Sulla nobiltà di Sinibaldo Scorza pittore e miniatore insigne (1589-1631)

di GIAN MICHELE MERLONI

Scrive correttamente il Soprani, primo biografo dell’artista, vissuto nella seconda metà del ‘600 che Sinibaldo Scorza, pittore e miniatore insigne nacque il 16 luglio 1589 in Voltaggio da Giovanni Scorza, huomo non meno ricco di beni di fortuna, che dotato di molte virtù.

E neppure nel presunto atto di nascita, non più esistente nell’archivio parrocchiale di Voltaggio, ma riportato nella biografia dell’artista, scritta da M. Biòlé si fa cenno alle nobili origini dello Scorza e tanto meno accennando al padre, si fa riferimento al conte Giovanni.
Da dove nacque, dunque, la leggenda della sua appartenenza alla famiglia Scorza dei conti di Lavagna, su cui si cimentarono, senza mai trovare un solo convincente documento, falangi di biografi e di genealogisti sino ad oggi?

Quando l’artista morì, il 5 aprile 1631, fu sepolto nella tomba di famiglia, nel chiostro di S. Francesco in Castelletto (Genova), purtroppo distrutto in epoca napoleonica. In seguito (1670) vi fu apposta una lapide sepolcrale, dettata dal figlio Erasmo, che lo disse, per la prima volta, ex Comitibus Lavaniae:

SINIBALDUM SCORTIAM IOANNIS FILIUM
EX COMITIBUS LAVANIÆ
INTER PICTORES CELEBERRIMUM
AMISSUM DEFLEVIT ANNO MDCXXI ERASMUS FILIUS
NE TU FRUSTRA QUAERAS VIATOR
IN QUA VITAM EXPECTAT IMMORTALEM
ANNO A CHRISTO NATO MDCLXX

Probabilmente a determinare l’equivoco fu la legittima ambizione del figlio Erasmo, anch’egli pittore, anche se di ben più modesti orizzonti artistici, di nobilitare il casato, unita alla presenza nella Genova di quel tempo di una famiglia nobile Scorza, effettivamente discendente dai conti di Lavagna, come ramo dei Fieschi, di cui si suppose erroneamente potesse rappresentare un ramo.

La tradizione, avallata da un testimone tanto autorevole come il figlio Erasmo, ha resistito sino ai nostri giorni, per cui gli Scorza di Voltaggio, che hanno una diversa e ben documentata storia locale, han finito per venir assimilati agli Scorza liguri, di tutt’altra origine.

Una prima conferma della mia tesi ci viene dalle antiche vicende di Voltaggio, terra della val Lemme, ove pur nella carenza di documentazione al riguardo, è tradizione che la famiglia sia stata presente sin dall’inizio del ‘300, ove acquisì una consistente proprietà fondiaria, tale da giustificare quella patente di nobiltà, di cui godette in ogni epoca.

Da dove provenivano, dunque, gli Scorza di Voltaggio?
Per rispondere alla domanda, è necessario risalire intorno al Mille, quando nel Tortonese si insediò una potente e nobilissima stirpe, detta Manfredinga per distinguerla dalla contemporanea Obertenga (a cui appartennero i già citati conti di Lavagna), discendente da Aimone III, conte di Vercelli, un cui figlio di nome Orso, nella spartizione dei vastissimi beni familiari, sparsi nell’Italia Subalpina, ebbe, tra gli altri, il possesso di Cassano, Rovereto, Gamondio e Sezzé nell’episcopato di Tortona (978).

Questo ceppo manfredingo, cui facevano capo le nobili casate, qui dicuntur domini de Cassiano, a Tortona, probabilmente con l’appoggio del consanguineo vescovo Liutfredo (997), che sedette proprio in quel torno di tempo sulla cattedra di S. Marziano, salì ai più alti gradi nell’amministrazione del vasto patrimonio immobiliare dei Vescovi-conti, frutto della donazione di re ed imperatori.

Dopo la concessione della nota Constitutio de feudis da parte di Corrado, il Salico (28 maggio 1037), che rendeva ereditarî gli uffici ed i benefici dei secundi milites, le famiglie che ad essi richiamavano la propria origine, si trovarono di fatto investite di gran parte delle terre di giurisdizione episcopale, sì da costituire, nei loro diversi rami, un possesso quasi ininterrotto di beni, che per la sola Valle Scrivia andava da Pietrabissara al Po.

Nella successiva lotta per le investiture, che si protrasse per tutto l’XI secolo ed aderendo al partito romano, queste famiglie sostennero, da una posizione di forza, una dura lotta contro i vescovi intrusi di nomina imperiale ed esautorando in loco il legittimo potere, rappresentato dall’obertengo conte Oberto e dai suoi visconti-laici, esse come eredi e discendenti dell’antico e primitivo procurator civitatis, costituirono, già all’alba del XII secolo, il Comune Signorile di Tortona.

Non v’è dubbio che il modo stesso in cui si costituì il Comune, a Tortona le supreme magistrature (consoli), essendo piuttosto espressione della nobiltà manfredinga e delle forze più vive della società, non erano le legittime depositarie del diritto imperiale, e proprio da questa infrazione nasceva l’ira del Barbarossa, che per ben due volte (1155 e 1163), alleato dei Pavesi, tentò di distruggerla.

Un ramo importante dei De Cassano fu rappresentato dai signori De Arquata, che per via di investiture non solo vescovili, ma anche da parte dei marchesi del Bosco e dei marchesi di Gavi e Parodi, ebbero giurisdizione sul castello di Arquata e sue pertinenze: Montalto (Rigoroso), Pietrabissara, Borlasca, Isola del Cantone, Vocemola, Prarolo, Mereta e Griffoglieto.

Trovandosi al centro di un’aspra contesa territoriale tra Tortona e Genova, che dal 1121 aveva superato l’Oltregiogo annettendo alla sua giurisdizione importanti località della Valle Scrivia, già sotto l’influenza tortonese, essi dapprima (1162) furono costretti a cedere a quel Comune quanto possedevano nel feudo di Cassano, pari ad 1/8 dell’intera giurisdizione e più tardi (1244) quanto di Arquata e sue pertinenze era ancora in mano al ramo dei signori del luogo, rappresentato dagli Scorza, per la somma di 5500 denari pavesi, dopoché nel 1224 i marchesi del Bosco avevano già ceduto l’altra metà della giurisdizione al Comune di Genova.

Sono questi gli Scorza che, privati dei diritti feudali su Arquata, continuarono a mantenere estesi possessi allodiali su quel vasto territorio.

Col passare degli anni e con il continuo avvicendarsi degli eserciti contrapposti, in una zona a lungo contesa tra Genova e Tortona prima e tra Genova e Milano poi, anche i confini erano destinati a spostarsi sul terreno, al punto che Rigoroso in Valle Scrivia, per esempio, finì soggetto alla podestaria di Gavi, nella vicina Val Lemme, mentre da un punto di vista religioso entrò a far parte della pieve di Voltaggio: Ecclesia de Ricoroso in plebatu de Vultabio.

E sono proprio in queste località finitime che troviamo, da sempre, i possessi e le residenze della famiglia Scorza.

Già il Tacchella ci aveva documentato su proprietà dei De Arquata in Voltaggio nel 1248 e sulla presenza antica degli Scorza in questa stessa località non esistono più dubbi. Ma a chiudere il cerchio ora ci viene in soccorso un antico Catasto della Comunità di Rigoroso degli ultimi anni del XVIII secolo (1798), che nell’Indice dei possessori de’ beni descritti annovera accanto alle tradizionali ed antiche famiglie arquatesi, tutte discendenti dai signori De Arquata (Avio, Balestrero, De Benedetti, Illiano, Lazagna, Morando, Patri, Ponta, Poggi ecc.) addirittura Ambrogio e Sinibaldo Scorza di Voltaggio, quest’ultimo omonimo e certamente pronipote del celebre pittore.
Si può, quindi, affermare senza tema di smentita che Sinibaldo Scorza traeva la sua certa nobiltà non dai lontani conti di Lavagna, ma dai più prossimi signori di Arquata.


Pubblicato in storia di novi il .

One thought on “Sulla nobiltà di Sinibaldo Scorza pittore e miniatore insigne (1589-1631)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *