La Fiera di S.Caterina

di FRANCESCO MELONE

Ci sono avvenimenti strettamente legati alla vita di una comunità, che finiscono per essere in qualche modo identificati con la storia, la cultura e le usanze di quella comunità. Per Novi Ligure Santa Caterina non vuol dire solo fiera, ma significa rievocare ogni anno buona parte di quanto di tradizione e di costume c’è in questa Città, ed allora diventa importante sapere come tali fiere fossero anche in altri tempi davvero un grosso avvenimento  e perché siano potute assurgere a tanto.

Le vicende delle fiere a Novi si perdono nella nebbia del Medioevo. Risale infatti al 22 settembre 1388 l’assenso del Duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti, sotto il cui dominio si trovava allora la nostra comunità, per l’istituzione di un mercato, che, in base alle sue prescrizioni, doveva essere aperto non più di una volta alla settimana nel luogo detto “Zerbo”, una contrada delle più antiche, corrispondente alla località dove si apriva l’omonima porta, detta anche di “S.Pietro”, per la vicinanza a questa Chiesa. Guarda caso, proprio dove oggi si svolge il mercato settimanale del giovedì.

Nel 1529 Novi, liberata dalla tirannia dei Fregoso, s’era legata definitivamente alla Repubblica di Genova ed occorreva pertanto uniformarsi agli Statuti della Superba. Il 14 luglio 1586, la disposizione del 1388 viene sostituita da un nuovo provvedimento, che tra l’altro, per incoraggiare l’afflusso dei forestieri e dei pellegrini, introduce l’uso di un salvacondotto, il cui possesso prevede l’immunità sui reati riguardanti debiti, per la durata di un mese.

Da quel tempo Novi, situata sulle strade che collegano Genova alla pianura Padana, gode di una operosa tranquillità e di un sempre crescente benessere, dovuto soprattutto al commercio di stoffe, tessuti e sete. Ricordiamo che Paolo da Novi, prima di essere eletto dal popolo genovese suo Doge e di lasciare per volere francese la testa sul ceppo 18 giorni dopo, aveva esercitato in Portoria il mestiere di tintore di seta, trasmessogli a Novi dal padre.

Genova è sempre una potenza marinara, per cui anche se le sue colonie in Oriente hanno perduto la loro importanza politica, esse si sono venute trasformando in colossali imprese commerciali. D’altra parte una vasta rete d’affari si era stabilita tra Genova ed i più importanti centri europei, e Novi era il suo primo importante abitato al di qua dei Giovi, al confine della Repubblica  e ai margini di una ubertosa pianura.

Le merci che l’Oriente poteva fornire, principalmente spezie, tessuti preziosi, tappeti, ecc. venivano assorbiti da mezza Europa – all’altra metà provvedeva Venezia – ma per ciò che costituiva genere di prima necessità e oggetto di consumo ordinario, Genova doveva dipendere dall’entroterra e soprattutto dalla Lombardia, e prima che le nevi chiudessero i passi sul giogo, doveva pensare a portarsi a casa le provviste per la stagione invernale.

Intanto il 2 agosto 1607, i Rettori della Comunità di Novi, con a capo il Sindico Orazio Cavanna, indirizzano una petizione al Serenissimo Senato della Repubblica Genovese, per ottenere l’istituzione di tre fiere annuali, suggerendo di tener conto delle seguenti festività stagionali: S.Giorgio il 23 aprile, l’Assunzione della Madonna il 15 agosto, e S.Caterina, il 25 novembre.

Non veniva chiesto né qualcosa di nuovo, né di particolare. Infatti, con un uso generalizzato in tutto il territorio dell’Oltregiogo, erano sorte nel corso dei secoli, dal XII al XVI, almeno tre fiere annuali, sia pure con date diverse per le varie località. Si aveva così una fiera di primavera, generalmente fissata in un giorno di aprile, la quale consentiva di ripristinare le scorte che l’inverno precedente aveva esaurito o ridotte, una fiera d’estate, in luglio o in agosto, per poter commerciare soprattutto il grano, ed infine quella d’autunno, fissata di regola dopo la vendemmia, per la compravendita delle uve.

Erano richieste inoltre la franchigia per i dazi ed il salvacondotto per merci e persone, di una durata di almeno otto giorni per ogni fiera.

Il Senato genovese accoglie la richiesta in data 29 agosto 1607, con un decreto, che viene reso noto ai cittadini novesi, accorsi in piazza della Collegiata, dall’araldo comunale ”de verbo ad verbum”, cioè con gli opportuni chiarimenti circa le modalità ed i diritti prescritti. Oltre alla Fiera di S. Caterina, il 25 novembre, vengono concesse altre due fiere: di S. Giorgio. il 23 aprile e l’altra di S. Bartolomeo, il 24 agosto. Benché l’allestimento di tre fiere annuali, dimostri l’intensa attività commerciale, quella di S.Caterina finirà poi col prevalere, malgrado la stagione fosse sovente poco favorevole, perché sulle altre si sovrapposero le cosiddette Fiere di Cambio.

Con la cessazione delle Fiere di Cambio, quelle delle merci, che nell’arco dei precedenti settant’anni erano rimaste un po’ in ombra e talvolta trascurate, ripresero nuovo vigore. Intanto al 3 agosto 1699 risale una richiesta  dei novesi, rivolta al Senato genovese, perché sia autorizzato il mercato settimanale il giorno di mercoledì, mentre, per quanto riguarda le fiere periodiche, il 25 giugno 1756 il Consiglio del Comune di Novi, per mezzo di Giuseppe Vaccari e Angelo Corte invia a Genova una petizione con la richiesta di spostarne le date relative, per evitare concomitanze con altre analoghe, quali le fiere di Alessandria e di Bergamo, impedire quindi una sleale concorrenza commerciale e favorire il naturale flusso dei mercanti e degli acquirenti.

Quella di S. Giorgio si vorrebbe anticiparla al 1° aprile e chiamarla Fiera di Pasqua di Resurrezione, quella di S.Caterina sostituirla con un’altra detta di S. Matteo, con inizio il 21 settembre, per collegarla al mercato delle uve; la loro durata dovrebbe essere di dieci giorni ciascuna, mentre la Fiera d’agosto potrebbe essere abolita.

Il 30 agosto 1757 queste richieste vengono accolte, ma la Fiera di S. Matteo non ha successo, per cui, dopo cinque anni di inutili tentativi di ripresa, i Padri del Comune di Novi rivolgono una nuova petizione perché venga ripristinata la Fiera di S. Caterina, annullando quella di S. Matteo.

Occorre attendere il 7 settembre 1762 per ritrovare nella sua originaria collocazione la Fiera di S.Caterina: un Decreto genovese la ripristina per il 25 novembre di quell’anno, ne stabilisce la durata e le condizioni commerciali.  Infatti ai Genovesi faceva comodo questa data perché, non solo terminava   all’incirca in quei giorni il periodo della villeggiatura, ma si potevano vendere le merci che avevano ricavato dalle nostre campagne, compreso il vino nuovo. L’esistenza del Palazzo della Dogana ne è una prova.

La sua durata doveva essere ancora di 10 giorni e nel periodo compreso fra i tre giorni prima ed i tre giorni dopo aveva validità un «… generale Salvacondotto Civile, Reale, e Personale per i debitori di qualsivoglia grado e condizione, tanto nazionali, come esteri, esclusi i debiti contratti fatti in tempo e per l’occasione delle Fiere »; i reati commessi in questo periodo dovevano essere giudicati da un Tribunale composto da magistrati novesi. Come già secoli prima, si voleva attirare a Novi il maggior numero di visitatori possibile e far conoscere la manifestazione, così come le Fiere di Cambio avevano portato per l’Europa il nome della nostra Città.

Genova possedeva una loggia a Bruges, nelle Fiandre, necessaria per i vasti commerci che aveva con questa regione e a questo proposito mi sorge il dubbio che il nome di “Leon d’oro”, dato a molti alberghi e trattorie nostrane – uno esisteva anche a Novi e altri si trovavano soprattutto sulle varie vie verso il Nord – derivi dal fiorino d’oro di quei Paesi, su una faccia del quale è rappresentato un leone rampante. Un’altra peculiarità era data dal fatto che durante la fiera giungevano a Novi dalla Savoia certi pesanti cavalli da tiro, di cui Genova, col suo territorio attraversato da territori montuosi, aveva bisogno per i suoi trasporti durante l’inverno.

Da allora, salvo alcune interruzioni dovute a guerre o a sovvertimenti politici, la Fiera di S.Caterina si è sempre festeggiata. Anche durante l’occupazione francese, nel periodo Napoleonico, la fiera non fu mai sospesa, anzi incoraggiata con un proclama del Comitato di Polizia della Municipalità di Nove in data 15 novembre 1797.

