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Giulio Cesare Sovera

(L’ingegno versatile di un pioniere nel Medio Oriente)

PICCOLA GALLERIA NOVESE

Erano gli anni delle <Belle époque>: Rontgen però non aveva ancora intravisto le strane radiazioni che egli chiamò raggi X: Hertz non aveva ancora aperto la strada del miracolo marconiano della telegrafia senza fili, i fori alpini erano ancora un ambizioso progetto che avrebbe collegato la penisola con il resto dell’Europa.

      In una serata grigia del grigio autunno della bella e regale Torino una vettura con tiro a coppia portava un gruppo di studenti del Politecnico festeggianti il loro giovane compagno che aveva che aveva conseguito a tempo di record la laurea in ingegneria.

     Alto slanciato, biondo; biondi i baffi, bionda la barba lasciata crescere in modo naturale – il giovane nella primissima giovinezza era stato invitato a posare per la figura del Crocefisso – d’eloquio brillante e parco nello stesso tempo, col sorriso che scopriva i regolarissimi denti, Ara Giulio Cesare Sovera.

      Egli proveniva da una famiglia di costruttori. Il nonno aveva drizzato, tra l’attonita ammirazione della popolazione, un muro pericolante della <Castigliona>, usando travi ricoperte di catrame e sfruttando l’enorme forza derivante dalla dilatazione lineare. Il padre Giuseppe aveva costruito strade e ponti, specie nel Veneto, dove compiva lunghe trasferte. Il giovane ingegnere si mostrò subito intraprendente e parve anzi ricercare avventure pericolose, accogliendo l’invito di una ditta francese, che in cambio di un compenso favoloso lo impegnò per una costruzione da eseguirsi all’estero in un pese sconosciuto. L’ing. Sovera si imbarcò a Marsiglia insieme ad alcuni provetti muratori novesi che dovevano fornirgli il nocciolo della maestranza qualificata. Non conosceva la sua destinazione che era scritta in un plico sigillato consegnatogli al momento dell’imbarco da aprirsi solo in alto mare. Nel Golfo del Leone il plico rivelò il paese dove l’ingegnere e gli altri novesi erano diretti: la Persia.

     Quale paese era la Persia? Una enigmatica burocrazia che dilazionava un permesso e mercanteggiava un’autorizzazione con indolente indifferenza. Maestranze semiselvagge piene di sospetto, che dalla religione di Allah e dalla mollezza del clima traevano un atteggiamento fiacco e staccato. Uomini grami, travagliati dai morbi, che soffrivano le loro pene negletti negli angoli remoti. Inafferrabili bellezze muliebri che lasciavano intravedere lo splendore bruno degli occhi attraverso il fluttuare dei veli dietro le imposte appena socchiuse. A queste donne però il costume della contrada non risparmiava i lavori pesanti come l’attingere l’acqua, mentre i mariti seduti su stuoie intessevano i celeberrimi tappeti.

     I lavori per la costruzione di immensi essicatoi per bozzoli si facevano non lungi dalla sponda meridionale del Caspio. In Europa trionfava allora la seta per gli abiti e le trine, di cui le abbondanti vesti femminili erano riccamente adornate. Ma la produzione europea di bozzoli aveva costo elevato: già anche i nostri concittadini – tra cui i fratelli De Negri – avevano fatto frequenti viaggi in Cina per commerciare i bozzoli con cui alimentare le nostre fiorenti filande. Ma il mercato cinese era noto anche alla concorrenza: la Persia invece era un paese non ancora in contatto con i mercati occidentali e la merce vi veniva offerta a prezzi irrisori.

     Due anni durò il soggiorno persiano, seguito da un secondo un poco più breve a distanza di un anno. Il ritorno avvenne una volta via terra attraverso la Russia zarista (notevoli le avventure del passaggio di frontiera), la Germania guglielmina (come ricordava l’eccezionale rapidità degli ascensori di Berlino!) ed in fine a Parigi, la <Ville lumièr>.

     Quando, già anziano, l’ingegnere Sovera raccontava l’attraversamento dell’Europa compiuto negli ultimi anni del secolo scorso e punteggiava il suo racconto additando all’interlocutore questo o quel oggetto ricordo, era seguito con meravigliata ammirazione: tappeti, vassoi sbalzati a mano, un narghilè tempestato di turchesi.

     All’alba del nostro secolo lo troviamo, ancora pe la ditta francese, a dirigere i lavori di un setificio nell’alta valla del PO. Là i bimbi lo amavano e lo temevano nello stesso tempo come un gigante buono. 

     Poi la vecchiaia del padre lo richiama nella città natale: qui costruisce palazzi dalla linea sobria, villette che si distinguono per un qualcosa di civettuolo, fabbricati industriali che sfidano per solidità il tempo.

     Ma la sua opera non si limita a Novi; ogni paese del circondario conserva qualche sua opera: qui ha aperto una strada, là ha progettato una fognatura, altrove impianti di irrigazione.

     Quale ispettore delle utenze di caldaie a vapore corre l’intera Provincia, quale perito liquidatore lo troviamo in svariatissime località; è tecnico di fiducia dei più bei nomi dei nostri luoghi.

     Oltre al lavoro solerte ed appassionato ha interessi vivi e svariati: è l’organizzatore e l’animatore delle feste – il valente pittore concittadino Dini Perolo lo ha fermato appunto su una tela come direttore d’orchestra; al pianoforte rivela doti di artista e trascina in ritmi frenetici i ballerini – nella prima giovinezza aveva dedicato ad una fiamma giovanile una sua mazurca <La prediletta>.

     Né la maturità vede il suo generoso spirito ristare: prende parte alla vita politica, è più volte consigliere comunale ed assessore.

      Con l’entusiasmo di sempre si dedica, quale vicepresidente, alla <Società Ginnastica <Forza e Virtù>; con la passione e l’entusiasmo che gli furono blasoni di vita, organizza la prospera Croce Verde Novese, di cui fu presidente per un ventennio. Ah! La commozione di quella domenica del 1926 quando nel nostro teatro letteralmente gremito, al termine di una commossa orazione, ha appuntato la medaglia d’oro al petto del milite più valoroso, G.B. Gemme, quel <Bacicein>, che tutti ancora ricordano, e il fluttuare delle bandiere delle Società consorelle – Crocebianca, Croce d’Oro …- che eseguivano il reciproco saluto come un fraterno abbraccio! ….

     Come mi tonano ancora in mente i nomi di tanti militi, che prestavano la loro opera del tutto disinteressatamente: Cosso, Camera, Pedemonte! ….

****

     Passano gli anni, la vita dell’Ingegnere Giulio Cesare Sovera volge al tramonto: forse non gli mancò l’amarezza di chi si prodigò e non fu equamente riconosciuto, schivo, anzi ritroso di fronte a ricompense cavalleresche.

     Avrebbe potuto dire col grande Pontefice :<Dilexi justitiam…> solo fece suo il testamento spirituale del Parini: <Me non nato a percuotere – le dure illustri porte…>. Ma in regime fascista alle esequie di lui, che non ebbe mai tessera, il gonfalone del Municipio e il primo cittadino di allora; per la famiglia, nel contenuto dolore, la consolazione che la straordinaria dirittura morale e la generosa bontà dell’Uomo siano state nella morte aureolate dalla Fede.

                                                                                     A.Br.

  

articolo tratto da NOVINOSTRA – giugno 1963


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La pittura di Gigi Podestà

Viviamo in un’età di incertezza e di transizione. La critica ufficiale scoprirà, un giorno, che è esistita una piccola, ma stilisticamente ben caratterizzabile, scuola novese del nostro inquieto Novecento pittorico.

Si ravvicineranno i cieli, i rapporti tonali, di un pittore ormai largamente e meritatamente noto, come Beppe Levrero, a quello di Gigi Podestà. Di là dal diverso temperamento e dal tipo diverso di preparazione, si annoteranno i tratti comuni. Si vedrà meglio allora, il pregio di queste tele, proprio perché, nel raffronto, balzeranno all’occhio le individualità reciprocamente impermeabili di questi inquietanti, suggestivi, poeti del pennello. Ma si scoprirà anche un credo stilistico comune, insieme al quale la loro pittura è germinata.

Figura 1 – E. PODESTA’- Bambola e chitarra: simboli o forme

Le nuvole, che a Podestà riesce a far stare sospese nei suoi cieli con un colpo di pennello si tramuterebbero in angeli, di quelli che usavano dipingere gli artisti molti secoli fa (forse a orientare in questo senso irreducibilmente simbolico l’intuizione di lui, concorsero i lunghi anni durati, quale umile artefice uscito dal popolo, nella modesta fatica di semplice decoratore di chiese).

La sua pittura sta diventando anch’essa cosa nota, apprezzata fuori dalla ristretta cerchia di amici di un tempo. Accade non di rado che amatori vengano per lui da lontano e dal loro pellegrinaggio novese riportino opere sue.

Figura 2 G. PODESTA’ – Vaso di fiori, anche i fiori sono divenuti masse pesanti

L’orientarsi recente di lui verso formule maggiormente decorative rende possibile il successo di una pittura in sé tutt’altro che facile.

 Podestà ha posseduto sempre, oltre che una personalità forte (e costante) un vero genio istintivo del colore; s’aggiunga che la maniera di dipingere propria di questa scuola novese racchiude potenzialità decorative ambientali non meno libere, e indubbiamene più ricche, di quella pittura meramente astratta (dalla quale la separa un diaframma sottile, ma tenacissimo). Facile dunque, il passaggio tra formule di maggior accessibilità; difficile invece il darne un giudizio, a proposito d’un pittore come Podestà.

