I Negrone: una famiglia genovese a Novi

di DANIELA BARBIERI

Tra le molte stirpi nobiliari genovesi che in Novi hanno trovato un luogo dove investire, i Negrone emergono per l’estensione dei poderi agricoli e per la qualità delle loro dimore cittadine.

Le notizie sui Negrone a Novi fino ad oggi si sono concentrate sul puntuale e documentato studio condotto oltre vent’anni fa sul palazzo affacciato sulla piazza della Collegiata (oggi piazza Dellepiane)[1]. Noto anche come palazzo “delle Meridiane” si distingue, fra gli altri, per la presenza inconsueta di una nuvola affrescata al centro della facciata che accoglie due grandi gnomoni che segnano l’ora nelle meridiane, l’una secondo il calendario francese, e l’altra secondo l’ora italica, entrambe risalenti ai primi anni dell’Ottocento[2].

Eppure, tra la prima metà del Seicento e l’inizio dell’Ottocento, i Negrone sono impegnati a Novi in molteplici attività e il palazzo cittadino rappresenta solo l’aspetto più evidente di una dispiegata e capillare presenza sul territorio. La gestione di terreni e masserie, la costruzione di residenze nobiliari in città, l’acquisto di osterie e locande e il coinvolgimento dei membri della famiglia nella vita locale sono alcuni dei tratti che caratterizzano i Negrone, i Balbi, i Durazzo, i Brignole-Sale e poche altre famiglie dell’élite genovese in Oltregiogo.

La storia dei Negrone a Novi non si esaurisce nel solo Bendinelli iuniore[3] – il committente che nella prima metà del Settecento ristruttura nelle forme attuali il palazzo in piazza della Collegiata –, ma annovera anche cospicue proprietà di un altro ramo familiare di cui si era persa la memoria (fig. 1).

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Fig. 1 –  XVII-XIX secc. Albero genealogico semplificato dei due rami della famiglia Negrone ed elenco delle proprietà novesi. 

Nella prima metà del Seicento, quando i vari membri della famiglia avviano l’attenta politica di acquisti di masserie e terreni in territorio novese, i Negrone hanno ormai consolidato la propria posizione in seno alla repubblica genovese. Discendenti, secondo alcuni genealogisti, da Locarno, sul lago Maggiore, i Negrone – il cui stemma nobiliare è uno scudo in campo oro con tre liste verticali nere –  giungono in terra ligure nel XII secolo[4]. Sulla storia medievale della famiglia le cronache narrano di feudi nell’isola di Cipro e in Corsica, dove si dice che gran parte del capo Corso fosse sotto il loro dominio, prima di passare ai genovesi Gentile e agli Spinola di Cassano[5].

Il loro ruolo nell’ambito della Repubblica viene sancito nel 1528, quando il grande ammiraglio Andrea Doria avvia la definizione della fisionomia della classe di governo, individuandola in 28 alberghi: clan familiari riuniti attorno al cognome più importante. I Negrone, a capo di uno di questi alberghi, sono insediati nei pressi della chiesa delle Vigne dove per lungo tempo conserveranno il palazzo di famiglia[6]. Qualche anno dopo, il 21 novembre del 1589, un membro della famiglia, Gio. Battista, – dopo aver operato quasi un ventennio a Venezia con la propria ditta in cambi e prestiti, in particolare sulle fiere di Francia, oltre che nel commercio di merci – conquisterà la più alta carica a cui potesse aspirare un gentiluomo genovese, il dogato della Repubblica[7]. Dovrà passare oltre un secolo affinché, nel 1695, un altro membro della famiglia possa indossare nuovamente il robbone rosso[8].

Il nome del patrono di Genova, Giovanni Battista, ricorre spesso nelle casate genovesi e Gio. Battista (seniore) è anche il nome del capostipite dei due rami familiari che nel Seicento avviano l’efficace politica immobiliare a Novi già accennata in precedenza.

Quest’uomo, per tre volte senatore della repubblica genovese [9], attraverso il matrimonio con Placidia, figlia di Ambrogio Gentile, rinsalda e conferma le alleanze tra queste due casate che spesso sono unite attraverso proficui vincoli matrimoniali[10] e istituisce nel suo testamento una linea di primogenitura[11], impedendo così la frammentazione del patrimonio tra i suoi figli maschiche a vario titolo si distingueranno nella vita politica, economica e religiosa.

Ambrogio seniore, il primogenito cui spetterà il palazzo di Genova, sarà per tre volte senatore della Repubblica[12] e raggiungerà ragguardevoli livelli di ricchezza che gli permetteranno di istituire, a sua volta, un’ulteriore linea di primogenitura a favore del figlio più piccolo, Antonio, che impiegherà il denaro per acquistare e ristrutturare un palazzo in piazza Fontane Marose a Genova. Antonio, come il nonno, mostrerà anche un’interessata attenzione verso l’acquisto di case e terreni a Novi[13].

Bendinelli seniore (fig. 2), il secondogenito nato nel 1627, dopo aver studiato giurisprudenza a Perugia e a completamento di una fulgida carriera politica, nel settembre del 1695, all’età di sessantotto anni «con la più splendida votazione che Doge alcuno di Genova»[14] avesse mai conseguito, diventerà il secondo membro della famiglia ad assurgere alla carica dogale. Numerosi elogi pubblici e biografie ricordano il suo cursus honorum all’interno delle istituzioni repubblicane prima della morte sopraggiunta il 24 settembre 1707 all’età di ottant’anni[15].

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Fig. 2 –  Gio. Enrico Vaymer, Ritratto di Bendinelli Negrone seniore, collezione privata. Bendinelli (doge dal 1695 al 1697) è qui ritratto vestito con il robbone rosso del doge.

