di NATALE MAGENTA
anghèʃu
Devo all’amico Carlo Tono (n. 1927) un’informazione per me importantissima riguardante un’accezione della parola anghèʃu mai prima d’ora conosciuta e da me non registrata nel mio vocabolario dialettale novese edito nel 1999. A dire il vero, al lemma n. 108 del suddetto lessico figurava già la voce anghèʃu, ma l’italiano ad essa corrispondente era soltanto ‘persona particolarmente sgraziata e goffa’. Ultimamente però l’informatore succitato mi ha garbatamente fatto osservare che nel mio articolo pubblicato su Novinostra nel giugno 2010 sulle voci riguardanti il focolare mi ero dimenticato di segnalare l’antica accezione di anghèʃu con cui si indicava un tempo un aggeggio posto nel vano camino a forma di L capovolta, con un’asta orizzontale fornita di alcune tacche atta a sostenere pentole e simili che cuocevano sulla fiamma e ad allontanarle dal fuoco in un momento successivo per ritardare la cottura dei cibi.
Per una descrizione più dettagliata e precisa, corredata inoltre da disegni e da una fotografia eseguita dallo stesso Tono, rimando ad altra parte della Rivista.
Ovviamente, prima di inserire anghèʃu fra le voci recuperate al patrimonio lessicale novese, mi sono preoccupato di controllare la veridicità dell’informazione cercando di reperire una seconda fonte a conoscenza del significato primitivo del termine in questione. La conferma mi è venuta dalla novese Carla Orsini (n. 1938), che mi ha dato per sicura l’appartenenza della voce al dialetto novese.
La parola è viva anche in qualche località intorno a Novi, ma solo con altri significati; troviamo ad esempio a Pozzolo Formigaro anghèʃ così definito da M. Silvano nel suo Glossario vernacolo della Pozzolasca ‘ciarpame’ e, in senso figurato, ‘persona sciocca e melensa’, poi a Serravalle Scrivia, anghèʃu (Allegri, Vocabolario e grammatica della lingua serravallese) ‘oggetto di scarso valore, strumento inadatto o ingombrante, persona di poco valore, cianfrusaglia’.
Circa l’etimologia della nostra parola, essa è certo un derivato della voce anga ‘anitra’, a motivo di una parte del marchingegno che richiama – nell’asta orizzontale – un collo d’oca (o di anitra), come bene si evince dalla fotografia pubblicata più oltre.
Dalla stessa radice è il novese anganéiṅni con cui venivano indicate quelle testate del carro agricolo grande a quattro ruote, costituite da un’asse terminante alle estremità superiori in due cuspidi sagomate a becco d’anitra.
frèta
E’ la padella di ferro con il fondo bucherellato per far arrostire le castagne sul fuoco. L’unica variante della voce, conosciuta ormai da poche persone nella zona del novese, è il pozzolese frètta, con la -t- raddoppiata.
Curioso il Modo di Dire riportato da M. Silvano per Pozzolo Formigaro: avèig èř mur cmè ina fřètta ‘avere la faccia butterata dal vaiolo o dall’acne’.
La parola dialettale è da un *FERRETTA, derivato di latino FERRUM ‘ferro’.
ʃétu (e ʃgürò)
Si tratta di parola ancora nota tra i dialettofoni, che significa: detriti, calcinacci, frantumi. La sua area di diffusione è principalmente la Liguria e si ritrova con lo stesso significato fino a Montecarlo. Per la Liguria si può citare, ad esempio, il Dizionario genovese – italiano del Casaccia che, alla voce zetto, così recita: “sfasciume, muriccia, calcinaccio, rottami di fabbrica”.
Per le altre località si veda il Vocabolario delle parlate liguri, Genova 1985 – 92, alla voce ṣétu, dove sono registrate anche alcune piccole varianti della parola.
La voce si rinviene anche nel Novese: a Serravalle Scrivia abbiamo zétu, a Pozzolo Formigaro ʃètře accanto a ʃét.
Il Nuovo Glossario medievale ligure di Nilo Calvini, Genova 1984, pag. 407, riporta un Zetum che traduce con ‘materia di rifiuto’, e poco oltre un zetum navis reso con ‘zavorra’. Per zetum è citato un bell’esempio tratto dagli Statuti di Albenga (anno 1519): item teneatur quilibet scurans aliquem fossatum proiicere zetum quod levavit ‘del pari, chiunque, nel ripulire un fosso, sia tenuto a gettare via i rifiuti che abbia tolto’.
Nel Glossario medievale ligure di Girolamo Rossi, è citata alla voce zetto la seguente ordinanza del 1610 riferita ad Albenga e Savona: avvertischino…che le acque pluviali decorrenti tanto per la città di Savona, quanto fuori…le quali potessero dannificare la darsina, se nel discorrere portassero…zetto, pietre…comandino levare simili cose.
Il dialettale ʃétu corrisponde all’italiano getto deverbale di gettare.
Corollario alla nostra voce, mi piace segnalare la corrispondenza quasi perfetta tra lo scurans incontrato negli Statuti medioevali di Albenga e il termine novese ʃgürò che significa ripulire raschiando, con riferimento a tegami, pentole, quando ancora si usavano pomice e soda. Anche a Pozzolo era comune la stessa voce (ʃgüřà) che Mario Silvano definisce “pulire corpi duri…fregando con sabbia, pomice e crusca”.
A Voghera (A. Maragliano, Dizionario dialettale vogherese, Bologna 1976, pag.602) ʃgürà vale “tergere con materie rodenti, forbire”; curioso il Modo di Dire ʃgürà r-caldrén ‘fare il pignoramento’.
A Garbagna (R. Rovelli, Vocabolario del dialetto di Garbegna, Tortona 2007, pag.226) era in uso ʃgürò ‘pulire, lucidare con sabbia o altro abrasivo pentole in rame, stoviglie’; ʃgüròse a vista significa (come a Novi) ‘lustrarsi gli occhi, godere del piacere di vedere’.
Si confronti anche il francese écurer ‘lucidare’ e lo spagnolo escurar ‘sgrassare, pulire i panni’.
ʃgürò è dal latino medievale EXCURARE (REW 2412).