Figura 3 – G. PODESTA’ Paesaggio novese (pastello)

  

Per un verso, questo passaggio implica un’attenuazione di quella che chiamerei la maniera forte del nostro pittore, la maniera più intensamente simbolica, nella quale il rasserenamento estetico, quando ha luogo, tanto riesce più interessante e di largo respiro quanto più impegnativo e difficile ne è stato il conseguimento. Le cose che Podestà dipinge sono, allora, corpi che gravano nello spazio pittorico, forme pesanti alle quali rimane inerente questo singolare potere simbolico, benché siano puri rapporti tonali, e la pienezza del dipinto è la regola tecnica che egli deve rispettare perché l’incantesimo di queste forme pesanti non gli riuscirebbe, se tollerasse eccezioni la legge di pesantezza che le investe esistenzialmente, ponendosi come legge del quadro.

     D’altro canto, la ricerca pura di questi valori genera sovente tele aventi qualcosa di urtante, ermetiche quindi ai più anche se intenditori. Ciò che essa evidenzia è più spesso una sofferenza delle forme, se così posso esprimermi che non in quella serenità alla quale si collega da molti la nozione di ciò che possa essere l’opera pittorica matura. Podestà ha dedicato e talvolta sacrificato, per lunghi anni, il suo sorprendente genio tonale e coloristico alla ricerca di queste forme pesanti: difficile dire se la formula più decorativa cui oggi sembra indirizzarsi l’appagamento pieno dei suoi tenaci sforzi d’artista o no anche un’attenuazione di essi. Forse, di volta in volta, l’una e l’altra cosa.

igura 4- G. PODESTA’ – Vecchio seduto tra i solchi – la figura predomina,
pur risolvendosi fra le masse che compongono il quadro.

Questi appunti rimarrebbero monchi se non accennassi agli effetti che la pittorica della <pienezza> com’egli intuisce e vive, sortisce allorché investe esseri viventi, soprattutto esseri umani. La pesantezza, di cui ho tratteggiato il concetto, attinge significati singolari (pur rimanendo, mi sia lecito insistere, valore tonale genuino, da cui non esulano le verità tecniche acquisite -dai Francesi, in particolare- alla tradizione moderna), quando grava sulle sagome colorate del cavallo, dei buoi, del vecchio seduto fra i solchi, della ragazza campagnola.

                                                                                                A. Galimberti

articolo tratto da NOVINOSTRA – giugno 1963


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LA CHIESA DI SANT’INNOCENZO A CASTELLETTO D’ORBA

Figura 1 – Facciata della Chiesa

Uscendo dalla parte alta di Castelletto d’Orba, dopo essere voltati a sinistra per immettersi sulla strada di Moltandeo, si passa davanti al piccolo cimitero posto sull’alto del poggio che occhieggia nel suo fondovalle la turistica e mondana fontana Fonte <Feia>, e sull’altro versante, il compatto gruppo di casolari dei Cassuli.

     Percorse poche decine di metri, una non lunga fila di cupi cipressi fiancheggia l’ingresso dl Camposanto e quasi nasconde tra il suo verde melanconico un’antica chiesetta.

Anche un profano di storia dell’arte sentirebbe di trovarsi davanti a qualcosa di antico che emana dagli scalcinati ma ancor soldi muri del vetusto edificio.

     Lo storico G.B. Rossi nel suo studio < Ovada e dintorni> asserisce che Sant’Innocenzo, così si chiama la chiesetta, fu un tempio pagano che nel 342 d.C. venne ridotto dal Vescovo di Tortona a tempio cristiano. Si deduce l’asserzione dello storico che la costruzione è anteriore al IV Secolo e come tale, anche se ritoccata e rifatta, degna di molta considerazione.

     Nel periodo del primo feudalesimo fu molto contesa tra i Vescovi di Tortona e gli Arcivescovi di Genova; in seguito se la disputarono gli Abati di San Fruttuoso e gli Arcipreti della Pieve di Gavi.

     Con lo scorrere dei secoli comportante molteplici vicissitudini, anche la nostra chiesetta non si sottrasse al naturale invecchiamento ed alle trasformazioni di cui porta palesemente le tracce. 

     Balza evidente che il materiale di costruzione è di due generi e di due epoche ben diverse e lontane tra loro: infatti esso consta di pietre squadrate e ben connesse di origine arenaria dello stesso tipo che si riscontra anche tra le case più antiche di Castelletto, alle quali si sovrappongono nelle parti superiori, laterali e posteriori dei comuni mattoni di epoca più recente.

     La facciata, inquadrata tra due alti e vigili cipressi (fig.1) è di una semplicità austera ed è la parte che più conserva un reverente sapore d’antico.

     Nella sua metà inferiore predominano i grossi e chiari pietroni di arenaria, mentre nella sua parte superiore le pietre si fanno più scure e, presso il tetto, cambiano ridimensionando la fattura. Osservando la facciata balzano subito evidenti alcuni interessanti fregi a bassorilievi ed una finestra ad arco rotondo con una accentuata strombatura.

     Se la finestra, situata sull’unico portale centrale al posto del rosone, arieggia il motivo romanico, i fregi assumono n’importanza più rilevante poiché sono della maniera di quelli della facciata di san Michele in Pavia (longobarda prima e poi lombarda intorno al 1000-1100) e del lato destro di San Lorenzo in Genova (consacrata nel 1118).

Figura 2- Arco del Portale

     L’arco sovrastante il portale (fig. 2) riproduce un fogliame a largo intreccio, fiancheggiato, a sinistra di chi lo guarda, da un fregio che riproduce due volatili fronteggiantisi e, a destra, da due animali non ben definibili, posti di fronte. Sempre secondo il Rossi essi sono, in tutta la loro rozzezza, dello stile dei secoli VII ed VIII, e vogliono riprodurre i precetti fondamentali della simbolica cristiana. Entrando nel Camposanto e girando attorno alla chiesetta, spiccano altri particolari notevoli, ma che denotano chiaramente come da precedenti demolizioni essi siano stati incastonati nei posti meno adatti: sulla facciata posteriore un fregio con alcune semplici croci si trova in alto al centro; sul muro di sinistra un artistico capitello con ricamature a fogliame è in castrato a rovescio tra le pietre comuni quasi sotto il tetto.

     L’interno è a pianta rettangolare, lievemente allargandosi verso l’unico squallido altare posto sulla parete di fondo senza abside.

     La prima impressione che il visitatore prova entrando, è di estrema desolazione. La chiesetta è abbandonata, come dice Rossi, alle ingiurie del tempo e degli uomini. Tutto è stato asportato: non ci sono panche né sedie né balaustra. Solo uno spoglio altare, senza candelabri né fiori né tabernacolo, testimonia una lontana e remota attività religiosa. Ma nell’interno non si è soli, perché cento occhi ci guardano muti e quasi sorpresi: sono gli sguardi buoni dei molti Santi e delle Madonne campeggianti sugli sbiaditi affreschi laterali e di fondo.  Insigne studioso ed artista genovese, il Santo Vari, li attribuisce al secolo Quattordicesimo o, senza dubbio, saranno di quell’epoca poiché, quantunque appaiano assai danneggiati, di essa rivelano tutte le caratteristiche essenziali.

Figura 3-Trittico

     Sulla sinistra dell’altare è un trittico (fig.3) che rappresenta una probabile Santa Lucia tra una lieta e simmetrica pioggia di fiori, una dolce Madonna col Bambino avvicinati da un deferente paggio che porta nella mano destra una lunga penna, ed una solenne chiesa a doppio campanile con due Angeli in adorazione di un Bambino Gesù in atteggiamento patrono. E’ questo un particolare, parchè accanto al trittico ora ricordato stanno altri affreschi di fattura pregevole che purtroppo il tempo e l’incuria hanno deturpato.

Figura 4 – Finestra sovrastata da Fregio

     Notevoli sono le finestruole che dall’interno si aprono verso l’esterno. Una di esse (fig.4) è sovrastata da un fregio leggermente arcuato riproducente un ramo che si snoda tra un grazioso intreccio di fogliame.

     Altri ancora sono i motivi artistici che potrebbero attirare l’attenzione del visitatore: i due curiosi porta-torcia situati agli angoli dell’altare; un arco rotondo sporgente dalla parete sinistra e sovrastante una probabile cripta ormai scomparsa; la colonna di circa tre metri di altezza senza capitello ed affiorante dal muro per metà, le due strane acquasantiere, una in monoblocco con vasca scavata nel capitello ed una ottagonale con i lati irregolari.

     E’ questa la secolare chiesetta di Sant’Innocenzo, che, affacciandosi come da un balcone di poggi su una ubertosa vallata, veglia silenziosa sul sonno eterno di coloro che riposano nel camposanto adiacente.

E’ forse audace l’accostamento alla carducciana <Chiesa di Polenta>, ma anche la nostra chiesa, risalente ai lontani secoli della romanità ed ora abbandonata e dimenticata, sa pur dire al viandante una valida parola di conforto che dissolva ogni meschinità e superbia e che infonda soavità d’ obblio e di pace.

                                                                                                RENATO GATTI

Tratto da NOVINOSTRA 1962 n, 4


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Arquata alle origini

     Per quanto riguarda l’origine del nome di Arquata vi sono parecchie e contrastanti opinioni, comunque la più accettata dagli storici è quella che ne fa nascere il nome da <arcus>.

1”) per l’esistenza, sino dai tempi remoti di acquedotti ad arco e di strutture architettoniche in cui l’arco era l’elemento base. (via Interiore foto 1);

 Tale derivazione ha avuto subito unanime consenso per due motivi che ritengo fondamentali:

                       Figura 1- arco via Inferiore

2”) per la configurazione topografica che fa trovare il paese racchiuso in un arco collinare di colline, degradanti verso la pianura padana, austere ed imponenti verso il Mar Ligure.

