ROMAGNOLI A POZZOLO

di ITALO CAMMARATA

Chissà quanti dei nostri lettori, girando per le sale del Louvre, sono passati davanti a un enorme quadro (3 metri x 2) che ritrae un giovane cavaliere, montato su un destriero nero scalpitante e circondato da altri cavalieri armati di picche. Il pittore rinascimentale Paolo Uccello vi ha rappresentato l’episodio centrale della Battaglia di San Romano (1 giugno 1432)  cioè il “contrattacco di Micheletto da Cotignola” che fu decisivo per quella vittoria dei Fiorentini sui Senesi. Ma quel che nessuno ci racconta è che quel bellissimo cavaliere, 22 anni dopo quegli avvenimenti divenne il signore di Pozzolo Formigaro per concessione di suo cugino Francesco Sforza,nuovo Duca di Milano, e venne ad abitare con tutta la famiglia nel suo nuovo feudo e proprio in quel Castello che, pochi anni prima, il capitano Bartolomeo Colleoni al soldo dei Milanesi aveva fatto costruire per difendere il paese dalle minacce del Monferrato. Con l’aiuto di un centinaio di documenti, cerchiamo di ricostruire qui di seguito gli anni agitati che il capitano Micheletto Attendolo e i suoi discendenti vissero a Pozzolo fino alla fine del 1499.

Micheletto Attendolo era nato a Cotignola attorno al 1370 ma aveva lasciato ben presto la Romagna per dedicarsi alle armi con una propria Compagnia di ventura, proprio come faràsuo cugino Francesco (Attendolo) Sforza. Aveva combattuto in tutta Italia, servendo man mano chi offriva di più a lui e alla Compagnia ai suoi ordini. Gente tosta che si guadagnava la vita (e la morte) in questo modo. Nel 1432, come si è detto, aveva avuto il suo momento di gloria a San Romano, poi era stato perfino Viceré di Calabria ma le ultime fasi della sua carriera si erano svolte in Lombardia e in Toscana finché la Pace di Lodi(1454) aveva mandato in crisi il suo business. Si apriva un periodo di relativa tranquillità in Italia ma per garantirla occorreva sistemare tanti reduci che fino ad ora erano vissuti di guerra. A Micheletto la parentela con il nuovo Duca di Milano Francesco Sforza fruttò appunto il feudo di Pozzolo Formigaro, come annunciava una lettera[i] da Milano alla paziente comunità di Pozzolo: “Abbiamo donato quel luogo al magnifico signore Michele da Cotignola, nostro cugino, e alla magnifica madonna Isabella [da Diano], sua consorte. Perciò abbiamo voluto avvisarvi affinché vogliate prestare il debito giuramento di fedeltà e obbedienza, ed obbedirlo come fareste con Noi. Sarete così ben trattati da lui che avrete cagione di contentarvi”.

Questa lettera arrivò in un paese tutto arroccato attorno al Castello e che si stava preparando ad affrontare l’inverno del 1454 dopo avere sopportato oltre un anno di occupazione militare e di scorribande che avevano rovinato i raccolti. In paese c’era ancora Giacomo dei marchesi di Incisa, ultimo feudatario in ordine di tempo, che fu fatto sgomberare: “Sgomberare la Rocca senza eccezione alcuna”, diceva[ii] senza tanti complimenti la lettera portata “da un messo della consorte del signor Michele”, la signora Isabella che in quel momento stava a Milano ma che il 9 novembre “si partì[iii] da Milano per andare a Pozzolo in quel di Tortona”.

Ci voleva una donna tosta come lei per affrontare da sola quell’avventura in un paese ignoto. Non abbiamo nessuna cronaca del suo arrivo e del primo impatto con la popolazione ma all’inizio di dicembre Isabella scrive la prima lettera[iv] all’onnipotente Segretario ducale milanese Cicco Simonetta: “Dopo che giunsi qua, più fiate [volte] ho mandato a cacciare per potervi visitare [omaggiare] di qualche selvaticina, come richiede il mio dovere ritrovandomi in questo luogo, che è luogo di cacciagione, ma fino a qua non ne ho potuto cavare ventura [frutto] come desideravo, per soddisfare al debito che ho con VS. Ma di quel poco che ho potuto avere ne faccio parte a VS”. Così il primo cavallaro parte da Pozzolo recando sulla sella la poca cacciagione racimolata ed in tasca questa lettera, che continua così: “Se VS fosse stata informata della condizione di questo luogo, che è un porcile disfatto, mi avreste fatto provvedere di altro luogo perché da qui a un anno non potremo cavarne nessun frutto poiché questi uomini non hanno [nemmeno] da vivere”; tanto che già “se ne sono partiti una gran parte” e “se ne partiranno degli altri” in cerca di miglior sorte. Isabella spera ancora che “di maggior cosa ci farete provvedere” cioè non sembra proprio rassegnata ad arenarsi a Pozzolo.

 

Un feudo povero che si sta spopolando

Poco dopo anche suo marito Micheletto la raggiunge in paese e scrive[v] per ringraziare e per spiegare come “essendo stato in Toscana” per cercare di riscuotere quanto ancora gli devono dare i Fiorentini per i quali ha combattuto, “siamo venuti in queste parti di Lombardia[vi] e già sono 8 giorni che siamo giunti qua, dove abbiamo ritrovata la donna nostra”, che l’ha preceduto. Lo stesso giorno scrive[vii] anche al cugino Sforza raccontandogli di avere avuto poca soddisfazione dai Fiorentini che pure ha fedelmente servito (“mai non fu intesa maggiore ingratitudine”) ma dicendosi anche “certo che, se VS avesse avuta informazione che Pozzolo fosse così disfatto com’è, mi avreste fatto altra provisione”. Quel nuovo feudo, prevede, gli sarà soltanto “di spesa, senza nessuna entrata, perché gli uomini non hanno da vivere, e ho trovato che per il disagio, una parte di questi uomini sono partiti” per cercare miglior sorte altrove, nella vicina Genova o nel Monferrato. Intanto Micheletto ha già notato che “per questa Frascheta si fanno molte rubberie e non può passare persona che non sia robata, che è cosa mal fatta e assai mi dispiace, stando io in questo confine” cioè nella zona più meridionale del Ducato di Milano. Benché non abbia ricevuto un preciso incarico, Micheletto ha già “scritto a conduttori, soldati e popoli qua circostanti, ammonendoli che si debbano [com]portare onestamente e che, essendo ritrovati [in fallo], non gli sarà perdonato”.

Il cugino Duca cerca[viii] di consolarlo. Quanto a Pozzolo,gli scrive, “crediamo che l’abbiate trovato assai in disordine per rispetto alle guerre che sono state di là ma da quest’anno in avanti ne riceverete diletto e piacere e buon godimento, perché è luogo buono, dilettevole e di buona utilità e fertile”. Quanto ai disordini nella Fraschetta, “provvedete come vi pare”. Ma neanche Micheletto ha tutte le carte in regola. E’ lui stesso a farci sapere che il Duca si “è alquanto sdegnato con PietrAntonio e Raimondo, nostri figlioli”, anche loro armigeri come tutta la famiglia ed ora accusati  di avere “pigliati certi bovi agli uomini di Borgonovo”. Micheletto chiede[ix]perciò di scusarli. Abbiamo così conosciuto altri due membri della famiglia romagnola, nuova padrona di Pozzolo.

 

Le fazioni di Novi sono in armi

Passa qualche mese e Micheletto si rifà vivo col cugino Duca scrivendogli[x] che “questi miei vicini della Terra di Novi, sottoposti al Doge di Genova, sono stati dì e notte in armi per alcune loro differenze, e oggi sono venuti alle mani ed è stato morto uno di una parte e uno dell’altra, un altro ferito mortalmente, tanto che tutta quella Terra [paese] sta in armi e in grande confusione”. Ora che ha cominciato a conoscere le fazioni di Novi, chiede come dovràcomportarsi poiché, afferma, a Novi “ho grandi amicizie” anzi “uno dei principali, che ha il seguito della maggior parte, è stato qui da me e da lui ho inteso queste differenze”. Micheletto sostiene addirittura che a Novi gli sarebbe facile “avere la Terra [paese] con la Rocca” se soltanto il Duca glielo ordinasse. Novi è feudo di Pietro Fregoso che in quegli anni, però, risiede a Genova di cui è Doge. Lo Sforza sembra ignorare quella lettera di Micheletto e invece manda a Novi “il nobile Bartolomeo da Pusterla” perché cerchi di mettere pace in quel feudo,legato a Milano da un trattato di “raccomandazione”, una specie di protettorato.

A Micheletto invece scrive[xi] di aver appreso che “in quelle nostre parti di là dal Po vi sono delle persone molto mal costumate, così soldati come paesani, che vanno facendo molti eccessi e mancamenti, e [inter]rompono le strade”. Poiché il Duca desidera che “ognuno viva costumatamente” e sa bene “quando vale VS in cacciare e punire tali malfattori”, ha deciso di incaricare Micheletto “di ritrovare quei malfattori e, trovandoli, dobbiate punirli e flagellarli di ogni tormento, incluso l’ultimo supplizio” cioè la pena di morte, “come parrà a VS”. Così Micheletto si mette a fare il poliziotto ed intanto manda[xii] un messo, informato di tutto, al cugino Duca. Poco dopo, la volitiva donna Isabella si allontana[xiii] da Pozzolo per andare a Piacenza e da lì a Ferrara, Cotignola e Firenze, da dove Micheletto (come tutti i Capitani di ventura) aspetta sempre soldi arretrati. Ricordiamo che per andare a Ferrara si sfrutta la corrente del Po, andando a prendere la barca al porto di Sale.

Contro i rapinatori della Fraschetta

Intanto Micheletto impara che, facendo il poliziotto, ci può anche rimettere. Il Duca gli comunica[xiv] infatti come un uomo d’arme si lamenta che ha catturato un suo figlio, andato “con certi saccomanni a robare un mercante di strada” nella Fraschetta. Il giovane “ha confessato per paura della corda [tortura]” ma sostiene di avere un alibi: è stato “tutto quel giorno dentro Sale”. Perciò Micheletto approfondisca la cosa e intanto non lo sottoponga ad altre torture. La risposta[xv] di Micheletto tira in ballo nuovi nomi, fra cui “la donna di messer Spinetta Fregoso”, signore di Gavi (che rincontreremo fra poco) e “un prete di Novi” che è andato fino a Pozzolo a raccontargli come “un suo barba [zio] era stato arobato in sulla Frascheta”. Il Duca gli manda[xvi] perfino una lista di oggetti appartenuti ad un accusato e spariti al momento della sua liberazione, manco il povero Micheletto fosse un ufficiale di polizia, ma lui risponde[xvii] senza offendersi: “A Voi sta a comandare e a me obbedire”. In compenso, il Duca scrive[xviii] al Vescovo di Tortona rimproverandolo di aver scomunicato certi uomini di Pozzolo per debiti non pagati: tolga quella indebita scomunica, almeno “per riverenza di messer Michele”.

Ma le grane più grosse gliele procurano i due figli maschi, Pietrantonio e Raimondo, uomini già fatti che vivono con il ‘mestiere delle armi’, come il padre gli ha insegnato. Raimondo si è rifiutato di prendere parte all’assedio di Orbetello e il Duca comunica[xix] a Micheletto di avere cancellato dalle sue liste PietrAntonio e Raimondo per disobbedienza. “Mi rincresce e duole fino all’anima”, risponde[xx]il povero Micheletto chiedendo che, “quando ben errassero in alcuna cosa, voglia guardare al loro giovanile intelletto”.  La sua vicinanza a Novi gli permette di mandare a Milano notizie fresche: per esempio, “un mio fidatissimo e caro amico” l’ha  avvisato[xxi] che “certi superiori di Genova hanno messo i Castellani a Novi e a Voltaggio”, feudi entrambi appartenenti a Pietro Fregoso, in quel momento Doge di Genova. L’amico gli ha anche confidato che “questa impresa si tratta a istanza del Re di Francia”, che sta cercando di prendere il controllo di Genova per farne la base di un attacco contro la rivale Napoli.

Chi paga l’affitto del Capitano?

 Ventura da Montesicardo, Capitano del divieto [di esportare cereali] nel distretto Tortona-Alessandria riceve questa lettera da Milano: “Il magnifico signor Michele Attendoli ci ha fatto grave querela in nome dei suoi uomini di Pozzolo, dicendo che tu li astringi a contribuire al pagamento del fitto della casa del tuo officio”, dove Ventura fa capo per il controllo fiscale del territorio. I pozzolesi sostengono invece “che mai per lo passato hanno contribuito” a questa spesa, e poiché il Duca non intende “innovargli cosa alcuna”, chiede a Ventura di “informarsi diligentemente” su come sono andate davvero le cose in passato (ASMi Missive 34. Milano, 15 luglio 1456). Lo stesso giorno un’altra lettera al Podestà di Tortona precisa che Ventura ha già sequestrato “alcune bestie” ai Pozzolesi che non intendono contribuire, e ordina di prendere informazioni, insistendo che non deve essere introdotta alcuna novità nel trattamento fiscale di Pozzolo.

 

Quell’estate alcuni abitanti di Pozzolo vengono interrogati[xxii] in una megainchiesta che si sta svolgendo sulle malefatte di Giacomo Visconti, che è stato per molti anni il signore di Tortona per nomina ducale. Il Podestà di Pozzolo, Alessandro de Bonaconti di Pisa, interroga alcuni testi del paese e uno di loro sostiene di aver sentito dire “ab antiquis de Pozolo” che gli abitanti del paese non pagavano in Tortona e analogamente quelli di Tortona non pagavano in Pozzolo, per via di una convenzione fra i due Comuni. Un altro teste parla della sentenza pronunciata da Bonazonta de Fundo e che regola ancora i confini e i rapporti fiscali fra Novi e Pozzolo. Micheletto non viene nemmeno disturbato perché è l’ultimo arrivato e non potrebbe testimoniare nulla. Lui però è così attivo che arriva ad intercettare[xxiii] la posta: “Oggi ho visto una lettera diretta a Spinetta Campofregoso”, che sarebbe il suo consuocero, e ne manda a Milano il testo. Contiene il preannuncio che il francese Giovanni d’Angiò sta per sbarcare a Genova. Come infatti puntualmente accadrà.

 

Lucrezia & PietrAntonio sposi

Di un matrimonio fra un figlio di Micheletto e la figlia unica di Spinetta Fregoso, signore di Gavi, si comincia a parlare già nel 1455 cioè poco dopo l’arrivo degli Attendolo a Pozzolo. Dice una lettera al Duca: “Messer Spinetta cercava di fare parentado con il signor Michele [Attendolo] e VS ha turbata la pratica e ha fatto dire a messer Michele che non se ne impacci” (ASMi  Sforzesco 410. Gavi, 11 settembre 1455). Ma evidentemente la trattativa prosegue se, meno di tre anni dopo, Isabella Attendolo ricorda alla Duchessa di Milano (ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 4 gennaio 1458) come “si fece parentato della figliola di messer Spinetta e mio figliolo PietrAntonio, soltanto con parole di promissione e non altro”, per le difficoltà allora frapposte dal Duca. Ma “deliberando mo’ messer Spinetta e il mio consorte e io, con licenza del Duca (senza la quale non si farà mai niente) di dare fine a questo fatto”, la prega di fare in modo che “esso mio figliolo sposi la figliola di messer Spinetta”, e termina dichiarando: “Mio figliolo ha in animo di non pigliare mai altra donna se non questa”, anche se non dovesse mai sposarsi. Isabella arriva a suggerire alla Duchessa un trucco: “VS potrebbe dire che mio figlio l’ha [già] sposata”, superando così di slancio ogni opposizione del Duca.  Anche il padre della ragazza “vorrebbe che si facessero le sponsalizie” però, se al Duca “paresse che il parentado non avesse luogo, ne disponga come gli piace. Ma stare in questo modo non gli pare ben fatto, perché la puta ormai è grande e PietrAntonio viene pur qui spesso e, non essendo [con]fermate le cose”, il padre “non vorrìa che ne potesse seguire scandalo” (ASMi Sforzesco 412. Gavi, 7 giugno 1458). Così Micheletto riceve da Milano la buona notizia: “Noi ora siamo contenti che sia fatto questo sponsamento e voi potete mettervi in ordine per fare tutto quello sia necessario” (ASMi Missive 44. Milano, 10 giugno 1458). Allo Sforza quello che interessa non è la felicità dei due sposi quanto il poter controllare meglio il Signore di Gavi, così pericolosamente vicina a Genova dove pochi giorni prima si sono istallati i Francesi. Ma ora è Spinetta ad opporre strane difficoltà e sembra “quasi non ben contento di questo parentato, perché PietrAntonio non è ben sano e anche non aveva quella roba che si stimava avesse” (ASMi Sforzesco 412. Gavi, 13 giugno 1458). Lucrezia è l’unica figlia che ha e “avendo molti parenti per l’ Italia, tutti nobilie di gran reputazione”, gli pare brutto sposarla “senza farne notizia a tutti”. Meglio rimandare, anche perché “la puta è ammalata e sta in letto” (ASMi Sforzesco 412. Gavi, 15 giugno 1458). Invece una lettera del Duca a PietrAntonio e a suo padre insiste perché si facciano le nozze (ASMi Missive 44. Milano, 13 luglio 1458). Fatto sta che passeranno altri tre anni prima che Spinetta Fregoso scriva al Duca comunicandogli che PietrAntonio è andato in Toscana “per sue faccende”, fra le quali c’è questo matrimonio “e io, dal canto mio, ne sono desideroso” ma “mi trovo in grandissimo affanno” perché ha saputo delle liti scoppiate fra PietrAntonio e sua madre (ASMi Sforzesco 414. Carrara, 4 febbraio 1461). Non sappiamo quando i due si sposano, probabilmente nel 1463, ma per un bel po’ PietrAntonio non riceverà i 4000 ducati di dote.

