Le parole dei Novesi – VII

di NATALE MAGENTA

l’ugéin…

Si tratta di un piccolo frammento di un’antica tiritera in dialetto novese, ormai del tutto dimenticata e che anche le persone più anziane non conservano fra i loro ricordi. Prima che finisca tristemente nell’oblio, mi piace anche documentarne il breve motivo musicale che l’accompagnava, così come ancora settant’anni fa mi veniva canticchiato dalla nonna paterna Maria Clementina Cabella. Il testo completo è il seguente:

l’ugéin, l’ugéin, l’ugèta

l’ugéin dèe cavagnö’

Questo il motivo musicale:

spartito musicale

(trascrizione di P. Demicheli)

 

Era, in buona fine, una graziosa e dolce cantilena che veniva ripetuta come una filastrocca ai bambini quando, il Sabato Santo alle ore 11, le campane, rimaste ‘legate’ dal giovedì precedente, riprendevano a suonare per annunciare la resurrezione di Gesù.

Il testo novese era certo una vaga onomatopea dei rintocchi festosi delle campane e richiamava, con quel l’ugéin dèe cavagnö’, il dolce pasquale a forma di cestello (cavagnö’) o di ciambella che veniva preparato in ogni famiglia e che aveva in centro un uovo sodo. Tutto il dolce, così confezionato, ricordava la forma di un occhio (ugéin = occhietto, in novese). La voce ugèta non ha un senso ben preciso, ma è una variante ‘ad hoc’ del precedente ugéin, quasi un vezzeggiativo (al femminile!).  Aggiungo qui una curiosità che caratterizzava il Sabato Santo nel vogherese più di un secolo fa, così come è riportata in Tradizioni popolari vogheresi di A. Maragliano:

“L’uso generale è di correre subito a lavarsi gli occhi, nella convinzione di pre-servarli dalle malattie, ritenendosi in quell’istante tutta l’acqua benedetta; tanta è quella convinzione che uno dei nostri contadini, sorpreso in campagna dal suono delle campane, ed essendo privo d’acqua, adoperò per lavarsi gli occhi la propria orina, come altri in egual contingenza adoperarono la saliva”.

 

Isódi i van…

 

Questo l’inizio dell’antico Modo di Dire novese che integralmente suonava i sódi i van cmè l’èrba liscia ‘i soldi se ne vanno in fumo in breve tempo, fanno presto a svanire come l’èrba liscia’.

Mi sono spesso chiesto il perchè di quella strana comparazione, cercando di capire come sia nato l’accostamento dei soldi alla fantomatica èrba liscia.

Un primo passo fu la risposta che mi fu data in dialetto da un anziano novese:

i sódi i van cmè l’èrba liscia perchè i scapa da nt-èe man  ‘… perchè scappano dalle mani’. Un ulteriore passo avanti, se non proprio nell’identificazione di quell’erba, perlomeno nella pur tenue vitalità di quell’espressione, mi fu offerta dalla testimonianza di due anziane novesi, genuinamente dialettofane: Amelia Traverso (n.1926) e Maria Capra (n.1928), le quali, oltre a ricordarne il significato, hanno aggiunto un corollario – diciamo così – al primitivo testo in novese: i sódi i van … e cmè a còrne cöta  ‘… e come la carne cotta’. Curiosa, invero, questa ulteriore comparazione, ma certo riflesso di tempi in cui la poca carne che ci si poteva permettere era, appena cotta, consumata dai numerosi componenti della famiglia.

Tornando alla nostra erba, non potendo con assoluta sicurezza pervenire alla sua identificazione, cerchiamo di proporre un quadro il più possibile completo di come stanno attualmente le nostre indagini.

Consultando il materiale vernacolo di cui dispongo, la più prossima citazione che ho rinvenuto si trova nel Glossario monferrino di G. Ferraro, stampato a Torino nel 1889, e che riflette soprattutto il dialetto di Carpeneto, dove a pag. 49 si legge: “erba rissia [verosimilmente lo stesso che lissia, o liscia, n.d.r.] erba immaginaria che sempre fugge, secondo crede il Volgo; l’hà fà da l’erba rissia, è fuggito”. Purtroppo il Ferraro non aggiunge altro al suo articolo, ma non ci sfugge l’accostamento di quel “erba che sempre fugge” al novese “a scapa da nt-èe man”.