      Quello che ora è un ricco e popoloso paese, nei suoi primi secoli, era un borgo fortificato ed appartato compreso tra le due porte, tuttora esistenti, di via Interiore.

     Tutto il borgo era circondato da una controfossa e da possenti mura, di cui non rimangono purtroppo che poche squallide rovine; sovrastato del Castello Medioevale (foto 2) e protetto da due enormi ponti levatoi che venivano abbassati la notte.

              Figura 2- torre del castello medioevale

     Il luogo, strategicamente e commercialmente privilegiato, fu teatro di aspre e furibonde lotte di conquista e rapina; testimoni ne furono le due <logge> e la torre restaurata nel 1938 a cura della Sovraintendenza all’Arte Medievale e Moderna.

     Ma veniamo alla storia vera e propria.

     Arquata nel Medioevo fu feudo imperiale e fu fortificata nel secolo IX con possente castello.

     Sebbene le vicende politiche e militari siano avvolte nel più assoluto silenzio, si dice che questo castello fu posseduto dal Monastero di S. Ambrogio dai Vescovi di Tortona, dagli Estensi, dai Malaspina e, per ultimo, dai Marchesi Spinola che ne tennero la sovranità sino al 1797.

     Sul finire del 1227 la Lega Lombarda, trattando la pace tra le città di Alba, Tortona ed Alessandria in guerra contro Genova volle demolire il Castello di Arquata che tante controversie aveva suscitato per la vallata, cosa questa che non fu minimamente attuata.

     Si giunse così al 1796 senza notevoli eventi storici, o meglio nulla ci è tramandato sino a tale data.

     In quell’anno Arquata fu distrutta da un furioso incendio ad opera dei Francesi divenuti poi nel 1859 nostri alleati ed <ospiti> più o meno graditi.

     Le altre vicende sono rimaste oscure anche ai più attenti storici dei nostri tempi.

     Rimangono comunque opere notevoli antichità e d’arte che ora citerò in breve.

     Oltre alla torre, al Castello e alle porte o < logge> di via Interiore di cui ho già parlato vi è la casa Dallegri che alloggiò Carlo V, lo strano e massiccio palazzo Spinola (ora sede del Comune), la chiesa di S. Giacomo Maggiore di stile rinascimentale e barocco, consacrata nel 1547 dal Vescovo di Nizza.

     Nell’interno di essa si trovano ben 11 altari abbelliti con lavori d’intaglio di Bartolomeo Carrea proclamato il Canova genovese.

     Si possono pure ammirare una tela di Domenico Piola, un quadro del pittore Castello purtroppo deturpato, un ternario in seta oro riccamente lavorato e di valore inestimabile, un Crocifisso processionale della scuola genovese del 600’.

     Altra chiesa è quella di S. Antonio edificata nel 1400 e restaurata di recente.

     Il monumento storica più antico ritengo sia il caratteristico e pregevole Pozzo che si trova sul lato sinistro di Piazza S. Bertelli (foto 3).

                           Figura 3 – Pozzo di piazza Bertelli

     Ora vorrei citare i cittadini più illustri che Arquata tuttora ricordi:

PAOLO PENSA, letterato, storico e poeta. Nato verso il 1500 fu lodato e stimato da Ludovico Ariosto. Scrisse la vita dei Pontefici Adriano V e Innocenzo IV.

SANTO BERTELLI, Insigne pittore (1-11-1840 _ 6-1- 1892). Le chiese di Loano, Albera, Varazze, Voltri, ecc. conservano i suoi affreschi. Ad Arquata ne esistono due v: uno i via Carrara, l’atro nella Valle di Montaldero.

CESARE POGGI, Senatore del Regno, Prefetto di Genova, Modena, Lecce, Catania, Ancona, Belluno, Piacenza ed Alessandria.

GIUSEPPE ROMANELLO, partecipò alla spedizione dei Mille e morì valorosamente a Calatafimi

     E così sino al Prof. Luigi MACAGGI, al Prof. Agostino POGGI, al Geometra Elia AGUSTI … con la speranza che la nostra generazione e quelle future prendano ad esempio i loro antenati come stimolo per la sempre maggior valorizzazione della nostra bella Arquata.

                                                                      Rag. FRANCO DOLZA


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Cenni sull’antico Teatro dell’Ospedale di Novi

Una <storia di Genova nella vita privata> sulla falsariga di quella dei Molmenti per ciò che è di Venezia, non so se sia mai stata scritta.

Mi pare sene parlasse anni sono: qualcuno (Carlo Maria Martini?) doveva averne steso la traccia, si trattava di raccogliere gli scritti di autori diversi, per dar loro impronta e vita unitaria.

Non mancherebbe il materiale e l’interesse sarebbe vivissimo.

Uno e più capitoli andrebbero necessariamente dedicati alla villeggiatura, e avrebbe Novi un certo rilievo. I palazzi che vediamo tra le nostre vie cittadine accoglievano l’estate fino all’autunno non tardo, il fiore della nobiltà genovese, molti ancora ne portano il nome. Provate ad immaginarli senza quei negozi a terreno che in così malo modo li imborghesiscono e vedrete come sorgono austeri e dignitosi sulla mediocrità delle costruzioni circostanti.

Che facevano, come se la passavano quei signori la lunga estate fra noi?  Il gioco, il ballo, la caccia, le allegre gite in campagna, e riandiamo col pensiero al Settecento, il secolo d’oro della villeggiatura. Sappiamo anche di un teatro frequentato specialmente da loro, non si pensi al <Carlo Alberto> inaugurato soltanto nel 1839, ma precisamente del teatro dell’Ospedale.

Io non mi accingo a trascrivere qui le cronache del nostro antico Ospedale <San Giacomo>.

A parte che esiste una compendiosa monografia tratta dai documenti conservati nell’archivio suo stesso, sarebbero essenzialmente non lontane da quelle di qualunque altra istituzione del genere. Si compierebbe tutto in breve dicendo: miracoli del buon volere, tesori di carità e solidarietà umana e cristiana, i più edificanti, i più luminosi; e per tutto una luce dall’alto, i soccorrimenti della Divina Provvidenza, quasi aiuto tangibile da una potente invisibile mano.

Ma sopra un particolare capitolo di questa storia vorremmo fermarci un istante: perché molti mezzi si può pensare suggerisca il bisogno e cerchi attuare la carità per sostenere una istituzione sempre povera e sempre più bisognosa, ma quello qui trovato e messo in atto potrebbe parer, se pur non è, nuova cosa.

Si tratta appunto di un teatro dell’Ospedale, costruito nell’interno dell’edificio, che fu per oltre un secolo, vivo, non so se benemerito dell’arte e della cultura, ma ragguardevole certo per l’apporto di sempre nuove energie al più e non meno vacillante organismo della nostra pietosa istituzione.

Sul finir del ‘500 i ricoverai sono più che una ventina.

Il più antico documento che possediamo è del 1450. L’investitura di vari pezzi di terra di proprietà dell’Ospedale a certo Giovanni Gatto de’ Pellegrini per il canone annuo di minas undecim frumenti pulchri et nitidi ad starium novense (lo staio novese era di litri 29,02, la nostra mina di quattro staia). Si parla di pochi infermi ricoverati in un locale a terreno affidati alle cure di un religioso che viveva di elemosine egli stesso. Un discreto passo avanti in un centinaio di anni o poco più.

Ma i redditi non bastano forse neppure per la metà del fabbisogno: quattro mila lire all’anno quante a pena se ne conta fino al primo Settecento, non sono che pochi soldi al giorno per ciascun ricoverato. Un’Istituzione dunque, come quella di un teatro, a beneficio dell’Ospedale, per quanto, ripeto, possa parer strana cosa, non torna poi tanto a sproposito se permette di arrotondare ogni anno le entrate della metà perfino dei proventi ordinari.

Sorse il Teatro dell’Ospedale (come si è già detto nell’interno della Fabbrica, perché si sa che fu più tardi trasformato in corsia) verso la fine del ‘600 e fiorì naturalmente in quella età che fu il secolo d’oro dei teatri ed ebbero gli avi nostri per essi una più o meno innocente mania.

Nel 1704 è già stabilmente affermato e soltanto nello scompiglio degli ultimi anni del secolo, quando l’econome de l’hopital dovrà accogliere i sanculotti della rivoluzione, vale a direi soldati dell’Armata d’Italia e li ricetterà precisamente nel vano della vecchia platea, dovette far tristemente sorridere, se non muovere sdegno, come un lacrimevole avanzo di un tempo tramontato per sempre.

Il teatro veniva affidato a compagnie di dilettanti, di cui purtroppo non abbiamo notizie e vi si rappresentavano nella stagione autunnale commedie e melodrammi, di qualcuno dei quali, di una Adelina per esempio, si conservano brani di partitura e frammenti.

Se amore le rende

Si triste ritorno,

tu almeno il soggiorno

men triste le fa.

Con questa arietta, più o meno metastasiana, gorgheggiata da non so che virtuoso o virtuosa, si chiudeva il primo atto dell’operetta Adelina per l’appunto.

Ora dice il Molmenti (la Storia di Venezia nella vita privata, vol. III – e si vedrà che un’istituzione del genere era cosa tutt’altro che fuor dell’ordinario) che un pubblico elegante assisteva alle accademie musicali nei circoli dei filarmonici e < più specialmente nei conservatori di musica degli ospedali, che erano ritrovi di grandi signori>. Lo stesso ci dà alcuni altri particolari: l’andazzo era quello e le considerazioni del Molmenti assumono carattere generale che si portano fare capolino, attraverso quelli veneziani del tempo, al nostro Teatro di Novi.

