di NATALE MAGENTA
I nostri nonni, ed in special modo i “nonni delle campagne”, erano affezionati al vecchio camino, accanto al quale passavano molte ore del giorno, pronti a ravvivare il fuoco, allorché i tizzoni fossero prossimi a spegnersi. Pareva adorassero le sue fiamme, utilizzate, queste, anche per fare luce alla cucina quando si doveva risparmiare sull’acetilene, mentre sugli alari scoppiettavano fascine e tronchetti di legna.
Quei contadini non erano gente ricca e si accontentavano di poche cose, ma ricchi erano di voci dialettali che si tramandavano inconsciamente da una generazione all’altra.
Le parole del nostro vernacolo che avevo raccolto anni fa dalla loro viva voce sono ormai quelle che vengono definite ‘parole da dizionario’, parole, cioè, che vivono soltanto nei vocabolari e nei lessici speciali.
“Dnans ch’a fâssa neuit” è il titolo di un meraviglioso libro di Luciano Gibelli (ho sott’occhio l’edizione del 1980) con testo in piemontese con a fronte la traduzione in italiano, corredato di splendidi disegni illustranti oggetti quasi da museo della civiltà contadina.
E “prima che scenda il buio”, voglio anch’io richiamare alla memoria – come ammonisce il volume sopra citato – e tramandare alle future generazioni, rarissime voci, ora in forte regressione, del nostro dialetto, riguardanti il focolare.
Per focolare – ma ora generalizzando si direbbe camino, in novese caméin – esistevano addirittura due termini: fergurò e, più anticamente, fugurò. Erano certo sinonimi e quasi omofoni ed erano usati l’uno per l’altro. Qualche corrispondenza ho rinvenuto a Garbagna (AL), dove, come a Novi, la voce era fergurò, a Pozzolo Formigaro (AL) con fugřà ‘nicchia alla base del camino dove si raccoglie la brace’ (Silvano, Dizionario della Pozzolasca), nel milanese con fogorà, a Pavia con fuglà e fugulà, e qui fargulà significa ‘attizzare il fuoco con un bastone’ (Galli, Dizionario pavese – italiano), ad Alessandria con furiè (Prelli, Saggio di un vocabolario alessandrino, Alessandria 1903), in Valsesia con fogolèe (Tonetti, Dizionario del dialetto valsesiano, Varallo 1894).
Per Pozzolo F. mi piace citare il detto gřama a quèl là c’u s’léva řa břa∫a da u so fugřà ‘ mal colga a colui che sperpera il suo patrimonio’ (Silvano, cit.; propriamente: ‘male a colui che si toglie la brace dal suo focolare’ ndr).
Ora, anche in lingua le due parole camino e focolare vengono spesso usate indifferentemente, ma camino tende a soppiantare la seconda voce. Tuttavia, per essere più precisi, riporto quanto afferma il Vocabolario Nomenclatore di Palmiro Premoli (Milano 1909) a questo proposito: “il camino è il luogo o vano praticato entro uno dei muri della cucina, o di altra stanza, nel quale si fa fuoco e che termina superiormente in un condotto… per l’uscita del fumo”, mentre il focolare è: “l’apertura del camino o il piano della medesima a livello del pavimento o alquanto rilevato su di questo, dove si pongono le legna da ardere”.
Vediamo in dettaglio i termini relativi alle scintille sprigionate dal fuoco con un commento linguistico. Segue un ampio elenco di voci riguardanti il camino.
farópa
Fanfaluca, falena, falavesca, monachina. ‘Parte leggiera e infocata di combustibile, che si separa da maggior fiamma, e si solleva in alto per ricadere poi, accesa o spenta. La carta, le foglie, la paglia, i trucioli… fanno, ardendo, di molte favolesche’ (Premoli).
A Pozzolo Formigaro troviamo falòspa. Il Glossario Monferrino del Ferraro riporta un faròppa, che così descrive ‘monachina, carta bruciata che sale pel camino sollevata dal calore del fuoco’.
A Mantova era viva la voce falustra ‘scintilla, favilla’ (F Cherubini, Vocabolario mantovano-italiano, Milano 1827).
L’immagine di queste faville che ricadono sul fuoco, alcune delle quali ancora accese, richiama parte dell’articolo del Cherubini nel Vocabolario milanese – italiano del 1839 sotto la voce moneghinna: “fra noi suol dirsi di queste scintille: hin i monegh che van in lecc (sono le monache che vanno in letto ndr) e ciò che anche L. Lippi nel Malmantile racquistato, I, 4 disse “Che vi daranno almen qualche diletto / Le monachine quando vanno a letto”. E quella tra le dette scintille che si spegne per ultima da noi vie detta La Badessa”.
Il Dizionario Etimologico Italiano (DEI, II, 1589) registra un ‘faloppa’, che dice testimoniato dal X secolo, derivato dal latino tardo FALUPPA ‘scheggia, paglia’.
Si fa presente, inoltre, che in novese farópa significa anche ‘fiocco, falda di neve’.
sčàtura
Scintilla che, nello schizzare dal focolare, scoppietta.
Il Nuovo Vocabolario italiano domestico di Giacinto Carena, Milano 1868, alla voce ‘scintilla’, così recita: “particella infocata, e di corta durata, che si spicca con un impeto e per lo più con scoppiettio, dal legno che arde”.
Da confrontarsi con il pavese sčata ‘schizzo, spruzzo’: al fög al sčata il fuoco scoppietta (Galli, Dizionario pavese – italiano).
A Voghera: sčatéla ‘schizzo, spruzzo, scintilla’ (Maragliano, Dizionario dialettale vogherese). A Pozzolo F.: sčatél ‘particelle di tizzone ardenti – specialmente di acacia o di rovere – che schizzano via dal camino e possono ferire gli astanti’ (Silvano). Addirittura in Irpinia è vivo uno skjattedda ‘scintilla’ citato dal Faré in Postille italiane al REW, sotto la voce germanica *SLAITAN ‘spaccare, scoppiare’, risalente con probabilità alla voce onomatopeica *KLAPP ‘spaccare, fendere’.
∫èrma
Con la variante ∫èmura, indica la favilla quando ricade spenta e con ancora un piccolo mozzicone incombusto.
Non ho rintracciato corrispondenze, tranne che a Pozzolo F., dove era conosciuta la voce ∫èřma (la ‘pipa’ sulla r indica un suono particolarissimo della consonante, definito nel Glossario vernacolo della Pozzolasca di Mario Silvano come ‘dorso-uvulare’, ormai pressoché estinto).
Degno di citazione il proverbio ricordato dal Silvano: quäund a fřegà èř gatt i véna èř ∫èřme u vö dì c-u g-à da piöv ‘quando nel fregare il (pelo del) gatto si producono le scintille, vuol dire che dovrà piovere’.
Per l’etimologia della voce, ritengo si possa proporre un raccostamento all’italiano semola, risalente al latino SIMILA ‘fior di farina’, e passato anche in vari dialetti italiani con significati affini, come ‘cruschello, tritello’. Per il nostro significato, si confronti il siciliano simulia ‘pioggerella’, citato in Postille al REW, lemma 7806. Non sono le ∫èmure novesi quali minuzzoli di materiale parzialmente combusto che scendono come pioggia attorno al focolare?
∫mùia
Piccolo tizzone. Voce isolata, ma certo molto antica; senza corrispondenze altrove? Etimologia ignota.
strìa
E’ la scintilla che scoppietta e che, alzandosi, traccia una scia luminosa. Voce molto antica per indicare quel tipo di favilla. Un altro significato nel dialetto novese è ‘strega’.
Non mi è noto se nella zona del Novese esistano corrispondenze di strìa nel significato di ‘favilla’.
Piuttosto che della stessa radice dell’italiano stria ‘striscia sottile’ (da latino STRIA ‘riga’) riterrei il termine novese collegabile all’immaginario popolare della strega, donna brutta e malefica, che vola, sullo sfondo del cielo notturno, sul manico di una scopa. Il latino possiede STRIGA, variante popolare di STRIX ‘uccello notturno’.
NOMENCLATURA SUPPLEMENTARE
argòbiu – tirabrace: ferro ricurvo, fissato ad una estremità ad un manico, che serviva per raccogliere la cenere. Usato anche nei forni a legna dei fornai.
bandrèta – ventola a forma di ventaglio, con manico, stecche e penne di tacchino.
barnasu – paletta.
brindè – alari.
brò∫a – brace.
büfètu – soffietto, mantice per ravvivare il fuoco.
büfètu id fèru (anche còna) – soffione, attizzatoio, canna di ferro terminante con un doppio uncino, della quale si faceva uso per soffiare nel fuoco mettendosela alla bocca. Il doppio uncino serviva nel contempo per sollevare le fascine per favorire la ventilazione, facilitandone così l’accensione.
cadàina – catena per sorreggere il paiolo.
cani∫e – fuliggine.
cupu – coppo utilizzato come staffa ferma-paiolo. Lo si teneva premuto con un piede attorno al paiolo, così da lasciare libere entrambe le mani perché potessero rimestare facilmente la polenta, o altre vivande, con il mestone (cané da pulàinta) o con la cutéla costituita, questa, da un mattarello con una estremità a spatola.
diòvu – staffa ferma-paiolo. Era costituita da un ferro a semicerchio che si premeva con un piede attorno al paiolo.
Vedi anche alla voce cupu.
mampòra – parafuoco per ripararsi dai tizzoni lanciati accesi dagli scoppi.
manghéin – asticciola in ferro, uncinata, usata per agganciare le pentole alla catena del camino.
móie – molle, come quelle della stufa, per spostare ed accozzare i tizzoni ardenti.
parèta – paletta (voce più recente di barnasu).
pnasu – spazzaforno, fruciandolo: pertica con un mazzo di cenci ad una estremità. Usata anche nei forni a legna dei fornai.
sèndre (anche sènre) – cenere.
∫ni∫e – ciniglia: cenere calda mista a poca e minuta brace, utilizzata per lo più negli scaldini.
spaión – spazzaforno, fruciandolo. Un tempo fatto con felci.
Voce molto antica ormai estinta.
ventaróla – altro nome del soffietto.
