IL TRAGHETTATORE DI RETORTO (Predosa – AL)

di ELIO PICCHIO

Nei pressi della tenuta Retorto nel comune di Predosa, fu attivo, fin verso la fine della seconda guerra mondiale, un servizio di traghetto che collegava le due sponde dell’Orba ed era praticamente l’unico mezzo per trasferire persone, bestiame ed in particolar modo biciclette dall’altra parte del torrente, senza essere obbligati a percorrere notevoli distanze per poter usufruire di ponti, uno dei quali era addirittura a Casalcermelli, distante da Predosa circa sette chilometri. Il traghetto era chiamato comunemente er port e chi gestiva il servizio era mio padre, conosciuto come Carlo u navarò, ma il pioniere di questa attività era stato, anni prima, alla fine dell’800, il nonno paterno. Il port era costituito da due chiatte appaiate, come si può vedere nella ricostruzione eseguita da Edoardo Morgavi (foto 1), con pianale in legno e con fondo piatto, onde consentire un agevole scorrimento sull’acqua. barca 1 Foto 1

Un’eccezionale documentazione della parte anteriore del traghetto è una fotografia, qui riprodotta, scattata da un militare tedesco e datata dallo stesso: 10.9.44, con la didascalia sul retro della foto: Retorto – Blick auf Fiume Orba im Vordergrund die Fähre ‘veduta sul fiume Orba – parte anteriore della chiatta’ (foto 2a e 2b). 2a Foto 2a   2b Foto 2b

Un altro disegno – eseguito sempre da E. Morgavi – illustra una veduta complessiva della chiatta con rampa mobile (foto 3). 3 Foto 3

Per l’avanzamento del traghetto era utilizzato un cavo d’acciaio, fissato, mediante robusti ganci, al terreno presso le sponde del torrente e lungo più di cento metri. Detto cavo poggiava su di un rullo di legno ed era situato in mezzo ai due barconi. Aveva anche una funzione specifica di ancoraggio e nello stesso tempo di traino. Il navarò afferrava saldamente con le mani quella corda e, a forza di braccia, la tirava verso di sé per dirigere l’imbarcazione nella direzione richiesta. Nel caso in cui il carico fosse stato più del normale e molto rilevante, occorreva puntare i piedi contro qualche appoggio così da favorire lo scorrimento sull’acqua. Una volta arrivati alla riva opposta, per l’attracco ci si serviva di una fune, fissata ad una rampa mobile utilizzata, questa, per far scendere le persone ed il resto del carico. Più volte al giorno funzionava anche un servizio di traghettamento effettuato con una barca (foto 4, in cui si nota il dettaglio del cavo d’acciaio). Questo mezzo, lungo circa otto metri e largo 1,30, aveva il fondo piatto ed era adibito al trasporto di persone, di biciclette e di piccoli animali. Le corse giornaliere erano frequenti ed il prezzo si aggirava sulle cinque lire, cifra, questa, che veniva notevolmente ridotta per chi usufruiva di abbonamento. Come si può vedere nella bella immagine con il barcaiolo al lavoro – foto eseguita intorno al 1940 – il procedere della barca avveniva, come già descritto in precedenza per la chiatta, mediante l’ausilio di una fune d’acciaio, alla quale il traghettatore, che stava ritto sulla barca, si aggrappava e, con notevole sforzo, faceva progredire il mezzo. Il guadagno per il navarò si aggirava sulle 120-150 lire al giorno, appena quanto bastava per compensare il lavoro quotidiano, specialmente nella stagione invernale, quando – diceva testualmente mio padre – “i tempi erano duri, ma genuini, onesti e la vita scorreva semplice, senza grilli, come il sapore delle cose”. 4 Foto 4


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