L’Albero della Libertà a Novi

di FRANCESCO MELONE

Il primo Albero della Libertà fu piantato in Francia da Norberto Pressae, curato di S. Gaudenzio, presso Civray, nel Poitou-Charentes, dipartimento della Vienne. Era il maggio del 1790 e il Comune di S.Lorenzo inaugurava la costituzione del suo Municipio ad ordinamento libero, quando quel curato pensò di rendere memorabile l’avvenimento piantando nella piazza del Comune un albero, come spesso si usava, chiamandolo non più di Maggio, o il Maggio, ma Albero della Libertà L’albero scelto fu la quercia, perché per le sue caratteristiche di longevità e di resistenza alle intemperie si riteneva che meglio rappresentasse la libertà.1

Ma non sempre erano disponibili querce, per cui più frequentemente si passò a scegliere il pioppo, anche perché, avendo il nome latino populus, pareva  che meglio rappresentasse le nuove aspirazioni del popolo. In molti luoghi insieme all’Albero della Libertà si piantava anche l’Albero della Fratellanza, volto a ricordare il patto o l’amicizia fra due territori o due città vicine e per entrambe il giorno della messa a dimora era festa solenne con il popolo che accorreva numeroso e festante.Alcune fonti affermano  che tale uso sia nato durante la guerra d’indipendenza   americana.

L’albero portava sulla cima un berretto frigio rosso e veniva adornato di fiori, di nastri nazionali, di iscrizioni in prosa ed in poesia. Indicava il luogo delle riunioni della cittadinanza ed era sacro per tutti, senza distinzione di classe o di grado, come era sacra la bandiera. La cerimonia terminava con danze e  rappresentazioni accompagnate da canti patriottici, come soprattutto la Carmagnole.

Occorre ricordare anche che nel grande giardino de Le Tuileries a Parigi verdeggiava da tempo un rigoglioso albero di maggio, che i rivoluzionari abbatterono in odio alla monarchia ed al suo posto eressero quello della Libertà.

Subito le piantagioni degli Alberi della LIbertà divennero in Francia cerimonia essenziale del nuovo ordinamento pubblico e non c’era festa patriottica che non terminasse con questo rito. Così in Francia nel maggio 1792 si erano innalzati 60 mila di tali alberi e soltanto  a Parigi se ne contarono duecento. Il suo uso venne allora regolato da un decreto della Convenzione Nazionale del 3 Piovoso dell’anno II ( 22 gennaio 1794).

Si diffusero anche fuori di Francia nelle località occupate dalle truppe francesi, soprattutto in quelle in cui già dal 1792 erano cominciate a filtrare le idee rivoluzionarie.

In Italia la presenza dei francesi nel 1796 fece piantare in molte località l’Albero della Libertà, anche se risulta che in generale le relative cerimonie lasciassero fredde le popolazioni. Il primo apparve nel 1794, per opera di un rivoluzionario pisano,     Filippo Buonarroti  – divenuto celebre per le sue attività insurrezionali – a Oneglia (che dal 1923 formerà con Porto Maurizio la città di Imperia),  e dove vi venne fondata una Repubblica, la prima in Italia, raggiunta da patrioti ed esuli di ogni parte della Penisola, dando vita ad un governo provvisorio con il programma di istituire scuole per la diffusione del pensiero rivoluzionario e per preparare insurrezioni anche in Italia.

Nell’aprile 1796, nell’ambito dei fermenti di rinnovamento in auge anche in Piemonte, sotto il regno di Carlo Emanuele IV di Savoia,  pure ad Alba si tentò un esperimento di governo autonomo costituzionale, promosso dall’albese Ignazio Bonafous, dall’abate vercellese Giovanni Ranza ed altri, con l’appoggio del generale francese Pierre F. Augereau, però ben presto fallito con l‘armistizio di Cherasco e l’intervento delle truppe piemontesi.