Ulteriori ricerche volte ad approfondire il problema mi hanno consentito di proporre nuovo materiale, oltre a quanto avevo già registrato nel mio “Nuovo vocabolario del dialetto di Novi Ligure”, edizione 1999, lemma 1437, dove avevo identificato l’erba liscia  col  ‘carice’ (Carex acuta e specie affini).

L’informatrice sig.ra Amelia Traverso, mi dice che si tratta di “un’erba che la falce non riesce a tagliare con facilità, ma occorre un robusto colpo di falcetto per poterla pareggiare con le altre erbe; è forse quella che in qualche località della Liguria chiamano erba cocca”.

Purtroppo non sono riuscito a determinare a quale erba l’informatrice si riferisse citando l’erba cocca. Forse il pungitopo (Ruscus aculeatus).

Ad Arquata Scrivia l’erba liscia corrisponde con buona probabilità a quella conosciuta come pài id gatu propriamente ‘pelo di gatto’, tuttavia l’informatore sig. Edoardo Morgavi non sa andare oltre nel riconoscimento dell’erba, aggiunge però un’utile informazione, quando assicura che si tratta di “un’erba difficile da tagliare, che occorre un falcetto molto affilato e si rinviene copiosa nei prati”. Qui mi permetto di azzardare un’ipotesi circa quel pài id gatu: potrebbe trattarsi di una varietà di carice, il Carex humilis, voce riscontrata a Borzoli (GE) e detta in loco pèi de can (cfr. O. Penzig, Flora popolare italiana, Bologna 1972).

A Serravalle Scrivia l’erba liscia è il carice; in questa località è pure presente l’espressione ndò kmè l’èrba liscia ‘filar via’ (cfr. R. Allegri, Vocabolario e lingua serravallese, Novi 2007).

A Pozzolo Formigaro l’èřba léssia1  è la salsapariglia germanica, il carice (Carex arenaria), ‘erba con foglie strette e fiori a spighe’ (cfr. M. Silvano, Glossario vernacolo della Pozzolasca, Ovada 2000).

Altre citazioni: in Valsesia abbiamo la voce lisca, così definita in F. Tonetti, Dizionario del dialetto valsesiano, Varallo 1894: “nome comune a molte erbe strette, lunghe, acute… e liscie… è forse analogo al Laiche (Carex) dei francesi = giunco”.

In Lombardia è presente un’erba livia                                   carex acuta

[lo stesso che liscia?] che il Penzig, cit. identifica con l’Achillea moscata, varietà dell’Achillea Millefolium ‘Achillea, o Millefoglio, o anche erba da tagli’.

A Sarzana l’erba rissa [lo stesso che liscia?] è l’Achillea (cfr. Penzig, cit.)

In Piemonte vive un lësca carice, sala (Gribaudo – Seglie, Dissionari piemontéis, Torino 1971 – 1975).

Proprio recentemente mi è occorso di mostrare ad un contadino, di quelli che sanno ancora adoperare con perizia la falce fienaia e di martellarne la lama per renderla tagliente, due bei disegni rappresentanti uno il carice e l’altro il millefo-glio. Ebbene, senza incertezze egli mi ha indicato il carice come corrispondente alla voce dialettale erba liscia.

 

__________________

 

1 Ricordo che con [ř] viene trascritto il suono dorso-uvulare della caratteristica r del dialetto pozzolese ormai in via di sparizione (cfr. Mario Silvano, Glossario vernacolo della pozzolasca, Ovada 2000, particolarmente il capitolo iniziale “Pronuncia e grafia”).  

 

da e dèe

Nell’articolo precedente “i sódi i van…” ci era capitato di incontrare, citata dal Ferraro per il dialetto di Carpeneto, una voce che può essere facilmente sfuggita data la sua ‘tenuità’ anche al lettore più attento. Si tratta della particella da usata  nel senso inconsueto di ‘come’.

Essa compariva in un esempio proposto per illustrare l’articolo del lessico monferrino sull’erba rissia (cfr. G. Ferraro, Glossario monferrino, Torino 1889, s.v. erba). Il testo: “l’hà fà da l’erba rissia ha fatto come l’erba rissia, è fuggito”.

Ora, ripassando i miei ricordi di circa settant’anni fa, quando già mi affezionavo alle voci dialettali e la parola incominciava ad affascinarmi, mi rammento di aver sentito più volte tra le mura domestiche il Modo di Dire novese l’ha fat dèe váintu corrispondente all’italiano ‘ha fatto come il vento, ha fatto in fretta’.

Ricordo ancora una frase pronunciata un giorno dalla nonna paterna che così suonava: l’ha fat dèe váintu a scóndlu ha fatto in fretta, ha fatto come il fulmine – diremmo ora – a nasconderlo. Si trattava di un contesto ovviamente non più ricostruibile, forse il riferimento era ad un giocattolino sottratto ad un compagno.

Quella parolina, il nostro piccolo da, e con esso il novese dèe, appartengono ormai alla lingua morta che non è più possibile resuscitare.

 

skorkabòbiu

E’ il nome dialettale del noto uccello della famiglia dei Caprimulgidi, quello che in latino scientifico è detto Caprimulgus europaeus e in italiano ‘succiacapre’. Si tratta – e questo è ben conosciuto soprattutto presso i cacciatori – di quell’uccel-lo notturno (in genere), solitario, utilissimo insettivoro, con caratteristici occhi tondi nottetempo e che si riducono a sottili fessure di giorno. E’ lungo circa 30 centimetri; non costruisce il nido, ma le sue uova vengono deposte e poi covate sul terreno. Il suo canto è un trillo vibrato.

uccellino

La nostra voce non è isolata e si rinviene anche in altre zone dell’Italia setten-trionale. A titolo di esempio cito alcuni termini vernacoli dell’animale in que-stione che compaiono in paesi intorno a Novi: Tortona karkabàbi, Serravalle Scrivia skorkabàbiu, Garbagna korkabàbiọ (per questa località utilizzo l’ottimo “Vocabolario del dialetto di Garbagna” di Romano Rovelli, edito nel 2007), Pozzolo Formigaro scåřcabàbie(qui la e ad esponente indica un suono appena percettibile che è ormai quasi scomparso).

La voce novese, indubbiamente di formazione popolare come dimostra l’acco-stamento di un primo membro (qui un verbo) e di un sostantivo (bòbiu) – ma non è così anche l’italiano ‘succiacapre’? – si incontra con notevoli variazioni altrove; ad esempio: in Emilia calcabòt, in Liguria scarcabaggi (tipo base), Genova carcabagi, in Piemonte carcababi e scanababi (voci, queste, registrate nel Dissionari piemontèis, di Gribaudo – Seglie, Torino 1971 – 1975, che riporta anche un gustoso proverbio: andé a pijé na nià ëd carcababi accingersi a un’impresa difficile). Per Milano, il Vocabolario milanese – italiano del Cherubini, Milano 1839 – 1856, ha uno scarcasciàtt che dice composto da scarcà scatarrare, sputare + sciàt rospo.

Per altre etimologie proposte, citiamo il DEI (I, 671) che, alla voce CALCABOTTO, recita: “nottolone, succiacapre, stiaccione… composto di ‘calcare’ congiungersi dei volatili e ‘botta’ rospo, forse secondo qualche tradizione popolare che ha immaginato questo mostruoso connubio”.

Più probabile, secondo me, un accostamento alla voce dialettale di origine onomatopeica scarcaiò balbettare, tartagliare, parola che può ricordare il verso dell’uccello. Da tenere presente anche il francese carcailler che significa ‘stridere’ detto della quaglia. E’ possibile, se non probabile, che si possa vedere nel nostro skorkabòbiu un richiamo al trillo del suo canto accomunato alla postura di quando è nascosto, abitualmente in boschi e radure, come il rospo che sembra essere sempre pronto al balzo in avanti.

 

Funghi e non solo

Alle precedenti note riguardanti curiosità e spunti a carattere dialettale di voci ed espressioni novesi, faccio seguire un primo aggiornamento al mio Vocabolario di Novi Ligure di termini botanici non prima registrati. Brevi commenti illustra-tivi accompagnano i singoli articoli.

arburéin – è il piopparello o pioppino, quel fungo che cresce in prossimità dei pioppi e dei salici. Buon commestibile ed apprezzato. Latino scientifico Pholiota aegerita (Agrocybe aegerita).

camißa(kamißa) – volva, involucro che si trova alla base di alcuni funghi, di solito a forma di guaina o coppa, ad es. nell’Amanita caesarea (Ovolo rosso) e nel Phallus impudicus (Satirione).

capé (kapé)1 da prève   – Elvella, Spugnola d’autunno (Helvella lacunosa e specie affini). Curioso fungo terricolo con cappello (mitra) irregolare, costituito da tre lobi e un gambo provvisto di costole e solchi per tutta la lunghezza. Commestibile dopo cottura. Il termine dialettale ‘cappello da prete’ richiama il tricorno, cappello a tre spicchi dei sacerdoti.

arburein

arburéin

cape

capé da prève

capé (kapé)2 da prève  – Fusaggine o berretta da prete (Euonymus europaeus). E’ un arbusto abbastanza comune nei boschi e nelle siepi, i cui fiori verdognoli sono situati in grappoli all’ascella delle foglie. Il calice si trasforma poi in una capsula con quattro lobi che si aprono in autunno per rilasciare i semi di colore rosso arancione, detti anche ‘corallini’. La loro forma ricorda il tricorno dei preti.

