La tubercolosi a Novi sulla fine del sec. XIX

Silloge a cura di MARIO SILVANO

Rapporto del dott. G.B. Robotti (1852 – 1933) sulla tubercolosi pubblicato su alcuni numeri del giornale novese «La Penna».

«La Penna» 26 gen. 1901

I mezzi di difesa contro la Tubercolosi

Non poche cose avrei a dire intorno ai commenti così ostili fatti dalla Penna al mio ultimo articolo; siccome però non intendo di essere almeno per il momento, tirato in un altro campo di combattimento, e più che tutto mi preme di esaurire l’argomento sulla grave questione della Tubercolosi, vengo senz’altro a discutere dei mezzi proposti dalla Penna per porre un utile riparo al terribile flagello, disposto dopo di trattare anche la questione dei lavatoi se tale è il suo desiderio.

Parlerò quest’oggi delle disinfezioni che è bene si facciano in casa dell’ammalato fin che è in vita e di quella da farsi dopo il suo decesso.

Se prima, si fanno col fine di disinfettare gli abiti, la lingeria, gli effetti letterecci, il pavimento o le pareti della camera in cui abita il tubercolotico. Perché riescano efficaci occorre che la famiglia conosca i pericoli cui vanno incontro le persone che assistono l’ammalato, e le pratichi con molto criterio. Mentre si comprende che, colle erronee credenze che si aveva di tale malattia, una volta si tentasse di nascondere all’ammalato e alla sua famiglia la natura di un morbo che si credeva un male ereditario, una vergogna di famiglia, oggidì che si sa che essa è guaribile e si trasmette per contagio, sarebbe un male di non avvertire la famiglia dei pericoli che rappresenta l’ammalato di tubercolosi. Egli stesso deve essere informato del suo stato, e spetta la medico il compito delicatissimo d’informarlo, coi dovuti riguardi,  della sua malattia. La prima impressione che esso riceve è certamente penosa, ma poi egli si adatta a curarsi bene fino da principio della malattia, il che reca doppio vantaggio, uno per sé che ha maggiori probabilità di guarire, l’altro pei suoi che restano più facilmente preservati dal contagio.

Il Prof. Brunardel dice che nascondere la malattia all’ammalato è un volere rendersi complice di una cattiva azione  verso la Società. Ammesso che l’ammalato e la sua famiglia riconoscano l’utilità delle disinfezioni, e non trovino pratico l’uso della sputacchiera, avverrà che ogni sera ad es. la famiglia disinfetterà scrupolosamente tutto ciò che l’ammalato ha, durante il giorno,  insudiciato coi suoi sputi, e continuerà a fare tale operazione finché esso vive, vale a dire per anni ed anni consumando una quantità non indifferente di disinfettanti forniti gratuitamente dal Comune.

Ma vi ha di più. La tubercolosi è, come ho già detto,  una malattia cronica che permette all’ammalato di vivere per moltissimo tempo in società a contatto cogli altri. Se esso fa le disinfezioni in casa, e in qualunque sito si  porti, negli uffici, nelle botteghe, nelle chiese, nei caffè, alberghi, lancia, senza tanti riguardi, gli sputi dove gli capita, dissemina il mal seme della malattia contagiosa.

Il Prof. Heller crede che un tisico possa emettere collo sputo, intorno a sette miliardi di bacilli al giorno. Ammesso pure che tale cifra sia iperbolica non si potrà mai negare che stragrande debba essere il numero dei germi che possono venire sparsi da un tubercolotico che abbia l’abitudine di sputare dovunque.

Quindi se è raccomandabile che nessuno sputi sul pavimento per misura di galateo e pulizia, i tubercolotici e quelli effetti da malattia bronco-polmonare devono, come già si usa in Germania,  ed in Inghilterra, portare sempre una sputacchiera tascabile p. es. quella comodissima di Dettveller che si può facilmente lavare e disinfettare.

