LE PAROLE DEI NOVESI – XIII

di NATALE MAGENTA

sutürnu

Significa: imbronciato, taciturno, scontroso. E’ un’antica parola novese che ci è forse già capitato di esaminare in una rubrica a carattere dialettale su Novinostra, ma vale la pena di meglio analizzarla, considerando in particolar modo le sue peculiarità fonetiche e semantiche.

E’ infatti una curiosa parola che sembra rappresentare – unica nel suo tipo? – con le tre u che si susseguono nelle tre sillabe di cui è composta un valore quasi fonosimbolico che lascia intravvedere una persona dal carattere chiuso e taciturno.

L’esame di queste rare voci progressivamente in disuso rappresenta infatti per un attento cultore di dialettologia un po’ come la ricerca e – se va bene – la riscoperta di un’arca perduta che contiene ancora nella sua stiva parole accatastate una sull’altra che attendono soltanto di essere analizzate ed estratte dall’oblio.

Ora, la nostra parola, che già suona antica per la sua struttura, è poco nota presso i novesi ed il suo significato è pressoché sconosciuto anche presso le persone molto anziane. Inoltre ben pochi sono a conoscenza della sua area di diffusione che si estende – a dire il vero – in buona parte del novese, come ho potuto invece rintracciare attraverso ricerche sul campo e consultando lessici dialettali locali. Qualche esempio: a Pozzolo Formigaro abbiamo: sutürne, a Carpeneto sutürn, a Pavia sutüran. Il Vocabolario delle parlate liguri (Genova, 1990, volume III) riporta sotto satürnu, oltre ai noti significati, il senso, sconosciuto nel novese, di “poco soleggiato, uggioso, imbronciato” (di tempo).

Troviamo pure esempi (cfr. Faré, Postille italiane al REW, Milano 1972) con la a al posto della u nella sillaba iniziale, in altre zone dell’Italia meridionale e fino in Sardegna.

Si fa presente, inoltre, che in italiano l’aggettivo saturno è già vivo nel XVI secolo, come testimonia il DEI V, 3348 (Battisti-Alessio, Dizionario Etimologico Italiano, Firenze 1975) ‘detto di persona imbronciata e taciturna, con riferimento alla divinità Saturnus, il pianeta detto anche sidus triste’.

Nota curiosa: l’aggettivo italiano saturnino è dal latino medievale SATURNINUS ‘malinconico, fantastico, lunatico’, voce dotta, anch’essa dal nome del pianeta Saturno, così riconosciuta per i suoi influssi malefici.

 

berlìtica  (e berlìca)

Nello sfogliare le pagine del mio primo lavoro sul dialetto novese (1970), nell’intenzione di mettere in evidenza quelle parole dialettali che già allora erano lemmatizzate come ‘voci antiche’, e quindi in via di estinzione, mi sono imbattuto in berlìtica con cui era identificato il volano, sia il gioco stesso che il turacciolo in cui veniva praticato un foro dove erano fissate alcune penne di gallina; lanciato in aria e colpito con racchette di legno, serviva per gioco ai bambini (cfr. Dizionario del dialetto di Novi Ligure, Supplementi al bollettino dell’Atlante linguistico Italiano, Torino 1970, pag. 23).

Prima di analizzare il nome dialettale novese – e solo novese -, diciamo che il volano era un gioco molto antico e ripreso ora con opportune modifiche col termine inglese di ‘badmington’, dal nome di una città inglese in cui era situata una proprietà del duca di Beaufort, suo appassionato divulgatore.

Il gioco fu introdotto in Europa nel 1250 dai reduci della VI crociata come afferma Luciano Gibelli nel libro “Prima che scenda il buio“.

Si trattava di una racchetta di legno con cui “impugnata per il manico, si batteva il volano, costituito da un tappo nel quale erano piantate delle penne di gallina o di gallo, mai di tacchino o d’oca perché troppo grandi…”. Chi volesse approfondire le regole del gioco può ricorrere all’opera suddetta, dove sono annotate con estrema precisione ulteriori notizie: Luciano Gibelli, Prima che scenda il buio / Dnans ch-a fàssa neuit, Romano Canavese 1980 (ma seguono successive edizioni).

Note etimologiche:

Nel ligure prevale il tipo derivato da piuma, con evidente riferimento alle 3/5 piume infisse nel tappo. Il tipo è infatti rappresentato da ciümmìn. Bell’esempio troviamo in I Giochi a Genova, Sagep Edit. 1969, pag. 81, voce ciummìn: “Il volante (sic) è una sorta di arnesetto da giuocare, rigirato di penne, che battesi e ribattesi siccome le palle, colla Lacchetta, Racchetta, che è uno strumento tessuto a rete di corde di minugia con manico da tenere in mano”.

Da una base VOLARE abbiamo volìn nel milanese. Afferma il Cherubini: giugà al volìn “specie di giuoco che si fa con una palla a culatta di sughero od altro, rigirata con alcune penne, che battesi e ribattesi con pale o racchette” (Diz. Milanese-Italiano).

A Pozzolo Formigaro troviamo vulèt, così spiegato: “gioco fanciullesco costituito da un turacciolo con piume da una parte e una pallina di piombo dall’altra; lanciato in aria cade sempre ritto” (da: M. Silvano, Glossario vernacolo della Pozzolasca).

Si può confrontare l’annotazione sotto la voce piumén tratta da: Vidossi-Maragliano, Tradizioni popolari vogheresi, Firenze, Le Monnier, s.d. pag. 700 “per renderlo più pesante [il turacciolo] e quindi capace di un volo più lungo, si introduce nella parte inferiore un pezzetto di piombo”. Particolarità che non ho potuto riscontrare a Novi, malgrado approfondite ricerche sul campo.

Circa l’etimologia di berlìca (o berlìtica), vediamo di proporre una spiegazione che ci pare plausibile. Nella lingua francese esiste un termine breloque (con la variante brelique che è registrato solo nel Larousse Étymologique) inteso come termine tecnico e di origine onomatopeica. Ma se poniamo maggiore attenzione alla variante ‘brelique‘, non ci può sfuggire che un semplice processo di metatesi ci porta senza difficoltà a individuare l’etimologia del novese berlìca: da brelique si ha – con metatesi nella prima sillaba – berlique, e ciò ci offre la soluzione dell’origine della voce novese.

Ancora una nota di chiarificazione: nel Petit Larousse Illustré leggiamo, alla voce breloque: “Petit bijou de fantaisie qu’on attache à un bracelet ou à une chaîne de montre”, quindi una specie di ciondolo che, per la forma e le dimensioni, si può ravvicinare al nostro oggettino-giocattolo che vola con piume di gallina infisse nella parte posteriore.

 

carvò

Voce di ampia diffusione, tuttora viva fra i parlanti, con piccole varianti fonetiche (ad esempio a Pozzolo F.: cåřvà).

La nostra parola è soprattutto interessante per la fraseologia ad essa collegata, fraseologia in via di estinzione, e che perciò merita maggiormente di essere appuntata e registrata in testi e lessici dialettali da parte dei pochi cultori di dialettologia che si possono ancora annoverare.

Ora, nel Vocabolario novese troviamo fò ę carvò deridere, canzonare; cansón id carvò oggetto, argomento di poco conto, bazzecola, ed un’altra, ormai dimenticata u dredì id carvò il giorno precedente il Carnevale che si potrebbe identificare con il lunedì della Settimana Santa.

Una tiritera che va ricordata è: lóru lóru scaturéin che tó mama at dá u titéin; con essa si canzonava un bambino che ancora si dicesse prendere il latte dalla mammella della madre nonostante la sua non più tenera età. Quello scherno avveniva con una mossa di sfregamento di un indice sull’altro rivolto al bambino, che immancabilmente iniziava a piangere colpito e offeso da quell’atto di scherno (id carvò).

Veniamo adesso ad una bella ed interessante divagazione a carattere linguistico che meraviglierà non poco i nostri lettori.

La voce carvò è fatta abitualmente derivare dall’espressione medievale latina carnem levare ‘sospendere l’uso della carne’ in Quaresima, locuzione ampiamente diffusa, con varianti, in tutt’Italia (cfr. Battisti – Alessio, Dizionario Etimologico Italiano, DEI I, 774), già testimoniata nel XIII secolo: ‘carnis levarium‘, certo formula costruita dai cristiani per fare osservare il divieto dell’uso della carne in periodo pasquale.

Ma l’origine del nostro CARVÒ (ital. ‘carnevale’) è con ogni probabilità differente, se si tiene conto della tesi di Vittore Pisani, emerito professore di glottologia e filologia germanica all’Università Bocconi di Milano: riporto qui di seguito la tesi dell’illustre studioso tratta da L’Etimologia, storia, questioni, metodo, Paideia, Brescia 1967, pag. 136: “Il carnevale deve senza dubbio il suo nome, checché si sia detto il contrario, al carrus navalis delle festose processioni dionisiache ed isiache” (in onore di Dioniso e della dea egiziana Iside). Così ancora il Pisani: “Ermanno Usener, nel suo libro sulle saghe diluviali (Die Sintflutsagen, 1899), riportava a questo CARRUS NAVALIS i carri a foggia di nave su cui la dame romane uscivano a passeggio pel carnevale ancora nel XVIII secolo”.

Tuttavia, nel prosieguo dell’articolo, Vittore Pisani fa presente, quasi a parziale chiarificazione e modifica di quanto detto precedentemente: “…certo però fin da epoca antica i Cristiani hanno sentito in *car[ru] navale un accenno alla carne che veniva abbandonata nella susseguente quaresima”.

 

– Si fa presente ch


Pubblicato in istruzione il .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *