Canzoni d’osteria e di filanda

di RENZO FOSSATI

Alle insegne luminose che oggi contraddistinguono i caffè, i caffè-bar, le pizzerie e le gelaterie, nella Novi dei nostri bisnonni, corrispondevano modeste insegne di volgarissima latta dipinta a mano, inalberata sui pesanti usci di legno,  Le bettole non si contavano e ce n’era un po’ dappertutto, dentro e fuori le quattro porte.

L’osteria era il punto d’approdo tanto dei perdigiorno, come degli uomini d’affari: vi convenivano mediatori, contadini e manovali, gli operai delle nascenti industrie ed i colletti bianchi della pubblica amministrazione, donne di strada, ma anche donne di casa; un’accolita multiforme di genti disparate, accomunate nel culto millenario del dio fiasco e della dea bottiglia.

Capitare da Guerèin, alla porta di Genova, oppure da è Bisciuru sotto il campanile di S.Pietro; entrare dal Ricùlu a Porta della Valle o da Tinè, oltre lo Zerbo; fare sosta alla Croce Bianca, là nel Borgo della Lavandaie, oppure a a Bandèra, prospiciente il Maneggio, era tutta un’allegra brigata di buona gente occupata a darci dentro colla Barbera e col Bianco di Gavi, che portavano inesorabilmente alla voglia matta di cantare.

Squadre di cantori, senza maestro e senza orchestra, mandavano al cielo, vale a dire ai soffitti fumosi e grigi delle bettole nostrane, le canzoni gaie allora di moda, i cori celebri del Nabucco e dei Lombardi alla prima Crociata, le filastrocche nate spontaneamente nelle filande e alla Carbonifera del conte Raggio, i motivi anonimi della guerra d’Africa, quella dell’800, e le ultime maldicenze sul conto di questa o di quella bellezza casalinga. E magari questa brava gente che alzava il gomito e cantava a perdifiato ogni sorta di balordaggine, era la stessa che, quando suonava a Vespro, si precipitava in Collegiata ad intonare con la più perfetta  convinzione In exitu Israel de Aegypto e Magnificat anima mea Dominum.

Ma erano i canti della gioia e della spensieratezza, quelli che dominavano. Gli anonimi cantori, tenori e contralti, baritoni e bassi, schiaritasi la gola, la mano destra a far da visiera all’orecchio, con i petti gonfiati, le bocche atteggiate ad imbuto, attaccavano in perfetta sintonia: la canzone più in voga era quella scritta apposta per inu sgarzurein di casa nostra: infatti era intitolata “Era nata a Novi” e recitava così:

In Liguria, sopra un treno,

che di solito è assai pieno,

 incontrai un frugolino

che mi fece un sorrisino.

La piccina andava a Novi

e passando sotto ai Giovi,

senza tanti complimenti

la coprii di baci ardenti.

 

A questo punto, si scatenava il coro:

Era nata a Novi,

era una novizia,

là sotto ai Giovi

gustai la sua primizia…

Non era più una novellina

tanto piccina, tanto carina.

La canzone proseguiva allegramente e finiva in gloria, con l’annuncio della nascita di due bei marmocchi.

Era poi naturale prendersela con le bellezze dell’epoca, sfarfalleggianti da un amurèsu ad un altro, pronte a provocare, ma restie a concedere e proprio per questo fatte segno di punzecchiature in rima ed in musica. Le voci più gagliarde prendevano allora a cantare:

Un giorno mentre andavo

in giù dalla Capleta,

incontrai l’Eugenia

insieme alla Laureta.

E io ci dissi subito:

“Guarda che begli occhion!”

ma quelle m’han risposto:

“Va via, o belinon !”

 

A volte si formavano gruppi rivali ed allora nello stesso stanzone fumoso e maleodorante non era raro dover tener dietro agli uni ed agli altri. Magari quelli dello Zerbo cantavano:

Mamma mia, dammi cento lire

che in America voglio andar,

Cento lire in te le do,

ma in America no,no, no e poi no.

Intanto gli anziani della Società Patriottica, dal repertorio appropriato al sodalizio del quale facevano parte, cercavano di soverchiare i rivali rispolverando l’onorato repertorio, nato a seguito della guerra d’Africa del 1896:

O Menelicche,

le palle son di piombo, non son pasticche!

O Baldissera,

non ti fidar di quella gente nera !

Da Genova, oltre al commercio ed al lavoro, provenivano parecchie canzoni, le canzun del’ustàja, trasferite nel più rozzo dialetto novese, come O bacicein, votitne a cà, certamente il pezzo più rinomato del  repertorio dei nostri bisnonni.

Col tempo le allegre brigate che stazionavano nelle osterie non si limitavano a esibirsi sulle vicende di casa nostra. La radio non era ancora di dominio pubblico, per cui erano  i musici delle balere e dei balli campagnoli a palchetto a portare le novità di grido, le gaie villanelle, alcune molto in voga in tutt’Italia, alcune delle quali tuttora arcinote, come “ Quando Rosa torna dal villaggio”, che si fregiava del ritornello ”son fili d’oro i suoi capelli biondi e la boccuccia odora” (per la verità i nostri canterini appioppavano alla povera Rosa una bella protesi dentaria, giacchè trasformavano “odora” in “d’ora”); o quell’altra che faceva

“Quando di maggio le ciliegie sono nere,

ho che piacere fare all’amor!

Lei sulla scala,

io di sotto che la reggo e tutto veggo

foglie, frutti e cielo ancor.

Lieti, al tramonto d’oro,

lasciano il lavoro i contadini in coro.

Così di maggio l’amore si fa!

Altra famosa è La viuleta la va, la va, la va, che però alla guerra non ci voleva andare e lo diceva, anzi lo cantava, chiaro e tondo, al suo gingein .

Poi all’alba si sentiva il toc-toc degli zoccoli delle filandiere, che si dirigevano a gruppetti verso l’opificio, in un  brusio incessante, con scoppi improvvisi di risate. Erano ragazze e donne borghigiane e della Frascheta, il fagottino del desinare in una mano, anche loro disposte al bel canto nell’ora antelucana, incuranti degli improperi dei dormienti svegliati a cui rispondevano, è il caso di dirlo, per le rime.

Una loro nenia esaltava la carriera di una imprecisata Madlinein, dapprima pruvinera (in prova), quindi operaia filatrice, promossa infine vigilatrice (pasegèra), donnina certo piacente ed avveduta, se era stata addirittura la causa della morte di un certo Silimàn, che s’era consumato di passione per quegli occhi neri e traditori.

Una lagna è invece quella che preme sul suo Bacicein per affrettare la data delle nozze, ma questi tira a rinviare da Natale a Pasqua, da carnevale a Ferragosto, pur proclamandosi pronto e deciso (Sainsa paùra) a tener fede all’impegno preso.

Anche per la Vergine Lacrimosa, che si festeggia quale patrona della Città, il 5 d’agosto, è dedicata una strofetta dolce e gentile, che immagina la Madonna ed il Bambino sorpresi per strada da un acquazzone:

U piòva e u vena u su

a Madona  a va per fiù,

è Bambein l’è per la strò

e a Madòna l’è tuta bagnò.

Anche sul lavoro le filandiere igh daiva ‘na bota, per lenire la fatica e far trascorrere il tempo più in fretta. Fiorivano così arguti motteggi all’indirizzo di questa o di quella collega, per lo più frutto di sottili gelosie per i successi amorosi, o per divulgare segreti episodi di vita. La pubblicazione annuale “ Il Goliardo” degli studenti universitari novesi negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale ne sarà una più  sapida imitazione.

Passano gli anni, il tempo e altre occasioni di divertimento hanno superato anche i canti d’osteria e di filanda, ma a proposito di canzoni non si può non ricordare che dalla nostra Novi un giorno si leva una voce destinata a percorrere la Penisola dal Brennero a Capo Passero, dopo essersi imposta sui più importanti talenti canori che si danno appuntamento ogni anno nella città del Festival: Tonina Torrielli.

Novi visse allora la sua breve stagione di gloria canterina, con la “Caramellaia”, che al festival di Sanremo del 1956 è seconda con la canzone Amami se vuoi, nel 1957 è terza con Scusami, che con le sue 140.000 copie vendute sarà una dei pochi hit discografici sanremesi prima dell’arrivo del ciclone Modugno; nel 1958 è di nuovo seconda insieme a Nilla Pizzi con L’edera. Poi, lentamente, l’oblio. Della Tonina non si sentì più parlare, sino a quando una locandina esposta dai giornalai portava a grossi caratteri questo titolo: La Tonina è diventata Maschio! Da ieri la caramellaia di Novi è Maschio ! Si venne così a sapere che la celebre canzonettista nostrana non aveva cambiato sesso: era felicemente convolata a nozze con un torinese avente interessi musicali, di cognome per l’appunto Maschio.


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