L’affare dei Luigini per il Levante

di FRANCESCO MELONE

Nel XVII secolo la metà orientale del bacino del Mediterraneo era possesso dell’Impero Ottomano, storico nemico della Cristianità, ma l’epoca della Crociate era passata da tempo, la battaglia di Lepanto aveva fugato le paure nei confronti dei Turchi ed i rapporti politici e commerciali tra l’Europa marittima (Francia, Inghilterra, Repubblica di Genova, Granducato di Toscana), e la Sublime Porta erano fiorenti. Vigeva ancora il divieto, con scomunica per i trasgressori, di commerciare beni strategici con i nemici di Cristo, ma né gli Stati cattolici, né tantomeno quelli protestanti vi badavano minimamente. Soltanto la Repubblica di Venezia stava ancora combattendo epicamente contro i Turchi per salvare ciò che le restava dei suoi possedimenti nel Levante ed era impegnata nella sanguinosa guerra di Candia per la difesa dell’isola (oggi Creta), che finirà dopo un assedio ventennale.

La più diffusa moneta d’argento in circolazione nell’Impero Ottomano era l’Aspro, derivata dall’omonima moneta bizantina del valore di 1/20 della Piastra. Il suo titolo di 958,33 millesimi d’argento era pregiato, ma date le sue piccole dimensioni era poco pratica per i conteggi e per il maneggio. Come in tutto il resto del mondo d’allora, circolavano anche zecchini veneziani, ongari d’oro, gli otto reali spagnoli con i suoi tagli da quattro, due  e un reale, e tutti erano battuti a martello (fig. 1), tecnica antichissima, ma molto imperfetta e che produceva bordi irregolari, soggetti quindi alle cosiddette tosature, cioè  a  limature dei bordi per ricavarne polvere di metallo pregiato.

La tosatura era una pratica che, sottraendo alla moneta anche porzioni di metallo, ritagliati dal bordo, ne alterava il peso ufficiale. La frequente irregolarità di esecuzione del tondello facilitava  tale operazione, la cui diffusione risulta anche dalle leggi che severamente, ma forse con poco successo, punivano i colpevoli. Ad esempio, a Genova la tosatura era punita con il taglio della mano destra, mentre nel Regno di Sicilia, richiamando in vigore un articolo della costituzione di Federico II, a sua volta ispirato da  una disposizione di Ruggero II, la condanna per quel reato era la confisca di tutti i beni e per i casi più gravi anche la pena capitale.

Specialmente per le monete più piccole era difficile ottenere coni regolari e belli, finché, nel 1657, le zecche francesi adottarono un nuovo attrezzo, il torchio a bilanciere, sul quale si tentò di mantenere il più assoluto segreto. Il conio veniva impresso mediante una vite, sopra la quale era collegato solidale trasversalmente un lungo braccio di ferro a guisa di bilancia, caricato alle estremità da due grosse palle di piombo. Dopo che il coniatore aveva depositato il tondello sotto il conio, un altro operaio  spingeva con forza una delle palle, facendo girare la vite, che comprimeva così il tondello fra i coni, ricavandone le due impronte ( fig. 2 ).

Con questo sistema vennero coniate le monete frazionarie dello scudo d’argento francese, detto Luigi, corrispondenti al valore di un dodicesimo di scudo o 5 soldi tornesi, e che, essendovi effigiato al diritto il volto infantile del re Luigi XIV, erano familiarmente chiamate Luigini. Emesse sotto il re Luigi XIII, erano d’argento al titolo di 916 millesimi e pesavano gr. 2,50. con diametro di circa 2 mm. (fig.3)

Un mercante marsigliese, tramite un suo rappresentante di Smirne, fu il primo a spendere in Turchia i luigini, che furono subito apprezzati sia per l’ottima fattura, sia per la perfetta rotondità, mai riscontrata, tanto da essere considerati dello stesso valore della moneta spagnola da un reale, mentre nei mercati europei il rapporto di scambio era di 8 reali per 12 luigini.È evidente l’enorme profitto che si prospettava, e cioè del 50%, che per quei tempi, tenuto pure conto delle spese e dei rischi, era veramente eccezionale.

Tali monetine  si diffusero quindi rapidamente in tutto l’Impero Ottomano, anche per l’uso che ne facevano le donne, le quali, soprattutto quelle benestanti, avevano l’abitudine di adornarsi la fronte con collane formate da zecchini o altre monete d’oro, che saldate o forate componevano braccialetti, orecchini e  ventagli. Anche i luigini potevano servire allo stesso scopo, accontentando le donne che non potevano permettersi monili più ricchi, ed è per questo che molte di queste monete ci sono giunte forate, come d’altra parte ciò è avvenuto per gli zecchini veneziani.

Mentre in un primo tempo i temini – termine  affibbiato dagli orientali ai luigini –  venivano utilizzati dai mercanti francesi per il pagamento delle merci, come sete, spezie ed altro, successivamente servirono per acquistare pezzi da 8 reali, i quali a loro volta venivano ceduti alle zecche di Francia per coniare altri luigini, da allora chiamati anche ottavetti, Quindi a profitto si aggiungeva profitto, oltre a modificare la natura degli scambi internazionali, come, per esempio, far sparire l’ottima moneta spagnola nei territori soggetti ai Turchi.

Era inevitabile che oltre a quelli francesi si buttassero nell’affare anche mercanti inglesi, olandesi e soprattutto italiani. Infatti, per non incorrere nelle severissime pene comminate in Francia a chi spacciava moneta falsa, vennero coinvolti non pochi nobili italiani, il cui compito era semplice: avendo la facoltà di coniare moneta dovevano soltanto produrre imitazioni dei luigini di Luigi XIV, e con queste, contando sulla scarsa capacità dei Turchi di distinguere le diverse coniazioni, invadere i mercati dell’Oriente. Uno dei primi fu il Granduca di Toscana Ferdinando II de’Medici (1610-1670), il quale riuscì a dotare la sua zecca di Livorno di un torchio a bilanciere, condizione prima per coniare i nuovi luigini, i quali presentavano al recto l’effigie del Granduca ed al verso uno scudo simile a quello di Francia, con i tre gigli inseriti in un cerchio, che, con molta buona volontà e fantasia, poteva significare le palle dell’arma medicea e così legittimare il conio;  l’inizio di questa vicenda si può datare intorno al 1660.

I primi a lamentarsi che nel levante circolavano solo luigini furono però proprio dei mercanti europei, che si vedevano costretti ad accettarli in pagamento di quanto esportavano allo stesso cambio delle importazioni, per cui il governo turco dovette emettere un proclama nel quale, mentre era confermata la circolazione di quelle monete, si fissava però il rapporto di cambio uguale a quello originale: 12 luigini = 8 reali. Gli enormi profitti cessarono, per cui la presenza di luigini con l’effigie di Luigi XIV o di altri nobili calò rapidamente nei mercati levantini. Tuttavia  la vicenda non finì, perché ben presto venne escogitato a danno degli ottomani un nuovo tipo di truffa monetaria, stavolta con vere e proprie contraffazioni.

All’epoca il regno di Francia, che aveva raggiunto quasi i confini attuali, includeva ancora al suo interno varie enclaves, indipendenti o autonome, come  la Legazione papale di Avignone, la Contea asburgica di Charolais, il Monastero di Lerino ed il Principato di Orange, proprietà personale e culla avita di Guglielmo di Orange-Nassau, Stathouder di Olanda e gran nemico di Luigi XIV. Tutte avevano il diritto, risalente fin dall’alto Medioevo, di battere moneta, ma ne usufruivano raramente, perché la moneta francese circolava liberamente entro i loro confini, finché cominciarono a coniare pezzi simili ai luigini, con al recto un volto femminile o, nel caso di Lerino, con quello dell’abate. Imitavano tutti il luigino che circolò nel Levante subito dopo quelli del Re Sole e che era particolarmente bello, emesso dalla zecca di Trévoux per conto della cugina del re, la Principessa di Dombes, Anna Maria Luisa di Borbone, detta Mademoiselle de Montpensier (1650-1693).

