Novi e il novese durante la guerra per la successione austriaca

(da Novinostra 1962/4)

2 – La vittoria degli Austriaci sui Gallo-Ispani a Piacenza foriera del loro ritorno nel Novese.

É qui da ricordare un fatto importante: in quella stessa primavera del 1746 l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria – fatta la pace con il Re Federico II di Prussia, cedendogli la Slesia – aveva potuto gettare tutto il peso della sua forza militare in Italia, ove ben presto, infatti, scese una seconda, forte armata austriaca al comando del generale Conte di Brown.

In conseguenza di ciò, gli Spagnoli dell’Infante, minacciati dalla parte del Ticino dall’armata austriaca del principe di Liechtenstein e verso oriente da quello del Brown, in arrivo dalla val d’Adige, debbono sgomberare rapidamente il Milanese per ridursi nel Piacentino ove contano di poter resistere appoggiandosi alla cittadella di Piacenza.

In conclusione, verso la metà del giugno 1746, l’itero esercito dell’Infante – compresi i Francesi del Maillebois – viene a trovarsi tra la massa degli Austriaci, che hanno preso posizione nelle adiacenze est e sud di Piacenza, ed i Piemontesi del Re di Sardegna accorrenti a Novi.

L’Infante e il Maillebois, pertanto, appoggiati alla piazza Piacentina, decidono di attaccare gli Austriaci prima del sopraggiungere dei Piemontesi.

All’alba del 16 giugno 1746 ha inizio l’aspra, sanguinosa battaglia di Piacenza.

I Francesi attaccano impetuosamente la sinistra austriaca, che è obbligata ad indietreggiare, ma riesce ad evitare l’aggiramento. Gli Spagnoli, a loro volta, dopo violento fuoco, si lanciano contro il centro e la destra degli imperiali; nella foga dell’assalto, però, deviano dalla giusta direzione e vengono ben presto a trovarsi confusi ed ammassati in un terreno pieno di ostacoli al movimento e battuto dal micidiale fuoco incrociato avversario. Subite gravi perdite e scompaginatesi le formazioni, gli Spagnoli devono ripiegare in disordine sui Francesi.

Approfitta di questo momento la massa della cavalleria austriaca che – al comando del generale Lucchesi – si lancia alla carica con grande impeto; anche i Francesi così vengono travolti e si determina pertanto la completa vittoria austriaca.

Quini i Gallo-Ispani, così duramente battuti e che hanno lasciato in campo 6.000 uomini, 18 bandiere e 10 cannoni, si ritirano sotto le mura di Piacenza, mentre gli Austriaci, che a loro volta hanno subito perdite di poco inferiori, non sfruttano decisamente la vittoria.

3 – La celebre ritirata dei Gallo-Ispani per Stradella – Serravalle – Gavi verso Genova e l’inseguimento degli Austro-Sardi.

Si può affermare che, in così grave frangente, l’esercito Gallo-Ispano dell’Infante poté trovare la sua salvezza in due ordini di fatti

nei dispareri insorti, circa il proseguo delle operazioni, fra il nuovo comandante delle forze austriache generale marchese Antoniotto Botta Adorno – succeduto all’ammalatosi principe di Leichtenstein – ed il Re di Sardegna, nominato generalissimo dalla corte di Vienna;

Nella grande decisione ed abilità manovriera dimostrata dal maresciallo di Maillebois. Questi, sfruttando accortamente la storica stretta strategica di Stradella  – cioè l’angusto lembo di pianura fra le estreme propaggini settentrionali dell’acrocoro  dell’Antola e la destra del Po  – concepisce e mette in atto , con somma abilità, l’ardito disegno di passare con un’aliquota delle forze sulla sinistra del fiume per attrarvi , in direzione di lodi, il Re di Sardegna e quindi di passare subito dopo sulla destra per ripiegare a marce forzate, col grosso delle forze, per Stradella – Tortona Serravalle, su Genova.

In vertà mirabile è l’ordine con cui i Franco-Ispani effettuarono la ritirata, incalzati dalle superiori forze austro- sarde queste, dopo il combattimento sul Tidone, presso Rottofreno, del 10 agosto (risultato non decisivo soprattutto a causa della morte del generale Bernklau proprio mentre stava accerchiando gli Spagnoli) non riescono più ad agganciare il nemico tantomeno a tagliargli la strada e sgominarlo.

Particolarmente utili per rallentare la marcia agli Austro-Sardi inseguitori si rivelarono i distaccamenti di protezione lasciati dai Gallo-Ispani in varie località fra cui Carbonara e Rivalta: specie il distaccamento di 500 uomini occupante il castello di Rivalta riesce a trattenere a lungo gli Austriaci, permettendo così ai Gallo-Ispani di raggiungere Serravalle e quindi Gavi.