< Un’ora prima che si levasse il sipario si accendevano ai due lati del palcoscenico due poveri lucignoli ad olio posti in cima a due torce di legno, e un po’ di luce gettavano le candelette che alcuni, seduti in platea, tenevano in mano per leggere il libretto. Così la parsimonia dell’illuminazione cospirava all’effetto, perché in tanta oscurità meglio splendeva la scena quando si alzava la tela. Prima che finisse lo spettacolo, un attore si presentava al proscenio per annunciare quello del giorno dopo, e la prima e l’ultima sera d’ogni stagione un’attrice rivolgeva un complimento poetico agli spettatori …>

< Durante lo spettacolo le dame prendevano il caffè o il sorbetto, non smettevano mai di chiacchierare coi cavalieri che stavano intorno a loro… Si faceva silenzio al momento che qualche celebre virtuosa doveva cantare la sua aria, ma appena essa aveva finito ricominciava il baccano e il pubblico non si contentava  di manifestarle la sua approvazione coi battimani…Cadevano dai palchi piogge di fiori , di fogliolini con versi entusiastici , e si videro perfino volar per il teatro colombi con sonagli al collo , messaggeri di lodi poetiche>.

Così lo scrittore ci conduce in mezzo a quella gente spensierata. Una gran tempesta si addensa sul loro capo? Nessuno ora se ne avvede. A Venezia come altrove, i tempi sono ora alquanto lieti. Il Settecento porta sorrisi e dolce vita anche nella nostra piccola semirustica Novi.

A parte queste considerazioni di carattere generale, come si diceva, c’è un <Libro Spese> del Teatro, del nostro teatro, che è una raccolta di piccole curiose notizie e illumina bene, se pur di riflesso, palcoscenico, spettacolo, attori.

Nel 1792 un certo Emanuele, macchinista, costa soldi sedici per sera; lire dodici l’olio per l’illuminazione; e soldi sedici per la bussola per la prima donna che nel suo pomposo guardinfante, o verdogale che è lo voce franco-piemontese del tempo, non può avventurarsi altrimenti per le nostre vie immerse ancora la notte di una tenebra tutt’altro che incoraggiante.

Due comparse per l’opera e otto per il ballo costano complessivamente lire tre. C è un custode e tre uomini del palco, il portinaio alla platea e al pollaio e sfilano davanti agli occhi, con il suggeritore, il capo dei balli e via dicendo, contraddistinto ognuno dal nome del proprio strumento, l’obboe, la viola il violoncello, ecc., i componenti di una di quelle orchestrine del tempo di cui il cembalo era il capo e la guida.

Teatro in piena regola dunque, con palchetti, pollaio e platea e nove soldati di guardia compreso il caporale.

Se le spese volgono complessivamente intorno a lire quaranta per sera, il profitto va crescendo di anno in anno. La sera di giovedì 12 novembre 1789 per esempio si raggiunge una delle quote più elevate. Sono lire trecentoquarantatre, né sembri poco. Un paio di scarpe, precisamente scarpine della prima donna, di raso, erano costate tre lire.

Le rappresentazioni avendo luogo in autunno, accorrevano i villeggianti della città, tricorni e parrucche genovesi. Passatempo di nobili dunque. Questo spiega fors’anche l’istituzione del teatro all’interno di un ospedale. E dà la chiave del successo.

 Del resto i signori villeggianti rispondevano generosamente all’appello non soltanto con la frequenza al teatro ma con fiorite sottoscrizioni che qualche pia dama si degnava sempre raccogliere fra i suoi amici, gli incliti ospiti della città. Ecco coi più bei nomi suoi la Genova del Settecento; ecco la lista delle limosine raccolte da S.E. la Marchesa Placida Cattaneo Pallavicini (un’ava della Luigia Pallavicini del Foscolo?) per la villeggiatura del 1775; delle LL. EE. Le Nobilissime Signore Maria Saoli Spinola e Spinola Pallavicini, del 1785 ed altre assai. Scuti, rusponi, giliati, ongari, zecchini di Roma, pezzi di Spagna e via via, nella varietà e confusione delle monete del tempo, la <bussola et bassina> dell’Ospedale doveva parere fiorita raccolta di un numismatico.

Per tornare al nostro Teatro, esso, come se detto, fu trasformato più tardi in corsia, ma non definitivamente, prima del 1839, l’anno dell’inaugurazione del Civico Teatro Carl’Alberto. Il quale ha dunque un glorioso antecessore, che vive e vivrà sempre negli annali della beneficenza ospitaliera.

Ma intanto fino al 1775, le due piccole infermerie di cui si compone il nostro Ospedale sono ancora modestamente al piano terreno. Assegnate distintamente ai degenti dei due sessi, contengono ciascuna < dodici letti di tavola coi suoi cavalletti >. Sono opposte l’una all’altra, e comunicano da piede per un cancelletto con la chiesetta posta così tra le due: tutti dal letto gli infermi possono scorgere il prete officiante.

Finalmente nel 1775, si erige la così detta < Nuova Fabbrica> e i letti sono poetati da 20 a 60! Questa fu impresa davvero straordinaria, anzi un vero miracolo, ad esalta la carità dai nostri nonni, il buon volere dei nostri concittadini e benefattori.

Nel raggiungimento di questo scopo il Teatro non va dimenticato. Quando si dice la Provvidenza si serve pur dei mezzi più impensati! …

 Angelo Daglio


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Caffè Novesi dell’Ottocento

A proposito di vecchi Caffè.Chi volesse risalire alle origini potrebbe rifarsi a Montesquieu e alle sue “Lettere Persiane” che sono del primo Settecento: “Il caffè è molto in uso a Parigi. V’è un gran numero di locali pubblici dove lo si serve: in alcuni si chiacchera, i altri si giuoca…”

O senza correre a Parigi. Una bottega dei caffè si apre a Venezia nel 1685, nota Molmenti. C’è poi la omonima commedia del Goldoni, rappresentata la prima volta nel 1750. In breve: proprio nel raffinato Settecento quasi tutte le botteghe di Piazza S. Marco sono botteghe del caffè. E non parliamo del famoso giornale di Pietro Verri, “Il Caffè”, fondato nel 1764.

Qui da noi è troppo presto. Io penserei piuttosto a qualche antro oscuro con di gran botti in fila e a volte, se permettete, come nota di colore, il lumicino ad olio a tutte le ore della giornata. Comunque, vi ricordate quelle tipiche osterie dove incappa Renzo, nei Promessi sposi? Non sarà stato qui molto diverso da Gongorzola, per esempio. Sappiamo anche di un certo antro sotterraneo, una cantina vera e propria, dove convenivano i canveini come altrettanti congiurati, i bravi “canveini” ossia quelli della canapa, un’industria che diede qui molto da fare, fiorente ancora un secolo fa (1). Non sia per questo, mi si domanda, che “canva” vuol dire qui “canapa” e “cantina”? No “canva” deriva da “cànova” sinonimo di taverna, che potrebbe essere una cantina. Le nostre taverne chiudevano i battenti ai rintocchi dell’Avemaria.

Il Caffè, la Bottega del caffè, è piuttosto da vedersi nell’Ottocento.

Si ingentiliscono i costumi, crescono i bisogni del vivere civile. Col montare a poco a poco su per i gradini della scala sociale si forma una nuova borghesia. Non che scompaiono le vecchie osterie; ma accanto ad esse, e come la locale Farmacia, il Caffè va acquistando un suo carattere particolare e non solo ricreativo, ma artistico, o politico, e in certe occasioni vi trova pascolo pur la polizia. Vi si danno convegno gli oziosi? non solo ma i più quieti ed irrequieti, i più timidi, i più arditi; vi si commentano i fatti del giorno, vi si covano sotto le più audaci novità, apertamente o segretamente il Caffè è palestra di tutti e di nessuno.

Ma lasciando le occasioni straordinarie dell’Ottocento, come il telegrafo, la strada ferrata, ecc. i viaggi si fanno più frequenti, gli scambi più attivi, e rassodandosi certe posizioni, compaiono il “rentier” ed il pensionato, gente che ha tempo da perdere e l’impiega volentieri in un tavolo da gioco. Non mancano i giovani alle loro prime armi e poi gli stessi, reduci a volte da quelle tali campagne risorgimentali, con ognuno la sua da raccontare.  Si diffonde il bisogno della cultura, il giornale quotidiano diviene una necessità. In qualcuno di quei locali si trova perfino penna carta e calamaio ed anche chi in un angolino vi sbriga la sua corrispondenza. Con quelle sediole di velluto, vi ricordate? Divani specchi e tavolini di marmo il locale assume un aspetto tutto suo, un po’ fosco, se volete, un po’ buio un po’ fumoso ma tranquillo.

E’ l’età dei famosi aperitivi, degli amari, come quello che è proprio nato qui, del sorbetto – se non sempre, nelle occasioni più solenni come la Madonna della Neve- e l’orzata e il capillè che io non saprei se non ch’era una specie di cocktail, un intruglio dunque, ma innocente, avanti lettera.

Deprecata o rimpianta, questa particolare civiltà è un ricordo del passato. I caffè odierni? Sono, ha detto bene qualcuno, degli inferni brucianti. Non si è più difesi nemmeno dalla strada perché i muri sono diventati di vetro, le luci al neon vi offendono gli occhi, le juke-box vi straziano gli orecchi: dove raccogliersi e scriver due righe o anche solo leggere il giornale? Vi si perseguitano i sedentari all’antica non fosse che la scomodità delle sedie dette funzionali; i bigliardini hanno preso posto del bigliardo e chi volesse mettersi a giocare, come lo potrebbe in certi luoghi di maggior concorso? Ci sono poi quelli dove si ritira lo scontrino, si fa la coda e via… Addio vecchio Caffè alleato dei romantici e romantico tu stesso!  Il tempo ha fatto giustizia di ben altro che di tutto quel passato.