Nonostante Genova avesse dichiarato la sua neutralità durante il conflitto della prima coalizione antifrancese (1792-1797), il suo territorio venne ripetutamente invaso: nel 1793 da francesi e inglesi, nel 1795 dagli Austro-Piemontesi alleati contro i francesi, comandati da Napoleone. Nel 1796, con le vittorie di Cairo Montenottr, Dego e Millesimo il Bonaparte costrinse gli eserciti avversari a ritirarsi ed i suoi spostamenti interessarono anche Novi (allora Nove), in cui il 3 maggio 1796 alcuni reparti francesi si acquartierarono. Ci rimasero solo due giorni, ma pretesero rifornimenti di pane dal Governatore della Città, il quale fece presente la neutralità della Repubblica di Genova, di cui Novi faceva parte, provocando persino l’irritazione di Napoleone, che  gli scrisse direttamente anche per il fatto che, secondo lui, venivano ospitati briganti ed assassini, fuoriusciti dello Stato  Piemontese, occupato dai francesi.2

Nella primavera del 1797 anche in Novi si manifestarono simpatizzanti per la Rivoluzione francese, mentre in tutta la Liguria si registravano occupazioni da parte di truppe francesi, finché a Genova tra il 5 ed il 6 giugno 1797 i governanti della Repubblica riconobbero in un trattato con i Francesi che la sovranità su tutto il territorio sarebbe appartenuta al popolo e non ad una Città: la aristocratica Repubblica di Genova diventava la Repubblica democratica Ligure.

Il 18 aprile 1798 il territorio ligure venne diviso in Giurisdizioni, ognuna delle quali era a sua volta suddivisa in Cantoni. Novi divenne capoluogo della Giurisdizione del Lemme, comprendente i Cantoni di Arquata, Gavi, Parodi, Serravalle e Voltaggio.

A Genova di Alberi della Libertà ne furono innalzati ventidue, in diversi luoghi della città, a Novi  sei: il primo, il 15 giugno 1797, nella piazza della Collegiata, seguito da un altro  nel Castello e quattro  davanti a ciascuna delle quattro porte della città,2 ma intanto cominciarono ad esserci disordini provocati dai sostenitori del passato sistema ed il governo centrale non fu in grado di rispondere adeguatamente alle richieste di truppe per  mantenere l’ordine pubblico.

Il 29 novembre 1797 il Commissario di Polizia in Nove veniva informato che empiemente nella scorsa notte taluno erasi permesso di attentare contro il sacro simbolo della libertà, di sfregiarne e cancellarne le iscrizioni; essendo questo un atto di lesa Nazione, il più grave, il più ingiurioso alle leggi, al Governo; si invita ogni buon cittadino, ogni amico delle leggi ed amante della patria, a dare le cognizioni, lumi ed indizi che possano giovare a discoprire gli infami colpevoli.  A tal fine anche si propone il premio di venti monete da lire novantasei per chi paleserà o farà conoscere il reo di così detestabile attentato, promettendo di tenere  in tutta la secretezza li denunciatori. Non vi sarà chi non riguardi con indignazione la commessa opera dei soli nemici della Nazione e della libertà.3 Non risulta che la vicenda abbia avuto un seguito.

I frequenti mutamenti di governo fecero subire diverse vicende agli Alberi della Libertà fino ad essere  abbandonati al loro naturale arco di vita o, quasi sempre, semplicemente abbattuti, soprattutto con l’ avvento della Restaurazione nel 1815. Nel 1830  ne rimanevano, come oggetto di curiosità, uno davanti alla chiesa di Linards nell‘Haute Vienne, un altro a Paulach, Haute Auvergne, e un paio a Marsiglia,  che divennero due rigogliose querce. Nel 1848, proclamata nuovamente la Repubblica, ricomparvero in Francia, ma per breve tempo, perché nell’anno seguente il ministro dell‘Interno, Léon Faucher, ordinò che venissero tutti abbattuti. L’ordinanza fu rispettata, ma, come spesso succede, non senza proteste ed anche tumulti da parte della popolazione.

NOTE

1 Angelo F. Trucco, Gli ultimi giorni della Repubblica di Genova, C,Aliprandi Ed., 1901, p.296;à;

2.Dai Registri del prevosto G.B. Boccardi della Parrocchia di Sant’Andrea, Libro IX, Januarius 1814;

3.Archivio Comunale di Novi Ligure, Fascicolo lettere, 1797.


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