Libarna preromana

di ANNA MARIA PASTORINO e MARICA VENTURINO GAMBARI

Fino alle ricerche promosse a partire dalla metà degli anni Ottanta del Novecento dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte nell’ambito dell’attività istituzionale di tutela, la media valle Scrivia era nota in bibliografia solo per le presenze di età romana, legate in particolare al tracciato della via Postumia e alle città romane di Libarna e di Dertona[i]. Il controllo di tutte le segnalazioni riferibili a contesti pre-protostorici, l’inserimento di norme di tutela preventiva all’interno del Piano Regolatore di Serravalle Scrivia, le valutazioni di rischio archeologico preliminari alla progettazione di grandi opere pubbliche e la puntuale revisione, ancora in corso, di materiali di collezione, conservati nei depositi dei musei di Torino e di Genova-Pegli, hanno permesso in un breve arco di tempo di raccogliere elementi utili per delineare a grandi linee un quadro della storia del popolamento della valle Scrivia nel corso della preistoria e soprattutto della protostoria, quando l’attivarsi di una via commerciale di collegamento tra il mare Tirreno, la pianura padana e le aree transalpine, in stretta relazione con la fondazione dell’emporio etrusco di Genova nel corso del VI secolo a.C., determina una svolta dell’evoluzione economica e culturale delle popolazioni liguri dell’entroterra genovese[ii].

Il presente contributo vuole fornire una sintesi aggiornata delle conoscenze relative al popolamento del territorio della piana libarnese nel corso dell’età del Ferro, con particolare riferimento ai materiali che – pur in genere privi di dati di rinvenimento e di associazione – sono probabilmente pertinenti a contesti funerari e/o votivi, e costituisce un passo ulteriore nella collaborazione tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte ed il Museo di Archeologia Ligure, in uno sforzo comune teso alla migliore conoscenza e alla valorizzazione della protostoria di Libarna, che nella stessa denominazione della colonia romana evidenzia l’origine preromana e il possibile collegamento ad un’onomastica di origine etrusca[iii].

 

I vasi della collezione conte Bruno di Tornaforte

 

Tra i reperti delle più antiche collezioni del Museo Civico di Cuneo si conservano due brocche (oinochoai)(fig. 1), l’unain bucchero pesante di fabbrica probabilmente vulcente (seconda metà VI secolo a.C.)[iv] (fig. 2), l’altra con imboccatura a cartoccio a vernice nera sopradipinta con motivo floreale a ramo di ulivo (fig. 3), attribuibile ad un sottogruppo tarquiniese coevo al Gruppo del Fantasma (seconda metà IV – inizi III secolo a.C.)[v], con indicazione di provenienza da Libarna[vi]. Dai dati d’archivio[vii] risulta che negli anni compresi tra il 1866 e il 1870 (più probabilmente nel 1867) Saverio Giuseppe, V conte di Tornaforte, abbia donato alla biblioteca civica di Cuneo in Palazzo Audifreddi “due vasi etruschi – uno di colore nero in forma d’anfora e l’altro colore naturale dell’argilla – provenienti da scavi fatti nell’agro della città di Libarna presso Serravalle Scrivia”. I due vasi sono registrati con gli stessi dati di provenienza nell’Elenco del materiale storico che dalla biblioteca si consegna al Museo civico, redatto in data 28 marzo 1922, mentre una bozza di inventario a cura di Euclide Milano, databile tra il 1922 e il 1930, riporta: “vaso etrusco di terracotta di colore nero in forma d’anfora e altro vaso etrusco di terracotta color naturale dell’argilla, dissotterrati in seguito agli scavi fatti nell’antica città di Libarna presso Serravalle Scrivia”.

Fig. 1

Fig. 2

Fig. 3

Lo stato di conservazione dei reperti induce ad ipotizzarne una provenienza da contesti tombali sconvolti in occasione di lavori occasionali nella piana di Libarna, forse connessi alla realizzazione della Regia Strada dei Giovi (1820-1823) o della linea ferroviaria Torino-Genova (1846-1854), o da recuperi fortuiti che sovente si verificavano nel corso delle attività agricole, di cui a partire dal 1843 si ha notizia attraverso i documenti di archivio e gli scritti di Costantino Ferrari, Gian Francesco Capurro e Santo Varni[viii].

È risultata invece inesatta ed è stata recentemente corretta[ix] l’attribuzione alla collezione Tornaforte di una terza oinochoe a vernice nera con imboccatura a cartoccio (fine IV – III secolo a.C.)[x], anch’essa conservata al Museo Civico di Cuneo; alla luce di recenti verifiche effettuate sui dati d’archivio e sui reperti del Museo Civico di Cuneo (Livio Mano, 2003) essa è risultata infatti fare parte dell’acquisto di “diciannove vasi etruschi provenienti da Castigliocello (antica Populonia), segnalato nel 1931 da E. Milano sulla stampa locale e registrato nell’inventario del Museo nel marzo 1933.

