P. Antonio Canale, generale dell’Ordine Trinitario

di GIAN LUIGI BRUZZONE

Da famiglia residente in Novi, il giorno 19 maggio 1809 nasceva Antonio Rodolfo Bartolomeo Canale, unico figlio di Francesco e di Caterina Morando. Novi apparteneva ormai all’impero francese, dopo essere stata dal 1529 parte del dominio d’Oltregiogo della Serenissima Repubblica di Genova[i]. Per quanto è dato sapere, la famiglia Canale[ii]era fornita di mezzi e sebbene provenisse da altra località[iii], godeva della considerazione sociale nella comunità di appartenenza.

Il bambino non godeva forse di buona salute; in ogni caso fu subito battezzato nella casa paterna e soltanto il  25 gennaio 1811 – quasi due anni appresso!  – il rito fu perfezionato al battistero della Parrocchia di San Pietro dal rettore Battista De Gasperi, fungendo da padrino il Marchese Antonio Brignole Sale, cui sarà derivata l’imposizione del primo nome al neonato[iv]. Certo sorprende un padrino così illustre, non soltanto appartenente al più chiaro patriziato genovese, ma fra le personalità più potenti ed influenti del momento storico e che di lì a poco avrebbe addirittura rappresentato la risorta Serenissima Repubblica di Genova al Congresso di Vienna quale ministro plenipotenziario[v]. Sorge inevitabile la domanda: che rapporto intercorreva fra i Canale ed il Marchese di Groppoli? Di lavoro, forse? È notorio infatti che i Brignole Sale avevano rilevanti interessi a Novi, dove – fra l’altro – possedevano un palazzo, una villa (ancora esistente), terreni ed immobili varî. Può anche darsi che vi fosse una conoscenza coi Morando, famiglia nobile e già feudataria di Pozzuolo.

Mostratosi fanciullo obbediente ai genitori e d’intelletto vivace, ricevette una buona educazione e seguì con frutto il corso degli studî primarî nella città natia, dotata del prestigioso istituto di San Giorgio retto dai Padri Somaschi[vi]. L’indole pensosa, l’ambiente raccolto favorirono l’inclinazione alla vita religiosa; bimbo e fanciullo avrà inoltre sentito raccontare le persecuzioni subite dalla Chiesa e dagli stessi sommi pontefici Pio VI e Pio VII  prima da un giurisdizionalismo sempre più prevaricatore, poi dall’arroganza del tiranno d’Europa. Il ritorno dei legittimi sovrani[vii]e la cosiddetta restaurazione furono accolti dalla stragrande maggioranza della gente con un respiro di sollievo, dopo il bailamme giacobino e napoleonico.

Il 6 agosto 1819, insieme coi ragazzi coetanei, Mons. Carlo Francesco Carnevale vescovo di Tortona – diocesi di cui fa parte Novi – gl’impartiva la Cresima nella Collegiata tutta addobbata a festa.

Quindicenne appena, Tonino, evidentemente ben più maturo dell’età anagrafica, decise di “consacrarsi tutto a Dio”[viii], ma non sapeva in quale ordine religioso dovesse entrare per compiere la divina volontà sopra di lui. Certo, come ragazzo assennato, chiese consiglio in particolare ai genitori ed al suo padrino di battesimo, il Marchese Brignole Sale[ix], il quale lo indirizzò a suo fratello Monsignor Rodolfo Brignole Sale[x]in Roma. Nella città eterna erano stati ricostituiti tutti gli ordini: se ne sarebbe potuto formare un’idea e poi scegliere con cognizione di causa.

Così il sedicenne Antonio lascia gli amati genitori nel borgo nativo – verosimilmente mai più veduto – per partire alla volta di Roma[xi]. La partenza fa arguire non soltanto la determinazione del ragazzo, ma la fede profonda dei pii genitori: convinti essi pure di compiere la divina volontà, restituirono al Creatore l’unico figlio loro concesso ed approvarono la partenza.

Antonio non fu solo. Partiva con lui il coetaneo Domenico Paggetti[xii], anelante egli pure di abbracciare la vita religiosa. I due ragazzi entrarono nell’Urbe l’11 marzo 1825 e furono accolti con festevole benevolenza da Monsignor Brignole Sale, grazie anche alla raccomandazione del fratello. Dopo qualche giorno di prevedibile acclimatazione ed una visita alla città eterna, allora certo più fascinosa, il vescovo li accompagnò o li fece accompagnare presso molte comunità religiose. Sembra che il Canale propendesse per l’ordine agostiniano[xiii], mentre il Paggetti per i Dottrinarî. Monsignore  tuttavia, forse per mettere alla prova la vocazione dei ragazzi, propose loro di essere ospitati per qualche settimana in un convento un poco severo e fuori città, quello di Santa Lucia a Palestrina dei Trinitarî Scalzi[xiv], così avrebbero provato la vita monastica. Era il 2 aprile 1825, festa di Pasqua. Soggiorno indimenticabile per ambedue ma con esito diverso: il Paggetti confermò la predilezione per i Dottrinarî, il Canale rimase conquiso dall’ideale trinitario. Contribuì anche una causa contingente e curiosa: leggendo infatti la vita del Beato Giovanni Battista della Concezione[xv], apprese che era entrato in convento proprio il giorno di Pasqua, come lui.

Avendolo conosciuto in questi due mesi, il superiore di S. Lucia lo accolse nell’ordine trinitario con la vestizione il 4 luglio 1825 e dopo l’anno canonico di noviziato ne accolse la professione solenne, grazie alla quale diveniva a tutti gli effetti frate trinitario col nuovo nome di padre Antonio della Madre di Dio. Ignoro se il nome fosse imposto dal superiore ovvero fosse scelto dal ragazzo: di sicuro era devotissimo alla Vergine particolarmente venerata in Novi col titolo di Lacrimosa e proclamata patrona nel 1657[xvi]. In una omelia, fra le moltissime trattanti Nostra Signora ebbe a dire: “Maria degna Madre di Dio ricopia in se stessa le perfezioni divine come un tersissimo specchio che fedelmente riproduce allo sguardo l’oggetto che innanzi a lui si presenta, ne consegue che dopo Dio non c’è una creatura più amabile che meriti i nostri affetti quanto la Vergine Immacolata”[xvii].

Scelta davvero esemplare e stupefacente, sia per la luce interiore avuta, sia per essere l’Ordine pressoché assente in Liguria[xviii]. Per questo motivo non dispiaceranno alcune notizie sull’Ordine[xix], fondato nel 1198 da San Giovanni di Matha e da San Felice di Valois con l’intento di liberare gli schiavi cristiani dai musulmani. La condizione dei poveri cristiani è a stento immaginabile. Così racconta un prigioniero celebre, liberato per l’appunto dai Trinitarî, Miguel de Cervantes (1547-1616): “ Si viveva ogni giorno sotto l’incubo di qualche nuova atrocità. Oggi alla volta di uno che veniva sospeso all’uncino fatale, domani  la volta di un altro che veniva impalato, un altro giorno quello di uno sventurato al quale venivano strappati gli occhi. E ciò per un nonnulla e anche senza alcun motivo; unicamente per soddisfare la sete di sangue umano, naturale a questo mostro che ispirava orrore agli stessi suoi manigoldi”[xx].

Ma al dramma umano se ne uniscono altri più inquietanti ancora. ”Ai mali fisici si aggiungevano le violenze morali con cui cercavasi di strappare dall’anima la fede cristiana e la virtù. Le donne i fanciulli erano le prime vittime prese di mira, sebbene non le sole. Il fanatismo musulmano cercava di fiaccare la resistenza non solo con le minacce e la forza, ma con ogni sorta di seduzioni. Il denaro, l’ubriachezza, la voluttà, la promessa di liberazione erano tentazione quotidiana e snervante. Non di rado poi la virtù, che né la violenza né la seduzione erano riusciti a demolire, crollava sotto il peso della disperazione. Oppressi nel corpo! Vessati nell’anima! Fino a quando?…. si chiedevano con ansia tanti infelici. Nessuna risposta questo loro grido angoscioso, nessun raggio di speranza, nel buio in cui era avvolto il loro avvenire. Se la schiavitù dei cristiani fu una calamità tremenda, questo era il punto cruciale del loro dramma”.[xxi]

Il giovane Antonio entrò dunque fra i Trinitarî Scalzi, riforma fiorita in seno all’Ordine nel corso del Cinquecento, dopo il Concilio tridentino, come per varî altri ordini antichi. Nel 1820 i Trinitarî Scalzi italiani possedevano appena un convento restituito loro in detto anno: quello di Santa Lucia in Palestrina[xxii]e tre religiosi! Situazione quanto mai tragica e deprimente eppure da questa comunità fantasma poté risorgere l’antico Ordine. Come si evincerà dalle notizie qui offerte, apparirà senza ombra di dubbio che si deve appunto per buona parte al nostro P. Antonio della Madre di Dio – umanamente parlando, si capisce – la riedificazione dell’edificio dei Trinitarî Scalzi in Italia. Va da sé che il primo problema era l’incremento delle vocazioni e a questo si applicò con dedizione padre Andrea di Santa Agnese (Corsini) primo restauratore dei Trinitarî Scalzi.

Fra Antonio proseguì il consueto corso filosofico e teologico, crescendo in sapere, maturandone le virtù umane, morali, cristiane e proprie della religione professata, sempre meritandosi la stima se non l’ammirazione dei confratelli. Facile a dirsi, difficile figurarci il frangente incredibile nel quale operò questo gruppo di Trinitarî. Affidata loro da Leone XII (1823-29) la chiesa di Santa Maria delle Fornaci in Roma[xxiii] non riuscivano a tener aperte due chiese! Nell’estate del 1827 un altro grave colpo: nel pieno delle forze moriva il padre Andrea di Santa Agnese[xxiv]assistito dal fedele Fra Antonio[xxv].

Finalmente il Nostro completò gli studi di teologia al Collegio Romano e il 27 novembre 1831 era ordinato sacerdote dal Cardinale Vicario Patrizi[xxvi]. Le urgenze dell’Ordine lo sovraccaricarono di impegni, più ancora che non del periodo da studente[xxvii], come s’intuisce con facilità. Del resto Fra Antonio godette da sùbito di una non comune ed invidiabile autorevolezza: il suo sentire appariva retto, il suo agire palesemente soprannaturale, il suo fine teso sempre e soltanto a compiere la divina volontà e al progresso dell’Ordine nella Chiesa, cui era stato chiamato in modo così evidente.