Questo non è che un rapido cenno d’indole generale ; ma noi si aveva fisso l’occhio per così dire su alcuni nostri esemplari precisamente , il Caffè Rebagliati, il “Balustri” o “della  Srada Ferrata” , quello “Basso” fra quanti se ne potrebbero qui ricordare chè in questo non potremmo da invidiare nulla a nessuno, e poi quello del “Reale” , già Bosero, e poi Aste; e il Caffè della Sirena, il Caffè del Teatro o da “Giuspein”, tranquille oasi di pace: tra lente spire di fumo e un più lento volger di giorni tutti uguali i soliti amici consumavano ivi gli anni e il tabacco . In quello di “Balustro” si diceva convenisse un’accolta di artisti nientemeno. Lo stesso Albalustri, il padrone, era pittore, ed io ricordo un suo ritratto a carboncino dove pur senza pretese non mancavano tutte quelle qualità che sul finire dell’Ottocento facevano l’artista probo esattamente. Di tali saggi a bianco e nero era qui maestro il “Cavanin”, che ho conosciuto vecchio in Casa Spinelli e di cui innumeri sono ancora i ritratti nei salotti specialmente dei nostri maggiori. È il tempo di Isola, di Traverso, del Dini, di Bobbià, non si pensi a volte che in fatto d’arte a Novi si dormisse. E sono gli anni della Boème, non dico quella cantata, ché Novi anche in questo si ebbe i suoi campioni, come potrebbe avere la sua storia.

Un ennesimo pittore dei nostri si sarebbe potuto incontrare al Caffè Rebagliati, all’angolo di via Serra con via Roma, un pittore della famiglia del padrone, se non erro, di cui non so se mai nessuno abbia parlato. Il pittore Rabagliati: che se un’arte compassata e fredda fa parer uggiose certe sue tele di maggior impegno (e ce ne sono alcune in Collegiata come la tela di S. Isidoro, di S. Crispino, il Calzolaio e mi dicono quella di S. Anna) in certi studi di una sola figura, mettiamo pure a volte siano copie, è degno del massimo rispetto. Chi sa dove sono finiti quelli stessi che io ricordo di aver veduto? O non sia il caso di rimetterli in onore?

Pittori a parte, un caro amico di qui che se la passa, beato lui, a Monterosso al Mare, il Comm. Giuseppe Fenoglio (diciamo il nome addirittura senza pretesa di volerlo per questo immortalare – a ciò penserebbe egli stesso preparando per le stampe un qualcosa che a suo tempo si vedrà) soleva piantarsi da ragazzo con tanto di occhi sbarrati, mi diceva, davanti al caffè Rebagliati, le mani sprofondate nelle tasche a cercarvi quei pochi spiccioli che per avventura vi si trovassero. Nei casi più fortunati (credo bastassero quattro soldi) si faceva ardito, entrava deciso, risoluto a battersi al bigliardo con chicchessia. Non so come di solito ne uscisse, in ogni caso solo impaziente di ritentare la prova.

Un altro Caffè, Caffè “Basso”, ci richiama alla memoria un nome caro, degno sempre di tutto il nostro rispetto. Non c’è forse bisogno che io dica di chi si tratta. Nella breve introduzione di quel libro di Versi pubblicato nel 1924 a 19 anni dalla sua morte, si accenna al “grande ingegno e alla strada luminosa che aveva intrapreso verso la gloria”. È più che probabile infatti che se una invida sorte non ce lo avesse rapito nel bel del fiorire, l’Avv. Giacomo Basso (il Caffè era condotto dai suoi famigliari) avrebbe saputo portare in alto il suo nome, e dare lustro alla sua e nostra città che molto già si attendeva da lui fino dalle sue prime prove. Quel libro reca pure, come viatico, una lettera di Arturo Graf. La copia poi che io conservo, mi si permetta di dirlo, è firmata dalla vedova, la compianta signora Maria Basso Pernigotti: quello che per me significa non è a dirsi in due parole.

Ma continuiamo il nostro giro. Da serio ad ilare, come intitolava una rubrica, in uno dei nostri settimanali di quel tempo. Il Caffè detto della politica dal genere dei personaggi che lo frequentavano, e in senso ironico naturalmente, era piuttosto quello del Teatro. Il corifeo un certo Predasso “u Sciampàn”.Il Dini, si veda il quadro qui riprodotto: non avrebbe potuto raffigurarlo altrimenti: un atteggiamento declamatorio che potremmo definire alla Rabagas, se qualcuno dei miei lettori rammenta ancora questa commedia, famosa allora, di Vittoriano Sardou.

Evidentemente lo sentenzioso Sciampàn sta pronunciando una di quelle sue tipiche frasi che i maligni si incaricavano di divulgare via via che fiorivano sulle sue labbra. Questa ad esempio: – E la Fransa ci va aprovo!

 Un altro eroe da Caffè il vecchio Puggein. Ma questa è cronaca soltanto di ieri e parlando di lui verremmo a dir cose a tutti note. In provincia dove siamo certi echi permangono a lungo. È tempo invece di chiudere i battenti. Non è il caso di fare le ore piccole anche qui.

  • Vedi Eraldo Leardi – NOVI LIGURE – Lo Sviluppo topografico, demografico ed economico negli ultimi quattro secoli. – Tip. Ferrari Occella & C – Alessandria 1962.

Angelo Daglio

  Tratto da NOVINOSTRA -N.3 -ottobre 1962


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Una famiglia di Artisti Novesi – I Sansebastiano

   

Di Michele Sansebastiano ci parlò lo scultore Lagostena, mentre accarezzava con lo sguardo un caro ricordo del suo indimenticabile Maestro: un grazioso Bacco Festante con un vivace putto, in terracotta. Firmato M. Sansebastiano, 1882.

Chi era dunque Michele Sansebastiano?

Un nostro concittadino, nato nel 1852 da una famiglia di artisti. Il padre di lui, Natale Vincenzo, artigiano e pittore, era anima gentile: nato nel 1836, studiò alla Ligustica e visse poi sempre a Novi. Ebbe due figli: Luigi e Michele. Dotati entrambi di spiccata vocazione artistica, poterono studiare a spese del Comune di Novi all’Accademia Ligustica di Genova.

Luigi, spirito fine, anima buona e delicata, espresse il suo travaglio pittorico in dipinti classici, di sapore raffaellesco. Pietro Lagostena conserva con amore la sua tavolozza, da cui scaturirono pitture di effettivo pregio. I toni di colore smorzati, poco vistosi, ch’egli prediligeva, rispecchiano la modestia e la timidezza d’un animo di infinita bontà.

Di lui si ammira tuttora, in via Giacomo Capurro al vecchio n. 10, sulla facciata fiancheggiante l’antico albergo del Cappello Verde (ora demolito), una Madonna con Bambino; sulla facciata della chiesa parrocchiale di Pasturana un san Martino, Vescovo di Tours, ambedue affreschi pregevoli, esprimenti una squisita sensibilità.

Come artista Michele, superò il padre ed il fratello. Sia la concezione che la realizzazione delle sue opere rivelano uno scalpello di vaglia, un artista di tenacia virile e un modellatore vigoroso, geniale. È menzionato nel Dictionnaire des peintres ,sculpters, dessinateurs et graveurs del Benezit.

Sul piazzale di San Pietro, in via Roma, i Novesi possiedono uno delle su prime opere modellata per saggio quando il giovane artista si trovava al < Pensionato Duchessa di Galliera >: una bella fontana in marmo, raffigurante un putto con delfino che posa su colonna. Alla base, un piccolo mascherone che sprizza l’acqua nella vasca sottostante.

Quanti novesi sanno, che quella fontana è del Sansebastiano? L’opera sopravvive all’artista scomparso: sempre là, alla luce del sole, sotto lo sguardo incessante dei passanti. Perché non intitolarne il nome dell’autore quest’angolo della sua città?

 Del suo periodo genovese rimangono lavori di notevole fattura a Staglieno; sono pure cosa sua le vigorose cariatidi che sembrano sorreggere, in via XX Settembre n. 14 il palazzo detto appunto Dei Giganti. Sempre a Genova, nella sontuosa chiesa di Santa Maria delle Vigne si trova un gruppo marmoreo stupendo, eseguito dal Sansebastiano nel 1897 su commissione del genovese Pietro Romanengo, Raffigurante Gesù che affida a San Pietro le somme chiavi. Quest’ultima è davvero opera degna di grande considerazione, poiché vi si esprimono la genialità creativa e la tenace operosità dello scultore.

Nel Camposanto di Novi si trovano, eseguite nel 1894, opere sue marmoree fra cui un angelo raffigurante l’Eternità (cappella Cambiaggio) e un altro angelo, in atto di spargere fiori (cappella di famiglia Ing. P. Gambarotta). Nella cappella, sul lato sinistro del monumento (opera del Barbieri), Michele scolpì con deliziosa delicatezza un ritrattino di bimba, che è un piccolo gioiello di grazia incastonato nel maestoso complesso.

Opere grandiose e d’ impegno di Michele Sansebastano esistono un po’ ovunque. Di un busto marmoreo della Velata (originalissimo per effetto del velo), vi è copia in America. Numerosi sono i suoi lavori funerari nel cimitero di Buenos Ayres.

La richiesta al di là dell’oceano di opere sue conseguì alla risonanza ottenuta da una statua donata a Lima, in Perù: Un grandioso monumento di oltre 25 metri, rappresentante la Libertà; la figura di bronzo ne misurava otto e posava su una colonna di quindici.