La presenza di reperti di pregio nell’immediato entroterra dell’emporio etrusco di Genova, lungo una via di traffico che, sulla base delle ultime acquisizioni[xi], era forse attiva già a partire dalla fine del VII secolo a.C. collegando i centri dell’Etruria padana al mare, via Tortona, non desta particolare stupore, se si considera il quadro complessivo dei rinvenimenti collegati alla presenza commerciale etrusca nella Liguria interna tra il VI e la fine del IV secolo a.C., essendo probabilmente questi da intendersi come doni di prestigio all’interno di un sistema commerciale gestito direttamente, d’intesa con i capi locali e attraverso la creazione di una serie di empori fluviali, da mercanti etruschi o italici e/o da liguri etruschizzati, come dimostrano le stele con iscrizioni in lingua etrusca di Busca (fine VI secolo a.C.) e di Mombasiglio (fine IV secolo a.C.)[xii].

Va del resto ricordato che una conferma in tal senso veniva già anche dai frammenti di decorazione con teste plastiche umane di vasi di grandi dimensioni (hydriae, anfore o foculi) in bucchero pesante (seconda metà VI – inizi V secolo a.C.), rinvenuti nel Museo di Antichità di Torino da F.G. Lo Porto con indicazione di provenienza “Serravalle Scrivia – Libarna”[xiii].

Il sepolcreto in proprietà Bailo

Del sepolcreto rinvenuto a Libarna in terreni di proprietà Bailo possediamo solo informazioni bibliografiche e una scarna documentazione d’archivio; i reperti archeologici andarono infatti dispersi già al momento della scoperta.

Santo Varni, nel relazionare sul rinvenimento di due tombe a incinerazione entro cassetta di lastre in pietra a Savignone (Genova)[xiv], descrive con accuratezza il cinerario della tomba 2, un’olla “di forma graziosa … , coperta di vernice nera … e decorata da diverse linee di tinta nera tirate a pennello, ed incrociate a guisa di rete”, accostandola per la decorazione “ad alcuni frammenti estratti da’ sepolcri trovati nella proprietà Bailo, nell’occasione in cui si aprì la galleria della strada da Arquata a Gavi”. In seguito (1884 o 1885) in un manoscritto autografo su Scavi di Libarna[xv] Santo Varni precisa meglio la localizzazione e le caratteristiche delle sepolture, che erano state rinvenute nell’estate 1880 in occasione “dell’apertura della nuova strada da Serravalle a Gavi … laddove la strada ha il suo cominciamento, e precisamente nella proprietà dei Sig.ri Bailo”. Le osservazioni effettuate da Varni sul luogo della scoperta e le caratteristiche dei reperti, in parte descritti ed in parte riprodotti nel manoscritto, consentono di ipotizzare la presenza di sepolture protostoriche e di età romana, all’interno di un’area a destinazione funeraria, ubicata a nord del rio della Pieve ed utilizzata dal VI – V secolo a.C. alla tarda antichità.

Recentemente, nell’ambito della valutazione del rischio archeologico preliminare alla definizione del progetto della Linea AC/AV III Valico dei Giovi[xvi], è stato possibile localizzare con ancora maggiore precisione l’area del rinvenimento, sulla base di verifiche effettuate sui catasti storici (Mappa di Serravalle Scrivia … misurata dal geom. G. Triebl , 1723) (Archivio di Stato di Torino)  e sul Catastro di Serravalle (1773) (Comune di Serravalle Scrivia). Il sito delle necropoli è stato in questo modo circoscritto ad una ridotta fascia di terreni a nord del Rio della Pieve, compresi tra le cascine S. Antonio (allora di proprietà dei sig.ri Bailo) e Il Casino, corrispondenti ai mappali 1240-1242, 1533 e 1536 allora di proprietà di Marco Bailo fu Giobatta, con una maggiore probabilità per i mappali 1240-1242 e 1536 perché coincidenti con l’inizio della nuova strada per Gavi (fig. 4).

Fig. 4

Sulla base delle descrizione della decorazione e dei confronti istituiti dallo stesso Varni con i reperti di Savignone, la prima fase di utilizzo del sepolcreto Bailo potrebbe datarsi tra il VI e gli inizi del V secolo a.C.; del tutto particolare e caratteristica in taluni casi dei cinerari nelle necropoli a cremazione del Ligure II (600-475 a.C.) nella Liguria interna[xvii] appare la decorazione delle urne, spesso caratterizzate dal trattamento a stralucido di tutta la superficie, con l’eccezione della fascia centrale del corpo in prossimità del massimo diametro decorata con un motivo a reticolo ottenuto sempre con la medesima tecnica.

 

La collezione del canonico Costantino Ferrari

La collezione archeologica del canonico Costantino Ferrari (1826-1880) di Serravalle Scrivia fu acquistata nel 1857 con la mediazione di Santo Varni dal Governo Sabaudo, che la depositò nella Biblioteca Universitaria nel 1867[xviii]; il catalogo dei reperti, parzialmente presente negli Appunti di S. Varni, è stato di recente edito a cura di G. Mennella[xix]. La collezione fu trasportata, insieme agli altri oggetti archeologici conservati nella medesima sede, a Palazzo Bianco per la Mostra d’Arte Antica del 1892; qui rimase in deposito al Museo di Storia ed Arte formatosi nel 1908. In seguito passò al Museo civico di Archeologia prima alla Villetta di Negro e poi a Pegli, dove ancora oggi si trova[xx].

Ferrari raccolse reperti a partire dal 1843, fece eseguire scavi nell’area dell’anfiteatro di Libarna (1849) e segnalò il rinvenimento di un tratto di strada basolata nell’area della cascina Pieve (1862).

All’interno della sua collezione, interamente formata da materiali provenienti da Libarna e messa insieme acquistando dai contadini gli oggetti che venivano in luce nel corso delle arature o di lavori occasionali, sono identificabili anche alcuni reperti preromani, come un krateriskos[xxi] a vernice nera (seconda metà IV secolo a.C.) (fig. 5), avvicinabile alla serie 3521 di Morel[xxii], una fibula frammentaria di schema medio La Tène in bronzo[xxiii] (II secolo a.C.) (fig. 6),una cuspide di lancia[xxiv] (II-I secolo a.C.) (fig. 7), un’olletta ovoide ed una coppa in ceramica ad impasto (IV – II secolo a.C.)[xxv].

 Fig. 5 Fig. 6 Fig. 7

 

Santo Varni e Libarna

Dell’interesse di Santo Varni (1807-1885) per l’archeologia di Libarna, oltre alle pubblicazioni e agli appunti manoscritti[xxvi], dove egli riproduce oggetti della sua e di altre collezioni, riportandone l’indicazione di provenienza da “Serravalle Scrivia – Libarna”, rimangono alcuni reperti della sua collezione, venduta all’asta nel 1887. Una parte di essa fu acquistata dal Comune di Genova e passò al Museo Archeologico. Un altro piccolo gruppo di materiali rimasti invenduti fu donata dagli eredi Barbano all’Accademia Ligustica nel 1895; questo nucleo fu ceduto nel 1908 dall’Accademia al Comune di Genova. L’elenco sommario che accompagnava gli oggetti al momento della consegna non riporta se non genericamente l’origine[xxvii]. In questo caso per l’identificazione e la verifica della provenienza si sono rivelati assai utili i dati riportati dai manoscritti Varni. Alcuni di questi reperti per tipologia e stato di conservazione potrebbero provenire da contesti votivi sconvolti in antico[xxviii].

Di particolare interesse la testina in terracotta[xxix] con capo velato, orecchini a pendaglio e torques intorno al collo; il velo lascia scoperta la parte inferiore di una benda che circonda il capo (fig. 8). Il reperto, forse proveniente da un contesto votivo e databile tra la fine del IV e il III secolo a.C., si inquadra all’interno di un gruppo di testine femminili da Palestrina (Museo Nazionale Romano), con pettinatura a due bande ondulate raccolte dietro la nuca[xxx]; la provenienza da Libarna è desumibile sulla base dei manoscritti Varni[xxxi].

Anche per il bronzetto di offerente[xxxii] (fig. 9) la provenienza da “Serravalle” si ricava dalle indicazioni  autografe riportate sui manoscritti Varni[xxxiii]; il reperto riproduce un tipo ben definito[xxxiv], databile tra III e II secolo a.C. e prodotto tra l’Etruria interna e l’Umbria.

 Fig. 8 Fig. 9

La tomba di Libarna, rio della Pieve (1904)

Il corredo, facente parte della collezione di G. Poggi e oggi conservato al Museo di Archeologia Ligure di Genova Pegli, è l’unico superstite di un sepolcreto di oltre un centinaio di tombe a cremazione, con deposizione del cinerario e degli elementi di corredo in pozzetti scavati nel terreno e copertura in laterizi, rinvenuto nel 1904 a nord del rio della Pieve[xxxv].

Le tipologie del cinerario, della scodella coperchio (?), della punta di lancia in ferro e degli elementi del corredo in bronzo (fibule, bottoni conici e a scudetto, placca di cintura a otto, piastrina forata, armille e saltaleone) (figg. 10-12) ne consentono una datazione compresa tra seconda metà del II e gli inizi del I secolo a.C. (Ligure III C, 250-125 a.C.) e trovano confronti in necropoli a cremazione di ambito ligure (Levanto, Casal Cermelli, Rocca Grimalda, Garlasco)[xxxvi]; in particolare le parure di bottoni e la placca di cintura a otto sono elementi di costume peculiari dei Ligures Statielli, come confermato dal recente rinvenimento di una necropoli della seconda età del Ferro, con sepolture a cremazione sotto tumulo terragno entro recinti delimitati da pietre, a Montabone (Asti) nella valle del Boglione, non lontano da Acqui Terme[xxxvii].

Un elemento che, rispetto a quanto già edito, si può prestare a qualche nuova considerazione è la fibula in bronzo con arco ad ovoli traforati (documentata nella tomba del rio della Pieve da due esemplari, di cui uno molto frammentario e lacunoso), decorato in prossimità della molla da un volto umano fortemente schematizzato (Maskenfibeln) (figg. 12: 13, 1), ch\e rappresenta finora un unicum nel quadro delle fibule di tipo La Tène dell’Europa celtica. Le fibule di Libarna trovano al momento un riscontro puntuale solo in una coppia di esemplari dal corredo di tipo ligure della tomba di S. Agata di Pressana (Verona) (II – prima metà I secolo a.C.)[xxxviii] (fig. 13, 2), la cui estraneità alla tradizione culturale e al costume dei Cenomani è stata spiegata con la presenza di gruppi o di singoli individui di stirpe ligure lungo la via Postumia.

La fibula tipo Libarna rappresenta il prodotto di pregio di un artigianato, probabilmente locale, altamente specializzato che rielabora, fondendole in un quadro unitario e originale, soluzioni decorative caratteristiche dell’arte celtica in ambiti culturali diversi (gli ovoli sono caratteristici del mondo insubre tra III e II secolo a.C.; la schematizzazione e la posizione della testa maschile è tipica delle Maskenfibeln dell’Europa centrale nel medio La Tène).

