta:  “per quanto si sia adoperato per evitare un disgustoso, ma altrettanto giusto ricorso contro il giudice di quel Cantone…”. Firma “il Petizionario”, ma dimentica la data.

La prima cosa che colpisce noi lettori del XXI secolo è lo stile eccessivamente cerimonioso pervaso da un’umiltà così smaccata, e siamo in repubblica dopo la Rivoluzione Francese, da indurci a riflettere su come sarà stata la forma dei rapporti gerarchici ai tempi dei governi assoluti. Se un sottoposto deve abbassarsi a tali formule umilianti nei confronti di un superiore gerarchico, come si rivolgevano nei secoli precedenti ai feudatari? Ecco una richiesta di chiarimenti inviata il 27 ottobre 1804 dal giudice Pernigotti: “Esaminato il disposto dello Statuto Criminale di Genova sotto le rubriche De modo procedenti contra accusatos, vel iniquis contum….e De executione sententia, vel editi contra exsules….in mezzo a tali dubbi….ricorro al vostro Oracolo per ottenere gli opportuni e relativi schiarimenti in attenzione ai quali mi do’ l’onore di protestarvi….”. Questa forma esagerata di ossequio era già presente nella prosa dei funzionari francesi rilevabile, ad esempio, nella citata missiva del 24 marzo 1803 scritta dal presidente E. Gil da Novi, nella quale è interessante rilevare anche i sopranomi dei rei.

“Giuseppe Pozzuolo detto il “Zoppo di Brigida” e Andrea Giuffra di Genova che sono tutt’ora in queste carceri di Novi, il primo come complice di furto qualificato commesso in compagnia di Francesco Pozzuolo detto il Salamino e di Angelo  Ramponi”.

Altri inquisiti dal tribunale del Fisco sono Pietro Cattaneo detto Pecorella, Giuseppe Grimaldo detto Bambana , Carlo Cipparello detto Gipponino, Domenico Gazzo e Carlo Rossi.

Esclusi Gazzo e Rossi, gli altri “sono così leggermente indiziati per quanto finora ha ritenuto il nostro tribunale che converrà dimetterli….quando, però ,il Magistrato opini diversamente, non avremo che da eseguire li venerati suoi ordini, in attenzione dei quali passa a protestarvi

Rispetto e considerazione.

E: Gil Preside”

Un’altra particolarità, ma questa chiaramente  post-rivoluzionaria, riguarda la prima riga di ogni lettera o circolare che presentano invariabilmente le parole: Libertà, alla sinistra e  Eguaglianza, alla destra, per terminare con la frase: “Salute e rispetto” o più raramente: ” Salute e ossequio”. La maggior parte dei documenti di questa filza sono semplici ricevute di circolari o richieste di spiegazioni sulla loro applicazione, ma si incontrano anche blocchi di corrispondenza per qualche fatto eclatante che riguarda l’amministrazione della giustizia in casi abbastanza diversi tra loro, però indicativi della società del momento e della vita nelle valli nell’entroterra. Spesso la corrispondenza riguarda condanne alla fucilazione, ma fortunatamente, i rei sono quasi sempre in contumacia.

-9 agosto 1804, “è stato condannato alla pena di fucilazione e nella confisca di tutti i beni per sentenza contumaciale degli 11 agosto1803 contro Antonio Tavella q. Gio.B. di Vobbietta, soprannominato Palladino…”

-13 agosto 1804, il tribunale di Savignone condanna alla fucilazione in contumacia Giuseppe Musso detto il Diavolo e suo fratello Nicolò.

Negli anni 1803 e 1804, era giudice in Ronco Maurizio Corazza, che, non amando molto assumersi responsabilità, tempestava il Tribunale di Novi di missive che testimoniano anche i suoi fantasiosi rapporti con la sintassi, la punteggiatura e l’ortografia.

Il Giudice Civile e Criminale del Cantone di Scrivia

Al Magistrato Supremo

Cittadino Presidente

Nel sospeso tribunale di Savignone essendosi compillato processo  Criminale contro certo Giuseppe Tamagno appellato Ballano di Busalla prevenuto di violenza pubblica e privata nel detto Cantone e di una concussione nel Cantone di Ronco doveva così in oggi passare alla spedizione di detta causa , nasce il dubbio se questa sia devoluta al Giudice di Ronco o a quello di Savignone ove ritrovasi detenuto detto Tamagno.

Per procedere con sicurezza, mi sono stimato in dovere di ricorrere alla saggia vostra decisione a scanso d’ogni nullità si potesse correre per difetto di Giurisdizione….

Degnatevi compatirmi in tale emergente i vostri lumi per mia quiete e per ogni altro riguardo alla retta giustizia di detta causa.

Spero che vi compiacerete gradire quest’atto di rispettosa richiesta mentre passo con la maggior stima ad augurarvi

Salute e rispetto  

Giudice Maurizio Corazza

Ronco,li 26 marzo 1803 anno 6°

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 Il Giudice del Cantone di Ronco

  Al tribunale Supremo

 Cittadini Senatori

Nel Cantone di Ronco sotto il giorno dieci del mese di Marzo 1803.circa le ore 24, passarono quattro uomini armati creduti assassini, e all’indomani seguì una grassazione nel torrente Seminella a danno di alcuni mulattieri, per fatto di quattro Grassatori. Nel giorno stesso al dopo pranzo ne seguirono altre due sulle vicinanze dell’Isola dello stesso Cantone, a danno d’altri due viandanti.

Nel procedere per detti fatti colla maggiore circospezione giacché mancava la forza riuscì, nel giorno 26; ventisei Giugno p:p: di coglierein una Cassina del Comune di Borlasca due diffamati per rei di tali delitti, uno de’ quali rimase ucciso, e l’altro col Ricettatore condutti nelle Carceri di Nove, in deficienza di quelle di Ronco.

Per tal fatto si procedette alla visita, e ricognizione del Cadavere, e questo fù riconosciuto per certo Nicollò Pessino d’Arquata, il socio per Paolo Bottaro di Voltaggio, ed il Ricettatore per Girolamo Tavella dell’Isola, e quindi a seguito delle informazioni avute furono spediti alli detti Carcerati li opportuni mandatid’ arresto in Nove per la succenata deficienza in Ronco.

Il Processo del Ricettatore è ridotto alla diffesa, quello delli assassini resta pur’anche alla terza parte del processo per la difficoltà di aver li Testimoni, e derubati d’altrui giurisdizione, ad onta d’ogni mia premura per identificare i luoghi e delinquenti; oltre di che essendo pervenuto a notizia di questo  Agente Fiscale, che in occasione di tale arresto siansi ritrovati alcuni effetti presso li stessi assassini, e che fossero tramandati alla Curia di Serravalle, credetti esenziale di richiamarli per corroborare li indicij fiscali, onde spedii l’opportuno invito a quel Giudice per averne l’intento, ed ebbi un riscontro, da cui pare,che attesa la processura delli stessi assassini nella sua Curia si possa differirne la trasmissione, o ripeterla dal suo ex Cancelliere; Essendomi per tanto nato dubio se l’una , o l’altra di dette processure debba tacere e quale di esse debbapreferirsi a scanso di nullità; mi sono deliberato rimettervi il processo, o siano processi cumulati in questa Curia, affinché vi degnate di fare quella dichiarazione  che stimerete di giustizia richiamando a Voi, se così vi aggrada anche li atti della Curia di Serravalle, per farne il parallelo sulle ragioni della competenza di ognuno per il più pronto disbrigo.

Non stupite se ne così dubii importanti ed intralciati implorerò sempre i Vostri Lumi, poiché amo piutosto d’eccedere nella circospezione  che azzardare colla giustizia le convenienze competenti alla mia curia.

   Salute ed ossequio                                                                              

Dato dall’ufficio di Ronco 21 9bre 1803

M° Corazza Giudice      Michele Da Cavi Canc.

Dato che nei secoli scorsi si era per necessità risparmiatori, le risposte venivano scritte sul retro delle missive, per cui, voltando il foglio, troviamo la risposta del 3 dicembre 1803, in cui il Magistrato dice al Giudice della Giurisdizione del Lemme che, dopo aver preso le opportune informazioni, decida lui.

Il Presidente Morchio, per non essere da meno dei suoi superiori, annota che il Senatore Alvigini “scriva quelle lettere che stimerà….”.

E il Giudice Corazza è al punto di prima.

Ma pensando, forse, che i magistrati dovessero meritarsi lo stipendio che prendevano, continua imperterrito a consumare la carta dello Stato e la pazienza dei suoi superiori.

Infatti il 25 ottobre del 1804, il Provveditore della Giurisdizione del Lemmo scrive al Senatore Presidente del Mag.° di Giustizia e Legislazione:

“Mi stimo in dovere di rendervi informato di un invito pressante, avuto dal Giudice del Cantone di Ronco,….”che voleva trasferire nelle carceri della Centrale il detenuto Antonio Grosso, socio dei delitti di Bottaro, il quale, essendo di Voltaggio stava subendo il processo con il giudice di quel paese.

A parte il fatto che, come risponde il Provveditore, la legge del 1803 era molto esplicita per quei casi,” le circostanze poi di un Reo, qual è il Soggetto, di cui si tratta, Uomo carico de’ i maggiori delitti, fra i primari Briganti di questa Giurisdizione…e che ha da pochi giorni attentato di evadersi con rottura da queste Carceri mi hanno vieppiù confermata  la necessità di tenerlo anche sotto più severa custodia, e di non doverlo in verun modo azzardare al pericolo, che si potrebbe incontrare nel di Lui tragitto d’andata, e ritorno da questo Capoluogo alla Centrale”.

E come se non bastassero le perplessità dell’amministrazione ordinaria, le circostanze complottano contro di lui creandogli anche dei casi di coscienza, che puntualmente cerca di scaricare o sui suoi superiori o addirittura sui giudici dei Cantoni vicini complicando il lavoro dei magistrati.

Il 30 gennaio 1804 il cittadino Ignazio Poggi q. Giovanni subisce una grassazione e quindi sporge denuncia, ma il Poggi è cugino del Corazza, il quale, per mostrarsi zelante, trova subito un testimone, tal Giovanni Gallino di diciassette anni, che, però, non gli sembra sincero. Lo mette quindi in carcere in attesa di accertamenti e invia la pratica al giudice di Savignone, sperando in questo modo di evitare il processo nella sua curia. Il giudice di Savignone non è naturalmente d’accordo e comunica tutto ai superiori. Dal 15 maggio al 16 luglio, si susseguono le missive, anche a volta di corriere, per un totale di quattordici.

Il Corazza deve giustificare il suo operato e lo fa con il suo solito stile contorto:

“e siccome il detto Ignazio è mio Cuginocommecchè figlio di una sorella di mio Padre, però avendo osservato la legge organica sull’ordine giudiziario, ed essendomi insorto dubio se in tale caso possa essere impedito su detta procedura, rimetto a Voi parte del detto processo….” (23 maggio1804);

“Per mia verissima giustificazione vi rimetto Copia del Processo Gallino da voi richiestomi….Vi prevengo che parte di detto Processo è stato presentato al Mag. Di Giustizia e Legislaz. per qualche difficoltà insortami prima di procedere….

Dal d. Processo rileverete i Motivi che mi hanno mosso a decretare il Mandato di arresto contro detto Gallino si in fatto che à ragione, e così in fatto la giurata deposizione del derubato in istato di Malatia, e la di costui provata buona voce, e fama con le circostanze concomitanti per crederla veridica, coroborata con la deposizionedi così Testimonio  giurato, che parlò collo stesso, lo vide che andava verso il luogo del fatto seguito colla Mula, e sito noto, e coincida colli connotati dati dal derubato, lo ha descritto come è e quindi riconosciuto per quello, che passò poco prima del fatto seguito, e le parlò, la circostanza del modo della Crassazione commessa da persona conosciuta, la mula del medesimo nel sito della commessa grassazione, ed altre  circostanze rilevate in processo.

A queste si aggiungono le deposizioni come testimonio fatte dallo stesso Gallino tutta non vera, inverosimili, affettata, si aggiunga ladifficoltà di ritrovare…” (16 giugno 1804).

Non sapendo come scagionarsi, il povero giudice intanto inciampa sempre più nella grammatica e nella sintassi. Buon per noi come per i magistrati d’ allora che il Vice Provveditore scrive, il 16 luglio, alcune chiare righe sulla vicenda:

“Dietro aperto processo criminale nella Curia di Ronco a motivo di percosse e derubamento seguito a danno del cittadino Ignazio Poggi, fu citato in qualità di testimonio, Giovanni Gallino di Tomaso in età di anni 17.

Contemporaneamente all’ esame, fu il predetto Gallino da quel giudice Maurizio Corazza li 18 maggio p.p. decretato d’arresto e trasmesso nelle carceri di Savignone.

I reclami del padre del detenuto presso il Provv. furono in causa che il predetto giudice Corazza dichiarasse la parentela col… Ignazio Poggi e che la pratica fosse tramandata al Vostro Mag. Di Giustizia e Leg….”

Dato che il ragazzo è sempre in carcere, il padre denuncia al Vice Provveditore residente in Ronco l’irregolare procedura del giudice, sottolineando che il figlio era solo un testimone e, in più, minorenne.

Il Vice Provv. Gropelli, invia il giorno stesso il ricorso  al Senatore Presidente del Magist. di Giust. e Legisl. e chiede al giudice Corazza la documentazione sul processo.

La confusa lettera di risposta del 16 giugno, l’abbiamo vista prima. Sono passati pochi anni dalla Rivoluzione Francese, che avrà liberato popoli e idee, ma non ha cancellato la burocrazia per cui il carteggio fra Ronco e Novi continua con buona pace del ragazzo  sempre in carcere.