Son queste le cose sue più importanti.

Le parole del Cav. Lagostena ci hanno lasciati commossi: conosciamo meglio, attraverso il suo discorso, chi fosse il Professor Sansebastiano, spentosi a Genova nel 1908, in età di cinquantasei anni. Ascoltando, ci pareva che parlassero i busti, le statuette, i dipinti, gli studi, i dinamici gruppi del piccolo, raccolto studio dell’artista.

“L’artista crea, o distrugge; e creare non è solo difficile a impegnativo. È anche faticoso e arduo! Devo molto a questo grande Maestro, che coltivò in me soprattutto lo spirito: è questo che conta, in un artista!”

Pietro Lagostena, che ha superato gli ottant’ anni vivendo nell’arte, conserva sempre in cuore la nostalgia di una Novi ottocentesca ove ferveva la passione per un mondo artistico che sembra fatalmente scomparso; di una Novi cui i numerosi villeggianti genovesi recavano il gusto del bello, risvegliando la sete di ricerca, l’ammirazione dell’antico.

                                                                                                     

A cura di CARLOMAGNO PARODI

con la collaborazione del Pittore Luigi Leggero

Da NOVINOSTRA n.4 dicembre 1962


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Francavilla Bisio – pt.2

   

(continuazione)

    Nel numero antecedente venne trattata una parte di questo Comune, cioè la località di Bisio, ora tratteremo di Francavilla.

    Il suo nome, come quello di Villafranca, sono propri di paesi sorti, o divenuti in seguito, franchi, perché abitati da uomini liberi nelle persone e negli averi, e inoltre aventi certi privilegi ed esenzioni da servizi e da gravami locali. Molti luoghi in Italia portano il nome di Francavilla e di Villafranca.

    La storia antica di Francavilla si compenetra nella sua vita feudale, perché nei tempi la vita comunale o non esisteva o aveva poca importanza. Apprendiamo così dagli storici competenti che questo borgo anticamente (e cioè all’epoca Carolingia, verso il 775) era compreso nel Comitato di Tortona (allora la divisione dei territori, che oggi è per Provincia, era per Comitati e per Marche).

    Ne furono in seguito altri Signori, cioè con potestà quasi sovrana, i Marchesi di Gavi. Costoro lo lasciarono in godimento (e cioè nel secolo XIII) all’Abate  di Santa Maria di Rivalta Scrivia dell’Ordine Benedettino Cistercense, allorché con diploma dell’8 febbraio 1312 l’Imperatore Arrigo VIII lo concesse in titolo signorile a Opizzano Spinola di Lucoli, della grande nota famiglia genovese, il quale con lo stesso decreto, ebbe in feudo, oltre i principali paesi della Valle Scrivia, anche alcuni della Valle del Lemme, cioè Francavilla, Bisio, San Cristoforo, ,Pasturana e Castelletto della Valle dell’Orba.

    Gli Spinola, durante la loro Signoria su Francavilla, secondo alcuni storici, vi avrebbero fondato nel 1587 un convento di Agostiniani sotto il titolo di Santa Maria, convento del quale esistono ancora i resti nel fabbricato annesso all’antica chiesa parrocchiale. È probabile quindi che anche l’antica chiesa sia sorta nella stessa epoca del convento, non essendo ammissibile che vi sia stato un convento senza una chiesa.

    Gli Spinola possedettero Francavilla sino al 1681, nel quale anno i fratelli Gerolamo, Silvano e Marcantonio  vendettero la loro giurisdizione, con l’assenso dell’Imperatore Leopoldo I° (essendo Francavilla feudo imperiale,  cioè dipendente direttamente dall’Imperatore)  al Marchese Domenico  Grillo , di antica illustre famiglia genovese, che, insignito di altri feudi, ebbe poi rispettivamente nel 1693 e nel 1696, anche la signoria di Basaluzzo e il marchesato di Capriata, per accennare soltanto i paesi prossimi a noi. I Grillo furono marchesi di Francavilla, mentre gli Spinola ne erano stati Signori.

    Nel 1736 Francavilla passò dalla sovranità dell’Imperatore a quella del Re di Sardegna Carlo Emanuele III, che nel 1756 tolse il feudo al nipote del suddetto Grillo, di nome pure Domenico, incamerandolo.

Nel 1779, infine, il Re Vittorio Amedeo III concesse Francavilla, in titolo pure marchionale, a Paolo Guasco, feudatario, come si vide, del vicino luogo di Bisio, da oltre trecento anni, e precisamente dal 1474, in possesso feudale dei Guasco.

    Così Francavilla e Bisio furono allora unite sotto lo stesso Signore, come circa un secolo dopo, con Decreto Reale dell’anno 1873, le due località, costituenti due Comuni distinti e separati, furono uniti in un solo Comune.

    Ricordo dell’antica feudalità su Francavilla rimane tuttora il Castello medievale che sovrasta il borgo, costruito all’epoca della dominazione degli Spinola e che, pervenuto in condizioni di quasi abbandono ai Guasco, fu convenientemente restaurato con squisito senso d’arte per opera di Alessandro Guasco, dei Marchesi di Bisio (1848-1935), Ministro plenipotenziario, che lo lasciò alla figlia Elisabetta Contessa Giriodi Panissera attuale proprietaria.

    Seguendo le vicende generali di queste nostre regioni, Francavilla, come Bisio, fu annessa nel 1798 alla Repubblica Francese (dopo la rinuncia al trono del Re Carlo Emanuele IV) nel 1799 agli Austro-Russi (dopo la battaglia di Novi vinta da Souwaroff conto Joubert), per ritornare nel 1800, (dopo la famosa battaglia di Marengo) alla Francia. Finalmente, per il trattato di Vienna del 1815, ne riprese la sovranità il Re di Sardegna Vittorio Emanuele I° e la conservarono i suoi successori, Re di Sardegna e poi Re d’Italia.

    Dal 1946 – 2 giugno – il Comune ovviamente fa parte della Repubblica Italiana.

    Il Comune, fino a questi ultimi tempi un po’ depresso, andò gradatamente adeguandosi ai tempi con la costruzione di un nuovo Municipio, di moderne aule scolastiche e di un sistemato Ufficio postale e telegrafico. Si sta poi istituendo l’acquedotto pubblico, cui farà seguito l’impianto della fognatura.

    Ora alcune notizie di carattere religioso.

         Castello di Francavilla

    Premesso che l’antica Comunità di Bisio, già sede, come fu detto, di una Abbazia Cistercense e dotata di proprio Oratorio dedicato a San Bernardo, è unita alla Parrocchia di Francavilla solo nell’anno 1806, mentre anteriormente dipendeva dalla parrocchia di Gavi, si può con certezza ammettere che a Francavilla esisteva una Chiesa da tempi assai remoti officiata in un primo tempo da Monaci Benedettini ed in seguito dagli Eremiti di Sant’Agostino.

    Una relazione sullo stato patrimoniale della Chiesa di Santa Maria a Francavilla, compilata nell’anno 1654, parla di < Convento antichissimo>; da ciò si deduce che il convento fatto costruire dagli Spinola l’anno 1587 (che fu venduto ultimamente a terzi, insieme alla Chiesa annessa, dopo la costruzione della nuova Chiesa parrocchiale, inaugurata nell’ aprile del 1950) non fosse il primo, ma un secondo, sorto in sostituzione di un altro. Appunto in quell’anno 1654 venne istituita la Parrocchia di Francavilla sotto il titolo di <Santa Maria Gratiarum>.

    Avendo il Papa Innocenzo soppresso questo convento, come altri, perché l’ordine Agostiniano non aveva personale sufficiente, il Vescovo di Tortona affidò la cura spirituale della popolazione al clero secolare, nominando il primo Parroco con il titolo di Rettore, mutato poi in quello di Prevosto.

    Prima di allora le funzioni strettamente parrocchiali (battesimi, matrimoni, funerali) si tenevano nella Chiesa Plebana di Silvano degli Adorni (ora Silvano d’Orba), e quindi l’erezione di una nuova Chiesa in Parrocchia arrecò notevoli vantaggi, risparmiando camminate lunghe, scomode ed anche pericolose in quei tempi.

    Nell’anno 1654, come risulta da un documento già accennato e che è il più antico fra i documenti conservati nel locale archivio parrocchiale, esistevano nel paese i seguenti edifici di culto: la chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie, l’Oratorio pubblico di San Giovanni Battista, l’Oratorio di San Giuliano nel recinto del Castello, le Cappelle campestri di San Sebastiano e di San Rocco.

    Con queste brevi e succinte notizie storico-feudali, comunali e religiose, chiudo il mio articolo su Francavilla Bisio.

    Gennaio 1963

( da Novinostra N.3 del 1962)

                                                                                                      Emilio Guasco


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Francavilla Bisio

    Avendo desiderato essere ammesso a far parte, quale socio sostenitore, della Società Storica del Novese, fui invitato a collaborare alla rivista Novinostra con qualche articolo di carattere storico, interessante la regione Novese; ben volentieri ho aderito.

È naturale che incominci con le due località, prossime a Novi, di Francavilla e di Bisio, che particolarmente interessano non soltanto me, ma nei secoli interessarono la mia famiglia.

    Francavilla e Bisio nell’ età feudale, ebbero vita separata. I due borghi facevano Comune a sé, con i loro due castelli, fino a che, essendo venuti verso la fine del secolo XVIII in possesso entrambi della famiglia alessandrina dei Guasco, nell’anno 1873 furono uniti in un solo Comune con la denominazione Francavilla Bisio.

    Brevi cenni storici esporrò separatamente delle due località.