Carlo Emanuele III, comandante delle forze austro -sarde, stabilisce quindi il suo quartier generale a Rivalta. Non potendo più sperare di tagliare la ritirata dei Gallo-Ispani, ormai avviati, a rapidissime marce su Genova (e presumibilmente già orientatati a proseguire poi, lungo la Riviera di Ponente, verso il Varo) il Re, occupata Serravalle e posto l’assedio alle truppe spagnole rimaste a Tortona, decide di proseguire l’inseguimento del nemico con forze separate e su itinerari differenti:

-Gli Austriaci: per Novi-Gavi-La Bocchetta, su Genova;

-I Piemontesi: per Acqui-Cairo Montenotte, su Savona.

In verità il Re di Sardegna avrebbe voluto costituire due armate miste austro-sarde, affinché anche le sue truppe intervenissero nella tanto agognata occupazione di Genova; ma il Botta -in armonia alle precise direttive d i Vienna cui accenneremo in seguito- si era opposto decisamente, ottenendo, alla fine, che su Genova marciassero solo truppe austriache.

Il generale Botta, frattanto, pensa bene di stabilirsi a Novi e di inviare innanzi il generale Brown, con parte delle forze, assediare Gavi. Il forte però è saldamente presidiato dai Genovesi ed armato di molti cannoni, quindi non espugnabile rapidamente: Il Brown non intende sprecare tempo, prosegue senz’altro nell’inseguimento dei nemici.

Questi il 23 agosto ripiegano da Voltaggio a Campomorone lasciando però occupato da poche truppe e da alcuni reparti genovesi il colle della Bocchetta, ove vengono costruiti trinceramenti, sulla destra e sulla sinistra, armati di 8 cannoni.

Il generale Brown decide di impadronirsi del colle. Il 1settembre attacca in forze la fronte ed invia alle ali due corpi leggeri: questi passando per terreni reputati impraticabili, cadono alle spalle dei difensori, obbligandoli a sgomberare la posizione lasciando cannoni e prigionieri.

I Franco-Ispani non si ritengono in grado di riprendere la Bocchetta e si portano senz’altro a Cornigliano, per ripiegare quindi ben presto verso la Provenza, lungo la Riviera di Ponente. Viene avviata prima la cavalleria, poi l’artiglieria ed il resto, con i bagagli e i depositi che avevano stabilito in Sampierdarena. E poiché temono non solo l’inseguimento degli Austriaci, ma anche gli eventuali attacchi sul fianco destro dei Piemontesi, già segnalati in zone di Cairo Montenotte, accelerano la ritirata portandosi il 4 settembre da Cornigliano ad Arenzano ed il 5 a Savona.

Brown allora, lasciato un corpo di truppe a Gavi, marcia direttamente su Genova.

4 – L’abbandono agli Austriaci del Novese e di Genova da parte dei Gallo-Ispani fu un vero tradimento.

Seguendo il Vitale – in questa sintetica rievocazione di eventi che ebbero così gravi ripercussioni su Novi e su tutto il Novese – osserveremo come detta frettolosa ritirata dei Gallo-Ispani verso il mare e quindi in Provenza – dovuta a ragioni non solo militari, ma anche politiche assai complesse – significasse, evidentemente, l’abbandono, anzi il tradimento da parte loro, di Genova, che era stata una fedele alleata.

Indignato e preoccupato il governo della Repubblica chiede spiegazioni a Spagnoli e Francesi, espone loro piani difensivi, reclama il mantenimento dei patti, mentre le su poche truppe e i valligiani – chiamati ancora una volta a raccolta dal suono delle campane di tutta la Val Polcevera – fanno quanto in loro potere per arrestare l’avanzata austriaca, con ben scarso aiuto da parte delle forze Gallo-Ispane, ormai in rapido sgombro dalla Liguria.

Genova, abbandonata così a sé stessa e, per colmo di ingiustizia, accusata a sua vota dagli alleati di convivenze col nemico, si sente perduta: i Serenissimi, in questa tragica situazione, ritengono che non sia

possibile tentare una difesa della città, ma che soltanto l’accettazione della resa agli Austriaci possa salvare da brutali saccheggi e maggiori rovine.

Vedremo in appresso come andarono effettivamente le cose.

5 – Spogliazioni e soprusi a Novi e nel Novese durante l’occupazione austriaca.

Se in modo essai agitato – come vedemmo – era iniziata l’occupazione austriaca della nostra città, anche più dolorosamente essa si protrasse per tutta la durata della guerra ed oltre, alternandosi, per brevi periodi, con saltuari insediamenti dei Piemontesi e dei Gallo-Ispani in relazione alle mutevoli vicende delle operazioni militari.

Vecchi scritti di quei tempi parlano di infinite spogliazioni, ladronerie, umiliazioni e soprusi inflitti alla nostra città e a tutto il Novese: in essi vi sono certamente esagerazioni; ma in sostanza, purtroppo, le cose non devono essere andate in modo molto diverso.

Per limitarci solo a qualche cenno, ricorderemo che fin dall’inizio: la requisizione delle armi – trovate in gran numero – causò grossi guai ai detentori che non le avevano versate.