Un esempio di quanto fece, studente ancora. Il padre Pietro della Divina Misericordia, divenuto ministro del convento di Santa Maria delle Fornaci era veramente animato da santo zelo e aveva cercato con tutti i mezzi di rinvigorire la rinata famiglia ‘trinitaria scalza’ italiana a Santa Maria delle Fornaci; sul principio vi era in gran parte riuscito con apprezzabili risultati. A queste doti però pare non facessero riscontro quelle indispensabili qualità di un equilibrato e prudente superiore; tanto che, sempre per eccessivo zero, si spinse ad imporre ai religiosi gravi e ingiustificate mortificazioni e penitenze, non contemplate dalle regole e costumanze dell’Ordine trinitario. Gli animi cominciarono a eccitarsi”[xxviii]. Per farla breve, il Padre Pietro sconvolto per le difficoltà, inoltrò un memoriale alla Santa Sede con cui chiedeva addirittura di sopprimere i neonati Trinitarî Scalzi italiani. Fra Antonio, amantissimo dell’Ordine, saputa l’insana petizione del superiore corse ai ripari. Coinvolto un confratello di santa vita, il chierico Fra Benigno della Madre di Dio, riuscì ad uscire dal convento e a farsi ricevere da Monsignor Canali, segretario della Sacra congregazione dei vescovi e regolari. I due giovani religiosi lo convinsero a non passare al Pontefice l’ingiusto memoriale e a far costituire quale visitatore, e poi ancora quale superiore, dell’Ordine in tanta difficoltà Padre Giovanni della Visitazione, trinitario spagnolo di grande valore e dottrina che si trovava in Roma. E ne redassero una supplica formale in tal senso. E avvenne conforme alla richiesta: i Trinitarî Scalzi italiani ebbero questo Padre Giovanni ad triennium il 27 agosto 1830 e non affondarono[xxix]. Umanamente parlando si può attribuire al religioso ligure la salvezza degli Scalzi in tale frangente.

Risolti alcuni inconvenienti, il nuovo superiore trasferì il noviziato nel convento di Santa Lucia in Palestrina e contestualmente cercò l’apertura di almeno un’altra casa, essendo accresciuta la consistenza dei frati. Un medico di Sonnino propose ai Trinitarî il convento di Santa Maria delle Canne, già delle monache benedettine ed allora in stato d’abbandono. Il superiore padre Giovanni della Visitazione incaricò il padre Antonio “per ispezionarlo e per vedere se rispondesse alle esigenze dell’Ordine”[xxx]. Scelto per compagno il confratello Padre Benigno della Madre di Dio – già di nostra conoscenza – si portò a Sonnino il 14 dicembre 1832 e avvertendo dissapori negli abitanti e constatando le pessime condizioni statiche dell’immobile diede risposta negativa. Suggerì di accettare invece il conventino a Terracina chiamato Ritiro di Maria Addolorata, fondato da San Paolo della Croce[xxxi], il grande conterraneo. Il conventino fu invero concesso ai Trinitarî ed aperto il 17 marzo 1833, quarta domenica di Quaresima. Vi fu allogato il noviziato e Padre Antonio ne fu nominato presidente, ossia superiore.

In questo anno 1833 egli convinse la Santa Sede a riconfermare quale superiore il padre Giovanni della Visitazione, essendosi confermato virtuoso ed esperto. I Trinitarî Scalzi d’Italia possedevano ormai quattro conventi ed una quarantina di religiosi, fra sacerdoti, chierici e conversi. Così nella primavera del 1834 si riunì il capitolo Generale dell’Ordine per la prima volta dopo le reiterate soppressioni. Padre Antonio fu eletto uno dei quattro definitori[xxxii], oltre che cronista e superiore della comunità di Terracina. Sarà confermato definitore anche nel secondo capitolo Generale celebrato nel 1837[xxxiii], mentre dal terzo in poi sarà eletto procuratore Generale dell’Ordine presso la Santa Sede[xxxiv], carica mantenuta senza interruzione fino a quando sarà eletto ministro generale, come diremo.

S’intuisce che Padre Antonio per lo sviscerato amore al proprio Ordine, per la determinada determinación (come direbbe Santa Teresa d’Avila[xxxv]), per le capacità organizzative, per l’eccezionale savoir faire rappresenta un po’ l’anima dei Trinitarî Scalzi certo senza volerlo, considerata la perfetta osservanza delle regole e le virtù cardinali e morali praticate in grado eminente, per quanto si può arguire ed umanamente parlando.

