La leggenda della principessa Gavina

di ANDREA MERLO

Si è più volte dibattuto il tema di una reale esistenza della principessa Gavina, la bella e giovane rampolla reale capace di dare il nome a Gavi, la città che l’aveva ospitata, quando era giunta, fuggiasca, dalla sua corte provenzale.

Ella non figura nella storia e di lei ci narra soltanto la leggenda, con una vicenda intrigante e suggestiva, capace di suscitare curiosità e interesse, anche se priva di riscontri certi.

E’ d’altronde questo aspetto che crea netta distinzione tra storia e leggenda. La prima si basa su ferrea testimonianza di dati scritti e riscontrabili, mentre la seconda si avvale soltanto del racconto basato su credenze popolari e sovente arbitrariamente arricchito nel passaggio da narratore a narratore, se non, addirittura, frutto di fantasiose immaginazioni.

Vi sono però leggende che meritano credibilità indotta, poiché essendo ambientate in reali fasi storiche, aiutano a chiarire aspetti e situazioni che i cronisti dell’epoca non hanno sufficientemente approfondito.

La vicenda della principessa Gavina è una di queste.

Il suo personaggio, secondo gli storici, non sarebbe esistito ma sono presenti nella realtà tangibili segni che sembrerebbero dimostrare il contrario. Anche se non ci sono annotazioni certe a testimoniare la sua presenza in Val Lemme, il suo nome, la sua provenienza, le vicende storiche, politiche e sociali dell’epoca, pur non costituendo una prova, si configurano come indizi in grado di sostenere l’ipotesi della sua esistenza.

Vediamo allora di ripercorrere la sua vita avventurosa, svolta tutta in epoche e situazioni ampliamente documentate ed al contatto di figure storicamente riconosciute.

Tutto sarebbe iniziato nella metà del primo millennio, a Orléans, capitale di un regno francese il cui dominio si estendeva tra i corsi dei fiumi Loira e Garonna.

Sul trono era re Clodomiro, discendente della dinastia dei Merovingi, il quale secondo la storia aveva tre figli: Teobaldo, Guntari e Clodoaldo. Nessun cenno a Gavina, la figlia che invece gli assegnerebbe la leggenda.

Qui si pone la prima supposizione sulla reale esistenza della irrequieta principessa. Poteva essere una figlia illegittima, frutto magari di una “ius primae noctis” o di una più importante avventura segreta del monarca con qualche bella popolana?

Non esistendo tracce certe si può dissentire, ma si può anche accettare l’ipotesi e quindi, immaginare che Clodomiro, colpito dalla straordinaria grazia della bambina, l’abbia voluta a corte ed in seguito l’abbia regolarmente adottata. Addirittura si può credere che essa sia stata la figlia prediletta per Clodomiro il quale certamente si compiaceva del coraggio e del forte carattere della ragazza, soprattutto nella comparazione con i fratelli che apparivano deboli e insicuri. Si pensi, a questo proposito, che alla morte del padre nessuno dei tre giovani principi aveva saputo governare, cadendo ingenuamente nelle trame degli zii Childeberto e Clotario, nominati loro reggenti. Clodoaldo, il più giovane, per salvarsi la vita aveva rinunciato ad ogni bene terreno e si era fatto frate, mentre i fratelli erano ben presto scomparsi, probabilmente fatti uccidere dai due infidi parenti.

In quella epoca oscura la situazione politica era piuttosto controversa così come i confini dei regni erano sempre instabili e indefiniti.

In Italia, dopo la caduta dell’impero romano, governavano le popolazioni barbare degli ostrogoti che facevano capo all’imperatore Zenone di Bisanzio. Questi, non soddisfatto dal governo di Odoacre elettosi Re dopo aver deposto l’ultimo imperatore romano, gli aveva inviato contro il più fedele Teodorico il quale, insediata la propria corte in Ravenna, aveva sconfitto il rivale in battaglia e, senza remora alcuna, lo aveva fatto uccidere a tradimento dopo la sua resa. Questo testimonia la situazione di continua allerta in cui vivevano i vari governanti, costantemente a rischio di sopraffazione e di perdita del potere. Là dove non c’era la garanzia della supremazia militare si ricorreva alle alleanze, queste ultime alimentate da unioni matrimoniali tra rampolli di reami diversi.

Qui si giustificherebbe l’aspirazione da parte di Clodomiro di vedere la giovane principessa, sposa di un importante regnante italiano, così da fare di lui un prezioso alleato, in luogo di un pericoloso vicino di casa. Il riferimento alla corte di Re Teodorico non pare del tutto azzardata. Nonostante il legame di parentela (Teodorico aveva sposato Audofleda, sorella di Crodoveo I, padre di Clodomiro), il giovane re provenzale diffidava dello zio italiano, noto per la sua crudele determinazione nell’esercizio del potere. Per questo l’ingresso di Gavina nella corte di Teodorico, inizialmente come damigella e in seguito sposa di un suo discendente, avrebbe certamente costituito un rassicurante pegno di pace.

Gavina però era una ragazza di forte personalità e non intendeva accettare imposizioni. Negli ozi della vita di corte ella simpatizzava con Philipe, un giovane di bel aspetto, nobile decaduto, ospite permanente della reggia merovingia. In contrasto con il disegno paterno, Gavina aveva deciso che quello sarebbe stato l’uomo della sua vita, consapevole però che nulla avrebbe potuto concretizzarsi restando accanto a Clodomiro.

Ecco che nella mente della principessa si faceva strada l’idea della fuga d’amore, progetto condiviso entusiasticamente dal suo giovane amante.

Ella disponeva di molto denaro ed altro era riuscita a sottrarre dagli scrigni di famiglia, mettendo insieme un vero tesoro. Corrompendo uno stalliere aveva potuto disporre di alcuni cavalli da sella e da soma e così, una sera, all’insaputa di tutti aveva lasciato il castello di Orléans in compagnia dell’amante, portando con sé il gruzzolo, vestiti e altri oggetti.

Nell’intento di far perdere le proprie tracce, aveva valicato le Alpi e si era inoltrata in territorio italiano.

La meta probabilmente era la riviera mediterranea, ma giunta in Val Lemme era rimasta affascinata dal paesaggio collinare dolce ed invitante come mai ne aveva veduto prima.

L’altura imponente che sovrasta un paesello senza nome, le apparve come il luogo ideale dove prendere dimora. Sull’altura c’erano le mura ancora quasi intatte di una antica fortificazione romana. Bastava poco per ricavarci una degna abitazione. Lassù sgorgava una fonte d’acqua, il terreno appariva fertile, la posizione incantevole.

Stiamo osservando la vicenda di due personaggi ignorati dalla storia e quindi rivisitando la leggenda, ma Clodomiro e la reggia merovingia sono esistiti davvero, la Val Lemme con l’altura fortificata ed il paesello ai suoi piedi sono giunti fino a noi. Anche il nome di Gavina si ripete sul toponimo della città, consegnandoci elementi certi che rendono oltremodo credibile questa vicenda non scritta.

Ciò che accade dopo rientra nelle consuetudini delle unioni matrimoniali. Gavina si occupa della nuova dimora rendendola accogliente e graziosa. Inoltre tiene le relazioni con la popolazione del paesello per il quale nutre affetto ed ammirazione, tanto da definirlo “mon cherie”. Fantasie? Forse. Ma resta il fatto che la borgata originaria si chiama oggi “Monserito”, con evidente italianizzazione dell’aggettivante definizione principesca. Nella coppia si è nel frattempo affievolita l’attrazione fisica e questo mette a nudo la scarsa personalità del viziato Philipe, il quale passa il suo tempo nelle bettole del paese non disdegnando di accompagnarsi con donne di malaffare.

La sua ambizione lo induce a mostrare sovente le monete d’oro di cui dispone, alimentando la chiacchiera popolare. Ed è proprio questa storia insolita il cui racconto era passato da osteria a bettola, sempre più arricchita di particolari, a mettere sulla buona strada i cavalieri mandati da Clodomiro in cerca della figlia scomparsa.

Questi imponenti uomini armati che andavano interrogando tutti quelli che incontravano, avevano messo in apprensione il pavido Philipe che temeva la inevitabile punizione del Re. Per questo, dopo aver sottratto quanto più denaro aveva potuto, era fuggito facendo perdere le sue tracce. Da quel momento di lui non si era saputo più nulla, anche a causa della sua insignificante immagine che non giustificava assolutamente prolungate ricerche. La stessa Gavina aveva già scoperto la indegna  personalità del partner, tanto è vero che non risulta si sia disperata nell’apprendere della sua vile e precipitosa fuga.

D’altronde ella aveva ben altri motivi di preoccupazione, infatti, proprio a causa dello scellerato fuggitivo, era ormai stata scoperta e le si prospettava il severo giudizio del Re, suo padre.

A questo punto la vicenda si arricchisce con la figura di Re Teodorico e, soprattutto, di sua figlia Amalasunta. Due personaggi dei quali la storia offre ampia documentazione.

Come anticipato, la principessa Gavina aveva partecipato più volte alle feste di corte del re goto ed, in quelle occasioni, aveva lungamente frequentato Amalasunta, figlia di Teodorico e quindi sua zia. Nonostante le dividesse un divario di quasi 15 anni di età, le due donne avevano scoperto immediatamente una perfetta condivisione nel modo di concepire la vita.

Attratte da reciproca simpatia, secondo la leggenda, si sarebbero intensamente frequentate nei lunghi anni in cui entrambe avevano perduto il compagno. Ad Amalasunta, da poco tempo vedova di Eutarico, rimasto al suo fianco soltanto il tempo necessario per renderla due volte madre (Atalarico e Matasunta), faceva riscontro Gavina la quale era ormai sola e senza prole.

Se veramente tale partecipata amicizia aveva saputo rendere ininfluente l’assenza del maschio presso le due donne, la leggenda si arricchirebbe di un non troppo velato, richiamo saffico.

Ipotesi suffragata anche dalle sollecitazioni che Amalasunta avrebbe rivolto a Teodorico, affinché intercedesse in favore di Gavina, presso l’accigliato re merovingio.

Sembra che sia stato proprio l’intervento del re ostrogoto a promuovere il perdono di Clodomiro, il quale avrebbe in seguito consentito alla figlia di continuare la propria vita nella nuova residenza italiana.

Inoltre, al di là della romantica versione leggendaria, Teodorico potrebbe avere avuto ragioni ben più importanti per mantenere l’irrequieta principessa nel feudo gaviese.

Quel crocevia in riva al Lemme era, all’epoca, di grande interesse sia commerciale, sia strategico-militare. Un ben munito castello, affidato a persona di provata amicizia e fedeltà, avrebbe giovato moltissimo alla sicurezza del regno, costituendo un prezioso baluardo a difesa di ogni eventuale tentativo di invasione da nord-ovest.

Si giustificherebbe così l’aiuto che il re ostrogoto avrebbe dato a Gavina nell’impegnativo compito di erigere il castello e munire la città di possente cinta muraria.

Dato per certo quanto sopra si può ancora congetturare sulla presenza di una donna al governo del feudo, osservando come la struttura urbanistica e persino le opere di difesa, pure nella loro essenzialità, siano state completate da un tocco di grazia tipicamente femminile. Inoltre la conformazione del paese, che allora si limitava all’attuale quartiere di Monserito, con le sue case basse di linea essenziale quanto graziosa, denuncia una notevole impronta provenzale.

Senza un potere sufficientemente autorevole ed in mancanza di leggi universalmente rispettate, quelli erano tempi difficili per tutti. Amalasunta lo aveva verificato alla morte del padre, prima nella veste di reggente a supporto del giovanissimo figlio Atalarico, in seguito quale regnante, alla prematura scomparsa del rampollo reale.

Essa, secondo le regole dell’epoca, non avrebbe potuto salire sul trono, in quanto femmina, ma aveva superato l’ostacolo, facendo sedere accanto a sé il cugino Teodato, da tutti creduto il suo nuovo marito. In realtà egli era già sposato ed aveva accettato quella collocazione per nascoste mire usurpatrici.

Infatti, con l’inganno, aveva fatto imprigionare Amalasunta sull’isola Martana del lago di Bolsena, assumendo in prima persona il governo del regno. Nonostante le promesse essa non era stata più liberata e giunta all’età di 39 anni, era stata strangolata nel bagno da tre sicari dell’infido Teodato.

Gavina aveva governato il suo feudo con minori apprensioni, comunque addolorata per le drammatiche vicissitudini della sua cara protettrice. Negli anni a seguire non aveva sentito la necessità di avere un uomo al proprio fianco stante il lungo periodo di tranquillità di cui aveva goduto il suo territorio e, forse, avendo ormai riversata la propria carica affettiva su Amalasunta.

Anche nel finale della vicenda si intrecciano storia e leggenda, fornendo ampie documentazioni sulla sorte di Amalasunta e negando riscontri tangibili su quella di Gavina. Di quest’ultima rimane l’ara in pietra collocata nell’androne del castello gaviese, dove si dice ella sia stata sepolta. Sopra questa struttura tombale troneggiano i simboli delle tre più importanti potenze che hanno in seguito governato Gavi: lo stemma dei Guasco di Alessandria, il biscione dei Visconti di Milano e la croce di San Giorgio, della Repubblica Genovese. Sono lì, forse, a rendere omaggio ad una donna misteriosa, vissuta a lungo tra quelle storiche mura, senza lasciare altra traccia che il nome della città consolidatasi sotto la sua guida.

NOTE

  • Teodorico, detto “Il Grande” era nato a Pannonia nel 454 e morto a Ravenna nel 526
  • Clodomiro nato a Orléans nel 495 era morto a Vegeronze nel 524
  • Amalasunta nata nel 496 a Ravenna era morta a Bolsena nel 535
  • Gavina sarebbe nata nel 509 e scomparsa nel 560

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