Nel n.2 del novembre 1960 di <Novinostra> il prof Angelo Daglio ha efficacemente descritto le traversie passate allora dal Collegio San Giorgio e dall’annessa chiesa.

Il di lui padre – esimio nostro concittadino Vincenzo Daglio, che molti di noi meno giovani simpaticamente ricordiamo  – nel pregevole studio: < L’ospedale San Giacomo di Novi nelle sue vecchie carte e memorie> ha riportato, fra l’altro, il testo del contratto di affitto – in data 8 agosto 1745 – con cui l’ospedale stesso (ancora nella nostra, antica sede entro le mura cittadine) venne appigionato < per riporvi l’ammalati dell’armata di S.A.R. l’Infante di Spagna> (era il periodo di cui gli Austriaci avevano ripiegato verso Bassignana). Possiamo facilmente immaginare quali disagi abbiano in conseguenza subiti gli ammalati novesi ed è certo di magra soddisfazione per non sapere che i Protettori dell’ospedale ottennero il pagamento anticipato della pigione!

In tutta la città e dintorni quotidiane erano le ruberie nelle case; i palazzi ridotti a lerci accantonamenti o addirittura a lupanari; le chiese e santuari profanati o derubati.

Nelle campagne gente di malaffare, spie, ladroni ricattatori vari – stranieri ed indigeni – commettevano ogni sorta di violenze. Nei prati il fieno veniva spesso falciato o calpestato dalle stesse truppe; il grano ancor in erba o prossimo alla mietitura, raccolto per farne cibo o strame per i cavalli.

Per quanto poi riguarda le valli del novese  – specie Scrivia e Borbera – il dott. Lorenzo Tacchella, che con ammirevole passione e competenza, in questi ultimi anni, ha pubblicato importanti opere circa la loro storia (e mi risulterebbe che altre, di non minore interesse, sta preparando) ha di recente scritto che allora vi si annoverarono le stragi di Attila: bruciate le case, i cascinali, i raccolti distrutti, gli alberi tagliati, saccheggiate le chiese con asportazione perfino di vasi sacri, rovinando tutto ciò che non era possibile trasportare.

Quanto a Novi in particolare, un milione e mezzo di contribuzioni – cifra per quei tempi molto riguardevole – furono estorte con la violenza al Comune ed ai privati cittadini: i padri del Comune stesso ripetutamente minacciati di essere gettati dalla finestra se non avessero insistito nelle rimostranze e preghiere tendenti a ridurre le imposizioni; alzata più volte la forca in piazza Collegiata per intimidire.

E noi che abbiamo una recente ben triste esperienza di occupazioni straniere – sia pure … moderne – possiamo immaginare anche quanto la mortalità delle popolazioni in genere debba aver sofferto in quei disgraziati frangenti.

  A questo punto vale forse la pena di osservare che se i Novesi ebbero allora di che gravemente lamentarsi degli Austriaci, non ebbero, purtroppo, di che lodarsi del comportamento, nei loro riguardi dei Piemontesi ed ei Genovesi. Basterà accennare ad un episodio riportato dal generale Vittorio Turletti in una sua vecchia opera di storia piemontese.

Quando, come già ricordato, nel giugno 1746 il Re Carlo Emanuele III rioccupò Novi ed Ovada – prime terre della repubblica di Genova capitategli sottomano – proibì il saccheggio ma a <giusto> risarcimento, impose, oltre al rinfresco per le truppe, una contribuzione di 200 mila lire a Novi e 100 a Ovada. Avendo saputo, più tardi, che il peso di dette contribuzioni era caduto tutto sulle spalle dei poveri Novesi ed Ovadesi in quanto i nobili di Genova, padroni di ricche terre, avevano portato via ogni cosa, si rammaricò assai. Non trovò però meglio, per riparare all’ingiustizia, che di imporre una seconda, identica contribuzione raccomandando solamente, al conte di Bricherasio, che fosse fatta effettivamente pagare ai nobili genovesi, all’epoca del raccolto.

Per finire ancora un particolare accennato dal Ricchini.

Alcuni ufficiali austriaci si sarebbero fatti raggiungere a Novi dalle rispettive consorti: sembra che qualcuna di esse sia andata allora in giro pavoneggiandosi persino con abbigliamenti ricavati da arredi sacri trafugati dalle chiese.

Noi certo deploriamo questo, come tutte le accennate infinite malefatte, ma in verità non ce ne meravigliamo. A parte ogni altra considerazione, è da ricordare che erano quelli i tempi del pieno trionfo dell’illuminismo in tutte le sue manifestazioni, anche le più riprovevoli: la gente <illuminata>, <civile> (<policé> come dicevano Montesquieu e Voltaire) aveva … larghe vedute e scarsi scrupoli, talché gli spettacoli poco edificanti erano più che mai all’ordine del giorno in tutti i campi! 

(continua) – da Novinostra 1962/4

  ALBERTO MONTESORO

                                                                                                                                           (Generale i Divisione)


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