Senza dubbio si deve in gran parte a lui la ripresa dell’Ordine e del resto abbiamo visto come fosse scelto quale braccio destro sia dal P. Andrea di S. Agnese, sia dal P. Giovanni della Visitazione. Nel 1834 si aperse il convento di Santa Maria delle Grazie sul Monte Soratte, grazie anche alle trattative da lui condotte e ai successivi lavori di restauro dell’antico cenobio, solitario e salubre per la positura[xxxvi]. Nel 1845 si aperse il convento della Santissima Trinità a Rocca di Papa, già dei Padri Mercedarî[xxxvii]; nel 1847 la prestigiosa Basilica di San Crisogono in Trastevere[xxxviii]; nel 1852 il convento della Santissima Trinità degli spagnuoli in Napoli, glorioso complesso chiuso e profanato durante l’occupazione francese e concesso ai Trinitarî da Francesco I di Borbone[xxxix]. Tale sovrano, bene impressionato dalla vita e dall’apostolato dei Trinitarî, su richiesta di Monsignor Giuseppe Montieri, vescovo di Aquino, Sora e Pontecorvo, concesse il complesso altresì di San Francesco dal quale erano stati cacciati i Francescani a Rocca Guglielma, nonché il santuarietto di Nostra Signora delle Grazie[xl]. Seguì la ripresa del convento di San Ferdinando in Livorno l’anno 1853, già dei Trinitarî stessi donde erano stati cacciati dal governo francese[xli]; la fondazione di Sant’Antonio in Arpino, già dei Minori conventuali l’anno 1856[xlii]; la fondazione del convento di Santa Maria del Carmine in Mercato Cilento, già dei Carmelitani l’anno 1857[xliii]; la fondazione del convento di Santa Teresa a Castellone – oggi Formia – già dei Carmelitani Scalzi l’anno 1858[xliv]; la fondazione del convento di San Francesco a Bari, già dei Francescani, l’anno 1859[xlv].

Quanto mai significativo ripristino del cenobio di Faucon in Provenza dedicato a S. Giovanni di Matha, tanto caro ai Trinitarî per essere il paese natale del fondatore e il modo con cui potè effettuarsi. L’amico e benefattore principe Alessandro Torlonia non aveva figli e il “Padre Antonio della Madre di Dio lo aveva assicurato che San Giovanni di Matha non avrebbe mancato di impetrargli dal cielo quanto gli stava a cuore, qualora avesse provveduto a ristabilire a Faucon l’Ordine da esso fondato. Il Principe devoto verso il santo patriarca e fiducioso di ottenere la grazia bramata, il giorno 19 dicembre del 1852 acquistò per franchi 36.000 il convento, la Chiesa e l’annesso terreno. Intanto dopo quindici anni di matrimonio, i coniugi Torlonia l’otto marzo 1855 furono allietati dalla nascita di una graziosa bambina, cui imposero il nome di Anna Maria Giovanni di Matha Torlonia, in ringraziamento per l’ottenuta grazia ad intercessione del santo patriarca. Il contratto di cessione degli immobili all’Ordine trinitario fu stipulato a Roma il 17 dicembre 1858 fra il principe Alessandro Torlonia e il padre Antonio della Madre di Dio e la presa ufficiale di possesso avvenne l’anno seguente”[xlvi].

Il semplice catalogo delle comunità aperte fa intuire la coraggiosa e indefessa opera di ricostruzione dell’Ordine da parte del Nostro. Morto poi padre Giovanni della Visitazione[xlvii], superiore nominato dalla Santa Sede[xlviii], i Trinitarî Scalzi assunsero rilevanti decisioni. Considerato l’incremento conventuale e demografico furono istituite due province: romana intitolata a San Giovanni di Matha e napoletana intitolata alla Natività di Maria Santissima. Ministro generale dell’Ordine fu eletto il nostro padre Antonio e tale carica ebbe fino alla morte.

Ma il governo, peraltro di altissimo valore e di fondamentale efficacia, rappresenta un aspetto soltanto dell’opera del Canale, forse quella più appariscente perché visibile, quantificabile, ma le doti essenziali sono quelle interiori, il cui frutto ed il cui influsso sono appena intuibili – talora anzi perfino ignorati – dalla creatura. Per condensare in un concetto, padre Antonio praticò in grado eminente la carità, fondamento di una comunità religiosa: comprendeva l’indole di ciascuno, si mortificava per ascoltare l’altro, sopportava con inalterabile pazienza ogni contrarietà nelle persone e nelle situazioni, accoglieva tutti con dolcezza, non si soffermava sui difetti inevitabili in ogni temperamento, bensì valorizzava il cuore buono e guardava all’anima redenta dal Salvatore. Come gli amanti veraci della solitudine, sapeva uscire da se stesso ad agire nel mondo quando lo richiedeva la gloria di Dio e l’amore per il prossimo. Non si dimenticava delle anime su cui aveva la paternità spirituale, tanto nell’Ordine quanto tra i fedeli. In assenza di quanto testé alluso, non sarebbe stato così proficuo all’Ordine, sebbene valga sempre il servi inutili sumus[xlix].

Accenno all’epidemia colerica scoppiata in Roma nell’estate del 1837. Urgendo assistenza all’ospedale della Consolazione, Padre Antonio vi si rinchiuse fra i colerosi, benché il superiore dell’ospedale lo avesse più volte ostacolato[l].