    Incomincerò con Bisio. Questo luogo anticamente era compreso nel Comitato di Tortona, poi passò sotto i Marchesi di Gavi. Di costoro e del relativo marchesato, uno dei più antichi d’Italia, parla diffusamente lo storico Cornelio Desimoni, sia nella sua monografia sui Marchesati d’ Italia, come, e specialmente, negli Annali storici della città di Gavi.

    Il Marchese di Gavi. Alberto, nel 1127 diede Bisio all’Abate di Sant’Andrea di Sesto (come allora si chiamava l’odierna Sestri Ponente), dell’ordine dei Benedettini Cistercensi, il quale esercitò su Bisio effettiva signoria, pur lasciandolo godere dai Signori che, dal nome della località, si dissero Signori di Bisio.

L’Imperatore Arrigo VII, con diploma 2 febbraio 1312, infeudò Opizzino Spinola di Lucoli diversi paesi, sotto la denominazione di Valle Scrivia: in detto feudo fu compreso anche Bisio, per quanto appartenesse alla valle del Lemme. L’Abate di Sant’Andrea di Sesto faceva opposizione all’infeudazione di Biso allo Spinola e continuò a tenere questa terra fino a che, con permesso del Papa, non rinunciava al suo possesso.

Fu allora che l’Imperatore Sigismondo, che era disceso in Italia per incontrarsi con il Pontefice e per mettere ordine alle cose politiche italiane, distaccò Bisio dal feudo marchionale di Gavi, al quale in realtà era rimasto sino ad allora aggregato, non ostante i Marchesi di Gavi ne avessero dato il possesso all’Abate dei Cistercensi, e il 15 luglio 1414 lo infeudava a Agostino Doria, del fu Tobia, investendolo del mero e misto imperio e del diritto di spada fino all’ultimo sangue.

    Nel detto anno 1414 moriva l’ultimo degli antichi Marchesi di Gavi, sui possessori originari, e il feudo di Gavi ritornava alla Corona.

    L’escorporazione di Bisio da Gavi e la sua infeudazione al Doria fu un giuoco di buona politica, più utile all’Imperatore e alla causa dell’Impero, che non al Doria stesso.

Sigismondo, come i suoi predecessori, si era illuso che, venendo in Italia avrebbe sottoposto gli avversari e entusiasmato gli amici, invece ovunque incontrò indifferenza, diffidenza e in più luoghi ostilità.

    Allora, prima di ritornare in Germania, allo scopo di premunirsi specialmente contro Filippo Maria Visconti che non gli si era rivelato amico, cercò di appoggiarsi a Genova e, volendo preservare la Repubblica da un attacco improvviso da parte di Milano e darle modo di prepararsi ,permise all’alleata, a guisa di antemurale, il feudo di Bisio, staccandolo dal marchesato di  Gavi e dandolo ai Doria, la cui famiglia da tempo immemorabile parteggiava per l’Impero; e perché il Doria potesse agire con massima energia contro chiunque attentasse all’integrità del feudo stesso e agli interessi dei feudatari ligi all’Impero, e quindi a quelli stessi dell’Imperatore, lo creò Marchese di Bisio.

    Nella seconda metà del sec. XV Antonino Guasco , appartenendo alla storica famiglia alessandrina con Scipione (ricordato anche dal Tasso nella sua Gerusalemme Liberata ) aveva partecipato  alla prima Crociata, e che era comparsa in Alessandria negli anni 1165-1168 per contribuire con altre famiglie alla fondazione di questa città, pensò di accaparrarsi Bisio acquistandolo il 6 aprile 1473 da Filippo Doria; e il Duca di Milano , Galeazzo Maria Sforza , il 12 gennaio 1474, investì anche lui con i medesimi diritti di  mero e misto imperio e di spada fino all’ultimo sangue e con ogni giurisdizione e obbedienza.

     In virtù di tale investitura, uguale a quella dell’Imperatore Sigismondo ad Agostino Doria, Bisio godette di una larga autonomia, quasi, cioè come un piccolo Stato sovrano, al quale mancava solo il diritto di batter moneta, per essere parificato ai grandi feudi principeschi imperiali, come era già avvenuto per il vicino feudo di Tassarolo degli Spinola.

Il detto Antonio Guasco, oltre ad essere infeudato di Bisio, lo fu pure di Gavi, di Ottaggio (ora Voltaggio) di Fiaccone (ora Fraconalto), di Parodi e di tutto il Parodese, tutte le località nelle vicinanze di Bisio. Morto nel 1481, fu sepolto con la moglie Sigismondina Spinola in un antico mausoleo, che ancora oggidì si ammira, sopra la porta laterale verso la piazzetta, nell’interno della chiesa parrocchiale di Gavi, del quale luogo, come si disse, egli era feudatario.

Da Antonio, Bisio rimase sempre nella famiglia Guasco fino a che, perduta con l’abolizione della feudalità la qualità di feudo, continuò ad essere come è tutt’ora, bene prediale della famiglia e suo titolo marchionale: sono quindi ormai 488 anni che Bisio è posseduto ininterrottamente in linea retta, cioè di padre in figlio, dalla famiglia dei Guasco.

Il suo castello ché, tale era nel medioevo come confermato dalle investiture che lo denominano castrum Bisii, mentre in seguito, venendo meno il suo scopo di difesa, andò trasformandosi in maniero, fu costruito in varie epoche, e specialmente nell’interno si rilevano i diversi tipi di struttura.

Vi è una parte antica, che rimonta all’epoca nella quale era Signore di Bisio l’Abate Mitrato dei Cistercensi, e ha annessa la Cappella, i cui quadri sacri, dei quali uno raffigurante San Bernardo fondatore dei Cistercensi, e vari arredi sacri, indica che essa sussisteva già in detta epoca. Altra parte, il cui fabbricato è di maggiore mole, si fa risalire alla fine del sec. XVI, o al principio del sec. XVIII, e altra fu costruita soltanto al principio del sec. XIX, con un’aggiunta ancora posteriore.

Le presenti notizie sono state desunte specialmente dal Dizionario Feudale degli Antichi Stati Sardi e della Lombardia, opera poderosa, nota fra i cultori di storia della quale fu autore un personaggio della famiglia, Francesco Guasco (1847-1826), mio padre.

Emilio Guasco

(da Novinostra N.3 – 1962)

(continua)


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Novi e il novese durante la guerra per la successione austriaca – pt.2

(da Novinostra 1962/4)

6 – Le difficili trattative per la resa di Genova e la successiva dura occupazione austriaca.

    Le Trattative per la resa – decisa, come già visto, dai Serenissimi – vengono iniziate ai primi di settembre del 1746 col duro generale austriaco Brown.

    Come osserva il Vitale – ai cui fondamentali scritti ci atterremo particolarmente nell’ esposizione che segue – poco giova a mitigare il suo aspro atteggiamento l’opportunistica affermazione dei parlamentari liguri che la guerra contro l’impero è stata imposta alla Repubblica da momentanee difficoltà di difesa, ma che … la devozione dei Genovesi alla Imperatrice Maria Teresa è rimasta immutata. E poco serve poi, anche presso il Generale Botta – ben presto sopraggiunto da Novi per condurre a termine le trattative – il ricordo della sua ascrizione alla nobiltà cittadina decretatagli da Genova nel 1745.

    Le trattative sono invero assai difficili; vi è però, un punto di convergenza fra i negoziatori che, alla fine, porta all’accordo: il comune desiderio di escludere il Re di Sardegna.

    Da un lato, infatti, il generale Botta non ha solamente ricevuto dalla Corte di Vienna la direttiva di spillare a Genova la massima possibile quantità di denaro, ma anche quello di ostacolare in ogni modo l’ingrandimento del Piemonte e particolarmente di frenare le sue mire sulla Liguria.

    Dall’altro lato, i Genovesi sono addirittura ossessionati dal timore del Regno di Sardegna, che ormai da tempo conduce, con tenacia e successo, la sua politica avanzata verso la Lombardia e l’accerchiamento della Repubblica: talché essi pensano che una occupazione austriaca di Genova può essere un malanno doloroso ma transitorio, mentre un’eventuale occupazione piemontese potrebbe significare la fine della Repubblica.

E, le loro preoccupazioni non erano infondate: quello che allora tanto temevano, doveva accadere meno di un secolo dopo, quando col trattato di Vienna del 1815 – che chiuse l’agitato periodo della Rivoluzione e di Napoleone – la Liguria fu definitivamente annessa al Piemonte.

    Ma tutti gli Italiani oggi ben sanno che il sacrificio dell’autonomia ligure, considerato dai Genovesi in quel momento così penoso ed umiliante, rappresentò invece, sostanzialmente, il primo fortunato e deciso avviamento verso l’auspicata unità nazionale italiana.

    Si determinava comunque, in quel settembre del 1746 – osserva ancora l’insigne storico di Genova – una situazione paradossale: i Genovesi vedevano nel generale Botta, nel contempo il nemico oppressore e il più valido sostenitore della loro presente e futura indipendenza insidiata dal Re di Sardegna.

    In conclusione, il Botta – continua sempre il Vitale – agitando lo spauracchio della definitiva occupazione sabauda, il 6 settembre ottiene la resa di Genova: consegna delle porte, cessazione di ogni ostilità, prigioniero di guerra l’esercito, consegna delle armi e dell’artiglieria, obbligo di soddisfare rigorosamente le contribuzioni imposte dall’autorità militare ed infine – condizione particolarmente onerosa ed umiliante (fa ancora scuola l’esempio di Lugi XIV!) – l’obbligo del Doge e dei Senatori di recarsi a Vienna per presentare le scuse all’Imperatrice Maria Teresa. Ma, almeno Genova evita una vera e propria occupazione militare ed il saccheggio! Il forte di Gavi è anche ceduto, mentre la guarnigione spagnola assediata in Tortona resiste fino al 27 settembre, quando – scarsa di viveri e priva ormai di ogni possibilità di soccorso – si arrende alle condizioni di essere imbarcata e restituita in patria a cura dell’assediante.

    Inutile dire che, all’annunzio del realizzato accordo circa la resa di Genova, enorme è l’indignazione del Re di Sardegna, escluso dalle trattative, pur essendo, ufficialmente, il comandante supremo delle forze alleate in Italia: egli definisce l’accordo stesso < una odiosa capitolazione> degli Austriaci ai Genovesi, non lo riconosce e continua l’assedio di Savona, eroicamente difesa da Agostino Adorno.

7 – La sollevazione Genovese di Balilla ed il ripiegamento degli austriaci su Novi.

    Intanto la situazione va rapidamente evolvendo: il Botta – che ha posto il suo quartier generale a Sampierdarena e che segue fedelmente le due accennate direttive della Corte Imperiale  – si rende del tutto <spiacente a Dio ed ai nemici sui> : Genova diventa , di giorno in giorno più indignata per le enormi contribuzioni che egli impone e per la brutalità delle sue truppe ,mentre, dall’altro lato, Carlo Emanuele III lo accusa di sentirsi troppo genovese e di avere <criminali compiacenze> per i suoi compatrioti.

    In verità, scrive il Vitale, il generale Botta, nato a Pavia da padre lombardo e madre di Parma (il nome Adorno era stato portato in dote, con alcune terre a Silvano d’Orba, da una gentildonna genovese ad un suo antenato) non era, ne aveva alcun motivo di sentirsi genovese: erano quindi infondati i rimproveri del Re Sardo, come quelli dei supposti concittadini contro il nuovo Coriolano.

    Egli aveva vissuto sempre nell’ombra dell’Impero austriaco e, da buon generale, senza troppo uso di accorgimenti o infingimenti politici, mirava a raggiungere il ripetuto doppio intento di Vienna: fare in Genova più quattrini possibile ed ostacolare le ambiziose aspirazioni dell’alleato Re di Sardegna.

Come è noto, alla fine i Genovesi, esasperati, il 5 dicembre 1746 dopo l’episodio del leggendario Balilla si sollevano in massa e cacciano gli Austriaci.

    Il Botta deve ripassare con le sue truppe la Bocchetta, travagliato nella triste ritirata dai vallegiani, che assaltano i reparti sui fianchi e sul tergo. Si ritrae così, sino a Novi, nella cui zona raggruppa tutte le truppe sparse nei presidi del Genovesato e della Lombardia, in attesa del rientro in Provenza dell’armata di Brown, che però solo il 1 febbraio ripasserà il Varo, sulla via del ritorno.

Campagna del 1747

    Nell’anno 1747 – ultimo della guerra di successione d’Austria, anche se la pace fu firmata ad Aquisgrana solo il 18 ottobre 1748 – si ebbe, fra l’altro, la memorabile vittoria dei Piemontesi sui Francesi all’Assietta, vittoria che, analogamente a quella non meno celebre riportata in precedenza a Torino nel 1706, riveste notevole importanza ai fini del sempre maggior rafforzamento politico militare  dello Stato dei Savoia, con quelle lontane favorevoli conseguenze, ai fini dell’unità nazionale italiana, che tutti ben conoscono.

1 – L’assedio di Genova.

    Nello stesso anno 1747 si ebbe anche uno dei più famosi assedi di Genova. Il Botta umiliato dallo scacco subito, si predispone alla rivincita, quando viene sostituto, in Novi, nel comando dell’armata austriaca, da una ormai vecchia conoscenza – il generale Schulemburg – con l’ordine di impadronirsi di Genova.

    Dopo vari scontri secondari – alla Madonna della Vittoria, a Rossiglione, a Capanne di Marcarolo e altrove – gli Austriaci l’11 aprile 1747 ridiscendono la Bocchetta, mettendo a orrendo sacco le Valli della Polcevera e del Bisagno (più di 20.000 abitanti ripararono entro Genova, rendendo ancor più grave la sua già difficile situazione) ed iniziavano le operazioni per l’assedio della città.

    Eventi politico-militari si succedettero in quel periodo nei due opposti campi e con contrastanti conseguenze, mentre l’assedio si protraeva, con frequenti scontri tra Austro-Sardi e forze genovesi, fra le quali numerose bande di intrepidi valligiani, generalmente comandati da nobili.

La Francia aiutava Genova come poteva: alla fine inviò, come comandante, il noto Dica di Richelieu (il cui nome ancor oggi porta uno dei vecchi forti sulle alture ad et della città) uomo simpatico, elegante, vigoroso, che alternava le attività militari e diplomatiche con le operazioni … galanti; riuscendo però meglio nelle prime che nelle seconde, come confessò egli stesso poi nelle sue < Memorie>.  

     Alla fine gli Austro-Sardi si trovarono nella necessità di dover togliere l’assedio: le ostilità però, nel Genovesato, si protrassero sino al 15 giugno 1748, quando gli Austriaci si ritirarono, carichi purtroppo di bottino, avendo saccheggiato il paese sino all’ultimo.

2- Piemonte e Genova alla pace di Aquisgrana.

    Alla pace di Aquisgrana (18 ottobre 1748) che riconosceva Imperatrice ed erede degli Stati austriaci Maria Teresa – mostratasi sovrana non inferiore ai più grandi imperatori – chi più guadagnò fu il Re di Sardegna. Questi, infatti, che aveva già ottenuto dal 1735, conseguenza della sua partecipazione alla precedente guerra per la successione di Polonia, il Novarese, il Tortonese e i feudi delle Langhe, guadagnò ora l’Alto Novarese, nonché il territorio di Vigevano, la Lomellina, Voghera e tutto l’Oltrepò Pavese, con Bobbio. Con tali acquisti, egli otteneva anche il notevole vantaggio di portare i confini orientali del Regno in corrispondenza dell’importante linea strategica di ostacolo: diramazioni settentrionali dell’Acrocoro dell’Antola – Stretta di Stradella – Po – Ticino.

    Genova presa nel groviglio dei formidabili interessi europei, dovette rinunciare definitivamente a favore del Re di Sardegna ai feudi delle Langhe ed all’espansione sulla Riviera, ma riebbe tutto il territorio del 1740 – compreso il Novese – ed il marchesato di Finale.

    Osserva al riguardo il Pollini: <Genova aveva riacquistato la sua libertà, ma a nessuno sfuggiva che questa era più apparente che reale e sempre più minacciata, perché lo Stato dei Savoia, che, alle sue spalle, continuava a crescere di importanza territoriale, demografica, politica e militare, aumentava sempre più, di necessità, la pressione, per la fatale spinta che tutti i popoli esercitano in direzione del mare, respiro e vita dei loro commerci e della loro economia. D’altra parte, come già visto, questa era la via che doveva portare all’unità d’Italia.

3- Fine dell’infausta occupazione austriaca a Novi.

    La tanto dolorosa occupazione austriaca a Novi – particolarmente dura quando, dopo la cacciata da Genova, gli imperiali vennero qui a sfogare la loro rabbia – si prolungò notevolmente anche dopo la cessazione delle ostilità e la conclusione della pace.

    Allorché alla fine, il 13 febbraio 1749, l’ultimo reggimento di germanica nazione lasciò la nostra Novi, grande fu il tripudio della cittadinanza, come di tutto il Novese. Ne è testimonianza, tra l’altro, l’ingenua poesia scritta allora da un nostro concittadino – già altra volta ricordata in Novinostra – che finiva con i versi: < Pur sebben siam derelitti – Ed afflitti – E d’argento e d’oro privi – Ringraziam dobbiamo Iddio – Cristo e pio che siam sani e che siam vivi>.

    Il tripudio toccò il vertice – come risulta da vecchie carte – all’arrivo di S.E. Agostino Pinelli nuovo Governatore, inviato da Genova … con la comitiva di alcuni nobili Genovesi Patrizi, preceduti da due liguri compagnie del Regg. Bembo, costeggiato altresì da un buon numero dei nostri cittadini a cavallo e seguito da scelte milizie di fucilieri, che sotto la guida del Sig. Capitano Giuseppe Bianchi chiudevano la marcia.

    Sotto le acclamazioni del Popolo, che con lietissime voci di applauso fu tutto al suo arrivo giubilante, entrò festoso il Pinelli sulle 24 e mezzo per la Porta Cavanna, a prendere a nome e per la Repubblica Serenissima, della città l’attuale possesso.

    E quantunque  venisse la solenne entrata incomodata da spessa pioggia, che sul far della sera cominciò a cadere, pure tale fu la calca, che ripiene a folla e le vie e la piazza, per ove passar doveva infinità di persone, altro non si udiva che i festosi gridi Evviva la Serenissima Repubblica di Genova ; evviva San Giorgio; alle quali voci facendo eco il festeggiante suono dei sacri bronzi risuonò parimente per un’ora continua il strepitoso rimbombo dei fucili, che vomitando ancor essi dalle infuocate bocche i suoi lampi, accompagnarono con lingue di fuoco il giubilo di cittadini ed il canto solenne <Te Deum> che alla presenza dello stesso Governatore, in rendimento di grazia a sua Divina Maestà intuonossi immediatamente nel Duomo ….

    Ed a questo punto, anche noi, ricordato quel solenne … intonamento del canto di riconoscenza all’Altissimo da parte dei nostri antichi padri, metteremo, come essi, una definitiva pietra su questa infausta guerra per la successione d’Austria, conosciuta anche con il nome di Guerra della Prammatica Sanzione.

da Novinostra 1963/1

                                                           ALBERTO MONTESORO
(Generale i Divisione)

                                                                                                                                                  


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