Queste imitazioni circolarono largamente  nei mercati del Levante, ma stavolta il profitto era prodotto dal minor contenuto  d’argento, caratteristica non rilevata dagli ottomani, paghi di vedere dei volti femminili, raffigurazioni vietate dai loro ordinamenti;  persino i soldati turchi combattenti a Creta esigevano la paga con tali monetine, che stavano diventando una merce poco pregiata e sganciata dal loro valore facciale. Infatti, in quel periodo, le grandi quantità d’argento disponibili, provenienti dall’America, avevano talmente diminuito il potere d’acquisto di quel metallo, per cui quasi nessuno si preoccupava più di controllare peso e titolo delle monete argentee, e se ciò era vero per i tagli più alti – scudi, ducati e reali – a maggior ragione lo era per quelli minori.

Ben presto tali imitazioni e contraffazioni si verificarono in molte zecche d’Europa. Tra quelle italiane vi furono la Repubblica di Lucca, il Principato di Monaco con i Grimaldi, Ferdinando II de’Medici a Livorno, i Centurioni di Campi, i Doria di Torriglia e di Loano (pare che questa zecca abbia emesso oltre 800.000 pezzi), i Malaspina di Fosdinovo, i Cybo Malaspina di Massa di Lunigiana, gli Spinola di Arquata e di Tassarolo (fig.4). Per quanto riguarda quest’ultima zecca due lettere anonime, o come si diceva allora “cieche”, spedite da Genova, denunciavano ai responsabili della zecca di Massa che in quella di Tassarolo si producevano falsi luigini al nome di Alberico II Cybo Malaspina

Agostino Olivieri nel suo libro “Monete e Medaglie degli Spinola”, edito nel 1860, ci racconta infatti che «…i luigini coniati in Tassarolo erano spediti ad un certo Giovanni Mistura negoziante in Livorno, il quale aveva incarico di inviarli poscia in Levante. Né gli zecchieri di Tassarolo battevano solamente luigini per il Levante, ma spinti dalla brama di smisurato lucro adulteravano monete di diversi paesi e compromettevano il nome  del Conte (Filippo Spinola), che confidando in loro, ebbe più di una volta a soffrire amari disgusti. Ed amarissimo gliel recaron di certo, allorché nel 1665 presero a falsare le monete da otto bolognini del duca di Massa Alberico Cybo II. Il zecchiere di questo Principe…fu avvisato di tale contraffazione con due lettere anonime, e il Duca ordinò al suo agente a Vienna, che  ne informasse l’imperatore. L’affare fu sopito col ritiro delle monete…Da più segni rilevasi la falsità del conio, e specialmente dall’attributo di Principe che si da ad Alberico, che sino dall’anno precedente era insignito della dignità ducale, e Dux vien detto nelle monete stampate in Massa nel 1664 ». In Oriente i luigini di Massa erano considerati tra i più pregiati ed è quindi evidente perché gli zecchieri di Tassarolo scelsero di falsificare tali monete: è noto che in ogni luogo ed in ogni tempo le contraffazioni dei pezzi più  apprezzati sono più facili da spacciare, e ciò vale non solo per le monete (fig.5).

Non poteva non partecipare ad un affare così redditizio la Repubblica di Genova, la quale negli anni 1668  e 1669 coniò giorgini, gianuini, giustini e ligurini, monete la cui circolazione, tra l’altro, era vietata nel suo territorio. Via via che le emissioni si moltiplicavano, scendevano peso e titolo dell’argento: i giorgini ne avevano  887 millesimi, i gianuini appena 417 e nei giustini era leggermente superiore a 333 millesimi, mentre il ligurino, coniato come il precedente solo nel 1669, conteneva 250 parti di prezioso e 750 di metallo vile. Il loro peso risultava da gr.1,94 a 2,17.

La stessa principessa di Dombes, dopo aver protestato presso il re Luigi XIV per il danno che essa subiva per le contraffazioni della sua moneta, finì per adeguarsi abbassandone il titolo, che passò dall’originario 11 once a 10 (= 830 millesimi) per toccare il fondo nel 1668 con 526 millesimi. Altrove luigini contraffatti o imitati accusarono titoli ancora più scadenti, arrivando addirittura a 211 millesimi.