Fra gli altri campi in cui si segnalò il Padre Antonio, menziono l’apostolato profuso negli ospedali e nelle carceri, oltre all’assistenza e alla direzione spirituale di parecchi fedeli. In tutte le località nelle quali era inviato dall’obbedienza aveva in breve anime da guidare: il sensus fidei innato nella maggioranza dei cristiani percepiva evidentemente di trovarsi dinanzi ad un religioso d’eccezione e subentrava il conseguente desiderio di chiedergli lumi ed ausilio. Lo zelo apostolico del P. Antonio non conosceva limiti, né fu mai disgiunto da una squisita affabilità. Si tramanda possedesse il carisma di scrutare i cuori ed una non comune eloquenza: comunque sia, grazie alla sua caritatevole disponibilità, alla sua umiltà che verso tutti si piega e tutti serve, predicò senza sosta la divina parola, tenendo quaresimali, predicando tridui e novene, tessendo panegirici, dettando corsi di esercizi spirituali.

Fece parte della pia unione romana composta di dodici sacerdoti con lo scopo di assistere i condannati a morte[li]: per molti assistiti al patibolo ottenne la conversione.

Anche nei confronti delle religiose trinitarie operò assai: presenti in poche e povere case negli Abruzzi, riuscì a farle giungere nell’Urbe, così da consentire un più ampio campo di apostolato. Amantissimo poi dello splendore liturgico e del decoro dovuto nel culto tributato al Creatore, non trascurò le chiese trinitarie. Se lo spazio non ostasse, si potrebbe per ogni chiesa dell’Ordine passare in rassegna interventi edilizi, provvista di opere d’arte, di arredi sacri ed altro ancora dovuti all’instancabile P. Antonio[lii].

Forse per gli strapazzi durante il colera del 1867, Padre Antonio raggiunse il mondo dei più in modo abbastanza repentino alla fine di tale anno. “ Dopo pochi giorni di malattia, affetto da grave broncopolmonite, assistito dai religiosi della comunità e munito dei santi sacramenti, confortato dalla benedizione apostolica inviatagli dal Papa, il giorno 22 dicembre dell’anno 1867 moriva serenamente nel convento di San Crisogono in Roma in concetto di santità l’amatissimo infaticabile padre Antonio della Madre di Dio, Ministro generale, artefice primario della rinascita dell’Ordine trinitario scalzo in Italia. Immenso fu il cordoglio di tutti religiosi e profonda la costernazione della gente di Trastevere e delle anime che per lunghi anni nella confessione nella direzione spirituale si erano a lui affidate. I funerali furono un’apoteosi e i fedeli, pur di avere una reliquia a ricordo e devozione, tagliuzzarono il suo abito durante l’esposizione della salma nella basilica di San Crisogono, tanto che per tre volte si dovette sostituire. Fu deposto nella tomba dei religiosi presso la balaustra dell’altare maggiore, racchiuso in un’urna di muratura, dove ancora riposa”[liii].

Nel definitorio generale del 7 luglio 1869 fu stabilito di doversi introdurre la sua causa di beatificazione. L’iniziativa fu riassunta dal Ministro generale Padre Antonino dell’Assunta, allora consultore della Sacra Congregazione dei riti, il quale intraprese la raccolta documentaria atta allo scopo; ma alla morte di questi lo sforzo non fu proseguito[liv].

La figura e l’opera del Trinitario novese risultano ben più articolate di quanto appariranno del presente scritto. Il nostro intendimento è stato quello di ricordare un grande, immeritamente obliato, in particolare nel luogo d’origine. Se ci è lecito palesarlo, auspichiamo l’approntamento di un convegno di studî incentrato sui di lui che ne focalizzi i poliedrici aspetti di (ri)fondatore, di uomo di governo, di predicatore, di asceta, di apostolo e via dicendo, non senza trascurare il difficile frangente storico e culturale nel quale visse ed operò[lv].

 

Appendice

Si trascrive il testo della lettera circolare inviata a tutti i conventi dell’ordine per partecipare ai confratelli la morte del padre Antonio della Madre di Dio.

Reverendissimo PadreMinistro,

con mano tremante e con le lacrime agli occhi vengo a far conoscere che lunedì mattina, 16 corrente, venne gravemente affetto da pleurite, congiunta a un forte attacco di petto e ad una gastrica nervosa, il nostro buon padre generale padre Antonio della Madre di Dio. Tutto fu tentato per conservarlo all’ordine che reggeva con tanto decoro. Ma né le cure dei medici, né l’incessante assistenza dei religiosi, né le pubbliche preghiere nella nostra Chiesa e le molte private in più comunità religiose valsero a scongiurarne la perdita. Il male aggravandosi di giorno in giorno si credette opportuno il giorno 20 amministrargli i santi sacramenti, quali ricevette con edificante pietà. Vicino al mezzogiorno di quest’oggi poi Sua Santità degnossi inviargli la benedizione papale, quale ricevette con vera rassegnazione di spirito; e alle ore due pomeridiane, assistito da tutta la comunità, rese tranquillamente la sua bell’anima a Dio, lasciando noi orfani su questa terra, nella speranza che dall’alto dei cieli non mancherà sorreggerci con più potente protezione.