Volendo ora conchiudere qualche cosa sui vantaggi delle disinfezioni fatte in casa dell’ammalato, dico che le stesse servono a nulla, anzi si risolvono in uno spreco inutile di disinfettanti, ed in una spesa non indifferente pel Comune, se l’ammalato non trova pratico l’uso della sputacchiera.

Se esso invece è persona ragionevole e si serve in casa della sputacchiera contenente una soluzione disinfettante, e quando esce fa uso della sputacchiera tascabile Dettveller che costa poco ed il Comune può fornirgli gratuitamente se povero, allora i disinfettanti che gli occorrono si riducono a poca cosa, cioè a quella quantità necessaria per disinfettare la sputacchiera e tratto qualche effetto di lingeria, il che importa poca spesa che il Comune può fare a vantaggio di tutti colla sicurezza di non farla inutilmente.

Disinfezioni dopo il decesso: dopo il decesso di una persona affetta da tubercolosi, benché la legge sanitaria non imponga tale obbligo ai Comuni, è utile si facciano le disinfezioni per distruggere tutti i germi della malattia e preservare dal contagio le persone che andranno ad occupare l’ambiente abitato prima dall’ammalato.

Per il pavimento, le pareti della camera, i mobili di legno e qualche effetto di lingeria sono principalmente indicate le disinfezioni con soluzioni di sublimato corrosivo al 2. 4. 6. 8. per mille di acqua, a seconda dell’oggetto di cui si tratta. Per disinfettare oggetti o mobili di ferro o di altri metalli, si dà la preferenza alle soluzioni d’ac. fenico al 5 per cento. Per molti effetti di lingeria serve bene la bollitura nell’acqua. L’Intervistato della Penna consiglia al Comune “l’acquisto di quegli apparecchi atti ad uccidere qualsiasi germe senza portare guasto veruno non solo nella lingeria ma in tutto quanto si trova nella camera di un tisico”.

Degli apparecchi per le disinfezioni a domicilio non vi sono, per quanto io so, che le pompe spruzzatrici ideate ad imitazione di quelle che servono alla spruzzatura del Solfato di rame sulle viti. Le più usate sono quelle di Bordoni Uffreduzzi l’Igea e la pompa Padova, ma non è esatto dire che tali apparecchi non possano portare  alcun guasto, perché servono quasi esclusivamente, a spruzzare contro le pareti una soluzione concentrata di sublimato corrosivo, i mobili di ferro o altro metallo, se non si ha la precauzione di esportarli prima che si compia tale operazione, restano facilmente intaccati. Vi sono poi alcuni effetti come i cuscini di piuma, i materassi, i tappeti pei quali la disinfezione fatta in casa con disinfettanti chimici non riesce bene, e bisogna ricorrere al vapore acqueo che è il principe dei mezzi fisici di sterilizzazione. Per ottenere tale disinfezione occorre un apparecchio a pareti metalliche resistenti, detto Stufa a disinfezione,  in cui si fa arrivare il vapore a temperatura superiore a 100.

Tutte le principali città sono provviste di almeno una di tali stufe che viene collocata in un locale apposito – stazione di disinfezione – la quale essenzialmente consiste in un piccolo fabbricato costruito ad hoc, è diviso in due parti, l’una destinata a ricevere gli oggetti infetti, l’altra alla spedizione dei medesimi dopo la disinfezione. Nel mezzo del fabbricato è collocata una stufa a disinfezione col generatore del vapore.

È solamente coll’impianto d’una stazione di disinfezione sul modello di quella descritta fornita d’un personale distinto, che si può sperare di avere in una città un servizio perfetto di disinfezione, ma la compera d’un apparecchio o stufa di disinfezione, d’un generatore del vapore, dei carri  pel trasporto degli effetti di lingeria, unitamente all’impianto d’un locale, o stazione di disinfezione, importa una spesa rilevante, non inferiore alle 14 o 15 mila lire, e benché fino dai primi anni in cui venni a Novi, io abbia fatto conoscere ai diversi Sindaci il grande bisogno di un tale servizio, come si può vedere dalla mia relazione annuale, il Comune non ha voluto finora venire all’esecuzione di tale opera igienica, per una ragione che è la finanziaria. Forse un vero servizio di disinfezione si potrà avere nella nostra Città quando sarà compiuto il nuovo Ospedale, essendo intenzione del Conte Raggio, come mi è parso allorché ebbi occasione di vedere il progetto di voler completare la grandiosa e provvida sua opera coll’impianto anche di una stazione di disinfestazione la quale, oltreché per l’Ospedale, potrebbe servire anche per la cittadinanza.

Non potendosi, per le ragioni dette, pensare, almeno nel momento,  di avere in Novi un servizio completo di disinfezione, l’Egregio Sindaco ha dato a me l’incarico di istruire due uomini perché pratichino tale operazione nelle abitazioni dei tubercolotici dopo il loro decesso, con disinfettanti chimici, e fra le diverse disposizioni da lui prese colla Giunta per combattere la terribile malattia, cioè oltre la distribuzione alla cittadinanza di quasi duemila opuscoli contenenti istruzioni popolari contro la diffusione della tisi, stampati dalla società di igiene di Torino, di diverse circolari dirette ai medici, al civico Veterinario, ai Parroci, è pure compreso il servizio di disinfezioni pei quali la Giunta stanziò la somma di L. 400, che venne tosto approvata dal Consiglio.

Conchiudendo su tale quesito: è dai primi giorni del cor.te anno che si fanno le disinfezioni chimiche dopo il decesso di un tubercolotico. Tale servizio è fatto gratuitamente pei poveri è venne statuito dal Sindaco contemporaneamente al manifesto, cioè un po’ prima dell’intervista avuta dalla Penna.

Delle visite alle abitazioni ed agli opifici tratterò un’altra volta.

 

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«La Penna» 2 febbraio 1901

Il lato sociale

Prima di parlare delle visite alle abitazioni ed agli opifici, siccome da qualcuno si potrebbe domandare in qual modo tale sorveglianza costituisca un mezzo di difesa contro la tubercolosi, ritengo opportuno di dire che è ormai un fatto ovvio. Indiscutibile che esiste un legame intimo tra benessere economico e salute, come tra miseria e malattia, cioè: l’organismo ben nutrito e forte oppone all’invasione delle malattie una più valida difesa che quello mal nutrito e debole, per cui ci deve ammettere che anche nella predisposizione organica alla tubercolosi eserciti non poca influenza il coefficiente economico.

Per quanto ha riguardo alle visite dell’abitato, l’intervistato, raccomanda: «una maggiore sorveglianza nelle case operaie e specialmente nei cortili di certi quartieri come via Toppie et similia».

In altri termini si insinua che finora tale sorveglianza non si fece o perlomeno fu ben poca, per cui si affaccia subito alla mente del lettore che se questa sorveglianza fosse stata maggiore, forse in Novi non si avrebbe a lamentare un numero così grande di tubercolotici.

Vediamo qual base di verità abbia l’addebito che, l’intervistato, muove all’ufficiale Sanitario.

E fin dal 1891, cioè dal primo anno in cui venni a Novi, che cominciai a fare visite sanitarie all’abitato per invito avuto dal Sindaco che allora era l’avvocato Poggio.

Tali visite vennero ripetute nel 1892, e fatte con maggior cura e frequenza nel 1893 in cui ci fu per Novi la minaccia del cholera del quale si erano verificati alcuni casi nel vicino paese di Mandrogne.

A tali visite prese parte non rare volte il Comm. Poggio il quale, giova dirlo, per l’igiene dell’abitato ha sempre mostrato un interesse vivissimo. Si visitarono i quartieri ed i cortili di Via Topie, del Castello, di Via Dominio, del Borgo Dritto e di quello Storto, si penetrò nei più occulti meandri della città, si fecero contravvenzioni ma con ben pochi risultati. Ogni anno sui aveva a lamentare sempre lo stesso difetto, gli stessi inconvenienti dell’anno prima, sempre gli stessi odori, lo stesso inquinamento, la stessa umidità.