Il basso titolo della lega metallica fece anche “arrossire” i luigini: il fenomeno era dovuto al fatto che venivano ricoperti con uno strato d’argento  per occultare la loro vera composizione, ma a causa del loro frequente uso ben presto tale strato scompariva lasciando trasparire il rosso dell’altro metallo della lega, il rame.

Si è arrivati poi al massimo della spregiudicatezza nelle leggende sempre più generiche ed equivoche. Non solo recavano al recto figure ed iscrizioni equivocanti quelle originali, con il busto femminile, ed al verso lo scudetto con i contraffatti tre gigli di Francia, ma attorno alle raffigurazioni  si potevamo leggere motti come HIC EST VIRTUTI IMAGO (Fosdinovo) o PVLCRA VIRTVTI IMAGO (Loano, Torriglia), al punto quindi di fare di quel volto la personificazione della virtù; PVLCHRIOR ETSI NON PRIMA (Arquata), in cui il riferimento al luigino di Dombes è evidente:”Più bella benché non prima”, cioè la moneta (o la figura femminile ?) è più bella dell’originale. Ancora di Arquata è il luigino con DE PROCVL PRAETIVM EIVS TRAHIT SVA QVEMQVE VOLUPTAS (Il suo prezzo da lontano reca diletto) (fig.6).

Quindi  i responsabili non solo si sono accontentati di inondare il Levante ed anche gli Stati vicini degli scadenti prodotti delle loro zecche, ma hanno voluto  aggiungere al danno la beffa. Infatti altre frasi tradotte dal latino esprimono i seguenti concetti: Alle contrade degne di curiosità e di diletto,  Dedicato alle voluttuose contrade degli orientali. Nel principato di Campi, nell’alto Appennino piacentino, il nobile genovese Battista Centurioni-Scotti faceva coniare al nome della moglie Giulia Serra luigini con al retro la scritta CENTVPLVM GERMINABVNT, alludendo alla speranza che avrebbero reso il cento per cento.

In alcune leggende al verso poi si arriva addirittura all’irriverenza verso Dio: mentre infatti alcune recano sovente  corrette invocazioni al Signore, come DEVS MEVS ET OMNIA (Fosdinovo), DEVS PROTECTOR MEVS (Loano), DNS ADIVTOR ET REDEM. MEVS e IN TE DOMINE SPERAVI  o DOMINVS VIRTVS MEA ET SALVA MEA di Tassarolo, quelle di Arquata con il loro DNS DIRIGAT ET PROTEGAT chiedono a Dio di proteggere ed addirittura di guidare una moneta che è una fraudolenta contraffazione.

Leggende altrettanto sarcastiche si trovano sui luigini attribuiti a Fosdinovo, dove al recto si legge, tradotto da un incerto latino, L’Asia chiede questa merce, e in altri PER TOTAM ASIAM CVRRENS (Circolante per tutta l’Asia). Anche in altri, attribuiti a Monaco, la leggenda del recto PLACET ET POLLERE VIDETVR è completata da quello del verso IPSOQUE FIT VTILIS VSV esprimendo il concetto che Si vedrà che piacerà ed avrà valore e alla circolazione e a lui arreca vantaggio. Talvolta la presa in giro si limita a denunciare nella leggenda la bontà in once d’argento, fidando nell’ignoranza della lingua dei destinatari e nello stesso tempo per mettersi in qualche modo al sicuro da eventuali denunce: BONITATE VNCIARVM QVINQVE (Fosdinovo,  Loano, Torriglia e Lucca) o BONITATIS  VNCIARVM QVATVOR (Fosdinovo)

La frode, però, non poteva durare a lungo. La città in cui venne alla luce lo scandalo fu Livorno, col suo porto di notevole importanza per il commercio con l’Impero Ottomano, ed a farlo esplodere furono gli inglesi ivi residenti, i quali, al contrario della Francia o di Genova, avevano una  bilancia commerciale con l’oriente favorevole e quindi non dovevano portare soldi, ma riceverne. Fecero saggiare i luigini, che si rivelarono per quello che erano, con conseguente violenta protesta al governo turco, che la girò a quello francese.