Non mi dilungo qui a narrarvi, perché a tutti è ben nota, la sua vita esemplare nell’esatta osservanza dei santi precetti di Dio, della Chiesa e della santa nostra regola; l’assiduità nel riscattare anime dalle mani del nostro comune nemico e darle al Creatore, sì col sacramento della penitenza che col bandire la parola di Dio dai pergami; le lacrime asciugate ai poverelli e alle vedove con larghe elemosine, sì che poteva dirsi depositario della cassa della Divina Provvidenza; e le consolazioni apportate ai poveri languenti nei pubblici ospedali e nelle case e quanti consolò nelle carceri e sul luogo del patibolo, insomma come egli era tutto a tutti si ai poveri che ai ricchi.

 E venendo parlare del bene della nostra santa religione, ognuno bene conosceva e ammirava lo zelo indefesso nel propagarla. Ne parlano da sé i nuovi conventi aperti nello stato romano, nel regno delle due Sicilie e in Francia; e le vecchie case e chiese restaurate, sì che a ben ragione si può chiamare quasi nuovo fondatore dal ripristinamento del governo francese a questa parte. Ciò nondimeno se già, come appare, non abbia bisogno dei nostri suffragi, dovere e ragione vuole che se mai qualche piccolo neo di colpa gli restasse a scontare con l’inesorabile Divina Giustizia, essi vengono fatti come sono comandati dalle nostre sante leggi e come la carità dei singoli religiosi vorrà estenderli per l’anima del fu nostro sì buon padre.

Roma, dal nostro collegio generalizio di San Crisogono martire, li 22 dicembre 1867

Padre Benedetto della Vergine, definitore generale.

antonio brignole sale

Antonio Brignole Sale, 1787-1863

 

NOTE

[i] ALLEGRI R., Novi Ligure. La sua storia, Tipografia Viscardi,Alessandria, 1987, p. 59.

[ii] Enzo CAFFARELLI – Carla MARCATO, I cognomi d’Italia. Dizionario storico ed etimologico, Torino, Utet, 2008, vol. I.

[iii] Angelo Francesco TRUCCO, Antiche famiglie novesi, Novi Ligure, A. Sartorelli, 1927.

[iv] Archivio Parrocchia S. Pietro, Novi, Liber baptizatorum, sub anno 1811, atto n° 749. Eccone il testo: ”Canale Antonius Rodulphus Bartolomaeus Francisci quondam Bartholomaei et Catherinae Morando Ioannis iugalium, natus 19 maii 1809 et domi a me Rectore de Gaspari baptizatus et(?) a me recepit ceremonias 25 Ianuarii [1811]. Patrino D. Antonio Brignole Sale quondam Julii [rectius: Antonii Iulii]”. Non risulta la presenza di una madrina.

[v] Per Antonio Brignole Sale (1786-1863) rimando alla ’voce’ pertinente nel Dizionario biografico dei Liguri, Genova, Consulta Ligure, l994, II, pp 233-236.

[vi] CAVAZZA S. “Settecento Novese”, Scuola tip. S. Giusette, Tortona, 1971, p. 143.

[vii] Non tutti e non per tutto e basti segnalare la mancata ricostituzione delle gloriose serenissime Repubbliche di Genova e di Venezia. Per l’appunto Novi passò sotto il dominio sabaudo; basti segnalare Serafino CAVAZZA, Novi Ligure città del Piemonte, Tortona, scuola tipografica San Giuseppe, 1982.

[viii] Così leggesi in un profilo biografico manoscritto custodito nell’archivio dell’Ordine trinitario in San Crisogono a Roma.

[ix] I Brignole Sale ebbero molti rapporti con Novi: a titolo di curiosità menziono Giovanni Francesco II Brignole Sale (1695-1760), già doge della Serenissima, che inaugurò la chiesa ed il collegio dei Gesuiti in Novi il 29 settembre 1759. Antonio Brignole Sale, [padrino di Antonio], figlio di Anton Giulio III (1764-1802), nacque in Genova nell’anno 1786 e vi morì nel l863, ultimo discendente maschio della stirpe. Anton Giulio III e Anna Pieri ebbero invero quattro figli: Pellina, Antonio, Rodolfo [di cui alla nota successiva ] e Caterina. I Brignole aggiunsero il cognome Sale ed il predicato nobiliare di marchesi di Groppoli, grazie a Geronima Sale figlia di Giulio Sale marchese di Groppoli (con cui si estinse la famiglia), sposa di Giovanni Francesco Brignole (1582-1637). – Notizie sulla famiglia sono porte nello studio: Laura TAGLIAFERRO, La magnificenza privata. Argenti, gioie, quadri e altri mobili della famiglia Brignole Sale. Secoli XVI-XIX, Genova, Marietti, 1995, pp. 11-55.

[x] Rodolfo Brignole Sale, nato in Genova l’anno 1784, sacerdote dal 1806, vescovo titolare di Assur, consacrato dal Cardinal Lorenzo Litta il 7 giugno 1818, vescovo fino alla morte, di cui s’ignora l’anno. Cfr.: R. RITZLER – P. SEFRIN, Hierarchia Catholica…., Patavii, Ediz. Messaggero di S. Antonio, 1968, p 92.

[xi] Con ogni probabilità si sarà imbarcato a Genova e sarà sceso a Civitavecchia per proseguire diretto all’Urbe.

[xii] Su questo novese ci riserbiamo d’intervenire altra volta, se ci sarà possibile raccogliere notizie sufficienti.