All’inizio del 1457 le guardie sforzesche sequestrano un carro di fieno al novese Urbano Bianchi, che pure ha ricevuto il permesso di trasporto proprio da Micheletto. Il Duca interviene[xxiv] dicendo:“Non vogliamo fare meno onore al magnifico signor Michele”, che ha concesso la licenza a Bianchi, però l’ordine è che Micheletto “più non impacci di fare licenze ma che s’el vuole cosa alcuna, la chieda al Capitano del divieto, che gliela concederà”. Ci sono delle gerarchie da rispettare. E un’altra lettera[xxv] invita  Micheletto a liberare un uomo che ha fatto arrestare per rappresaglia. Ma la vicenda non trova soluzione. Un’altra lettera[xxvi] ordina a Micheletto di consegnare il Bianchi, che è sotto la sua protezione, e più tardi i suoi figli vengono rimproverati[xxvii] per essersi “appropriati di quelli bovi e del carro di biada che furono tolti a Urbano Bianchi”. Finché, per levarli di torno, i due figli di Micheletto vengono comandati[xxviii]a lasciare Pozzolo per recarsi “in certo luogo assai importante, distante di qua due o tre giornate, con 30 o 40 cavalli in armi”. Ma la loro reazione, riferisce[xxix]Micheletto, è di rifiuto:“Raimondo mi ha risposto che, considerata la disfazione che ebbero quando andarono all’impresa del Conte Giacomo, sono stati ambedue ai servizi di VS e PietrAntonio è stato ed è più del tempo a cura dei miei vizi [malesseri]”. Morale, soltanto Raimondo si degna di presentarsi. Poi ad entrambi arriva[xxx] una tirata d’orecchie per non avere ancora pagato due “maestri ricamatori”, da cui si sono fatte fare delle giornee senza saldare il costo. Anche a Micheletto arriva[xxxi] l’avviso che “messer Marco Cornaro, gentiluomo veneziano”, pretende di avere da lui ben 800 ducati. Un momentaccio, insomma, per tutta la famiglia degli Attendolo.

 

Un medico eccellente a Pozzolo per curare Micheletto

Non sappiamo quanti anni abbia Micheletto ma dovrebbe aver già passato gli 80.Non c’è da stupirsi dunque se sua moglie avvisa[xxxii]il cugino Duca che “gli è occorso un accidente di febbre, con grande difficoltà e aggravamento della sua persona” e lo scongiura di “comandare a uno dei suoi medici, il più famoso che si sia, e farlo trasferire qui perché il mio signore, essendo di matura età, ha piuttosto da peggiorare che da migliorare”. Pare che suo marito soffra di febbri catarrali. Isabella chiede anche che il cugino gli “scriva una lettera per consolarlo e dargli qualche refrigerio, essendo certissima che quando vedrà” il biglietto del Duca, il suo Micheletto ne “prenderà consolazione e sanità”. Già il giorno dopo parte[xxxiii] da Milano mastro Matteo da Gradi, “medico[xxxiv] eccellente e di meravigliosa virtù”, che non verrà via da Pozzolo “fino a tanto che non siate libero e guarito”.

Immaginiamo il clamore suscitato in paese dall’arrivo di questo luminare: come se oggi arrivasse un premio Nobel Micheletto ringrazia[xxxv] per avergli mandato “tale notabile e famoso medico”, che certo lo farà guarire, ma “se Dio stabilisse altro, poiché tutti siamo mortali”, aggiunge rassegnato,“lascerò VS protettore della mia donna e dei miei figli”. Invece già dopo due giorni scrive[xxxvi]: “Per grazia di Dio, sono forte migliorato, in modo che spero di essere ridotto a buon termine”. Si sente già così bene, ormai, che chiede[xxxvii] una licenza di “poter [fare] condurre a Serravalle certa quantità di marzòla [cereali primaverili] e un poco di frumento che ho avuto per il mio censo” per venderli. Il permesso serve per non essere accusato di contrabbando, uno dei reati più frequenti nel quadrilatero Tortona- Pozzolo- Novi- Serravalle, posto a due passi dal mercato di Genova che è sempre affamato di cereali.

Proprio per un’accusa[xxxviii] di contrabbando, il Podestà da lui nominato a Pozzolo viene convocato[xxxix] a Milano dopo essere stato “infamato da alcuni frosatori perché ha scoperto i loro mancamenti molto disonesti”. Micheletto chiede al Duca che il suo funzionario venga ascoltato celermente “perché non Le dirà bugie” e poi sia rimandato a Pozzolo, dove la sua presenza gli è necessaria per gestire il Comune. Ma quando il funzionario è a Milano il Duca gli nega udienza e lo fa arrestare sotto l’accusa di avere rubato “gualdo, fieno e vino”, tanto che Micheletto manda[xl] subito a Corte quattro pozzolesi per testimoniare a favore del suo Podestà che, assicura lui, “è ito de dì e de notte per questo paese perseguendo i cattivi” cioè facendo il proprio dovere. Tanto è vero che, mentre “questo paese era una spelonca di ladroni, ora è un Paradiso terrestre”.

 

Pozzolo da spelonca di ladroni a Paradiso terrestre

In questo Paradiso terrestre non mancano però di arrivare altre cattive notizie, come la richiesta[xli] del Capitano  Giovanni Mauruzi da Tolentino, a cui Micheletto ha dato in sposa[xlii] la prima figlia Giulia, di avere del denaro che suo padre ha prestato a Micheletto. Questo Mauruzi è l’altro cavaliere famoso che troneggia nella grande tela del Louvre a fianco di Micheletto. Il quale infatti risponde che quando combattevano insieme per i Fiorentini “fra noi era tanta amicizia che io dei suoi propri denari potevo disporre a mio piacere”. Insomma fra Capitani di ventura non si badava tanto al denaro quanto ai rapporti interpersonali … tanto che i loro figli avevano finito per sposarsi fra loro.

Intanto il Podestà di Pozzolo è sempre a Milano a difendersi delle accuse di malversazione. Micheletto interviene[xliii] di nuovo chiedendo che sia rimandato in paese perché della sua assenza “ne patisco grande detrimento”, dato che quel funzionario “attende a ogni mio fatto”, cioè in pratica governa il paese.

 

Quando i Francesi arrivarono a Novi

Micheletto non perde d’occhio quel che avviene nella vicina Novi e così nella primavera 1458 trasmette[xliv] tutti i particolari dello sbarco dei Francesi a Genova e della successiva presa di possesso di Novi: “Ieri arrivò a Novi Antonello Scalione, a nome del Duca di Calabria [il francese Giovanni d’Angiò] e questa mattina pigliò la tenuta [controllo] del Castello di Novi” piazzando sulla Torre la bandiera francese.“Poi in sul mezzodì la tenuta del Castello fu riassegnata al Castellano del Doge di Genova”, cioè a colui che già lo comandava per conto di Pietro Fregoso,“ed essendo io qua vicino e sentendo queste trame, per dare avviso a VE ho mandato un mio messo in Novi, che ha parlato con Scalione e da lui ha avuto come il Duca di Calabria ha voluto che il Castello di Novi sia [ri]assegnato al Castellano del Doge in pegno di 15.000 ducati” che ancora sono dovuti al Fregooso a saldo della promessa di 50.000 ducati fattagli dai Francesi per aver ceduto il controllo di Genova. Questa lettera termina con un rimbrotto per il Duca: “Scrivo questa benché i miei avvisi siano poco stimati da VE”, visto che “a quante lettere scrivo, a nessuna ho alcuna risposta. Nondimeno non smetterò di fare il mio dovere, come sempre fu mio costume”.

 Il Censo di Pozzolo

 Nel 1458 il feudo di Pozzolo Formigaro paga a Michele Attendolo un totale di 1000 libre, compresi 20 carri di vino e 100 carri di legna. Inoltre versa a Milano 528 libre per 130 stari di sale, 264 libre per la mezza tassa e 80 libre per il carreggio. Il paese conta circa 286 uomini. Per un raffronto: Novi ne conta 750, Serravalle 260. (ASMi Censo p.a. 2082, anno 1458)

Quello stesso giorno anche l’avvocato Luca Trotti, che lavora a Novi, spiega[xlv] ad un suo corrispondente in Tortona come “i falò che vedeste ieri” notte sono stati accesi in segno di festa perché “ieri questa Terra è stata fornita [occupata] a nome del Re di Francia ed oggi ne è stato investito messer il Doge a nome di Sua Maestà, come suo feudatario”. I falò accesi sulla collina dietro Novi servono a comunicare ai paesi circostanti il fatto nuovo e la gioia dei filofrancesi. Ora Pozzolo è diventato davvero un posto di confine.

PietrAntonio, il figlio maggiore di Micheletto, come abbiamo visto si è fidanzato con la figlia di Spinetta Fregoso, signore di Gavi, ma non sembra molto disposto a portarla all’altare. Così lo stesso Duca scrive[xlvi] a Micheletto che papà Spinetta “pare desiderare che più non sia prolungato il parentato ma siano fatti gli sponsali, e Noi gli scriviamo che ora siamo contenti che sia fatto lo sponsamento”. La fretta che ora lo Sforza ostenta è dettata forse dal fatto che (come abbiamo visto) il Doge Pietro Fregoso, signore di Novi, ha consegnato Genova ai Francesi e, perciò, tenere sotto controllo un posto strategico come Gavi è diventato essenziale.

 

Gli uomini di Novi li reputiamo come nostri

Da Pozzolo i fratelli Attendolo segnalano alcune provocazioni compiute dai Novesi,ingagliarditi dall’appoggio francese, ed il Commissario dell’Oltrepò li loda della loro fedeltà e gli raccomanda[xlvii]: “Se quelli di Novi venissero a fare disordini sulla giurisdizione” del Duca di Milano “ne facciano cosifatta punizione che fosse d’esempio agli altri”. Rispondere a qualsiasi provocazione. Ma invece i rapporti fra Novi e Milano stanno mutando rapidamente poiché il Doge Fregoso, rinunciata la sua carica,prima lascia Genova ritirandosi proprio nel suo feudo di Novi, e poi addirittura inizia azioni di disturbo contro gli stessi  Francesi ai quali ha consegnatola Liguria, lamentando di non avere ricevuto quanto promessogli. Così la posizione avanzata di Pozzolo diventa ancora più interessante per il Duca di Milano, che ora nascostamente finanzia il Fregoso (insieme all’alleato Re di Napoli), e che cambia radicalmente tono quando invita[xlviii] i fratelli Attendolo a “ben vivere e vicinare con gli uomini di Novi, perché li abbiamo cari e li reputiamo come nostri”. Infatti fra Milano e Novi c’è un vecchio accordo di protettorato. Il Duca scrive[xlix]anche a Micheletto per far cessare “i mali trattamenti” che i suoi figli e gli uomini di Pozzolo fanno ai Novesi, che è meglio tenersi buoni in quei frangenti scivolosi.

Per Novi e Pozzolo sono mesi tumultuosi che vedono il passaggio di personaggi importanti mandati dalle Corti di Milano e di Napoli a portare denari e a tener viva la reazione contro i Francesi a Genova.Nella vicina Abbazia di Rivalta viene acquartierato un corpo di cavalleria. Ma poco dopo, l’ex Doge Fregoso muore durante un tentativo di riprendere Genova ai Francesi e perciò l’avamposto di Pozzolo diventa strategicamente ancora più importante per i Milanesi. Viene chiesto[l] a Micheletto di mettere i suoi figli a disposizione degli Ambasciatori francesi che si stanno recando dal Papa, mentre crescono le tensioni fra i Pozzolesi e i Novesi (che ora vorrebbero liberarsi dei loro feudatari approfittando del fatto che la vedova Fregoso è rimasta da sola a gestire Novi). Micheletto promette[li] al Duca che farà in modo “che non avranno a dolersi”.

 

Liti in famiglia nel Castello di Pozzolo

Ma le tensioni si fanno sentire anche dentro il Castello Attendolo: “Abbiamo inteso che ti comporti molto male con tuo padre e tua madre”, tuona[lii] il Duca contro PietrAntonio, “e tratti male i tuoi uomini d’arme”. Il Duca è preoccupato “per l’affanno e discontento che ne hanno tuo padre e tua madre, soprattutto ritrovandosi loro vecchi come sono”. “A torto si lamentano di me”, ribatte[liii]però da Basaluzzo il prode PietrAntonio, lasciandoci intravvedere terribili lacerazioni familiari: “Se sapessi che la lamentela viene da mio padre, così come [invece] proviene da mia madre e dal Podestà, che mi vogliono male, non potrei vivere un’ora per il dolore”. Da una lettera[liv] di Micheletto viene fuori addirittura che questo suo Podestà è così odiato in paese che qualcuno ha tentato “di ammazzarlo di nottetempo e buttarlo in un pozzo”, e poi ancora mentre si stava recando a Milano per discolparsi. Micheletto commenta: “Non voglio consentire la sua morte perché non fui mai beccaio”.

 

Mi dolgo che mio figlio sia tanto temerario

“Ho sentito che Pietrantonio ha avuto da dire a VS dei fatti miei, della madre e del fratello certe parole disoneste e mi dolgo che sia tanto temerario”, scrive[lv]poco dopo Micheletto al cugino Duca, “e sono certo che VE lo abbia ripreso, avendo detto alcuna cosa che non sia da dire del padre, della madre e del fratello”. Invano il Duca cerca[lvi] di metter pace in quella bega familiare: “Chi vi ha dato quella informazione ha fatto male”: PietrAntonio “non ha sparlato né detto alcuna cosa disonesta contro voi”. Invece “abbiamo inteso da verso Genova, e per altra via, dei modi e costumi inonesti usati dalla vostra donna e da Raimondo” verso PietrAntonio. Il Castello Attendolo sembra diventato un nido di vipere, tanto che donna Isabella e il figlio Raimondo devono andare[lvii] fino a Milano a chiarire le cose. Poco dopo lo stesso Raimondo viene duramente ripreso[lviii] dal Duca per una rappresaglia compiuta contro gli uomini del Bosco, come “se ci fosse guerra bandita” cioè dichiarata. Pozzolo sembra diventato off-limits.

Per arrotondare le magre entrate di Pozzolo, Micheletto ha preso a fitto un mulino e cerca di convincere i suoi sudditi ad andare lì a macinare il loro grano, con le buone o con le cattive. Puntuale arriva[lix] però alla Corte di Milano la lamentela di “Pietro e Thomeno fratelli de Ponzano”, i ricchi cittadini tortonesi che sono titolari dell’antico Molino del Manuele sulla Scrivia, “al quale gli uomini di Pozzolo volontariamente sono obbligati ad andare a macinare li loro grani”. Esiste evidentemente un vecchio accordo che prescrive ai Pozzolesi di servirsi di quel molino e non di altri. Infatti l’ordine del Duca al cugino Micheletto è: “Queste sono cose disoneste & che fanno sdegnare i nostri cittadini. Provvedete che li gentiluomini di Pozzolo vadano a macinare, come sono obbligati” cioè al Molino del Manuele.