La città di Livorno risentì più di altre del discredito subito dai luigini. ma d’altra parte era stato proprio il governo del Granducato di Toscana uno dei primi in Italia a coniare in abbondanza queste monete per il commercio con l’Oriente. Dovette emettere un Bando sopra la proibizione de’Luigini dodicesimi nell’ambito degli Affari di Regie Finanze e l’interessante documento inizia avvertendo quanto importi…il non ammettere…lo spaccio e corso di quelle monete, che si trovano manchevoli nella loro giusta quantità e qualità intrinseca. Dopo questa doverosa introduzione, tuttavia, i legislatori vengono subito al sodo, avendo avuto notizia come nella Città e Porto di Livorno vi s’introduca certa forte somma di dodicesimi, comunemente chiamati luigini, che scade assai dalla bontà dovuta…Quindi, vista la pericolosità delle monete in questione, non rimane che proibire a tutti, nessuno escluso, non solo l’introdurre tanto per Mare, che per Terra…ma anche il contrattare, usare e ottenere…quella sorta di luigini dodicesimi…Chiunque trasgredisca il bando è condannato a pene afflittive e fino alla galera inclusiva, secondo la qualità dei casi

Tuttavia il bando apre una via d’uscita a coloro che fossero in possesso delle famigerate monetine, imponendone la denuncia alle autorità competenti entro le 24 ore dalla pubblicazione del bando stesso. È inoltre loro concesso un mese di tempo per disfarsene, portandole fuori dal Granducato e dai suoi territori con condizione però che non si possino inviare in Levante. Il bando evidenzia la gravità del problema, che doveva essere risolto senza perdere tempo, ma anche senza creare guai peggiori.

Il duca Carlo Emanuele II di Savoia, col bando del 17 giugno 1667 ne proibisce la circolazione nel suo territorio e fa espressamente  riferimento ai luigini di Monaco, di Avignone coniati dal Cardinale Legato  Flavio Chigi, di Livia Centurioni Oltremarini per Tassarolo datati 1667 e quello del 1666 di Violante Lomellini per Loano, tutti introdotti abbondantemente nel suo contado di Nizza. Anche la Francia, finalmente, fa espresso divieto di produrre luigini e nella scia del momento anche Genova emette al riguardo un decreto che sancisce pene severissime.

Sembrerà strano, ma furono proprio i Genovesi, colpevoli, secondo le malelingue, non solo di non aver impedito che l’affaire accadesse – cosa che la Superba non poteva fare, essendo le zecche incriminate fuori dal suo controllo – ma furono anche accusati ingiustamente di produrre luigini ancora in grande quantità. Furono i Turchi gli unici ad assolvere i Genovesi.

Contro questi commerci con gli infedeli aveva protestato anche il Vescovo di Tortona Carlo Settala. In una lettera indirizzata al pontefice Clemente IX in data 28 dicembre 1668, mentre lo informava sulla consistenza delle spedizioni di monete ai Turchi, definiva l’illecito traffico un danno deplorevole subito dal Cristianesimo. Però in seguito, nel 1678, lo stesso Vescovo non sarà immune da coniazioni illecite, perché farà battere  dalla zecca di Genova 45 esemplari di monete argentee con due varianti al nome di Albera, contrariamente alle disposizioni della Santa Sede, che gli aveva trasmesso diffida già in data 17 novembre 1668.

Nel 1669 il Sultano intervenne con una efficienza che pochi Stati europei avrebbero avuto: fatti giustiziare alcuni mercanti ebrei ed armeni che avevano importato moneta contrariamente alle ordinanze, abolì la circolazione dei luigini nei territori a lui soggetti, decretò che quelli sequestrati e controllati non regolari venissero fusi e l’argento restituito ai legittimi proprietari. Malgrado ciò, queste monetine continuarono a circolare illegalmente ancora per qualche anno, poiché la popolazione si era abituata al loro uso e li apprezzava, così come succederà secoli dopo per i talleri di Maria Teresa d’Austria nell’Eritrea e nell’Abissinia occupata dagli Italiani.