[xiii] L’ordine agostiniano, nelle sue variegate diramazioni, fu assai presente in Liguria fino al 1799. cfr.: il manuale divulgativo, ma serio e perspicuo: La Liguria di Agostino. architettura, iconografia, spiritualità. 750 anni di presenza sul territorio. Genova, Centro Culturale Agostiniano, 2006.

[xiv] Monsignor Brignole Sale aveva conosciuto il superiore trinitario padre Andrea di Santa Agnese in occasione dell’ Anno Santo allora in corso, 1825.

[xv] San Giovanni Battista della Concezione nato ad Almodovar del Campo il 10 luglio 1561 e morto a Cordoba il 14 febbraio 1613. Egli riformò il proprio ordine ottenendo da Clemente VIII l’approvazione con bolla datata 20 agosto 1599; fondò diciotto conventi di frati e uno di monache. Autore mistico e spirituale, si può considerare uno dei maggiori scrittori del siglo d’oro della Spagna. Fu canonizzato da Paolo VI il 25 maggio 1975.

[xvi] Cito il più antico e l’ultimo contributo: fra Ambrogio da Nove, Ristretto di maraviglie operate in Nove dalla Madre di Dio Vergine Lacrimosa, Antverpiae, sumtibus A. Massuti, 1693; Francesco ZANOLLI, Munificentissima Novarum patrona, Novi Ligure, tipografia Ferrari, 1987.

[xvii] Manoscritto presso l’archivio generalizio dell’Ordine trinitario in Roma.

[xviii] In vero risulterebbe fondata in Genova l’anno 1569 una casa trinitaria, ma pare di effimera durata. Cfr.: [Ignazio] MARCHIONNI, Note sulla storia delle origini dell’ordine della Santissima Trinità, Roma, arti grafiche dei fiorentini, 1973, p. 237.

[xix] Sia sufficiente il rinvio a Antonino dell’Assunta, Arbor chronologica O.SS.T., Roma, tip.  San Giuseppe, 1894; idem, Monumenta ordinis excalceatorum SS. Trinitatis redemptionis  captivorum ad provinciam S. P. N. Ioannis de Matha spectantia, Romae, tip.  Guerra, 1915; idem, Varia ad ordinem  SS. Trinitatis spectantia, Romae, tip. Guerra & Marri, 1930; François STROOBANTS, Les ministres Généraux de l’ordre trinitaire, Marseille, 1966. Oltre – s’intende – le voci pertinenti nei manuali e nelle enciclopedie specifiche.

[xx] Il Cervantes nella celebre battaglia di Lepanto era stato ferito e menomato alla mano sinistra e fu catturato mentre tornava in Spagna dai turchi e condotto schiavo ad Algeri dove rimase fra terribili sofferenze cinque anni. Fu riscattato dai padri trinitari per 500 scudi aurei.

[xxi] [I. MARCHIONNI], San Giovanni de Marta, fondatore dei trinitari, secondaedizione, Napoli, Ordine Santissima Trinità, 1996, p 50. Le notizie porte si colgono anche nella lettera di Innocenzo III al patriarca di Costantinopoli datata 13 gennaio 1212 e nella bolla di Urbano VIII ai Trinitarî Scalzi datata 25 settembre 1631. Né si ritenga che codeste persecuzioni appartengano solo al lontano passato: esse erano praticate ancora in pieno Ottocento e in modo meno ostentato anche oggi.

[xxii] La chiesa di Santa Lucia in Palestina, ricordata anche in: Gaetano MORONI, Dizionario di erudizione storico ecclesiastica…, Venezia, tip. Emiliana, 1851, LI, p 28, è tutt’ora officiata dall’Ordine.

[xxiii] La Chiesa di Santa Maria delle Grazie detta ‘delle fornaci’ per quanto poco nota si trova in posizione centrale, nel borgo dinanzi a Porta Cavalleggeri, ossia presso la stazione ferroviaria di S. Pietro (cfr.: Francesco Sabatini, Roma e dintorni, Roma, O. Garroni, 1907, p 176) ed è tutt’ora officiata dall’Ordine. Ne offre una descrizione particolareggiata: Gaetano MORONI, Dizionario di erudizione storico ecclesiastica…, Venezia, tip. Emiliana, l856, LXXX, pp 319-322.

[xxiv] Al secolo Eugenio Corsini, nato a Firenze il 16 novembre 1778, trinitario dal 1798, sacerdote dal 1902, morto a Palestrina il 17 luglio 1827.

[xxv] BERNARDINO FRATINI, Provincia di San Giovanni di Marta dell’Ordine della Santissima Trinità. Brevi notizie storiche dei suoi 300 anni di vita, 1690 – 1990, Roma, O.SS.T., 1990, pp. 81-83.

[xxvi] Costantino Patrizi, creato cardinale in pectore da Gregorio XVI nel concistoro del 23 giugno 1834 (palesato l’11 luglio 1836), vescovo di Albano etc., morto nel l876. Cfr.: Hierarchia Catholica, cit., VII, pp. 28-29.