Infine, Gio. Francesco, il cardinale (fig. 3). Nato nel 1629, il prelato è tesoriere delle finanze pontificie con papa Innocenzo XI Odescalchi, e, per un decennio, vescovo di Faenza. A Roma acquista un palazzo che le guide settecentesche identificano ancora con i Negrone e che oggi è noto come palazzo Caetani, in via delle Botteghe Oscure, dal nome della più recente famiglia proprietaria[16]. Ma il biglietto da visita del monsignore è la cappella di San Francesco Saverio nella chiesa del Gesù di Roma, nella quale le insegne araldiche dei Negrone, sui muri laterali del transetto, ne ricordano la committenza. Gli affreschi del genovese Giovanni Andrea Carlone, l’altare di Luca Berrettini – cugino e collaboratore di Pietro da Cortona –, l’ancona d’altare di Carlo Maratta, sono alcuni dei contributi degli artisti scelti dal cardinale, che di lì a qualche anno si farà ritrarre dal più noto pittore genovese a Roma, Giovanni Battista Gaulli, detto “il Baciccio”[17].

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Fig. 3 –  G. B. Gaulli, Ritratto del cardinale Gio. Francesco Negrone, collezione privata.

Gli anni centrali del Seicento, che vedono i tre fratelli Negrone protagonisti della vita pubblica genovese, e non solo, sono anche quelli in cui a Novi si consolida la consuetudine degli appuntamenti internazionali delle fiere di cambio che hanno sede in città, in modo più o meno continuo, dal 1622 al 1692. È in quegli anni – con Gio. Batta seniore e i suoi tre figli – che i Negrone instaurano il legame con il territorio di Novi quando: «Cominciò dunque il q. M. Giambatta Negrone q. Bendinelli, nell’anno 1639 ad acquistare varie terre arative, vignate e prative nel territ[ori]o di Nove, e di Basaluzzo, e per tutto l’anno 1664 ne fece acquisto di pertiche 466.6.6.11» [18].

È da questo momento che si consolidano i due assi ereditari Negrone: quello di Bendinelli seniore che porterà a Bendinelli iuniore il palazzo di piazza Collegiata e quello di Ambrogio seniore – meno noto – legato ad un palazzo in contrada de’ Peroli. Insieme a questi due palazzi, a metà del Settecento, i Negrone potranno contare anche su sei masserie e su tre osterie lungo la strada per Genova.

 

Bendinelli iuniore e il palazzo “delle meridiane” in piazza della

Nel cuore di Novi, accanto alla chiesa della Collegiata, è protagonista della piazza la straordinaria quinta scenografica del palazzo di Bendinelli Negrone iuniore, nipote del doge Bendinelli seniore. La facciata, riportata all’antica bellezza da sapienti restauri, offre al godimento pubblico un apparato decorativo ricco di elementi dipinti che nelle giornate di sole vibrano di toni che vanno dal verde all’oro (fig. 4). Se distogliamo lo sguardo da questo bell’affresco e ci soffermiamo sull’architettura, è subito evidente che c’è qualcosa di anomalo nel rapporto tra il palazzo e la contigua chiesa affacciati sull’unica grande piazza della città antica.

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Fig. 4 – Palazzo di Bendinelli Negrone iuniore. Facciata.

Al termine di una sequenza di interventi – che avevano interessato la sistemazione del prospetto verso il vecchio cimitero della chiesa, in direzione dell’odierna via Giacometti – la necessità di aggiornare l’architettura alle mutate esigenze dell’abitare, conduce Bendinelli iuniore alla decisione di ampliare il palazzo verso la piazza, occludendo una parte della facciata della chiesa.  La circostanza – seguita dalle proteste del Capitolo della Collegiata – è narrata nelle carte conservate nell’archivio capitolare che documentano un danno mai risarcito dal nobile genovese[19].

Palazzo Negrone si presenta oggi come un grande parallelepipedo, privo di spazi loggiati verso il cortile e con un atrio d’ingresso di dimensioni ridotte rispetto ad analoghi coevi esempi del centro antico di Novi (fig. 5). La scansione dei piani e delle finestre sul prospetto principale – sebbene distratta ai nostri occhi dalla dominante presenza della facciata affrescata – è quella consueta, con la successione di un piano terra, di un ammezzato, un piano nobile e infine un piano ammezzato sottotetto. Le diverse quote e i piani di calpestio, che in altri palazzi sono segnalati dalla presenza di robuste fasce marcapiano e da cornici, si dichiarano qui attraverso la scenografia dell’affresco che scandisce gli spazi in facciata attraverso la riproduzione pittorica di colonne, bugnati, volute e mensole. La simmetria della facciata, leggibile nella successione di nove assi delle finestre, è dichiarata in modo evidente dalla centralità del portale.

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Fig. 5 – Palazzo di Bendinelli Negrone iuniore. Scalone.

La storia del palazzo è stata ampiamente narrata e documentata tramite approfondite indagini materiali e documentarie condotte nel corso dei restauri che negli anni ottanta del secolo scorso hanno ridato vigore alla bella facciata decorata alla fine del Settecento: ma ancora qualcosa di nuovo si può aggiungere, andando a ritroso sino alla prima metà del Seicento.

Sinora del palazzo si sapeva che era anticamente appartenuto alla nobile famiglia novese dei Girardenghi e che, almeno dal 1661, era di proprietà dei Negrone. Apprendiamo oggi che Agostino Negrone – erede dei beni del prozio Luca Negrone, uno dei più grandi asientisti del re di Spagna Carlo V[20] – il 13 ottobre del 1637 acquista dai Padri del Comune di Novi una bottega (o loggia), «seu logiam», confinante con altri suoi beni e situata nel luogo dove cento anni dopo Bendinelli iuniore ristrutturerà il palazzo[21]. Il figlio di Agostino, Pasquale, sarà padre di tre figlie e così il palazzo arriverà a Bendinelli iuniore, sulla base di intricati percorsi che seguono gli assi ereditari maschili[22].

Bendinelli iuniore resta comunque la figura più importante per la storia dell’edificio. Si deve a lui la dimensione architettonica definitiva del palazzo che, ai nostri occhi, rappresenta degnamente le aspirazioni e le esigenze della classe dominante del Settecento, rintracciabili anche nell’accurato inventario del dicembre 1740, stilato poco prima della morte del proprietario[23].