Il confronto con una delle fibule di Pressana consente di completare l’iconografia del volto maschile rappresentato in prossimità della molla della fibula di Libarna, più lacunosa di quella veneta, che appare caratterizzato dalla schematicità degli occhi, resi da un motivo a occhi di dado, dal naso accentuato e da grandi baffi rivolti verso l’alto[xxxix].

Fig. 10 Fig. 11 fig. 12 Fig. 13

La tomba di Libarna, ex Fornace Balbi (1992)

In occasione dell’indagine archeologica condotta nell’area dell’ex Fornace Balbi (1992)[xl], in prossimità di un canale con materiali databili tra la seconda metà del II e la prima metà del I secolo a.C. (ceramica di impasto e a vernice nera, anforacei), è stato intercettato il fondo di una sepoltura a cremazione (tomba 27), troncata dalle arature, di cui si conservava solo la parte inferiore del cinerario contenente ancora resti di ossa combuste; tra gli elementi metallici recuperati all’interno del pozzetto erano una punta di lancia a sezione lenticolare con costolatura centrale (fig. 14), confrontabile con l’esemplare della necropoli di Rocca Grimalda[xli], e un anello in ferro, che orientano verso una datazione nell’ambito della seconda metà del II secolo a.C. (Ligure III C, 250-125 a.C.).

 

Considerazioni conclusive

Nella corso del VI secolo a.C. la fondazione da parte degli Etruschi di un emporio sulla collina di Castello a Genova[xlii] attiva una direttrice di contatti commerciali e culturali con l’area della Cultura di Golasecca lungo le principali vallate appenniniche (Polcevera, Bisogno e Scrivia), determinando un forte incremento del quadro del popolamento (Sestri Ponente, Savignone, Valbrevenna, Tortona, Castelnuovo Scrivia, Guardamonte di Gremiasco, Monleale).

Si organizzano probabilmente in questo momento le prime forme di insediamento stabile anche nella piana di Libarna, alla confluenza delle valli dello Scrivia e del Borbera, punto strategico nei collegamenti tra la costa ligure e l’entroterra, dove le indagini recenti hanno permesso di localizzare sulla collina del castello di Serravalle Scrivia un insediamento databile in via preliminare tra la fine del VII e il VI secolo a.C.; a questa prima fase di frequentazione sembrano verosimilmente da riferire la oinochoe in bucchero della collezione Tornaforte e frammenti di decorazione con teste plastiche umane di vasi di grandi dimensioni (hydriae, anfore o foculi) in bucchero (seconda metà VI – inizi V secolo a.C.), probabilmente provenienti da contesti funerari sconvolti in antico, oltre alle tombe con urne decorate a stralucido del sepolcreto Bailo.

La presenza di beni di prestigio a Libarna, come in altri contesti indigeni, sia funerari che di abitato, della Liguria interna nel Ligure II (600-475 a.C.)[xliii], suggerisce la presenza, all’interno delle comunità liguri, di mercanti etruschi e italici che gestivano – d’intesa con i capi locali e forse anche attraverso strategie matrimoniali[xliv] – una rete di traffici commerciali che in questa fase sembrano organizzarsi soprattutto lungo le vie d’acqua (Po, Tanaro) e i principali valichi appenninici che mettevano in comunicazione la costa ligure con la pianura padana e le aree transalpine.

La reciprocità degli interessi commerciali tra la costa ligure e l’area occidentale della Cultura di Golasecca lungo le valli della Scrivia e del Polcevera, tra la fine del VI e la prima metà del V secolo a.C., è confermata anche dalla presenza di tipologie metalliche di tradizione golasecchiana (fibule a sanguisuga con anima in cotto, a drago e di tipo tardo-alpino), forse anche con la presenza fisica di individui provenienti dall’area insubre, come ipotizzato per l’emporio genuate[xlv], e dalla diffusione della ceramica con decorazione a stralucido con motivi a reticolo, caratteristica della fine del G II B e degli inizi del G III A (Gropello Cairoli, Savignone, Guardamonte di Gremiasco, Libarna, Tortona -via alle Fonti, Genova), che diventa caratteristica anche come decorazione dei cinerari in contesti funerari del Ligure II nella Liguria interna (Savignone; Alba – via Terzolo; Valdieri, tomba 1).

I collegamenti dell’oppidum genuate anche con i piccoli empori della Liguria interna collegati allo sfruttamento della via fluviale del Tanaro, come Villa del Foro, indiziato dal comune rinvenimento di ceramiche di importazione (coppe ioniche e ceramiche etrusco-corinzie), lungo un itinerario che, staccandosi dalla valle Scrivia a Libarna per risalire le valli del Lemme, dell’Orba e della Bormida arrivava, via Frascaro[xlvi], fino alla confluenza del Belbo nel Tanaro[xlvii], ha trovato una recente conferma nell’identificazione di un sito a Capriata D’Orba – San Nicolao, da cui provengono frammenti di fibule in bronzo, buccheri e ceramiche di impasto databili nell’arco del VI secolo a.C.[xlviii].

Tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.C. Libarna, come Genova[xlix], non sembra risentire del tutto della crisi generalizzata che investe il mondo ligure (Ligure III A, 475-375 a.C.), probabilmente a causa dei primi movimenti di bande di guerrieri celtici dediti al mercenariato e ad attività di saccheggio che determinano il venire meno del sistema commerciale etrusco, il crollo degli empori fluviali lungo la valle del Tanaro (Villa del Foro, Castello di Annone) e l’arroccamento degli abitati in aree più interne[l].

Del resto è già stato sottolineato[li] come diversi indizi suggeriscano tra IV e III secolo a.C. il persistere di contatti delle comunità della Liguria interna con il mondo etrusco ed in particolare con i centri costieri dell’alto Tirreno, come Genova e Savona, logico punto di riferimento per le popolazioni liguri dell’entroterra. L’elmo a calotta semplice in bronzo di Cuneo (prodotto in un’officina dell’Etruria meridionale, probabilmente vulcente, fra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.C.)[lii], lo specchio in bronzo (IV secolo a.C.) dell’Istituto Tecnico Baruffi di Mondovì, con indicazione generica di provenienza dal territorio di Ceva[liii], la stele di Mombasiglio, con scena di banchetto coniugale ed iscrizione in lingua etrusca: Husi Veteś Zalle (Salvio Vettio il giovane) (fine IV secolo a.C.)[liv] e il piatto da pesce in ceramica a vernice nera (attica o, più probabilmente, da attribuire ad una officina campana che imita la ceramica attica a vernice nera) (fine IV – inizi III secolo a.C.) dagli scavi della Bollente ad Acqui Terme[lv] porterebbero ad ipotizzare la persistenza nel Piemonte meridionale di forme di commercio o forse, più verosimilmente, di limitate presenze di liguri etruschizzati sul territorio anche dopo l’invasione gallica degli inizi del IV secolo a.C.; appare verosimile che queste comunità possano avere svolto un ruolo principalmente legato alla ricerca di schiavi ed al reclutamento di mercenari, ben noti dalle fonti letterarie, da inviare agli imbarchi degli empori costieri della Liguria[lvi].

Anche a Libarna la presenza di reperti di pregio (oinochoe a vernice nera sopradipinta della collezione Tornaforte, krateriskos a vernice nera della collezione Ferrari, testina in terracotta e bronzetto di offerente della collezione Varni), probabilmente provenienti da contesti funerari o votivi sconvolti in antico e di cui si sono conservati solo gli oggetti che per loro caratteristiche intrinseche potevano maggiormente colpire i ricercatori della seconda metà del XIX secolo, si inserisce così, tra la seconda metà del IV e il III secolo a.C. (Ligure III B, 375-250 a.C.), nel quadro della circolazione di manufatti di prestigio, che interessa in modo ben più consistente i centri della Liguria costiera ma che mostra significative attestazioni anche nella Liguria interna orientale (Acqui Terme, Vigana, Guardamonte di Gremiasco), sia con importazioni dirette che con imitazioni locali in impasto (Vigana)[lvii].

Con la fine del III secolo a.C. (Ligure III C, 250-125 a.C.) la progressiva decadenza, documentata a partire dalla fine del IV secolo a.C. da crolli e abbandoni, ed infine la distruzione dell’oppidum di Genova ad opera del cartaginese Magone (205 a.C.)[lviii] determinano una interruzione delle correnti di traffici e scambi commerciali, privando i gruppi liguri di Libarna del loro naturale sbocco al mare. Il carattere marcatamente indigeno della ceramica dell’abitato (fig. 15) sulla collina del castello di Serravalle Scrivia[lix] e la tipologia dei corredi funerari delle necropoli localizzate nella piana a nord del rio della Pieve segnalano l’isolamento dei gruppi di Ligures Statielli della media valle Scrivia[lx].

Dopo la distruzione di Clastidium (222 a.C.), la campagna contro gli Iluates (197 a.C.), la sottomissione dei Ligures Statielli (179 a.C.), la realizzazione della via Postumia (148 a.C.) e della via Fulvia  (125 a.C.), fino all’apertura della via Aemilia Scauri (115 a.C.), scandiscono le tappe di una romanizzazione che nell’Alessandrino appare profonda e relativamente rapida. Nella seconda metà del II secolo a.C. le strade consolari (via Postumia, via Fulvia, via Aemilia Scauri) fissano sul territorio tracciati e percorsi della viabilità protostorica, mentre i principali centri urbani (Libarna, Dertona, Forum Fulvii) si collocano negli stessi punti strategici, ereditando un ruolo che già era stato proprio degli insediamenti età del Ferro.

Tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C. l’abitato posto a controllo e servizio della strada, inizialmente ubicato sulla collina del castello di Serravalle Scrivia con imponenti strutture di fortificazione, si sposta in pianura, dove sono stati rinvenuti nuclei di necropoli databili tra la seconda metà del II e gli inizi del I secolo a.C. (necropoli del rio della Pieve e di ex Fornace Balbi); nell’area della città romana i reperti più antichi, rinvenuti in giacitura secondaria negli scavi effettuati nell’area del teatro e dell’anfiteatro (fibule di schema medio La Tène; dramma padana con legenda Rikoi), si collocano nell’ambito della prima metà del I secolo a.C.[lxi].

È in questo periodo che gradualmente si compie la romanizzazione dei Liguri della valle Scrivia; in stretta continuità con il passato, la città romana di Libarnaconserva insieme al nome, di origine preromana, il tradizionale ruolo di collegamento tra la costa ligure e la pianura, naturale punto di incontro e di mercato anche per le vallate appenniniche laterali[lxii].

 

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DIDASCALIE

Fig. 1. Oinochoai in bucchero pesante (1) e con imboccatura a cartoccio a vernice nera sopradipinta (2) (Collezione Tornaforte, Museo Civico di Cuneo) (scala 1:3).

Fig. 2. Oinochoe in bucchero pesante (Collezione Tornaforte, Museo Civico di Cuneo).

Fig. 3. Oinochoe con imboccatura a cartoccio a vernice nera sopradipinta (Collezione Tornaforte, Museo Civico di Cuneo).

Fig. 4. Localizzazione sul catasto storico di Serravalle Scrivia delle proprietà Bailo tra il 1865 e il 1887.

Fig. 5. Fibula frammentaria di schema medio La Tène in bronzo (Collezione Biblioteca Universitaria, già Collezione Ferrari) (Museo di Archeologia Ligure di Genova Pegli).

Fig. 6. Krateriskos a vernice nera (Collezione Biblioteca Universitaria, già Collezione Ferrari) (Museo di Archeologia Ligure di Genova Pegli).

Fig. 7. Collezione Biblioteca Universitaria (già Collezione Ferrari). Punta di lancia in ferro (II secolo a.C.) (Museo di Archeologia Ligure di Genova Pegli).

Fig. 8. Testina femminile in terracotta (Legato Barbano, già Collezione Varni) (Museo di Archeologia Ligure di Genova Pegli) (1) e Santo Varni: Ms. “Appunti sovra alcune terre cotte antiche”, tav. XV (2); sulla prima testina a sinistra è apposta la scritta autografa di Varni “Libarna”.

Fig. 9. Bronzetto di offerente (Legato Barbano, già Collezione Varni) (?) (Museo di Archeologia Ligure di Genova Pegli).

Fig. 10. Libarna – Rio della Pieve. Urna cineraria, coppetta e frammenti di vaso (scala 1:3).

Fig. 11. Libarna – Rio della Pieve. Punta di lancia in ferro, bottoni e fibula in bronzo (scala 1:2).

Fig. 12. Libarna – Rio della Pieve. Elementi del corredo in bronzo (scala 1:2).

Fig. 13. Ricostruzione dell’aspetto originario delle Maskenfibeln di Pressana (2) (da Salzani – Vitali 1990) nel confronto con l’esemplare libanese (1) (scala 1:2).

Fig. 11. Serravalle Scrivia, loc. Fornace Balbi. Tomba 27: punta di lancia con innesto a cannone e lama a sezione lenticolare con costolatura centrale (Museo di Antichità di Torino).

Fig. 12. Serravalle Scrivia, loc. Ruderi. Ceramica di abitato (Ligure III C, 250-125 a.C.) (Museo di Antichità di Torino) (scala 1:3).

 

NOTE

[i] Questo contributo ripropone, con aggiornamenti bibliografici e integrazione nella documentazione illustrativa, il testo della relazione presentata al convegno “La riscoperta di Libarna. Dall’antiquaria alla ricerca archeologica” (Genova, 19 novembre 2004) (Pastorino – Venturino Gambari 2008).

[ii] Libarna 1996, pp. 17-29; Melli 2004. Per il quadro generale e la periodizzazione della medio-tarda età del Ferro nella Liguria interna piemontese, cfr. Gambari – Venturino Gambari 2004.

[iii] Libarna 1996, p. 27, nota 2.

[iv] Libarna 1996, fig. 3.

[v] Libarna 1996, fig. 4; Brecciaroli 2004, pp. 127-129.

[vi] Libarna 1996, pp. 19-20; Gambari – Venturino Gambari 2004, pp. 34 e 38, note 19 e 43 con un aggiornamento sulla questione relativa alle ingiustificate perplessità circa la provenienza dei reperti e la bibliografia specifica.

[vii] La puntuale verifica dei dati d’archivio e delle modalità di acquisizione dei reperti si deve a Livio Mano, conservatore del Museo Civico di Cuneo, prematuramente scomparso nel giugno 2007, nel quadro di un più ampio riscontro, purtroppo rimasto incompiuto, delle collezioni storiche del museo.

[viii] Bacchetta – Carrea 2008; Melli 2008; Pastorino 2008; Crosetto 2006.

[ix] Gambari – Venturino Gambari 2004, pp. 38-39, nota 43.

[x] Libarna 1996, fig. 5.

[xi] Recenti indagini preliminari condotte sulle pendici nord-occidentali della collina del Castello di Serravalle Scrivia, in loc. Belvedere, in occasione della realizzazione di un fabbricato residenziale, hanno portato all’individuazione di una potente sequenza stratigrafica con depositi colluviali contenenti al loro interno reperti in bronzo, ceramica di impasto e di importazione (ceramica dipinta a fasce rosse di probabile produzione etrusco-padana) databili tra la fine del VII e il VI secolo a.C. che confermano la presenza sul rilievo di un abitato della media età del Ferro.

[xii] Gambari – Venturino Gambari 2004, pp. 31-41 e Venturino Gambari 2006, pp. 68-71, con sintesi dei principali rinvenimenti e bibliografia specifica.

[xiii] Lo Porto 1956, pp. 202-207.

[xiv] Varni 1884; Pastorino 2008.

[xv] Mennella 1992. Recentemente (marzo 2008) i manoscritti di Santo Varni, già in proprietà degli eredi Barbano, sono stati acquistati con un finanziamento della Regione Piemonte dal Comune di Serravalle Scrivia, d’intesa con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie che ha avviato e seguito la trattativa con la sig.ra Giuseppina Barbano Mascolo, che con l’occasione si ringrazia per la squisita gentilezza e la disponibilità. È intenzione del Comune di Serravalle Scrivia e della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie avviare un progetto di studio, pubblicazione e valorizzazione dell’importante complesso di documenti di particolare importanza per l’analisi del popolamento antico del nostro territorio in quanto unica documentazione superstite di reperti dispersi sul mercato antiquario dopo la messa all’asta della Collezione Varni (1887). Si ringrazia l’Assessore alla Cultura, dott. Riccardo Lera, e il responsabile dei Servizi Sociali, dott. Valter Gianneschi, del Comune di Serravalle Scrivia per l’interessamento, l’impegno e il sempre costante appoggio.

[xvi] Lo studio è stato effettuato da Arkaia (2004) sotto la direzione scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie (dott.ssa M. Venturino Gambari).

[xvii] Valdieri (CN), tomba 1/94: Giaretti et al. 2008; Alba (CN)-via Terzolo: Venturino Gambari et al. in stampa.

[xviii] Melli 2008; Mennella 2009.

[xix] Biscarra 1873; Varni 1866; Varni 1873; Melli 2008; Mennella 2009.

[xx] La raccolta di Ferrari è formata per la maggior parte da materiali libarnesi; in seguito ai vari spostamenti fu inventariata almeno tre volte, ma spesso, fin dalla prima numerazione, non ne fu registrato il luogo di ritrovamento. Per questo motivo molti dei reperti presentano tre inventari, quello Poggi stilato prima dello spostamento dalla Biblioteca a Palazzo Bianco, quello Quinzio dei materiali depositati a Palazzo Bianco per la Mostra di Arte Antica e quello del Museo di Storia ed Arte a Palazzo Bianco. Esiste anche un inventario precedente compilato dal Bibliotecario Capo nel 1882, cfr. Melli 2008.

[xxi] Inv. Quinzio 2155; Poggi 36; MSA 715; h. cm 10,2; diam. orlo cm 10.

[xxii] Morel 1981. Si tratta di un tipo prevalentemente di produzione attica, da identificarsi con la forma 40 di Lamboglia. Tali piccoli crateri, a vernice nera con in alcuni casi decorazione sovradipinta, sono attestati ad Enserune e a Minturno e vanno collocati nella seconda metà del IV secolo a.C. (cfr. Villa d’Amelio 1963, p. 34, n. 8). Questo tipo è conosciuto in Etruria in contesti databili tra la fine del IV ed il III secolo a.C.

[xxiii] Inv. Poggi 99 (gruppo di frammenti di ferro attribuiti a Libarna).

[xxiv] Inv. Quinzio 2218; Poggi 93. Lungh. cm 29; largh. cm 3,7.

[xxv] Olla: Inv. Quinzio 2389; Poggi 270; MSA 1694; h. cm 19; diam. orlo cm 16,7; Coppa: Inv. Quinzio 2319; Poggi 199; h. cm 8,3; diam. max. cm 12,5.

[xxvi] Varni 1866; Varni 1873; Pastorino 2009; Melli 2008.

[xxvii] Sommariva 2008; Pastorino 2008.

[xxviii] La caratterizzazione di questi reperti come collegati alla sfera delle attività cultuali o rituali non stupirebbe in un centro come Libarna, data la sua collocazione su un’antica e importante via di comunicazione tra il mare e la pianura, anche alla luce delle considerazioni di Piera Melli sull’emporio genuate dove “l’esistenza di un luogo sacro, sotto il cui ombrello protettivo si ponevano gli stranieri di passaggio, in una sorta di extra territorialità che garantiva il diritto di asilo così come la correttezza delle transazioni commerciali sottoposte al potere locale e regolate da norme che il progredire degli studi e delle scoperte fa intravedere più articolate di quanto non fosse un tempo ipotizzato” (Melli 2004, p. 288). La presenza di luoghi sacri o “santuari” lungo vie di transito è del resto confermata nella stessa area anche dal ripostiglio monetale di Serra Riccò (Genova) (III – prima metà I secolo a.C.) nell’entroterra genovese, lungo il tradizionale percorso dalla costa alla valle della Scrivia, di cui ormai l’interpretazione più accreditata è che si tratti di un “deposito votivo” più che di “un ripostiglio di tesaurizzazione”, forse legato al culto delle acque o ai riti di passaggio, che imponevano un pagamento alla divinità del luogo (Barello – Arslan 2004, pp. 121-123), il “tesoro di un santuario dei Viturii, controllori dei passi che da Genova conducono alla valle dello Scrivia, e, di conseguenza, ai centri della pianura padana – cassa formatasi su un lungo arco cronologico per i versamenti di ex-voto/pedaggi da parte di viaggiatori/pellegrini in transito – …” (Barello 2004, p. 519); per un’interpretazione del ripostiglio di Serra Riccò come “santuario di frontiera”, cfr. anche Gorini in stampa.