[xxvii] Un episodio significativo. Durante la malattia del superiore padre Andrea Corsini, mancando perfino i soldi per pagare il fornaio, furono i chierici fra Antonio della Madre di Dio e fra Ilario del Nome di Maria a presentare una supplica di soccorso a Leone XII. Il Pontefice volle riceverli e domandare viva voce della salute del superiore e dello stato dell’ordine. Cfr.: Leonardo AGLIATA, Memorie sul ripristino dell’Ordine trinitario in Italia, manoscritto nell’archivio di San Crisogono, Roma, ms n° 20, p 120; B. Fratini, Provincia, cit., pp. 84-86.

[xxviii] B. FRATINI, Provincia, cit., p. 92.

[xxix] ibidem, pp. 93-97.

[xxx] ibidem, p. 99.

[xxxi] Istituito l’anno 1752, fu il settimo ritiro fondato da San Paolo della Croce. Cfr.: Luigi  Teresa di Gesù, San Paolo della croce, fondatore dei passionisti, Roma, Postulazione generale padri passionisti, 1952, pp. 236 –238.

[xxxii] Si precisa come fino al 1853 i Trinitarî Scalzi in Italia erano governati dal Definitorio, ovvero dal superiore nominato – come s’è detto – dalla Santa sede in via eccezionale.

[xxxiii] B. FRATINI, Provincia, cit., p. 110.

[xxxiv] ibidem, p. 114.

[xxxv] Cfr.: TERESA d’AVILA, Fondazioni, XXVII, 19; Idem, Cammino di perfezione, XXI, 1-2.

[xxxvi] B. FRATINI, Provincia, pp. 107 – 109.

[xxxvii] ibidem, 116.

[xxxviii] ibidem, 117 – 119. ” Nel 1849 si verificarono a Roma gravi e tragici eventi. I repubblicani occuparono la città e il pontefice Pio IX dovette fuggire a Gaeta. Primo atto di detti facinorosi fu quello di impossessarsi dei beni ecclesiastici e di procedere alla soppressione dei conventi. Le due case romane dei Trinitarî scalzi andarono incontro a tale dolorosa sorte. Il padre Antonio della Madre di Dio ha lasciato nelle sue memorie una descrizione particolareggiata dei danni che subì il convento di San Crisogono in quella triste circostanza. I religiosi dovettero abbandonare la casa che fu invasa da secolari di promiscuo sesso; e quando, scacciati da Roma i repubblicani, entrarono le truppe francesi, parte di queste – circa duecento soldati – si installarono a San Crisogono col benevolo assenso delle autorità. Allorché il convento fu liberato, ridotto in uno stato miserabile, si dovettero intraprendere ingenti lavori di restauro per renderlo nuovamente abitabile. Il padre Antonio della Madre di Dio fu pure l’autore di molte opere nuove nella basilica, tra le quali l’artistico coro in legno di noce, quale oggi vi si ammira” [cfr. infra, notam 52].- Per la basilica cfr.: G. MORONI, Dizionario, cit., LXXX, pp. 322-323 che, fra l’altro, ricorda la presa di possesso del Cardinale titolare Gioachino Pecci (futuro Leone XIII) l’anno 1854, quando ministro generale era il nostro P. Antonio. Cfr. anche il ”Giornale di Roma”, n°34 di detto anno per il ragguaglio della festosa cerimonia.

[xxxix] B. FRATINI, Provincia, pp. 123 – 126.

[xl] ibidem, 129-130.

[xli] ibidem, 136 -137.

[xlii] ibidem, 137-138.

[xliii] ibidem, 140.

[xliv] ibidem, 141 -142.

[xlv] ibidem, 143 -144.

[xlvi] ibidem, p. 146, con lievi adattamenti.

[xlvii] Al secolo Giovanni Battista Bastarras, nato a Jelsa (Spagna), il 24 giugno 1766 e morto in Roma il 3 ottobre 1852.

[xlviii] Per suggerimento del padre Antonio, come detto, e del quale aveva altresì stornato le dimissioni nel 1836; cfr.: B. FRATINI, Provincia, cit., p 109.

[xlix] Nel caso migliore, si capisce, ché si può anche essere servi socordes atque noxii.

[l] B. FRATINI, Provincia, cit., 112 -114.

[li] Fu il Cardinale G. Giustiniani, con lettera datata 30 giugno 1840 a cooptarlo in codesto Sodalizio.

[lii] A titolo di curiosità ricordo appena il coro ligneo in San Grisogono – dov’è inumato – costruito su disegno di Domenico Fontana, che non volle onorario alcuno, ma offrì l’opera sua in riconoscenza del prestigioso ufficio di architetto dei Palazzi Apostolici avuto grazie al Ministro Generale P. Antonio.

[liii] Così il necrologio sunteggiato dal Frattini, cit. pp. 157-158.

[liv] ibidem, p. 159.

[lv] Si precisa come l’Ordine Trinitario conservi parecchi manoscritti di Padre Antonio della Madre di Dio, sia concernenti il governo, sia di indole più personale, ossia del genere omiletico (secondo la prassi coeva, P. Antonio scriveva i testi delle prediche: quaresimali, novene, tridui, panegirici etc.). Anche per codesto motivo riteniamo si possa fare qualche cosa di più, forse anche un convegno di studî.

 

 

 

 


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