Quodsi decocto fructuum ejus lavantur capita puerorum, pediculi subito enecantur se con il decotto dei suoi frutti si lavano le teste dei fanciulli, si uccidono subito i pidocchi (da: A. Sella, Flora popolare biellese, Torino 1992, p. 70).

cape 2

capé da prève

èbru dèe paradißu – ailanto, albero del paradiso (Ailanthus glandulosa o altissima) Albero d’alto fusto e a chioma espansa che può raggiungere i venti metri. Originario della Cina, fu introdotto in Italia nel XVIII secolo e qui, naturalizzato in breve tempo, trovò facile impiego per alberature e per ornamento delle città. I suoi fiori emanano un acre odore sgradevole.

      Il dialetto novese possedeva, per èbru, anche la forma èrbru, ormai quasi estinta.

lèlura – edera (Hedera helix). E’ l’antica voce novese per il moderno édera. Il dialettofono di oggi conosce soltanto la forma italianizzata. Pochi, inoltre, ricordano l’altro significato di lèlura ‘conno’.

lìpurasi tratta del ‘satirione’ (Phallus impudicus), fungo puzzolentissimo, dal cappello ad alveoli e provvisto di volva, la cui presenza si avverte a una ventina di metri di distanza. Cresce nei boschi e nei prati in estate e in autunno. Il termine dialettale è ormai esclusivamente conosciuto nella comparazione spüsò cmè na lìpura ‘puzzare moltissimo’. Anche il novese anziano non sa – pur ‘aiutato’ – riconoscere in lìpura il satirione.

manìla – pianta bulbosa tropicale (Manila textilis) e la fibra da essa ricavata. La voce era conosciuta un tempo dai cordai novesi – che la ritenevano dialetta-le – perchè ne utilizzavano la fibra per farne corde da balle.

pertüßarö’ – è il ben noto fungo chiamato in italiano ‘spugnola’ (Morchella conica, M. vulgaris e altre specie affini), dal cappello (mitra) più o meno provvisto di alveoli. Tutte le spugnole, così dette per l’aspetto spugnoso del cappello, sono commestibili. La voce dialettale richiama i ‘pertugi’ o buchi o alveoli del cappello.

lipura

lìpura 

spungora                 

pertüßarö’ o spungöra

pragarö’ – è il comunissimo fungo prataiolo (Psalliota campestris). Qualcuno lo chiama anche pregarö’.

spungöra – altra voce per indicare la ‘spugnola’. Vedi sopra pertüßarö’.

stubiarö’ – è lo stesso che trula (v. sotto), ma è così detto quel fungo che di preferenza cresce tra le stoppie del grano o del granoturco.

trula – bubbola minore o bubbola buona (Lepiota naucina e specie affini). Questo fungo commestibile, che cresce nei prati e nei campi, sta diventando raro da noi; era un tempo comune quando il terreno veniva ingrassato con stallatico.

trula da bóscu – bubbola maggiore o mazza di tamburo (Lepiota procera). Commestibile di ottima qualità (il cappello), cresce ai margini dei boschi, lungo i sentieri erbosi, specialmente in estate e in autunno.

fungo 1

fungo 2


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2 thoughts on “Le parole dei Novesi – VII

  1. claudio santacroce

    Avrei bisogno di informazioni sul dialetto di Novi da parte del Signor Natale Magenta,
    Come posso mettermi in comunicazione con lui?
    Mi potete fornire e.mail, o telefono, o indirizzo?
    Grazie, saluti
    C.Santacroce

    Rispondi
    1. Redazione Novinostra Autore articolo

      Gent.mo Sig. Santacroce,
      purtroppo il Sig Magenta è mancato, può comunque contattare il Sig Francesco Melone di Novinostra al 0143745980, certi che saprà darle tutte le informazioni del caso.

      Cordialità
      redazione NOVINOSTRA

      Rispondi

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