Gli ambienti del piano nobile, impreziositi dal largo impiego di tessuti pregiati – damaschi e broccatelli – e arredati secondo il gusto del tempo, con abbondanza di burrò (cassettoni), cadreghe e specchi, convivono con gli spazi delle cantine che custodiscono venticinque botti e altrettante damigiane, dieci tini e utensili diversi. È infatti consuetudine del luogo quella di utilizzare i palazzi “di città” come spazio sicuro dove depositare e conservare le derrate alimentari provenienti dalle cascine della campagna circostante[24]. La scelta di incaricare un pittore per raffigurare la Motta e la Bassandra, le due masserie di proprietà della famiglia, è un’ulteriore prova della costante attenzione riservata dai proprietari alle proprietà agricole. Il quadro – conservato negli ambienti del piano nobile – faceva bella mostra di sé insieme agli oltre settanta dipinti raffiguranti paesaggi, santi, carte geografiche e ritratti che ne adornavano le pareti.

La cascina Motta, una bell’edificio circondato da boschi di castagni e roveri e da campi coltivati, alla quale si arriva percorrendo il Sentiero dei Muli, appartiene infatti già dalla fine del Seicento a Pasquale Negrone, proprietario anche della Bassandra, posta al centro di un esteso castagneto[25].

Vasti appezzamenti di terreno, vigneti e campi di grano, arricchiscono inoltre le due masserie, situate al confine con Serravalle e in prossimità di altre due cascine – la Gio Lovisia e la Rebuffa – appartenenti  ad altre grandi famiglie genovesi, i Balbi e i De Franchi.

 

Il palazzo di Antonio Negrone in Contrada de’ Peroli: dimora per 

una notte di Filippo V, re di Spagna.

Ma quello di piazza Collegiata non è l’unico palazzo dei Negrone a Novi: in questo caso sono le Carte dei cerimoniali della Repubblica a fornire un primo indizio[26].

Nella contrada de’ Peroli (odierna via Gramsci), nei pressi dell’oratorio della Misericordia, un altro membro della famiglia Negrone è proprietario di un palazzo. La dimora di Antonio Negrone, più modesta e in posizione defilata rispetto a quella di Bendinelli iuniore, viene prescelta nell’autunno del 1702 per ospitare il re di Spagna, Filippo V, di passaggio a Novi. Il giovane sovrano, ad un anno dalla sua ascesa al trono, dopo essere sbarcato in aprile a Napoli, percorre l’Italia sino a Milano dove arriva nei primi giorni di novembre. Quando dalla capitale lombarda si dirige col suo seguito verso il porto di Genova per imbarcarsi alla volta della Spagna, attraversa il territorio di Novi, dove sosta per una notte[27].

Filippo V varca il confine della repubblica genovese alle ventuno di giovedì 9 novembre. Sulla strada che conduce a Pozzolo gli vanno incontro sei nobili accompagnati da trentasei livree guarnite d’argento, dodici lacchè, altrettanti cavalli e un reggimento di 500 soldati còrsi. Il corteggio entra in città dalla porta dei Cappuccini e, dopo aver attraversato via Girardengo, che per l’occasione è stata illuminata a giorno con le torce, si dirige verso il palazzo di Antonio Negrone nella contrada de’ Peroli, odierna via Gramsci[28].

La sosta del monarca dura il tempo di una notte. Dopo un breve colloquio con i sei emissari genovesi, il re si concede una cena preparata dai suoi cuochi. Il giorno seguente, «dopo haver fatto una longa colaz[ion]e che può dirsi un buon pranzo»[29], rigorosamente a base di pesce e di frutti di mare fatti venire appositamente da Genova per rispettare i precetti del venerdì,Filippo V parte alle ore 16 in direzione di Voltaggio.

Lo sforzo richiesto alla Repubblica per ospitare il seguito del monarca spagnolo, costituito da oltre 3000 persone, è notevole: viene sistemata la strada della Lomellina e tutte le osterie, sino a Voltaggio, sono occupate dai suoi uomini[30]. A Novi, il palazzo di Antonio Negrone viene unito con ponti di legno e passaggi aerei ai palazzi vicini, tra cui figurano quelli di Clemente Doria di Montaldeo (oggi palazzo Pavese) e di Francesco Maria Balbi, marchese di Piovera, due dei sei nobili prescelti per scortare Filippo V sino a Genova. Nella scelta del palazzo, gioca infatti un importante ruolo, non solo la qualità dell’abitare offerta, ma anche l’ottima posizione topografica e di buon vicinato che consente un’ampia disponibilità di stanze concentrate su un’unica strada.

Ma qual’ è oggi il palazzo di Antonio Negrone dove il re ha avuto «il più bello alloggio dopo la sua partenza da Versailles ?[31]

I documenti lo individuano con sicurezza in contrada de’ Peroli, con un affaccio anche sulla via Nova (via Monte di Pietà). La dimora di Antonio Negrone va quindi cercata tra la compagine di edifici che – appartenuti alle più notabili famiglie genovesi – sfilano l’uno accanto all’altro sul lato opposto all’oratorio della Misericordia[32].

Per localizzare con maggiore certezza il palazzo, ci viene in soccorso un documento che racconta di una lite tra vicini. Le due parti coinvolte, Antonio Negrone, da un lato, e Giorgio e Clemente Doria di Montaldeo, dall’altro, si avvalgono dei propri consulenti, rispettivamente i capi d’opera Gio. Battista Musso e Domenico Orsolino, per risolvere le «piccole e civili differenze […] per occasione di una fabrica che fanno costruire detti Signori Doria nel luogo di Novi, in vicinanza del Palazzo et adiacenze del detto Ill[ustrissi]mo Sig[nor] Negrone»[33].

Il documento, del 1709, già erroneamente associato al palazzo di Bendinelli iuniore di piazza della Collegiata[34], deve riferirsi invece al palazzo di Antonio Negrone in contrada de’ Peroli confinante con palazzo Pavese (già Doria di Montaldeo) e corrispondente al civico 39 di via Gramsci[35] (fig. 6).

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Fig. 6 – Palazzo di Antonio Negrone (via A. Gramsci n. 39). Scorcio della facciata.

Il palazzo oggi è un austero edificio, altrove ricordato come appartenente alla famiglia genovese Gentile[36], facilmente riconoscibile per una fascia marcapiano su cui è inciso Ad transmigrandum, forse in riferimento alla trasmigrazione delle anime ispirata dal vicino oratorio della Misericordia.

La proprietà di Antonio Negrone – schematicamente rappresentata in una planimetria della città del cartografo Matteo Vinzoni tra gli anni trenta e quaranta del Settecento – si estendeva sino all’odierna via Monte di Pietà, con due cortili separati: il cortile nobile, cioè il giardino, verso via Gramsci, e quello rustico sul retro[37].

Quando nel 1702 accoglie Filippo V, il palazzo è di proprietà del nobile genovese da pochi anni. Attraverso un’accurata politica di acquisti Antonio Negrone ha consolidato la propria presenza sull’isolato in modo da poter disporre di sufficienti locali di servizio per lo stoccaggio dei prodotti agricoli provenienti dalle molte cascine che possiede sul territorio novese.

Battezzato il 27 gennaio del 1667 nella chiesa delle Vigne a Genova[38], il secondogenito di Ambrogio Negrone seniore ha infatti potuto usufruire della grossa somma di denaro, 40.000 scudi d’argento, che il padre gli ha destinato «per dover quell’impiegare in compra di beni stabili nel territorio della Ser[enissi]ma Rep[ubblica]ca di Genova, ò in Feudi Imperiali come meglio paresse al medesimo»[39]. Gran parte dell’importo, trentaseimila scudi, viene investita nell’acquisto di un palazzo e di una casa annessa, appartenuti ad Agostino Ayrolo, uno degli uomini più ricchi della Repubblica[40]. L’imponente facciata che ancora oggi domina piazza Fontane Marose a Genova, ridisegnata a fine Ottocento dall’architetto genovese Carlo Barabino, racchiude al suo interno il palazzo di Antonio Negrone, annoverato tra i cento più importanti della città[41]. Il resto della somma di denaro viene «da lui impiegata nel Palazzo con casa adiacente e cassine poste dentro le mura del luogo di Nove»[42], cioè nell’acquisto dei beni di contrada de’ Peroli.

Nello stesso anno, il 1692, Antonio compra infatti dalla vedova di un tale Francesco Anfosso, due case, l’una affacciata «in contrada vulgariter appellata della Misericordia», e un’altra confinante sul retro con un «vicus appellato di via Nova», quindi con via Monte di Pietà, secondo il toponimo odierno[43].

Resta ancora da capire se sull’area esistesse già un primo nucleo del palazzo, appartenente alla famiglia Gentile con la quale Antonio era imparentato[44], oppure se è Antonio stesso che, attraverso la ristrutturazione delle case da poco acquistate, abbia dato origine alla sua dimora. È pur vero che un atto del 25 aprile 1695 descrive la «solita habitatione del d[ett]o Ill[ustrissim]o S[igno]r Ant[oni]o posto nel quart[ier]e della Cavanna nella contrada detta de Peroli»[45] con l’appellativo di palazzo che può essere quindi considerato esistente già dalla fine del Seicento.

Il palazzo, profondamente trasformato dal tempo, è oggi difficilmente riconducibile alle descrizioni dei documenti settecenteschi che lo raccontano con la dovizia di dettagli e l’attenzione propria degli elenchi redatti con scopi di vendita o per suddivisioni ereditarie.

Un prezioso inventario del 1734, ci descrive il palazzo di Novi che si sviluppava in alzato con un piano ammezzato destinato ai servitori, un piano nobile, e l’ultimo piano ammezzato al di sotto dei locali sottotetto destinati anch’essi alla servitù[46].

Le stanze del primo mezzanino hanno pochi ed essenziali elementi di arredo – letti, sedie e materassi – mentre le sei stanze sopra al piano nobile, sebbene modestamente ammobiliate con letti, scabelletti e cadreghe per sedersi, qualche cassettone (cantelaro) e un armadio per stipare i pochi vestiti, non rinunciano ad accogliere oggetti accessori: specchi, qualche quadro e numerosi quadretti da letto. Né mancano le tappezzerie, le coperte in raso, in velluto o in Bombace, qualche cuscino in damasco e le portiere, grandi tele destinate ad adornare le porte e a proteggere dagli spifferi gli ambienti.

Al piano nobile, dove abiterà stabilmente Germanico, la grande sala al centro della quale domina lo spazio una «tavola ovata da pranzo con tapeto giallo, e turchino» – è arredata con  quattro «quadri grandi di Paesaggi con cornice tinta à bronzo», sei «quadri piccoli per sopraporta con cornice nera», tre «quadri piccoli per li pilastri», due tavolini di noce, tre «banche dipinte con arma Negrone» (stemma), una «stagnara e conca di rame con sua Banca e tavolino». Completano l’arredo della stanza più importante della casa – addobbata con tendaggi e «cinque portiere di raso rigate di seta e filo» – undici «sedie di vachetta antiche con arma Negrone e Gentile», ricordo del legame tra le due famiglie e forse anche del passato del palazzo[47].

Antonio, che è sposato dal novembre del 1690 con Anna Maria Grimaldi, avrà cinque figli maschi e una femmina: Ambrogio iuniore, Giuseppe, Agostino, Germanico, Gio Francesco e Laura[48]. Quando morirà, il 26 marzo del 1734, lascerà al figlio Agostino – sacerdote dell’oratorio di San Filippo Neri a Genova – la villa di Promontorio a Genova, al figlio Germanico, tutti i beni che possiede nella zona di Albenga, mentre al primogenito Ambrogio iuniore spetteranno il palazzo di piazza Fontane Marose e le proprietà di Novi[49].

L’eredità del padre farà di Ambrogio iuniore, uno degli uomini più ricchi di Genova – «un des plus riches nobles de Genes» – che, a detta dell’emissario francese presso la Repubblica, Jacques De Campredon, non ha altri meriti se non le sue grandi ricchezze e una spiccata propensione verso le relazioni sociali[50].

La gestione delle rendite, principale attività di Ambrogio[51], è svolta a Novi attraverso un agente del luogo che accudisce tutte le proprietà: «cassine con terre seminative, vignative, prati, bosco, orto, giardino e queste divise in quattro massarie […] trè osterie fuori le porte della Cavanna, quali si affittano, una alla Posta de cavalli e l’altre due ad altri hosti» oltre a qualche bottega, sia dentro che fuori le mura della città[52].