È vero che il commercio dei bovini e degli equini fu sempre il punto forte del mercato insieme alla “festa” dei tacchini che, vivi, venivano condotti alla vendita, preceduti da un bambino che lanciava loro manciate di granturco e seguiti dal proprietario. Le bancarelle dei venditori, gli artigiani, i giocolieri gli acquirenti si accalcavano allora, come ora, nelle principali vie del centro e nelle due piazze della Collegiata e della Legna (l’attuale piazza Carenzi ). Furono poi costruiti e si utilizzarono anche i portici ai lati della Porta dei Cappuccini o di Pozzolo e si aggiunsero nuovi spazi espositivi nel 1890 con la creazione del nuovo mercato in Piazza del Maneggio. Nel 1931 i banchetti furono posizionati per la prima volta anche lungo il Viale Aurelio Saffi o della Passeggiata.

Nel 1838, l’inaugurazione del Teatro “Carlo Alberto”, copia ridotta dell’allora “Carlo Felice” di Genova, offre la possibilità di abbinare commercio e spettacolo, affari ed intrattenimento. Aperto proprio il 25 novembre, coincidenza che attirerà gente anche da centri lontani, il teatro diventerà negli anni una costante di prima grandezza nell’economia della fiera, sviluppando nei novesi un amore per il palcoscenico, che, con alti e bassi, si conserva tuttora.

Per vari anni la Fiera fu dotata di premi per il miglior bestiame ed anche lo sport ebbe un suo ruolo propulsivo, con l’istituzione di gare velocipedistiche, a cui partecipavano i campioni dell’epoca.

Nell’archivio del Comune di Novi è conservato un disegno del 1880 con il titolo “Disposizione dei Baracconi sulla Piazza della Stazione per la Fiera di S.Caterina con distinta del fitto ricavato”. In seguito il Parco dei divertimenti fu trasferito in Piazza XX Settembre – con le giostre spinte a mano dai ragazzi o tirate da cavalli bendati, sino a quelle a vapore – e infine, nel secondo dopoguerra, nella Piazza del Maneggio, intitolata recentemente all’industriale Stefano Pernigotti.

La fiera si è svolta anche durante il corso delle due guerre mondiali e fu sospesa soltanto nel 1944, l’anno dei bombardamenti aerei più tragici. Nel 1940 un decreto ministeriale stabiliva la chiusura delle fiere del bestiame, ma nel 1941 venne concesso alla nostra fiera il raduno del bestiame da riproduzione, escludendo, per ragioni di razionamento, quello da macello.

A conflitto terminato ogni attività fieristica venne ripresa, senza variare di molto le sue tradizioni, ovviamente tenuto conto del progresso tecnologico anche in campo commerciale e del tempo libero; così, i buoi ed i cavalli sono stati sostituiti da trattori e da altre macchine agricole, oggi allineate lungo il Viale della Rimembranza, le giostre, assunto un aspetto fantascientifico, ruotano sempre più velocemente, il tiro a segno con le “tre palle una lira” è stato sostituito dai videogiochi, ma una cara consuetudine locale, quello del consumo del tacchino, in dialetto “bibéin”, è rimasta immutata, malgrado il volgere dei tempi ed il variare dei costumi.

A questo proposito mi sia consentito azzardare un accostamento. Il quarto giovedì di novembre si celebra tradizionalmente negli Stati Uniti il “Thanksgiving”, la Giornata del Ringraziamento, certamente la festa più popolare per gli americani dentro e fuori il loro Paese, ma soprattutto popolarissima nel New England, dove sbarcarono il 21 dicembre 1620 i pellegrini del Mayflower. Fu celebrata la prima volta dai Puritani esattamente un anno dopo, lo stesso giorno e lo stesso mese, in segno di ringraziamento al Signore per l’esito soddisfacente del primo raccolto contadino. Il culmine della festa nasce in cucina, dove su un piatto troneggia il tacchino ripieno, accompagnato da torta di zucca e verdure varie. Dunque gli ultimi giorni di novembre, al di qua e al di là dell’Atlantico sono decisamente decisivi per i gustosi pennuti originari del Messico, già consumati dalle popolazioni Maya e Incas e portati in Europa da Cristoforo Colombo.

Perciò la novese Fiera di S. Caterina e la statunitense Giornata del Ringraziamento hanno in comune non solo un’origine seicentesca, ma anche l’indubbio marchio campagnolo, simbolo delle origini contadine dei due appuntamenti annuali, che ogni generazione tramanda a quella che segue.  In questo Novi conserva e conserverà sempre, speriamo, il suo antico primato.


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