Dovetti convincermi che la causa di una condizione così infelice dei cortili e delle abitazioni non era da attribuire tutto alla trascuratezza degli abitanti, quanto ad un male che aveva radici più profonde, cioè era dovuto alla mancanza in molti cortili di un selciato qualsiasi e di condotti,  alla difettosa fognatura domestica, alla falda acqua sotterranea poco profonda, e nell’anno 1894, nella mia relazione al Sindaco avv. Poggio,  io scrivevo: «Come negli anni decorsi anche quest’anno si fecero da me diverse visite ai cortili e all’abitato». Ho detto altra volta che come la pulizia dei cortili sia dai proprietari abbastanza curata, gli inconvenienti più gravi hanno radici più profonde: Una gran parte dei cortili manca tuttora di selciato e di condotti atti ad esportare sì le acque piovane che quelle dei lavandini.

Ne viene che il suolo impegnato com’è delle acque luride della cucina e di tutto il sudiciume della casa, in alcuni quartieri costituisce,  nel tempo di pioggia, delle pozzanghere che sono dei veri incubatoi di germi di ogni specie. Se a tutto questo si aggiungono certi pozzi neri che sono veri pozzi assorbenti latrine sdrucite e luride, e una fognatura difettosa oltre ogni dire, si potrà avere un’idea in quali infelicissime condizioni debba trovarsi il nostro sottosuolo. In molti punti della città l’acqua sotterranea si trova assai vicina alla superficie del suolo ed alimenta i pozzi, l’acqua dei quali se, per fortuna, non serve più per bevanda, da molti viene ancora usata per la pulizia domestica e per lavatura di lingeria. Nessuna cura si è mai avuto pel passato nel deposito di letamai e dei pozzi neri in vicinanza dei pozzi, per cui l’acqua di molti di essi è corrottissima.

Queste circostanze sono già per sé stesse sufficienti a favorire lo sviluppo e la diffusione di malattie infettive, e specialmente del tifo. È solamente col risanamento del suolo, cioè colla sistemazione graduale della fognatura e la riforma radicale delle latrine e dei pozzi neri attuali che si potrà sperare di vedere scomparire per sempre il tifo dalla città di Novi.

Per quanto a riguardo all’interno delle abitazioni notavo: «Purtroppo nei vicoli più remoti della città si trovano ancora certe stanze che più propriamente potrebbero dirsi tane, situate al piano terreno, senza pavimentazione, umide, senz’aria e appena sufficienti per una o due persone, dove dorme pigiata una famiglia intera di povera gente. Sono queste abitazioni che danno il massimo contingente di mortalità alle malattie, sono queste stamberghe che sono una continua minaccia alla salute pubblica. La S. V. che prima mi ha segnalati questi luridi ed ammuffiti tuguri dove alligna lo scrofo ed il rachitismo farà opera umanitaria se vorrà prendere quelle misure atte a far sì che tante catapecchie abbiano a scomparire per venire sostituite con abitazioni semplici e modeste ma pulite e salubri».

Se queste cose le facessi conoscere solo ora, si potrebbe dire che lo faccia per riscuotere effetto in un momento in cui sono assalito dallo scritto del Signore intervistato, ma esse risalgono al 1894, quando cioè non esisteva ancora la Penna la quale non dirà, spero, che io abbia messo in mostra le miserie del nostro sottosuolo sotto un aspetto troppo roseo.

La piaga quindi che insidiosamente infettava l’organismo della città venne messo a nudo fin dal 1894 dal Sindaco Comm. Poggio, ed è stato poi un grande merito dell’Amministrazione Dellachà d’aver fatto fare degli studi di un progetto di fognature il quale doveva essere l’unico rimedio pel risanamento di Novi. Tale progetto, preparato con lungo studio dall’ufficio tecnico municipale, avrà fra pochi giorni l’onore di essere discusso dal nostro Consiglio, e sarà il più bel titolo d’onore che potrà acquistarsi l’amm. De Micheli se riescirà a risolvere il grave problema da cui dipende l’avvenire igienico di Novi.