La cascina della Maddalena, costituisce insieme con la vicina Pellegra, appartenute entrambe alla famiglia Gentile il nucleo più consistente e antico tra le proprietà agricole della famiglia Negrone[53].

Sulla strada per Alessandria, al confine con Bosco Marengo, la Maddalena «cosidetta dalla Capella che vi è dedicata a S[ant]a Maria Madalena» [54], oltre ai campi, seminati prevalentemente a grano, ospita un giardino di alberi da frutto e un viale di «alberi di moroni che si affittano per la foglia», destinata all’allevamento dei bachi da seta. Dall’altra parte del territorio novese, nella cascina Tana i Negrone consentono ai massari di seminare qualche piccolo appezzamento con «granone, verza e segale, essendo quelle terre più a proposito per detti generi». La Tana – che Antonio Negrone acquista nel 1699 da Alessandro Girardengo[55] – è in una posizione strategica, affacciata a strapiombo sul torrente Scrivia, vicina ai mulini della Comunità di Novi e in prossimità della Via Grande, l’antica via che attraversava il territorio di Novi da sud a nord, oggi nota come strada dell’Imperatore (fig. 7).

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Fig. 7 – Cascina Tana. Rilievo dell’agrimensore Giovanni Benedetto Zandrino (Archivio Storico del comune di Novi Ligure, Fondo Catasto, Serie 2 – Catasto Zandrino 1690, n. 5).

Le mine di grano che tutti i massari devono, per contratto, garantire ai Negrone, al tempo del raccolto prendono la via di contrada de’ Peroli, dove vengono immagazzinate per essere poi destinate alla vendita sul mercato o al consumo casalingo. Dietro il palazzo, verso via Monta di Pietà, i fabbricati adibiti alla conservazione delle merci, dispongono anche dell’attrezzatura necessaria per la produzione di vino: un grosso tino largo palmi 10 di fondo alla base (circa due metri e mezzo), e alto oltre due metri, una decina di tini più piccoli, una trentina di botti e un torchio[56].

I Negrone mostrano, quindi, un’interessata attenzione verso il tradizionale strumento economico dello sfruttamento della proprietà terriera, ma al tempo stesso si avventureranno nell’acquisto di un’osteria “per cavalli” fuori da Porta Cavanna, sulla strada per Genova[57]. Il terreno su cui sorge questa e altre due osterie dei Negrone confina, da un lato con il rio delle mura(che oggi scorre sotto corso Piave), dall’altro con la strada che conduce a Genova e infine con la «Strada per la quale si và à Pasturana»[58],l’odierna salita Maina.Purtroppo nel luogo che per lungo tempo ha accolto i viaggiatori provenienti da Genova attraverso il valico della Bocchetta, sorge oggi un grosso condominio costruito nel secondo dopoguerra che ha occupato gran parte dell’area un tempo destinata alle tre osterie[59].

 

La ricostruzione della storia novese di questa che è una delle molte famiglie patrizie genovesi, ci permette di tratteggiare uno spaccato della società settecentesca alla fine della grande stagione della repubblica oligarchica. A Novi i beni immobili sono il più evidente segno della ricchezza familiare. Lo sfruttamento dei beni agricoli si interseca con la gestione delle proprietà in città, non trascurando mai i simboli della conquistata posizione sociale. I palazzi, dimore della famiglia per pochi giorni l’anno, garantiscono una buona rappresentatività delle ricchezze conquistate e un agio domestico che non prescinde dalle consolidate abitudini cittadine, ma non dimentica mai il legame con la terra.

Il segno che la classe dominante genovese lascia sulla città è un’identità costituita da una indiscutibile qualità architettonica, ma è anche un arricchimento culturale contrassegnato dal continuo e costante scambio di relazioni tra Genova e Novi.

Accade ciò anche per i membri della famiglia Negrone. Qualcuno di loro sceglie di rimanere in terra novese per sempre: Germanico, morto il 18 novembre del 1736, non ancora quarantenne, è seppellito nella cappella di Sant’Antonio da Padova, nella chiesa del convento di San Francesco, tra le mura della città d’Oltregiogo[60]. Qualcuno apprende le prime nozioni scolastiche nel collegio dei padri scolopi: Francesco Gaetano Negrone, uno degli ultimi proprietari del palazzo di via Gramsci, vissuto nella seconda metà del Settecento, studia al Collegio dei Padri Somaschi di Novi all’età di undici anni – «stette alcun tempo nel suo undecimo anno» –, prima di procedere con la propria istruzione tra Milano, Roma e completare la formazione viaggiando in Europa[61].

Tutti, a vario titolo e con diverse modalità, hanno partecipato alla vita della città.

Giuseppe Negrone, fratello di Francesco Gaetano, è governatore di Novi per nove mesi, dal maggio del 1778 a febbraio del 1779[62], mentre più complessa è la lettura del ruolo politico dei singoli componenti della famiglia ricoperto a Novi tra Sei e Settecento[63].

Nella storia dei Negrone emergono inoltre alcuni fatti che inducono a pensare a possibili episodi di mecenatismo. Primo fra tutti la morte del noto pittore novese Giovanni Battista Chiappe, avvenuta il 15 settembre 1766 tra le mura del palazzo di Gio. Francesco, erede e proprietario del più noto palazzo Negrone di piazza della Collegiata[64]. Anche la realizzazione degli affreschi della facciata del palazzo, opera di Giovanni e Antonio Muratori, padre e figlio, originari di Voghera[65] e molto attivi in città alla fine del Settecento, è un evidente esempio dell’importanza della committenza nella diffusione di stili e linguaggi artistici e architettonici. I due frescanti, non solo vengono chiamati a dipingere la facciata novese dei Negrone, ma eseguono anche la decorazione dell’ammezzato del palazzo della famiglia in piazza Fontane Marose a Genova[66]. Federigo Alizeri, autore della più nota guida ottocentesca della città ligure, così scrive: «nè conduco il lettore ai Mezzanini: perché due piccoli affreschi che si dicono de’ fratelli Muratori (nomi a me ignoti) non valgon la pena dell’ascendere»[67].Certo per l’erudito ottocentesco – ancora impressionato dagli affreschi degli ambienti del piano nobile del palazzo genovese, opera di Domenico Parodi – legato alla cultura accademica del tempo, potevano apparire trascurabili episodi come quelli dei Muratori, ma è certo che anche questo piccolo episodio costituisce un indizio del continuo e costante scambio tra Novi e Genova che, insieme ad altre analoghe corrispondenze[68], merita ulteriori ricerche e approfondimenti.

NOTE

[1] Palazzo Negrone a Novi Ligure: restauri e ricerche, a cura di B. Merlano – C. Spantigati, Novi Ligure 1991.

[2] B. Merlano, Urania o Marianna? Ipotesi di lettura dell’“affresco delle Meridiane”, in Palazzo Negrone a Novi Ligure cit., pp. 57-67.

[3] Bendinelli Negrone qm. Gio. Francesco. Per comodità di lettura e per distinguerlo da altri membri della famiglia con lo stesso nome, è stato indicato nel testo come Bendinelli iuniore (vedi albero genealogico). Analogamente è stato fatto per gli altri membri della famiglia.

[4] Biblioteca Civica Berio Genova (d’ora in avanti BCBGe), A. Della Cella, Famiglie di Genova antiche e moderne, esistenti e viventi, nobili e popolane, m.r. X.2. 167/169, vol. I, cc. 1107-1118.

[5] L.A. Cerè, Negrone, Genova 1927, pp. 31-32

[6] Il palazzo di Bendinelli Negrone è elencato nel 1588 tra i circa cento palazzi più importanti di Genova. Corrispondente al civico 9 di vico Dietro il Coro delle Vigne, è oggi pressoché irriconoscibile, cfr. Una reggia repubblicana. Atlante dei palazzi di Genova. 1576-1664, a cura di E. Poleggi, Torino 1998, p. 104.

[7] M. Cavanna Ciappina, Negrone, Battista, voce in Dizionario Biografico degli Italiani, 78, Roma 2013.

[8] Sopravveste indossata dai dogi.

[9] A. Della Cella, Famiglie di Genova antiche e moderne cit., vol. I, cc. 1115. È senatore nel 1646, 1652 e 1658.

[10] Il legame tra le due famiglie è rinsaldato, nel XVII secolo, da numerosi matrimoni; tra gli altri, quello di Benedetta, figlia di Gio. Batta seniore con il doge Cesare Gentile e quello di Luca Negrone qm. Pietro con Maria Gentile.

[11] Al figlio maschio primogenito vengono assegnate le proprietà e i beni più importanti; gli stessi sono vincolati ad un asse ereditario che abitualmente è legato ai primogeniti maschi, generazione dopo generazione.

[12] P.L.M. Levati, Dogi biennali di Genova dal 1528 al 1699, parte II (dal 1634 al 1699), Genova 1930, p. 422.

[13] Archivio Storico del Comune di Genova (d’ora in avanti ASCGe), Archivio Negrone, n. 6, 18 e 25 aprile 1697, Dichiarazione fatta  dal Sig[no]r Antonio Negrone riguardo al Fedecommesso instituito dal q[uondam] Sig[nor] Amb[ros]i Negrone di alcuni stabili comprati per farne parte.

[14] P.L.M. Levati, Dogi biennali di Genova cit., pp 420-437: p. 427.

[15] P.L.M. Levati, Dogi biennali di Genova  cit., pp 420-437. Sul ritratto di Bendinelli Negrone seniore: D. Sanguineti, VI.32 Gio. Enrico Vaymer, Bendinelli Negrone, scheda in El siglo de Los Genoveses e una lunga storia di arte e splendori nel palazzo dei Dogi, a cura di P. Boccardo – C. Di Fabio, Milano 1999, p. 209.

[16] Nel 1682 acquista a Roma il palazzo di via delle Botteghe Oscure e nel 1697 compra sull’Esquilino la villa Montalto e Peretti, ormai scomparsa.

[17] S. Canepa, Monsignor Giovanni Francesco Negrone: “spirito e fuoco” per la chiesa del Gesù in Roma, in «La Casana», 2 (2007), pp. 12-23; M.C. Giannini, Negrone, Giovanni Francesco, voce in Dizionario Biografico degli Italiani, 78, Roma 2013.

[18] Biblioteca Civica Santa Margherita Ligure (d’ora in avanti BCSML), Fondo antico Domenico Costa, ms 303, Racolta di tutte le ville, ed effetti dell’Illustrissimi Signori Ambrogio, Cavalier Carlo, ed Agostino Negroni q. Giambattista nello stato, che si ritrovava l’anno 1752. Nel territorio di Nove, nel Capitanato di Polcevera, nel Capitanato di Bisagno e nel Capitanato di Chiavari, delineati dal Cap[ita]n Ing[egner]e Dom[enic]o Carbonara, l’anno 1753, 1753, c. 3.

[19] B. Merlano, La ristrutturazione di palazzo Negrone come testimonianza di una nuova condizione urbana, in Palazzo Negrone a Novi Ligure cit., pp. 15-20.

[20] Cavanna Ciappina, Negrone, Battista cit. Col termine asiento si indicava un “contratto” tra la corona di Spagna e un privato. Molti asientisti erano banchieri genovesi.

[21] ASCGe, Archivio Negrone, n. 6, 30 dicembre 1639, Instrum[ent]o di dichiarazione fatta da Agostino Negrone fideicommissario del q. Luca Negrone di varii beni in Novi da esso acquistati, portante di averli acquistati per conto del fidecommesso istituito dal q. Luca Negrones sud[dett]o. In atti del notaro Orazio Gritta.

[22] Da fonti a stampa apprendiamo che già Bendinelli seniore possiede un palazzo a Novi che eredita il figlio Domenico (doge), fratello di Gio. Francesco (padre di Bendinelli iuniore). Se si trattasse del palazzo di piazza della Collegiata, ciò documenterebbe puntualmente il passaggio proprietario da Pasquale a Bendinelli seniore. P.L.M. Levati, Dogi biennali di Genova cit., p. 436. Inoltre, Pasquale, nel testamento del 29 luglio 1690, in atti del notaio Carlo Orazio Torello, sottopone infatti i beni a perpetua primogenitura, in prima istanza nei confronti degli eredi maschi delle figlie Teresa, Camilla e Geronima, e in seconda istanza nei confronti della linea maschile di Ambrogio seniore e Bendinelli seniore qm. Gio. Batta seniore: ASCGe, Archivio Negrone, n. 6, 25 dicembre 1785, Atti di possesso fatti dal fù M. Gius[epp]e Ant[oni]o Negrone dei beni sogetti à Fedecommesso dal q. M. Pasquale Negrone.

[23] A. Barberis, “… in una lista che presentano a me notaio …”: nuovi documenti per l’arredo dei palazzi novesi, in Palazzo Negrone a Novi Ligure cit., pp. 68-77, pp. 69-71.

[24] La presenza di edifici rurali nell’ambito degli spazi interni o adiacenti ai palazzi è documentata, ad esempio, per il palazzo di Antonio Negrone in via Gramsci, di cui si parla più oltre, per palazzo Brignole-Sale di via Roma, per palazzo Durazzo e per palazzo Negrotto-Cambiaso.

[25]Archivio Storico del Comune di Novi Ligure (d’ora in avanti ASCNL), Sezione I, Serie 2 – Catasto Zandrino 1690, n. 6, cc. 68, 69, 72, 73.

[26] ASGe, Archivio Segreto, Cerimoniarum, n. 484. La filza contiene il carteggio e la documentazione relativa al passaggio di Filippo V sui territorio della repubblica di Genova.

[27]Il viaggio di Filippo V entro i confini della Repubblica è narrato dal cronista Granara. BCBGe, G. Granara, Passaggio del Rè Cattolico Filippo V° per il Stato della Ser.ma Rep.ca di Genova seguito l’anno 1702. Giuseppe Granaro in data 22 9bre 1702, m.r. X.2.111.

[28] ASGe, Archivio Segreto, Cerimoniarum, n. 484.

[29] Ibidem.

[30] Ibidem. Il solo bagaglio del re è trasportato da trenta carri e centodieci muli. Tra i «principali personaggi al seguito del re»: il conte de Marsin, ambasciatore di Francia, il principe di Vademon, governatore di Milano, il duca di Medina Sidonia, il duca d’Ozona, il marchese de Los Balbases etc., tutti ospitati nei palazzi entro le mura della città.

[31] G. Granara, Passaggio del Rè Cattolico Filippo V° cit.

[32] ASCGe, Archivio Negrone, n. 19.

[33] M. Rescia, Contesa Edilizia tra notabili novesi (1709-1710), in «Novinostra», XLII, 1 (2002), pp. 65-76: p. 70. I riferimenti riportati non hanno permesso di trovare i documenti d’archivio citati e fotografati nel testo.

[34] M. Rescia, Contesa Edilizia tra notabili cit., pp. 65-76

[35] ASCGe, Archivio Negrone, n. 20, senza data, Avertimenti di M[aes]tro Rocha capo d’opera, s[opr]a alzata di stanza, de S[igno]ri Doria in vicinanza di casa in Nove. A seguito di ciò Antonio Negrone fa costruire una muraglia a confine con i Doria.

[36] B. Merlano, Il centro storico di Novi Ligure. Contributi per la schedatura degli edifici, in «Quaderni dell’Assessorato alla cultura del comune di Novi Ligure», 1 (1988), numero monografico, p. 89.

[37] M. Rescia, Contesa Edilizia tra notabili novesi cit., pp. 65-76: p. 73.

[38] ASCGe, Archivio Negrone, n. 8, 27 agosto 1709, Battesimi de i SS.ri Negroni che sono oggidì viventi […].

[39] Ivi, n. 6, 7 marzo 1686, Copia semplice del testamento del q[uondam] Ambrogio Negrone q[uondam] Gio. Batta presentato al Not[ar]o Bartol[ome]o Granello. A Gio. Batta iuniore spettano i beni che il nonno Gio. Batta seniore ha vincolato alla primogenitura. Il padre di Antonio istituisce una seconda linea di primogenitura: «e desiderando d’instituire un fedeicom[messo] ò sia primogenitura perpetua d’un capitale di scuti quarantanilla argento à favore del figlio maschio primogenito d’Antonio mio figlio secondogenito».

[40] Ivi, n. 6, Fedecommesso del q[uondam] Ambrogio Negrone (fascicolo). Acquisto in data 24, 26 aprile e 3 luglio 1692 in atti notaio Gio. Geronimo Bacigalupo

[41] Il palazzo corrisponde ai civici 3 e 4 di piazza Fontane Marose ed è nell’elenco dei cosiddetti palazzi dei “rolli”, circa cento edifici che tra Cinque e Seicento vengono destinati dalla Repubblica a dare alloggio alle personalità di passaggio in città, cfr. Una reggia repubblicana cit., p. 185

[42] ASCGe, Archivio Negrone, n. 6, 1° giugno 1724, Dichiaraz[ion]e fatta dal Sig[no]r Antonio Negrone e dell’impiego da esso fatto delle L. 80 milla nei Stabili di Nove.

[43] Ivi, n. 19.

[44] Il nonno paterno di Antonio, Gio. Batta Negrone sposa Placidia Gentile; la zia paterna è sposata con Cesare  Gentile (doge).

[45] ASCGe, Archivio Negrone, n. 19, 25 aprile 1692.

[46] Ivi, n. 8, 19 marzo 1734, Estimo de’ mobili nel palazzo di Nove.

[47] Ibidem.

[48] Ivi, n. 8, 27 agosto 1709, Battesimi de i SS.ri Negroni che sono oggidì viventi […].

[49] Ivi, n. 14, 19 marzo 1734, Testamento di Antonio Negrone q. Ambrogio.