Intanto PietrAntonio è stato mandato a combattere nel Napoletano contro i Francesi. Il genovese Galeotto Spinola denuncia[lx] di essere stato “straziato e maltrattato” mentre si trovava a passare per Pozzolo e su Micheletto piovono rimproveri. Un uomodarmi di Raimondo uccide[lxi] un altro soldato vicino alla Pieve di Vezzano e viene incarcerato a Tortona.

 

Anche se mio figlio mi avesse dato cento ferite

Micheletto tiene d’occhio le fazioni dei vicini di Novi e quando gli riferiscono che nel paese si fa “grandissimo rumore, e chi gridava Franza e chi gridava Duca”, lui vi manda[lxii]il figlio Raimondo, con soldati e paesani, “per intendere come passavano le cose ma anche per parlare con madonna”  Bartolomea Fregoso, l’energica vedova rimasta da sola al governo di Novi. Un rapporto mandato[lxiii] proprio da Pozzolo (dove si è rifugiato) dal novese Matteo Anfossi è molto più esplicito sulle lotte fra le fazioni guelfa e ghibellina novesi che si stanno scannando dentro Novi. Poco dopo, Micheletto si ammala di nuovo e riceve[lxiv] gli auguri del Duca, che lo incoraggia a “riconciliarsi con il sommo Creatore, perdonando ad ognuno e massimamente ai vostri figlioli”. E’ sua moglie a rispondere[lxv] : il marito è già fuori pericolo e lei ha perdonato il figlio PietrAntonio, anche “se mi avesse dato cento ferite”. Anche Micheletto ringrazia[lxvi] delle “graziose profferte ricevute” in quell’occasione e prega il cugino Duca “di avere per raccomandati la donna mia con questi figlioli”.

Ma le beghe di famiglia non sono finite. Appena guarito, Micheletto infatti scrive[lxvii] una dura lettera contro suo genero Marco, marito della figlia Francesca, che si mostra irriconoscente: “E questo è il buon merito dei servizi che gli ho fatto, come se fosse stato mio figliolo!”, si lamenta. Questa vicenda che riguarda la dote di Francesca Attendolo va avanti per tutto il 1461.

 

I lavori di ampliamento del Castello

Con il 1462 scoppia una nuova grana: “Il Comune e gli uomini di Pozzolo fanno lamenta di voi che, facendo fabbricare un Castello in quel luogo di Pozzolo, li gravate a [prestare] carregio e opere per l’edificio”, gli scrive[lxviii] il Duca. Evidentemente Micheletto sta facendo qualche ampliamento del Castello colleonesco per poter abitarvi con maggior comodità e perciò pretende che i suoi sudditi gli  mettano a disposizione mezzi di trasporto [carregio] e manodopera. Il vecchio soldato risponde[lxix] con una lunga lettera: “In 6 anni che ho tenuto questo luogo, si sanno i buoni trattamenti che [i Pozzolesi] hanno avuto da me, e sempre con dolcezza, perché [nel paese] ci sono due parti: una Guglielmesca e l’altra Savoina” cioè legate rispettivamente a Guglielmo di Monferrato e ai Savoia fin dal 1447, quando in paese si era discusso animatamente a chi affidarsi: cioè a Milano, ai Savoia oppure al marchese di Monferrato. “Ma quando [recentemente] si è vociferato della morte” del Duca, aggiunge Micheletto, “ho visto e toccato con mano che non mi posso fidare di loro, e che sono uomini di perversa natura”. Per questo ha deciso di proteggere con una nuova porta “il ridotto dove abito”, e dove stava a suo tempo il Colleoni. E qui Micheletto si lascia andare all’ira raccontando che, prima del suo arrivo a Pozzolo, gli abitanti “avevano gettata per terra” proprio quella casa che lui sta ricostruendo,“e spartiti fra di loro i quadrelli [mattoni] di cui era fatta”. Come per cancellarne anche il ricordo.

 

Non intendo stare in mano di villani senza discrezione

Senza quella nuova costruzione, dice, “non mi confiderei di star sicuro né di potermi guardare da loro”. E ne scrive[lxx] anche a Cicco Simonetta, chiarendo: “Non intendo stare in mano di villani senza discrezione” e chiedendo un intervento su “questi villani, ingannati da tanto bene che gli ho fatto, acciò che abbiano materia di starmi obbedienti”. Purtroppo il cugino Duca proprio in quel periodo sta molto male in salute, tanto che da molte parti si segnalano atti di ribellione; perciò la Corte si affretta a scrivere[lxxi] a Micheletto e ai suoi uomini cercando di mediare. Dìano una mano al feudatario e ne avranno vantaggio anche loro. Intanto arriva a Pozzolo sua figlia Francesca, forse separatasi dal marito, e così Isabella ne informa[lxxii] il Duca e coglie l’occasione per mandare a Corte “della frutta che si ritrova in questa Fraschea”, che poi si scopre essere invece del lino raccolto nei dintorni e prezioso per farne tessuti.

Micheletto riceve in regalo un cavallo e ne ringrazia[lxxiii] il cugino perché “pare che si ricordi di me, vostro servitore, quantunque sia distante dal cospetto” del Duca, che non vede più da anni. Fino a questo momento non c’è nessun atto formale scritto che testimoni l’investitura del feudo di Pozzolo a Micheletto. Perciò nel Castello di Pozzolo viene redatta una lunga pergamena con cui Micheletto, probabilmente intrasportabile, delega[lxxiv] il suo cancelliere Giovanni Tarufiad andare alla Corte di Milano per formalizzare la cosa. L’investitura feudale viene concessa[lxxv] poco dopo e presenta una sorpresa: oltre a Micheletto e ai due figli maschi che conosciamo (PietrAntonio e Raimondo) cita anche un terzo figlio minore, Giacomo, che ritroveremo più avanti (ma altre sorprese ci attendono).

 

La morte di Micheletto nel Castello di Pozzolo

Due giorni dopo, Micheletto è già morto: “Giunto che fui a casa”, comunica[lxxvi]infatti suo figlio Raimondo, “trovai il signor mio padre molto aggravato, tanto che giovedì alle XII ore e mezza di notte passò da questo mondo”. E’ stato signore di Pozzolo per quasi 10 anni. Da Milano giungono[lxxvii] condoglianze ma poiché Micheletto era ormai “in decrepita età e ha speso tanto lodabilmente e virtuosamente i suoi anni”, bisogna farsene una ragione. Dalle condoglianze si capisce che PietrAntonio è assente da Pozzolo e milita sotto Alessandro Sforza: infatti gli viene concessa[lxxviii] una licenza per poter venire a casa “per comporre i fatti tuoi con i tuoi fratelli acciò che possiate vivere insieme quietamente e fraternamente”. Una pia speranza.

Non sappiamo dove abbia trovato sepoltura il corpo di Micheletto. Probabilmente non a Pozzolo, in quanto la moglie Isabella ricorderà[lxxix]più tardi che suo marito aveva già dotato “una Cappella nella chiesa di Cotignola, con ordine che ogni dì vi fosse detta una messa in remissione dei suoi peccati”. E questo è un segnale importante. che dimostra come gli Attendolo si siano considerati sempre provvisori a Pozzolo.

Intanto nel Castello di Pozzolo cominciano le prime grane. Micheletto non ha mai pagato gli 8 ducati che deve a un milanese per un libro dato a suo tempo a Marco Attendolo, un altro figlio (forse illegittimo, di cui finora non si era mai parlato) il quale ha seguìto gli studi a Pavia e che ritroveremo fra poco. Ora arriva l’ordine[lxxx] di rimborsare il banchiere ebreo che ha preso quel libro in deposito. Poi PietrAntonio ritorna a fare il soldato di ventura qua e là per l’Italia mentre Raimondo si ferma a Pozzolo, da dove manda rapporti[lxxxi] sulle azioni di polizia che compie contro contrabbandieri, falsificatori e ladri, che nella Frascheta non mancano di sicuro. I due fratelli si ritrovano alla Corte di Milano soltanto per litigare fra loro e dirsi “l’uno contro l’altro delle cose assai, che non gli è stato di nessun onore”, scrive[lxxxii] Isabella. La povera madre sente “grandissima malinconia e dispiacere” per questi figli litigiosi “che non mi dànno in questa mia vecchiezza se non malinconia”. Per non dover convivere con loro, la donna chiede[lxxxiii]addirittura di avere in feudo “quel povero loghetto della Terra di Basaluzzo[lxxxiv] per poter fare la mia vita vedovile in pace. Altrimenti non c’è in Lombardia donna più sconsolata di me”. Per questo motivo va[lxxxv] fino a Milano, dove però sono tutti indaffarati nella conquista di Genova e la pregano di “avere un poco di pazienza”. Con l’annessione milanese di Genova e della Liguria, Pozzolo perde un po’ della sua importanza di posto di frontiera. Quell’estate una grossa grana scoppia[lxxxvi] dopo che gli uomini di Raimondo sono accusati di avere rapinato un prete spagnolo fermatosi a dormire a San Giuliano.