[xxix] Senza n. inv.; h. cm 11,2; largh. base cm 5,8.

[xxx] Pensabene 2001, p. 346, n. 259, tav. 78.

[xxxi] Santo Varni, ms. Appunti sovra alcune terre cotte antiche, tav. XV.

[xxxii] Senza n. inv.; h. cm 10,2; largh. max. cm 5,5.

[xxxiii] Santo Varni, ms. Bronzi provenienti da Libarna, Luni, Roma, Tortona, ecc. ecc., tav. VI; nel manoscritto Varni cita altri due bronzetti analoghi della sua collezione provenienti da Libarna.

[xxxiv] Bentz 1992, tipo 33. La corona di foglie è legata alla sfera dionisiaca, ma in un’accezione più ampia può essere utilizzata anche da parte di offerenti per culti salutari o legati alla fecondità (Bentz 1992, p. 173 sgg.; Adam 1984, p. 203; Jurgeit 1999, pp. 45-47, nn. 46-49).

[xxxv] La tomba preromana di Libarna 1991; Libarna 1996, pp. 23-26, a cui si rimanda per l’analisi degli elementi di corredo; De Marchi – Pirotto 2004, pp. 87-89.

[xxxvi] Per le attestazioni funerarie della Liguria interna piemontese nella seconda età del Ferro e il quadro dei confronti, cfr. De Marchi – Pirotto 2004, con bibliografia specifica.

[xxxvii] Il rinvenimento è avvenuto nel corso dell’assistenza archeologica (Lo Studio, Alessandria) ai lavori di scavo per la realizzazione del metanodotto Mortara – Cosseria; l’indagine archeologica esaustiva della necropoli, composta da circa una ventina di tombe e caratterizzata da rituali funerari complessi, è ancora in corso.

[xxxviii] Salzani – Vitali 1990; Salzani 2004.

[xxxix] Grandi baffi a manubrio, terminanti a ricciolo, sono attestati anche sulla testa celtica di S. Pietro di Desio (III – II secolo a.C.) (Gambari 1999).

[xl] Filippi et al.2004.

[xli] De Marchi – Pirotto 2004, fig. 4, 6.

[xlii] Le prime frequentazioni etrusche dell’ansa del Mandraccio si datano a partire dalla fine del VII secolo a.C.; i materiali rinvenuti pur frammentari negli scavi del Portofranco (anfore vinarie etrusche, coppe ioniche e etrusco-corinzie, buccheri, recipienti da cucina e da dispensa di produzione etrusca) indicano l’esistenza di rapporti amichevoli, scambi occasionali e doni tra indigeni e stranieri di passaggio impegnati nella navigazione dell’alto Tirreno in un quadro di rapporti privilegiati con l’Etruria settentrionale costiera (Melli 2004, pp. 285-286 e 291-292, schede a pp. 316-317).

[xliii] Gambari 2004.

[xliv] Ipotizzate anche per l’emporio etrusco di Genova: Melli 2004, p. 288.

[xlv] Melli 2004, p. 288.

[xlvi] Micheletto et al. 2001, p. 62.

[xlvii] Gambari 2004, pp. 225-226.

[xlviii] Venturino Gambari – Crosetto in stampa.

[xlix] Nella prima metà del V secolo a.C. l’oppidum viene racchiuso da una potente fortificazione, forse in funzione di difesa anche a seguito del clima di insicurezza determinato dalle incursioni siracusane nell’alto Tirreno nel 453 a.C., mentre nel corso del IV secolo a.C. i dati archeologici indicherebbero un “aumento di popolazione, che sembra di poter associare [ …] ad un momento di intensa attività del porto e ad un irrobustimento dell’elemento locale”: Melli 2004, pp. 289-290.

[l] Gambari – Venturino Gambari 2004, pp. 38-41.

[li] Venturino Gambari 2006, p. 71, con bibliografia; Ferrero – Venturino Gambari 2008, pp. 28-29.

[lii] Ridella 1994; Ridella 1998.

[liii] Rubinich 2006, pp. 24-25.

[liv] Colonna 1998, pp. 264-265.

[lv] Gambari – Venturino Gambari 2004, pp. 39-40, nota 45.

[lvi] Montaldo di Mondovì 1991, pp. 18-20; Colonna 1998, p. 265; Dai Bagienni a Bredulum 2001, p. 41 con bibliografia.

[lvii] Gambari – Venturino Gambari 2004, pp. 38-41, fig. 6 (olletta La Tène Padano B e piatto da pesce a vernice nera da Acqui Terme).

[lviii] Melli 2004, p. 291.

[lix] Libarna 1996, fig. 6; Ferrero et al. 2004, pp. 60-65.

[lx] Gambari – Venturino Gambari 2004, pp. 41-46 con sintesi dei dati storici anche in relazione alla documentazione archeologica disponibile.

[lxi] Libarna 1996 con bibliografia specifica.

[lxii] Si ringrazia la dott.ssa Susanna Salines, per la collaborazione nella redazione delle tavole, e il Museo Ligure di Archeologia di Genova Pegli per le fotografie dei reperti. I disegni che corredano il presente contributo sono di Marina Giaretti e Susanna Salines; le fotografie dei vasi della Collezione Tornaforte di G. Lovera. Lo studio dei reperti conservati presso il Museo di Archeologia Ligure è stato effettuato d’intesa con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, cui va il nostro ringraziamento.

 


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