Il 18 giugno il Vice Provveditore Gropelli sollecita al Provveditore della Giurisdizione del Lemmo una decisione. Ecco la risposta del 20 giugno da Novi:

“Il giudice di Ronco avendo convenuto della ricusazione promossa dal carcerato Gallino, si rifà all’articolo 3° fra gli addizionali del 1° giugno 1803……non si può dare alcuna provvidenza sulla domanda avanzatami dal Gallino prima che uno dei due giudici viciniori al giudice ricusato abbia assunto il processo pel quale….citato come testimonio e fatto in seguito carcerato…..”

Quindi, al momento, le carte del processo tornano al giudice di Ronco che, non dandosi per vinto, il 27 giugno le rispedisce al “Citt. Provv. nella Giurisdizione del Lemmo”.

“Perché non si attribuisca a mio difetto il ritardo della causa Gallino a voi nota, vi  rimetto la copia del Processo ritornatami dal Giudice di Savignone viciniore ….allegando in sostanza di non essere per anche in diretta causa Giudice Competente….a scanso dei minacciati reclami del Gallino….

Salute e rispetto”.

Due giorni dopo, il vice Provveditore Gropelli chiede consiglio al Provveditore della Giurisdizione del Lemmo, in quanto si trova nella necessità di rinviare una seconda volta il Processo del detenuto Gallino, perché“ il Giudice di Ronco non ha rimesso la risposta del giudice di Savignone e quest’ultimo non ha registrato gli atti della causa con un suo decreto nel modo più coerente alle disposizioni di legge.”

Il 7 luglio 1804 riceve dal Provveditore Cambiaso, che evidentemente sta perdendo la pazienza,  la risposta in questi termini:

“Non so comprendere come in faccia di una così chiara disposizione di Legge qual è quella contenuta nell’art.3° degli addizionali…., non debba aver potuto ottenere il  detenuto Gio. Gallino di Tomaso l’elezione di un Giudice in cui rivolgere le sue Istanze per l’ultimazione del Processo che si va costruendo contro di lui dopo  la ricusazione che ha fatta del giudice di Ronco e che lo stesso ha ammessa. Nella lettera del 17 giugno che mi comunicaste vien detto che il giudice di Savignone, stato scelto fra i viciniori giusta lo stabilito dalla legge, ha allegato di non poter essere giudice competente e che quindi ha ritornato gli atti che gli aveva trasmesso il giudice di Ronco. Credo che ciò possa esser per equivoco non dovendo esso giudicecosa alcuna, ma solamente eleggere una surroga in luogo del giudice ricusato per questa pratica uniformandosi agli articoli addizionali indicatidi sopra. Vi rimando pertanto il processo…. Invitandovi di schiarire la cosa al nominato giudice di Savignone onde il detenuto non soffra una troppo lunga indebita carcerazione….”

Il 12 luglio il giudice Pernigotti del Cantone di Savignone scrive al Gropelli:

“Se il Giudice di Ronco si fosse compiaciuto di trasmettere a Voi unitamente agli atti  della Causa Criminale…. la lettera colla quale furono da me ritornati, avreste da quella rilevato li motivi dell’allegata mia incompetenza….”

Che spiega per tre pagine citando a supporto tutte le leggi del caso.

L’ultima missiva del plico, del 16 luglio, un estratto dall’originale esistente presso il cittadino Giudice di Ronco, è inviata dal giudice cantonale di Savignone al cittadino De Gaspari, Capo Aggiunto, il quale annota che“non vi sono negli atti motivi per ricusare un giudice né tanto meno un giudice può ricusare sé stesso.”

Chissà dove sono finite le altre lettere e chissà se il giovane Gallino era o no colpevole. Ma, a sette mesi dalla sua testimonianza., era ancora in carcere. Certo che i Magistrati di Giustizia e Legislazione ne avevano di lavoro da fare con Corazza.

La filza 305, comprendendo solo atti relativi agli anni 1803 e 1804, non permette di sapere per quanto tempo abbia esercitato la sua professione ed espresso i suoi dubbi il giudice che non sembra aver portato a termine molte pratiche, ma certo ha tenuto in attività i cancellieri e i corrieri postali.

Note

[1] Il 27 giugno 1803 a Gavi, analizzando la circolare sulle leggi riguardanti i giorni di festa, il giudice, ben sapendo che sono considerati festivi i giorni in cui vige l’obbligo di Messa, si chiede, però, se in quei giorni sono o non sono permesse le opere manuali .

[2] Ronco, 11 luglio 1803, anno 7°: Groppelli, vice Provveditore della Giurisdizione del Lemmo, residente in Ronco , accusa ricevuta del Decreto sull’Amnistia al Senatore Presidente del Magistero di Giustizia e Legislazione.

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