 

Quando Pozzolo bruciò per due volte

Forse per toglierlo di torno, Raimondo viene mandato[lxxxvii]a combattere contro i Turchi fino in Albania, passando per Ancona, ma occorre un sollecito[lxxxviii] ducale per smuoverlo da Pozzolo. E proprio in sua assenza scoppia un incendio che brucia “circa un quarto” di Pozzolo, compresi bestiame e scorte. “Non c’è luogo più misero di qua dal Po”, piange[lxxxix] Isabella, “perché questi non hanno alcuna industria né veruna cosa se non da seminare grano”, ed anche il raccolto 1464 è andato male, “in modo che sono tanto indeboliti che è una pietà la miseria loro”. Questa lettera è diretta al Segretario ducale in quanto, scrive l’astuta Isabella con una mossa tutta femminile, “il Duca non mi ama come stimavo e [ri]tenevo fermamente”. Però tre settimane dopo è costretta a rivolgersi[xc] al Duca:  “Domenica passata, a sette ore di notte, fu posto fuoco in una casa della Villa [paese] e, per la terribile furia del vento, il fuoco si sparse per tutta la Villa, tanto che è bruciata tutta eccetto sei case”. E’ il secondo incendio che scoppia in paese in un mese, e viene il sospetto con non tutto sia spontaneo. Ma bisogna anche tener presente che questi villaggi quattrocenteschi sono delle vere e proprie bombe, stipati di paglia, fieno, granaglie e legna da ardere in costruzioni con molto legname e strettamente accostate fra loro.

“Ognuno stimava che bruciasse anche il Castello se non fosse stato soccorso da quelli di Novi e del Vescovato di Tortona, che corsero alla defensione” attraversando la Scrivia. Anche un funzionario ducale comunica[xci] che “gli uomini di Pozzolo per sua disgrazia quest’anno sono bruciati due volte: in una parecchie case dentro [il recinto del]la Fortezza, l’altra volta la più parte e, quasi in tutto, la Villa. Perciò, tra questo e il mal raccolto, sono disfatti in tutto”. “Non è rimasto altro che le mura”, riassume[xcii] una lettera della vedova Bartolomea Fregoso, signora di Novi.

Non c’è da stupirsi se in paese si scatenano i disordini, tanto che alla povera Isabella arrivano[xciii] duri rimproveri dal Duca. Intanto continua la lite familiare sulla dote di Francesca Attendolo, cui sono stati promessi mille ducati da dividersi in parte uguali fra i tre fratelli maschi: a PietrAntonio arriva[xciv] l’ingiunzione a pagare e lo stesso[xcv] a Giacomo, suo fratello minore, che in una lettera[xcvi] si lamenta:”Mio padre non mi lasciò niente se non la legittima e, per non essere in età di poter dire le mie ragioni né intendere i fatti miei, dovetti stare a discrezione dei miei fratelli e soprattutto di Raimondo, che era allora amministratore, e se non fosse per l’aiuto di mia madre, quel poco che ho, basta a fatica a far le spese ed è necessario che mia madre mi vesta e calzi del suo proprio”. Addirittura “è bisognato che madonna mia madre abbia impegnato una sua veste di velluto per provvedere a vestirmi”. Perciò lui rifiuta di versare la sua parte per la dote della sorella Francesca.

Perché non mi concede il feudo di Basaluzzo?

Abbiamo visto che gli Attendolo hanno preso a fitto un Molino ad acqua e pretenderebbero di obbligare[xcvii] i sudditi ad andarvi a macinare invece di ricorrere all’antico Molino del Manuele [Ponzano], che i Tortonesi hanno costruito di fronte a Villalvernia. Così ad Isabella arriva l’ordine di non prendere iniziative “contro quello che è stato consueto” per tanto tempo. Suo figlio Raimondo, che dovrebbe andare a servire nel Regno di Napoli, si libera da quella incombenza dichiarando[xcviii] che la madre è “in pericolo di morte”  ma questo pericolo non deve essere così imminente se poco dopo la stessa Isabella scrive[xcix] ancora allo Sforza per chiedere per sé “quel povero Castelletto di Basaluzzo ovvero altro luogo”, pur di andarsene da Pozzolo.

La donna rievoca quello che ha fatto suo marito per il Duca e spera che anche lui “si ricorderà del tempo passato e si muoverà a compassione dei fatti miei”. La decadenza della famiglia Attendolo si legge chiaramente in questa frase desolata: il Duca “avrà compassione di quello che siamo stati a quello che siamo al presente”.

 

Io vado a comprare cavalli

Ma il Duca non avrà tempo di fare niente. Poco dopo, infatti, Francesco Sforza muore e il Ducato di Milano entra in crisi. Il Governatore sforzesco di Genova ordina[c] a Raimondo di “andare a Genova subito con tutti i suoi. Gli ha scritto caldamente stringendolo con molti argomenti ad andare subito con tutti li suoi e con 50 uomini dei migliori di Pozzolo” per mettere in sicurezza Genova. Raimondo risulta già posto[ci] a sorvegliare l’Abbazia di Rivalta ma poco dopo è in marcia[cii] verso Genova “con una bella squadra di 28 corazze”, e di lui si scrive che “veramente è tanto affezionato” alla Duchessa vedova “e [tanto] desideroso di farle cosa grata che sarìa impossibile scriverlo”.

Poi tutto riprende come prima e ricominciano le liti familiari. PietrAntonio Attendolo, che ha sposato la figlia del signore di Gavi, è in lite[ciii] con il suocero per via della dote e sostiene che “già da tre anni sopporta i carichi del matrimonio senza dote”. PietrAntonio e la moglie Lucrezia si lamentano[civ]infatti che il Castello di Gropparello, ricevuto in dote, “è molto aggravato di tasse”. Invece Raimondo sembra si sia messo a commerciare. Il Governatore di Alessandria segnala[cv]infatti che è stato visto al porto fluviale di Masio sul Tanaro “con quattro cavalli e va verso il Piemonte”, e a chi gli ha chiesto dove andava, ha risposto “Io vado a comprare cavalli”. Ma non si allontana da Pozzolo, dove lo raggiunge[cvi] l’ordine di tenersi a disposizione del Marchese di Monferrato, ora alleato di Milano. Alcuni suoi soldati vanno a rubacchiare “fieno e strame” a quelli di Carbonara, che ne catturano due e, al terzo, “aprirono l’interiora di tre ferite mortali”, come protesta[cvii] Raimondo, dicendosi meravigliato di se stesso per non essersi lasciato “trasportare in qualche disordine verso quei villani” che hanno osato ammazzargli un soldato.

 

Il nuovo Duca di Milano nel Castello di Pozzolo

Nell’estate del 1468 Pozzolo e il suo Castello sono travolti dai festeggiamenti[cviii] per l’arrivo della sposa del nuovo Duca, che viene dalla Francia e sbarca a Genova. Per la prima e unica volta un Duca di Milano soggiorna nel Castello per qualche ora in attesa della sposa. Raimondo viene incaricato[cix] di prepararsi ad accoglierla e poi di recarsi[cx] a Milano per i festeggiamenti. Anche Raimondo è tentato dal matrimonio[cxi] con  una nipote di Giovanni da Tolentino mentre suo fratello Pietrantonio viene arruolato[cxii] dai milanesi. Ma quando nella primavera del 1470 vengono rinnovati i giuramenti di fedeltà al Duca, nel documento[cxiii] di Pozzolo figurano soltanto Isabella e i due figli PietrAntonio e Giacomo mentre Raimondo verrà dichiarato[cxiv] disertore e la sua parte di feudo viene acquistata da sua madre. Pochi anni dopo, anche il fratello PietrAntonio fugge dal suo feudo di Gropparello, che gli verrà sequestrato[cxv] dal Duca perché risulta oberato di debiti verso i banchieri ebrei di Piacenza.

Sua madre Isabella si fa viva[cxvi] col Duca per raccomandargli quel “figlio naturale della buona memoria di mio marito”, che si chiama Don Marco, è un benedettino e ora vorrebbe entrare nell’Abbazia di S.Stefano di Tortona. Per un altro parente, il figlio di Francesca Attendolo, viene richiesta[cxvii] l’assegnazione di “una Cappella chiamata del Corpo di Cristo”; Micheletto l’ha dotata “di certe poche proprietà”, che il ragazzo sfrutterà per “darsi alla virtù e studiare”. Il mestiere delle armi non fa più per gli Attendolo.

Io mi ritrovo privata dell’eredità

Isabella muore[cxviii] a Pozzolo agli inizi del 1477 dopo avervi soggiornato 23 anni. Anche per lei come per il marito non sappiamo se abbia trovato sepoltura nella chiesa locale ma, prima di morire, ha fatto uno strano testamento nominando suoi eredi i nipoti Michele e GianBattista, figli di suo figlio Giacomo, e ignorando gli altri figli. Anche Raimondo nel frattempo è morto in guerra dopo essere stato condannato per diserzione,ed ora la sua vedova Giulia Mauruzi accorre a Pozzolo con i due figli ma si accorge di non poter stringere nulla. “Io mi ritrovo con quattro fiolini, due maschi e due femmine, privata dell’eredità”, piange[cxix] con la Duchessa di Milano, rimasta anch’essa vedova dopo l’assassinio del Duca. La nuova investitura[cxx] del feudo verrà fatta a nome di Michele e GianBattista (tutore è nominato Basilio da Monsummano) nonché[cxxi] a Giacomo Attendolo. Scoppia la classica lite fra eredi,perché PietrAntonio Attendolo si ritiene[cxxii] “spogliato di una certa camera posta nel Castello di Pozzolo”.

Lasciato senza padroni, Pozzolo rischia di cadere vittima dei vicini. Arriva a Milano la supplica dei Pozzolesi che lamentano come il Signore di Novi ha mandato 600 dei suoi a invadere il loro territorio, portando via alcuni buoi e ferendo degli uomini. Se ne parla[cxxiii]perfino nel Consiglio di Stato milanese. Uno degli argomenti[cxxiv] del contendere è “la strada che parte da Pozzolo per andare alla Pieve di Busseto” che, secondo una vecchia sentenza, i Pozzolesi possono percorre “senza fare pagamento alcuno di dazio a quelli di Novi”, mentre i Novesi non sono d’accordo. L’altro nodo è invece la lite[cxxv] che i Novesi hanno con i Cavanna, proprietari del Castello di Gazo. Un anno dopo, quella lite sulla strada è ancora in piedi[cxxvi] senza soluzione.

All’inizio di gennaio 1482 si apprende[cxxvii] che PietrAntonio Attendolo si è arruolato con il capitano Roberto Sanseverino. Nulla di grave se il Sanseverino non fosse in quel momento in rotta con la Corte sforzesca, che perciò ha mandato[cxxviii] un piccolo esercito per cacciarlo dal suo feudo di Castelnuovo- Pontecurone. Invece PietrAntonio si salva in corner e viene addirittura nominato[cxxix] Commissario di Castelnuovo, in attesa che la vicenda si chiarisca dopo la fuga del Sanseverino.

 

Battaglia urbana dei Pozzolesi in piena Tortona

“Essendo oggi capitato” a Tortona un Matteo da Sestri, abitante di Pozzolo, il quale l’anno passato ha rubato a Pozzolo circa 20 sacchi di frumento a Facino Ponzano, cittadino tortonese, e volendo farlo prendere ordinai ai Conestabili delle porte che serrassero i rastelli e, avendo assaltato Matteo in mezzo alla città per prenderlo, un certo Perino Bottazzi di Pozzolo con un suo fratello e circa 12 fanti armati con balestre, rotelle e partesane si sono posti alla difesa combattendo continuamente fino a porta genovese, scaricando balestre e lanciando partesane e poi armata manu aperto il rastello contro la volontà del Conestabile e usciti per forza”  (ASMi Comuni 82. Tortona, 18 maggio 1482). Questa è una denuncia presentata al Duca dal Podestà di Tortona ma la risposta da Milano è di intervenire contro questi audaci “capestri”.(ASMi Missive 152ter. Milano, 23 maggio 1482).

 

PietrAntonio e il fratello Giacomo dichiarano al Fisco di possedere in feudo 2/3 di Pozzolo, da cui ricavano 532 lire, 13 carri di legna e 4 brente di vino più il diritto di far tagliare 20 carri di fieno nei prati della Fraschetta. Sono definiti “condomini” in una lettera[cxxx] che gli ordina di mettere come comune Podestà un certo Gaspare da Corte, dato che non riescono a mettersi d’accordo fra loro. Ai due fratelli viene confermato[cxxxi] il feudo di Pozzolo in uno dei tenti rinnovi periodici e l’atto cita anche Pietro e Virgilio Attendolo, figli del fu Raimondo; ma poco dopo scoppia un caso singolare.

 

Giacomo Attendolo dà fuori da matto

La vedova Giulia Attendolo insieme ai figli di Giacomo avvisano[cxxxii] la Corte che il povero Giacomo Attendolo, ultimo figlio di Micheletto, “è in tutto matto e senza intelletto” e chiedono di interdirgli “l’amministrazione dei beni acciò che non abbia cagione di gettarli via”, e di proibirgli di sposarsi “acciò che per demenza non venisse a sposare qualche persona vile” cioè non nobile, “a vituperio della Casa” Attendolo. Sembra la solita bega fra fratelli se non fosse che Giacomo viene anche accusato di “venire molte volte ad atti furiosi” cioè di dar fuori da vero pazzo “in modo che è necessario tenerlo rinchiuso e custodito”. Il Podestà di Tortona viene incaricato di andare a Pozzolo: verifichi la veridicità delle accuse e, se sono vere, affidi i beni di Giacomo a suo figlio Micheletto, che è già “di età adulta e di buon intelletto”: Infine potrà autorizzare i parenti a “farlo rinchiudere, con discrezione, in luogo onesto e custodirlo quando perviene a tale insania e furore di mente che sia pericoloso e vergognoso lasciarlo in libertà”. Ma l’ultima raccomandazione è “che lo trattino bene, avendo compassione del suo caso e facendolo osservare e continuamente accompagnato da qualche persona discreta”.Questo episodio è interessantissimo perché ci rivela quale fosse l’atteggiamento del tempo nei riguardi della malattia mentale.

Giacomo è nato probabilmente da un padre ormai vecchio e non è raro in questi casi che emerga qualche difetto genetico. Ma da una lettera apprendiamo altri curiosi particolari che creano una specie di giallo. La manda[cxxxiii] una donna di Alessandria, Agnese Bernaregio, che ricostruisce: “Nel mese di marzo Giacomo Attendolo, dei condomini di Pozzolo, vissuto coniugato circa 20 anni e già passato un anno della sua vedovanza, per maggior bisogno che mai di fedele servizio di mogliere, per essere ormai attempato e non volendo essere maneggiato dalla nuora e nemmeno dal figliolo, che aspira alla sua eredità, mandò un suo messo in Alessandria per contrarre matrimonio  con una cittadina e gentildonna di Milano, chiamata Agnese da Bernareggio, donna di età perfetta, ben nata e di ottima fama, essendo prima convenuta la dote”. Giacomo ha avuto modo di conoscerla a Pozzolo, dove la donna ha alcuni beni, ed evidentemente l’ha già sposata con qualche complicità che non conosciamo. La donna ora chiede che la loro unione sia riconosciuta e rispettata dai parenti.