Ebbe così fine una delle più grandi frodi monetarie, che provocò, in pochi anni, un danno enorme all’economia ottomana. Essendo ai margini della legge, di tale attività ci sono rimasti pochissimi documenti dell’epoca, per cui non si possono avere naturalmente cifre esatte al riguardo, ma si è calcolato, basandosi su registri doganali, che i Turchi  importassero luigini per un valore di più di 180 milioni di scudi dell’epoca e, se si tiene conto anche dei pagamenti di contrabbando, la cifra può essere raddoppiata. Ciò è dimostrato anche dall’ingente ed eterogeneo quantitativo di pezzi, che venne scoperto nel 1889, nei fondali presso l’isola di Andros nel Mar Egeo, da pescatori locali all’interno dei resti di un galeone naufragato: si trattava soprattutto di produzioni delle zecche di Trevoux, Fosdinovo e Tassarolo.

Jean-Baptiste Tavernier (1605-1689), esploratore che viaggiò a lungo nel Levante e che ne diede notizia in un’opera edita nel 1679, intitolata “Six voyages en Turquie, en Perse et aux Indes”,  conclude che l’affare dei luigini costò all’Impero Ottomano più della strepitosa e peraltro grandissima guerra di Candia.

Cosa abbastanza singolare è stato anche il punto di vista morale di alcuni responsabili della vicenda, come il principe Centurioni  o la principessa Doria, che si preoccuparono se dal punto di vista etico religioso avessero commesso peccato, non tanto per la contraffazione monetaria, ma perché avevano imitato delle proprietà di sovrani cristiani. Il giudizio dei confessori fu assolutorio con le seguenti motivazioni: A ingannare gli infedeli non si fa peccato, oppure: Si tratta di merce, non vera moneta, quindi può avere qualunque titolo d’argento e qualunque figura piaccia ai clienti, o anche: Chi prende moneta straniera, sono affari suoi se non ne fa l’analisi chimica prima di accettarla, ed infine: L’imitazione non è perfetta, per cui chi si fa ingannare avrebbe la possibilità di accorgersene, altrimenti peggio per lui.

Occorre anche far presente che non tutte le zecche che coniarono luigini lo fecero a scopo truffaldino, ma a volte solo per poter disporre di una moneta di facile uso commerciale. Oltre a quelle già citate li produssero le zecche di Malta, Mantova, Modena, Messerano, Ponsanello, Ronco, Vergagni, il monastero benedettino di Seborga, Zwolle in Olanda e Neuchâtel in Svizzera.

 

 

Fonti

CORPUS NUMMORUM ITALICORUM, Vol. II, Piemonte-Sardegna, Roma, 1911. Id.  Vol.III, Liguria-Corsica, Roma, 1912.

M.CAMMARANO, Due lettere cieche per un falso luigino di Massa, in

«Cronaca Numismatica» n.223, novembre 2009, pp.52-54.

C.GAMBERINI DI SCARFEA, Le imitazioni e le contraffazioni monetarie nel mondo, parte IV, Bologna, 1972.

G.GIANELLI, Come ti torchio…il turco!, in « Cronaca Numismatica »

n.61, febbraio 1995, pp.52-55.

F.MELONE, Le monete di Tassarolo, in « Novinostra » AnnoXVI, n.2,

giugno 1976, pp.17-22.

F.MELONE, Le monete di Arquata, in « Novinostra » Anno XXXVII, n.3, settembre 1997, pp. 60-71.

A.OLIVIERI, Monete e medaglie degli Spinola, Genova, 1860, pp. 75-76, pp.109-110.

L.SIMONETTI, Manuale di Numismatica italiana medievale e moderna,

Vol I, parte I, Firenze,1967, pp.176-181.

L.TRAVAINI, Il ripostiglio di Oschiri, in « Bollettino di Numismatica »

Anno 1 Serie 1, Istit.Poligrafico e Zecca dello Stato,ottobre 1983,pp.30-31.

A.VARESI, A.A.A. si cercano luigini, in « Cronaca Numismatica » n.63,

aprile 1995, pp.63-65.


Pubblicato in Senza categoria il .

2 thoughts on “L’affare dei Luigini per il Levante

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *