I giochi dei fanciulli nella Novi dei miei tempi

di FRANCESCO MELONE

La via in cui abito è oggi asfaltata e provvista di marciapiedi, mentre un tempo, negli anni trenta del secolo scorso, era sterrata, vi prosperavano molte specie di erbe spontanee – ricordo i rognalòsi, nome dialettale dei cardi stellati – così come si presentavano le altre vie parallele e intersecanti della attuale zona Stadio.

Erano il palcoscenico dei nostri giochi, insieme ai cortili degli edifici, dove, spesse volte, dopo essere stati invitati a gran voce a sloggiare, noi insistenti nel continuare a far baccano, venivamo presi a secchiate d’acqua. Non era per inospitalità, ma in massima parte vi risiedevano dei ferrovieri, per i quali, a causa del loro ritmo di lavoro, anche notturno, era necessario che potessero riposare anche di giorno. Uno di questi era mio padre.

Nell’era spaziale che stiamo vivendo, nell’epoca in cui i giochi vengono, tra l’altro, considerati dai neuropsichiatri come utili coadiuvanti dei bambini per le loro future professioni ed i giocattoli sono saliti di livello con lo sviluppo e il perfezionamento delle tecniche e l’applicazione di nuovi materiali, senza porsi la domanda se erano più felici i ragazzi di un tempo, quando si dovevano accontentare di cose tanto semplici quanto ingenue, vogliamo rievocare i giochi, gli svaghi passati e ciò perché scorrono gli anni ed in un giorno futuro non se ne saprà più la consistenza, se non si affidano alle pagine scritte, perché le conservino a ricordo dei ragazzi di allora, molti scomparsi nelle guerre del passato secolo, e di altri ormai al tramonto, e le faccia conoscere ai giovani di oggi e di domani, che, forse, non ne avranno mai sentito parlare.

All’aperto, nelle belle giornate si giocava, oltre al pallone, ai quattro cantoni, a tukafèru, a rincorrersi (skurìse), a rimpiattino (skòndise), a saltingroppa (satabankèta rùta), a guardie e ladri, alle figurine (dei calciatori, dei corridori, degli attori cinematografici, ecc.), a testa e croce (grifu e krùse), con la trottola (giòrdura o gnòsa), conosciuta fin dai Romani antichi col nome di “turbo”.

La trottola poteva essere di legno dolce, generalmente fico (fìgu o figònciu), con una punta (pernètu) di ferro, oppure di legno duro, bosso (bùsru o marté), che si faceva tornire in via Cavanna, mentre il pernetto di acciaio veniva fornito dal fabbro Pagella, detto Biasabroche ( Biascica chiodi).

Il gioco consisteva nel far uscire, osservando certe regole, la trottola rotante da un cerchio tracciato per terra. A gioco finito, le trottole rimaste entro il cerchio erano posizionate in una buca a fior di terra ed i vincitori avevano il diritto di percuoterle con la punta della loro, sicché quelle di legno dolce avevano la peggio sotto lo spietato colpo che le riduceva in pezzi.

Lo spazio non mi consente di esporre le modalità e le regole di tutti i giochi citati, per cui mi soffermerò su due tra i più in voga: le biglie ed il girò.

Le biglie erano sferette di creta cotte in fornace (balète id tèra), e poi tinteggiate con vari colori.

Salendo nella scala dei loro valori, c’erano quelle di vetro smerigliato, ricavate dalle bottiglie di gazzosa, incluse nelle strettoie dei colli (quanto percuotere fecero le generazioni di ragazzi per infrangere lo spessore che le imprigionava). Ancora più su nella graduatoria dei valori si trovavano le bilie di vetro, lavorate a colori interclusi nella pasta nelle soffierie della Laguna Veneta; erano commerciate solo nelle cartolerie.

Il massimo del desiderio e della soddisfazione in caso di raggiunto possesso era costituito dalla sfere d’acciaio dei cuscinetti rotanti. Il loro pregio era dovuto al fatto che di esse non esisteva commercio e per ottenerle occorreva estrarle dalla loro sede nei cuscinetti a sfera. Tra i meccanici che lavoravano nelle tante officine che esistevano a Novi c’era sempre chi si impietosiva alle richieste dei ragazzi e provvedeva alla bisogna.

Uno dei giochi con le biglie più diffusi era il cosiddetto palméin-ciukéin. Si sorteggiava lo sfortunato che doveva lanciare la biglia per primo, gli altri si disponevano ad una distanza di due o tre passi da tale biglia ed a turno ciascuno, giocando per sé contro tutti, tentava con la propria di colpire le altre già tirate.

Il lancio era procurato dallo scatto del pollice liberato dall’indice tenuto raso terra (zècu), oppure dalla più vigorosa percossa (plòku) generata dal medio non più trattenuto dal pollice con funzione di molla.

Se la pallina avversaria veniva centrata (ciukéin) era preda del tiratore, più un’altra di premio. Se quella lanciata si fermava ad una distanza da quella avversaria prossima al palmo, il tiratore procedeva alla misurazione di tale distanza (palméin) con la mano aperta divaricata e vinceva la bilia se le estremità del pollice e del mignolo toccavano le due palline.

Inoltre, se dopo il cozzo le due palline si fermavano entro la distanza di un palmo, misurata come appena detto, il tiratore guadagnava cinque palline di creta o una di vetro e il perdente era eliminato dal gioco.

Una forma più sofisticata di gioco con le biglie era quella di scavare una fossetta circolare, a forma di coppa, e di inviarvi, a spinte alternate a vicenda della propria, le palline degli altri. Quando, al grido in t’u sàku! (nel sacco!), la biglia avversaria entrava nello scavo, questa diventava preda di chi c’era riuscito.

Un altro gioco molto in voga era quello della lippa che a Novi era chiamato girò, o anche, meno frequentemente, bèciura o cirimèla, Oggi si può definire, “il baseball dei poveri”, avendo uno svolgimento simile allo sport nazionale statunitense.

Consisteva nel colpire con un randello di legno rotondo (màngu), lungo circa 30 cm, ricavato per lo più da un manico di scopa, un altro pezzo di legno (umètu = ometto), anch’esso cilindrico, lungo circa 15 cm e con le estremità leggermente appuntite: questo veniva colpito, dopo averlo sistemato a terra in bilico su un sasso o altro, in modo da poterne battere col manico una punta e farlo volare per aria, dove il battitore doveva colpirlo nuovamente e mandarlo il più lontano possibile. Se un giocatore avversario riusciva ad afferrarlo prima che toccasse il suolo il lanciatore veniva eliminato; in caso contrario aveva ancora la possibilità di rimediare lanciando l’umètu a colpire il màngu steso a terra davanti al lanciatore.

Se non ci riusciva il lanciatore procedeva alla “conta dei colpi”, che erano le volte in cui colpiva con il màngu l’ umètu facendolo rimbalzare in aria il più a lungo possibile; ogni colpo riuscito era un punto. Il gioco non godeva ovviamente dell’approvazione degli adulti che transitavano nelle vicinanze a piedi o in bicicletta, per l’evidente rischio di essere centrati dal’ umètu. È inutile far notare che le automobili erano pressoché inesistenti.

Le bambine avevano in comune molti giochi dei ragazzi, come il rimpiattino, la moscacieca, il rincorrersi, il volano (molto simile allo sport badminton), ma naturalmente li praticavano senza la durezza dei maschietti.

Questi partecipavano anche al gioco delle Belle Statuine o al girotondo, mentre prettamente femminile era la lasagna (lasògna), quel tracciato per terra col gesso, segnato da riquadri in cui per non essere eliminate, doveva cadere la ciatèla. Le più piccine facevano il girotondo, avente, come la moscacieca, origini classiche; altre facevano la sediolina d’oro (a kadrégheta d’òru) afferrando in due ciascuna il proprio ed il polso dell’altra, in modo da fare una specie di seggiola, su cui prendeva posto una bimba più leggera; molto in voga il salto con la corda.

Naturalmente, come oggi e come fin dal tempo degli assiri-babilonesi, il gioco preferito dalle ragazzine era quello con le bambole.


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