[50] S. Rotta, «Une aussi perfide Nation». La «Relation de l’État de Gênes» di Jacques de Campredon (1737), in Genova, 1746: una città di antico regime tra guerra e rivolta, Atti del Convegno di Studi (Genova, 3-5 dicembre 1996), a cura di C. Bitossi – C. Paolocci, Genova 1998, p. 653. Ambrogio «n’a d’autre mérite que ses grandes richesses et une attention outreé a les menage, ce qui luy donne assés des credit».

[51] Ibidem, p. 655. «Ambroise Negrone, fils d’Anthoine est un des plus riches nobles de Genes, il s’aplique uniquement à menage ses grands revenus qui von au dela de cent dix mil livres; il est allié a la famille de Cattaneo».

[52] ASCGe, Archivio Negrone, n. 20, 1745, Instruzione dell’Agente di Nove contenente un dettaglio di quelle cassine e possidenze.

[53] Nel 1745, le cascine in proprietà sono: Maddalena, Pellegra, Tana, Michelina, «la quale per non avere terre sufficienti per una masseria si suole affittare».

[54] ASCGe, Archivio Negrone, n. 20, 1745, Instruzione dell’Agente di Nove contenente un dettaglio di quelle cassine e possidenze. Antonio Negrone compra la cascina da Ambrogio Spinola qm. Giacomo, a sua volta erede della famiglia Gentile: ibidem, Informazione s[upr]a effetti in Nove venduti dal S[igno]r Ambr[osi]o Spinola al fa S[igno]r Antonio Negrone l’anno 1694 à 15 marzo.

[55] ASCGe, Archivio Negrone, n. 19, Conto n° 1 e n° 2 delli pagamenti fatti dall’Ill[ustrissim]o Antonio Negrone per la Massaria della Tana havuta in permuta dall’Ill[ustrissim]o Alessandro Girardengo alla forma dell’Instrumento de 26 8bre 1699 ricevuto dal Not[ar]o Ant[oni]o M[ari]a Boccardo; ivi, n. 18, 25 febbraio 1700, Rinoncia fatta dall’Ill[ustrissim]a S[ignor]a Maria Emilia figlia dell’Ill[ustrissim]o S[igno]r Gio. Battista Gentile e moglie dell’Ill[ustrissim]o S[igno]r Alessandro Girardengo à favore dell’Ill[ustrissim]o Antonio Negrone per li beni della Tana […].

[56] Ivi, n. 8, 19 marzo 1734, Estimo de’ mobili nel palazzo di Nove.

[57] Ivi, n. 19, 29 dicembre 1698; n. 19, 28 dicembre 1697, Instrumento di quitanza fatto da Gio. B[att]a et Nicolo M[ari]a Poggi di Nove. L’atto di acquisto dell’osteria in atti Gio. Geronimo Bacigalupo, 28 marzo 1694. Porta Cavanna, o porta Genova, era in corrispondenza di piazza Sant’Andrea.

[58] Ivi, n. 19, 25 aprile 1695, Antonio Maria Boccardo

[59] P.E. Bertoli, Ragionamenti e riferimenti anche superflui, su cibi, bevande e centro di ristoro dei novesi durante i primi decenni del secolo scorso, Novi Ligure 2006, p. 100.

[60]Archivio di Stato di Alessandria (ASAl), Archivio notarile del distretto di Novi Ligure, Giuseppe Maria Boccardo, filza n. 227, 18 novembre 1736. Il padre Antonio e il nonno Ambrogio seniore, e altri membri della famiglia, per disposizione testamentaria sono invece seppelliti nella chiesa di Nostra Signora del Monte a Genova dei frati francescani, ristrutturata a metà del Seicento grazie al mecenatismo di Gio. Battista Negrone.

[61]BCBGe, Notizia biografica del marchese Francesco Gaetano Negrone, patrizio genovese, Genova 1835. Dopo Francesco Gaetano Negrone (1751-1806), gran parte dei beni passeranno al fratello Giuseppe e poi, attraverso la moglie di quest’ultimo, Marina Balbi, giungeranno ad Artemisia, sposata Brignole-Sale, nel cui archivio è conservata una cospicua parte dei documenti di questo ramo dei Negrone.

[62]D. Brunetti, L’archivio storico del comune di Novi ligure. Fonti e materiali per la storia della città, Novi Ligure 2008, p. 251.

[63] Ibidem. Restano ad esempio ignoti i nomi di coloro che hanno ricoperto la carica di Governatore di Novi tra la fine del Seicento e i primi venti anni del Settecento.

[64]S. Cavazza, La comunità francescana a Novi Ligure (opera postuma), a cura di Concetta Torregrossa Cavazza, Novi Ligure, 2000, p. 61. Così scrive il parroco di San Nicolò: «il giorno 15 settembre 1766, Giovanni Battista Chiappe figlio di Giacomo, pittore insigne di anni 44 morto nel palazzo dell’eccellentissimo Gian Francesco Negroni». Il dato è da verificare e confrontare con le informazioni fornite dalle fonti a stampa settecentesche. È da approfondire inoltre il contributo dei Negrone nella formazione romana di Chiappe.

[65] G. Casalis, Dizionario geografico, storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, vol. XXVI, Torino 1854, p. 467.

[66] È pur vero che il palazzo di piazza Fontane Marose appartiene d un altro ramo dei Negrone (palazzo di via Gramsci).

[67]F. Alizeri,  Guida artistica per la città di Genova, voll. II, parte I, Genova 1847, pag. 534

[68]Si veda ad esempio il legame tra i Muratori, il pittore Giovanni David e la famiglia Durazzo, tra Novi (palazzo Durazzo e chiesa della Collegiata) e Genova (Santuario di Nostra Signora della Guardia). D. Barbieri, Una nobile famiglia genovese a Novi. I Durazzo e il loro «Palazzo di città» – parte II, «In Novitate», XXVII, 2012, I, pp. 49-66; B. Merlano, Spunti di nuove ricerche per la conoscenza della città di Novi nella seconda metà del secolo XVIII. Gerolamo Durazzo, Giovanni David, Antonio e Giovanni Muratori, in Umanisti in Oltregiogo. Lettere e arti fra XVI e XIX secolo, a cura di G. Ameri, Novi Ligure 2013, pp.147-157.


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