Conchiudendo su tale quesito: è stata la sorveglianza che sull’igiene dell’abitato si fece con molta cura dai Sindaci che si succedettero di quest’ultimo decennio quale che fece conoscere le infelicissime condizioni dell’abitato ed il grande e urgente bisogno di risanarlo per mezzo di una buona fognatura. A questa grande opera di redenzione igienica di Novi ha recato pure il suo sassolino l’ufficio Sanitario Municipale.

E passiamo alla sorveglianza degli stabilimenti industriali. È sempre lo stesso Sindaco, l’avv. Poggio che incominciò a fare visite, unitamente all’ufficiale sanitario, ai diversi opifici fin dall’anno 1892, e le continuò finché rimase in carica. Nella relazione Sanitaria fatta da una della fine dell’anno 1895 trovo scritto: «anche l’anno decorso la S. V. ha voluto fare con me una visita agli stabilimenti industriali. Di questi, solo alcuni offrono locali ampi ben ventilati e muniti dei mezzi adatti a rimuovere eventuali cause di insalubrità derivanti dall’industria speciale che vi si compie ad es. il pulviscolo nel cotonificio, l’eccesso di vapore acqueo nelle filande; ma non tutte le fabbriche si trovano in condizione di igiene come quelle accennate, come la S. V. ha potuto constatare de visu ». Giova dire però, ad amore del vero,  che dal 1894 a questa parte vi fu un sensibile progresso per rispetto ai locali, e benché l’industria della seta non sia da qualche anno, molto rimuneratrice, tutti i principali industriali della Città migliorarono gli ambienti in cui le donne lavorano.

Nel 1893 il ministero d’industria e commercio, volendo conoscere l’estensione dell’impiego delle donne negli opifici e nelle condizioni in cui il loro lavoro si svolge, chiese agli ufficiali Sanitari, tra le altre notizie e anche il loro parere personale circa l’opportunità di promuovere speciali provvedimenti legislativi. Siccome andrei troppo per le lunghe, se volessi riportare sulla Penna le risposte da me date ai vari quesiti fatti, dichiaro che la relazione da me fatta è visibile a chiunque  nell’ufficio sanitario. Del resto è da gran tempo che l’igiene ha compreso l’importanza delle riforme sociali per la difesa delle malattie. I voti espressi al Congresso d’igiene di Parigi nell’agosto dell’anno decorso, quelli del Congresso di Buda Pest sull’abolizione del lavoro notturno e sulla legislazione dei lavoratori, quelli del Congresso di Napoli, chiedenti una legislazione in rapporto al lavoro e al matrimonio dei tubercolosi, esprimono meglio che io non dica, quanto l’igiene senza l’aiuto che le può derivare dai miglioramenti economici. Ben vengano quindi tali riforme che saranno di buon grado accolte da tutti gli uomini di cuore, ma non è certo al Sindaco e all’ufficiale Sanitario che spetti di andare ad invocare la pietà dei conduttori delle fabbriche, ma è al Governo che conviensi fare appello come molto opportunamente ha fatto il nostro Consiglio su proposta dell’avv. Basso « perché voglio presentare una legge che regoli il lavoro diurno e notturno delle donne e dei fanciulli, secondo le norme che l’interesse dell’igiene e della salute pubblica impone».

Conchiuderò un’altra volta che sarà, lo prometto, proprio l’ultima.

 

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«La Penna» 23 febbraio 1901

Profilassi della Tubercolosi

Le norme profilattiche, ossia le misure di difesa contro una malattia infettiva possono essere efficacemente applicate solo quando si  conoscono le sorgenti d’infezione e le vie di diffusione del germe infettate. Nel mio ultimo articolo sulla Penna ho passato in rivista le principali cause determinanti la tubercolosi, mi tocca  ora dire dei provvedimenti da  prendersi  contro di essa – il che procurerò di fare più brevemente possibile.

Di tali provvedimenti occorre distinguere  varie  specie:  alcuni mirano a combattere la causa determinatamente, a distruggere il germe della malattia ed impedirne la diffusione, altri hanno per scopo di sopprimere o almeno diminuire le cattive influenze che alcune condizioni di vita esercitano sugli organi respiratori; altri infine sono diretti a migliorare l’individuo, la razza, aumentando la resistenza dell’organismo col migliorare le condizioni igieniche della popolazione. Fra i provvedimenti della prima categoria abbiamo come il più importante, la rimozione dei pericoli che  derivano dallo sputo dei tisici che è la sorgente  maggiore di infezione. In qual modo si tolga tale pericolo l’ho  già detto  tante  volte che non credo più opportuno ripeterlo. Ho pure fatto conoscere che nelle vie, all’aperto, è molto difficile l’aspirazione di germi tubercolari, ciò che invece è molto probabile nei locali chiusi dove specialmente c’è agglomeramento di molte persone fra le quali può trovarsi qualcuna affetta da tisi.

La principale sorgente della diffusione della tubercolosi può essere fisicamente combattuta da tutti con un mezzo semplice, facile senza spese che consiste nel modificare l’abitudine di sputacchiare dovunque. Non sarà tanto facile di riuscire nell’intento, dato lo scetticismo delle  masse per tutte le idee nuove, ma si potrà ottenere molto quando sarà noto a tutti che in confronto di una misura così facile, ogni altro provvedimento diretto a dare la caccia al temuto  nemico, darà ben scarsi frutti.

All’ esposizione di igiene di Napoli il Prof. Frante ha esposto l’ efficacia che sulla rigenerazione fisica delle masse esercita l’educazione.

È quindi compito non solo dei medici, degli insegnanti, ma di tutte le persone colte, ed in modo speciale poi della stampa, di diffondere più che è possibile, quelle norme che vennero dall’igiene riconosciute le più efficaci contro il terribile flagello.

Nelle istruzioni popolari contro la tubercolosi emanate dall’ufficio imperiale di Sanità della Germania sta scritto «che l’uomo per quanto debole e povero che sia non si può proteggere tanto bene contro nessuna altra malattia come contro la Tubercolosi, se è ragionevole e si sa comandare».

Una savia misura profilattica è stata quella del Sindaco di far stampare oltre a 2000 opuscoli contenenti le istruzioni per la prevenzione della tisi, istruzioni che vennero dettate dalla Società d’Igiene di Torino,  le quali da un lato forniscono i criteri per il riconoscimento d’una tubercolosi, dall’ altra danno i precetti che devono essere seguiti da malati e dalle persone guarite. In tale opuscolo si  raccomanda di ottenere dai tisici che essi facciano uso a parte  degli  oggetti facilmente inquinabili, bicchieri,  tovaglioli,  posate, ecc. ecc.

Nelle scuole, negli istituti, asili, ospizii  si  deve  provvedere ad ogni alunno un bicchiere individuale, questa misura, presa alcuni anni or sono dal Comune di Milano su proposta di quell’ ufficiale Sanitario, è parsa ad alcuni un’esagerazione,  ma tale non parve alla città di Torino che non tardò a farla adottare anche nelle sue scuole.

Coi baci si trasmette la tubercolosi più che non si crede, e negli asili elementari deve essere cura delle maestre di impedire che i bambini si baciano con tanta facilità e frequenza.

Dopo il decesso di un tubercolotico è necessario si facciano le disinfezioni, come già si fanno da noi, pei preservare dal contagio le persone che andranno ad occupare il locale abitato prima dal tubercolotico.

Ad ogni ammalato povero si deve somministrare gratuitamente dal Comune una sputacchiera fissa, una tascabile, ed una quantità di disinfettanti necessaria per disinfettare giornalmente la sputacchiera, e di quando in quando qualche effetto di lingeria.

Flügge, insigne igienista della Germania dimostrò, non è molto, l’importanza che ha, per la diffusione della tubercolosi, la proiezione di piccole gocciole cariche di germi, durante la tosse, lo starnuto, ed il parlare. Per evitare questa forma di contagio converrà che il malato, tossendo, tenga la mano davanti alla bocca, e parlando non si tenga troppo vicino a chi sta con lui.

Tutte queste misure sono dirette, come ognun vede, ad impedire la diffusione della tubercolosi, col combattere direttamente la causa determinante. Siccome però, per quante precauzioni si prendano, non si riuscirà giammai ad uccidere tutti i germi della malattia, finché ci sono dei tubercolotici che girano, s’intende facilmente che è solo con l’isolamento dei tisici che si può avere speranza di vedere diminuita la grande mortalità per la tubercolosi. Ora i così detti Sanatori mirano appunto, oltre che a curare l’infermo, ad ottenere la sua separazione.

 

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«La Penna» 6 marzo 1901

La polvere, i pericoli in chiesa, nelle scuole e in casa

Ho detto nel mio ultimo articolo che i Sanatori mirano, oltreché a curare l’infermo tubercolotico, ad ottenere la sua separazione dagli altri.

Siccome andrei troppo per le lunghe se volessi spiegare che cosa sono i Sanatori, mi accontento di far sapere che sono ospedali, case di salute, quieti asili, costruiti in località sane riparate dagli squilibrii di temperatura e di pressione, ricche di ossigeno, e scevre d’ogni impurità di pulviscolo.

È ormai un fatto accertato che la tubercolosi non è una malattia che si possa guarire con dei rimedi. La miglior cura di essa è la igienica dietetica: vita giorno e notte in aria libera pura e tranquilla, alimentazione sostanziosa variata abbondante, riposo del corpo e dello spirito. Ecco spiegato che cosa è un Sanatorio.

L’esperienza avuta nei Sanatori della Germania e Svizzera avrebbe dimostrato:

1)        Che la tubercolosi è una malattia guaribile e di Sanatori darebbero il 26% di guarigioni, il 40 % di migliorati.

2)        Che nessun’altra cura è confrontabile per i benefici sicuri che può recare, a quella che si fa nei Sanatori.

Il grandioso movimento che, iniziato prima in Inghilterra si estese poscia in Germania, Svizzera e Francia ed è ripercorso pure in Italia dove, da qualche anno, ferve una nobile gara di formare comitati per la costruzione di Sanatori popolari.

La cura che si fa nei Sanatori ha questo di vantaggio che gli ammalati, oltre che essere più sapientemente curati, vengono sottratti dal consorzio degli altri, ed una volta licenziati, riportano nella famiglia abitudine di nettezza tale che difficilmente riescono pericolosi. Non essendo possibile, almeno per il momento, di poter pensare all’erezione di un Sanatorio pei tubercolotici di Novi, sarebbe desiderabile che nel nostro ospedale tali ammalati, invece di essere tenuti in comunione cogli altri, venissero messi in un reparto affatto separato, avente un personale di servizio ed un medico esclusivamente addetto alla cura di essi. Sarebbe così evitato un non lieve pericolo di contagio della terribile malattia da uno all’altro ammalato.

Fra i provvedimenti della seconda categoria vanno annoverati quelli che hanno per fine di impedire lo sviluppo di polvere tanto nelle strade che nell’interno delle abitazioni. È quindi desiderabile che da parte del Comune siano introdotti dei miglioramenti specialmente nella pavimentazione delle strade e se ne curi di più la nettezza procurando che la spazzatura di esse si faccia sempre previa abbondante annaffiatura, e quando è meno attivo il movimento della gente. Speciale riguardo merita la pavimentazione degli istituti di educazione, dell’asilo e delle scuole in particolare, che da noi lascia non poco a desiderare. Dalla Società d’Igiene di Torino venne, qualche anno fa, fatta la proposta a quel Comune che nelle scuole fosse abolita la ginnastica appunto per togliere l’inconveniente della polvere.

Egual provvedimento si è preso pure quest’anno molto opportunamente da noi.

Al Convegno di Igiene tenutosi a Torino nell’anno 1899 il D.re Abba richiama l’attenzione degli igienisti sulle pessime condizioni batteriologiche dell’Acqua benedetta che si trova nelle pile delle chiese, la quale viene contaminata dalla polvere che vi cade dentro continuamente, e da mani sudice, e può riuscire causa di trasmissione di diverse malattie. Oltre ad una infinità di altri batteri, il D.re Abba ha trovato nell’acqua Santa di una chiesa di Torino, il bacillo della difterite e quello della tubercolosi. Basta conoscere questi fatti perché ognuno possa evitare la possibilità di un simile contagio; ad ogni modo il Sindaco di Novi, al fine di impedire questo mezzo di trasmissione di malattie, ha invitati i Sig. Parroci, perché oltre alla disinfezione delle chiese da praticarsi mensilmente, vogliano una volta per settimana, ricambiare l’acqua delle stesse e lavare con spazzole ed acqua bollente, ovvero una soluzione di sublimato corrosivo al 3 %.

Sarebbe bene riparare, come già in uso in qualche chiesa, le pile dalla polvere con un coperchio metallico o di legno; meglio ancora sostituire le attuali con dei serbatoi metallici da cui l’acqua cadesse goccia a goccia in un vaso sottoposto; sarebbe così tolto ogni pericolo di contagio.

Le regole profilattiche della terza categoria hanno per scopo, di migliorare le condizioni igieniche delle popolazioni, rafforzando la resistenza del corpo.

I mezzi principali sono :

1)      I miglioramenti igienici delle abitazioni da ottenersi con opportuni regolamenti per impedire che vengano troppo presto abitate le case di nuova costruzione, ed il troppo affollamento di esse. Sventrando all’aria e al sole i quartieri più luridi ed addensati, provvedendo alla buona edilizia, e pulizia delle strade, risanando e prosciugando i piani terreni ed i cortili con un buon drenaggio o una buona canalizzazione sotterranea, si vedrebbe diminuire senza dubbio, fra le altre malattie di natura infettiva, anche la tubercolosi.

2)      I miglioramenti della nutrizione agevolando al popolo tutti i mezzi di procurarsi cibi sani e a buon mercato. L’apertura in questa città di due macelli di carne equina ha risposto mirabilmente allo scopo di fornire a buon mercato al popolo un nutrimento dei più sani.

3)      L’impianto di cucine economiche che si fa in molte città nella stagione invernale, concorre pure a dare buoni risultati. Così è della  refezione scolastica.

4)      Tutte le istituzioni atte a rinvigorire il corpo come la palestra ginnastica, quella specialmente in cui la Ginnastica si fa all’aperto, aiutate dalle marce, dai giochi alla palla, alle bocce, dal ciclismo moderato, ecc.

5)      L’ispezione delle carni che da noi si fa abbastanza rigorosamente, e la vigilanza delle latterie.

6)      Una buona legislazione in rapporto al lavoro diurno e notturno delle donne e dei fanciulli.

Ed ora che ho finito prego il lettore di scusarmi se mi sono dilungato più di quanto fosse mia intenzione.

Dopo l’intervista stampata dalla Penna, era per me un dovere di far conoscere al pubblico che i provvedimenti presi dall’autorità comunale di Novi non erano cervellotici, ma rispondenti in tutto al concetto che si ha oggidì nella scienza della natura della malattia.

Cercare e distruggere le cause della malattia, cioè il germe, impedire che esso si diffonda, isolare come meglio si può i tubercolotici. Ecco il provvedimento migliore per difendersi contro la tubercolosi, e al quale ha ricorso il nostro Comune nella lotta che, molto opportunamente, ha voluto intraprendere contro la terribile malattia. Il lettore che ha seguito il mio scritto, ha potuto vedere come la questione della tubercolosi sia troppo complessa per poter essere risolta su due piedi, come forse parrebbe a qualcuno.

Tuttavia non è a dubitare che l’arduo problema non debba risolversi, ma poco a poco, con l’educazione delle masse, con sagge riforme sociali, e con la cooperazione di tutti.

 

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Un precedente articolo riguardante la tubercolosi a Novi sullo scorcio dell’Ottocento era comparso sulla nostra rivista nel numero di giugno del 1987, autore Mario Silvano. Al suddetto lavoro rimandiamo quei lettori che volessero conoscere altri dettagli sull’argomento.


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