A questo punto il Duca si lava[cxxxiv] le mani da questo affare troppo complicato, che probabilmente si trasformerà in una faticosa convivenza di tutti gli eredi dentro il Castello. Infatti un documento[cxxxv] del 1493 dichiara che nella divisione dei beni il Castello di Pozzolo è rimasto indiviso “perché non può essere diviso” e la sua custodia rimane affidata a PietrAntonio anche se la cognata (vedova di Raimondo) si è fatta dare le chiavi con la scusa di dovervi riporre del grano e poi non le ha restituite. Viene nominato[cxxxvi] un tutore per i figli minori di Raimondo mentre le rispettive offese vengono medicate[cxxxvii] davanti al giudice. Virgilio Attendolo viene perfino condannato[cxxxviii] per aver contrabbandato 10 carichi di grano da Pozzolo a Novi.

 

Il maestro venuto da Castelnuovo

Nella primavera del 1494 è l’intera comunità di Pozzolo a citare[cxxxix] Giulia Attendolo per via del censo feudale. Poi a Pirro Attendolo arriva[cxl] l’ingiunzione a pagare l’insegnante Agostino Grassi di Castelnuovo, che per due anni è stato ingaggiato “ad erudiendos pueros in re letteraria” venendo a fargli scuola nel Castello,e che ora vuol essere pagato. E l’anno seguente è l’intera comunità a presentare un ricorso[cxli] contro i fratelli Pirro e Virgilio Attendolo, i figli di Raimondo, che sono arrivati a “battere e ferire le persone e molte altre cose disoneste”. Il ricorso chiede di sospendergli l’obbedienza, altrimenti i Pozzolesi saranno “costretti ad abbandonare detto luogo”. I due vengono inutilmente convocati a Milano.

Quando all’inizio del 1497 Pozzolo viene presa per pochi giorni da una banda di ribelli filo francesi (che hanno occupato[cxlii] anche Novi) PietrAntonio corre a Milano a riferire i guai passati dal paese, poi presenta un esposto[cxliii] contro “gli uomini di Pozzolo, che si sono ribellati contro di me e di mia nipote vedova, nella venuta dei Francesi”. Chiede giustizia al cugino Duca, in primo luogo “per essere quello che siamo, io e mia nipote col suo putino, appresso a Vostra Signoria e per aver sopportato danni grandissimi e perdita di robe per opera di tali ribelli”. E se per caso il Duca avesse fatto grazia ai colpevoli, “la debba revocare, atteso che, per vigore dei privilegi feudali, spetta a noi fare la punizione a tali delinquenti”. Anche Giulia Attendolo si fa raccomandare[cxliv] “per non essere conveniente che il suddito debba imporre carichi al suo superiore, cosa contro natura”.

 

Il nuovo feudatario si chiamerà Yves d’Alègre

Mancano soltanto due anni alla conquista francese del Ducato di Milano, che rimescolerà le carte del mazzo. Nel 1500 il feudo di Pozzolo verrà infatti donato dal Re di Francia al suo Capitano Yvesd’Alègre. Gli Attendolo presenteranno ricorso rivendicando ancora i loro diritti e nel 1508 gli eredi di Michelino Attendolo, figlio del fu Giacomo, verranno ad un compromesso[cxlv] con Yves d’Alègre. Si tratta dei minori Michele (15 anni) e Francesca Attendolo (16), rappresentati dallo zio materno Rodolfo Vincemala, ed il compromesso con il Capitano francese viene affidato a due principi del foro, gli avvocati Ambrogio de Talenti di Firenze e Ambrogio Zanca di Milano. I due minori rivendicano da tempo “la metà del Castello e della giurisdizione di Pozzolo”, che il padre Michelino ha ereditato da suo padre Giacomo (si ricorderà che Raimondo Attendolo era stato escluso dall’eredità), e hanno mosso causa al d’Alègre davanti al Senato milanese per far revocare la brutale espropriazione subìta nel 1500. Il Capitano francese, invece, sostiene che Pozzolo gli spetta “in totum” perché gliel’ha regalato il suo Re. L’accordo ora raggiunto fra le parti è questo: Yves d’Alègre rilascia ai due Attendolo 1/6 della giurisdizione e dei dazi di Pozolo nonché 1/6 del Castello, però riservandosi di utilizzare il “Castro et  fortalitio ac arce seu Rocca pro toto tempore eius vite” cioè finché vivrà; in cambio di questa riserva, egli consegna ai due ragazzi una casa “idonea e comoda” in Pozzolo. Il d’Alègre si obbliga inoltre a rilasciare ai due la metà dei beni allodiali “che sono stati dei loro predecessori”, cioè 270 pertiche di terreno. Nel 1513, ritirandosi i Francesi dal Milanese, Pozzolo viene addirittura concesso[cxlvi] per breve tempo a Bartolomeo della Rovere, un nipote del Papa.

Seguono anni di cause finché  da un documento[cxlvii] apprendiamo che “nel mese di agosto 1539 Francesco Attendolo, di casa sforzesca, vendette al signor Sauli la metà del Castello di Pozzolo Formigaro per 1500 scudi d’oro”. In realtà Francesco lamenta di avere ricevuto soltanto 500 scudi “con gran fatica e stenti” dal Sauli,che si è preso 36 pertiche di terra al prezzo di 5 libre la pertica senza mai pagare.

Così si chiude la storia della famiglia Attendolo a Pozzolo, dove nulla rimane a ricordare il loro tumultuoso passaggio.

NOTE

[i] ) Archivio di Stato di Milano (d’ora in avanti ASMi). Registri Ducali 51. Milano, 16 ottobre 1454.

[ii] ) ASMi Missive 20. Milano, 20 ottobre 1454.

[iii] ) Biblioteca Ambrosiana. Trotti 230.

[iv] ) ASMi Sforzesco 768. Pozzolo, 1 dicembre 1454. Quasi mai questi documenti recano l’indicazione ‘Formigaro’.

[v] ) ASMi Sforzesco 768. Pozzolo, 3 dicembre 1454.

[vi] ) Pozzolo era considerato indiscutibilmente territorio lombardo.

[vii] ) ASMi Sforzesco 768. Pozzolo, 3 dicembre 1454

[viii] ) ASMi Missive 20. Milano, 6 dicembre 1454.

[ix] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 9 dicembre 1454.

[x] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 16 luglio 1455

[xi] ) ASMi Missive 20. Milano, 9 settembre 1455.

[xii] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 2 novembre 1455.

[xiii] ) Biblioteca Ambrosiana. Trotti 230. Milano, 19 novembre 1455.

[xiv] ) ASMi Missive 20. Milano, 20 novembre 1455.

[xv] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 21 novembre 1455.

[xvi] ) ASMi Missive 20. Milano, 26 novembre 1455.

[xvii] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 4 dicembre 1455.

[xviii] ) ASMi Missive 34. Milano, 8 marzo 1456.

[xix] ) ASMi Sforzesco 1621. Milano, 27 maggio 1456

[xx] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 27 maggio 1456.

[xxi] ) ASMi Sforzesco 411. Pozzolo, 23 luglio 1456.

[xxii] ) Archivio Storico Comune Viguzzolo, Titoli antichi.

[xxiii] ) ASMi Sforzesco 411. Pozzolo, 20 agosto 1456.

[xxiv] ) ASMi Missive 34. Milano, 23 febbraio 1457.

[xxv] ) ASMi Missive 34. Milano, 28 febbraio 1457.

[xxvi] ) ASMi Missive 34. Milano, 2 maggio 1457.

[xxvii] ) ASMi Missive 34. Milano, 8 giugno 1457.

[xxviii] ) ASMi Missive 34. Milano, 28 settembre 1457.

[xxix] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 30 settembre 1457.

[xxx] ) ASMi Missive 36. Cremona, 3 novembre 1457.

[xxxi] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 2 febbraio 1458.

[xxxii] ) ASMi Sforzesco 1479. Pozzolo, 27 febbraio 1458.

[xxxiii] ) ASMi Missive 34. Milano, 28 febbraio 1458.

[xxxiv] ) Si trattava del famoso professor Giovanni Matteo Ferrari da Gradi che insegnava all’Università di Pavia.

[xxxv] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 3 marzo 1458.

[xxxvi] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 5 marzo 1458.

[xxxvii] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 9 marzo 1458.

[xxxviii] ) I.Cammarata, La banda del grano. Novinostra LI, giugno 2011.

[xxxix] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 29 marzo 1458.

[xl] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 11 aprile 1458.

[xli] ) ASMi Missive 44. Milano, 12 aprile 1458.

[xlii] ) Quando Raimondo Attendolo sposa una figlia del Mauruzi quel matrimonio viene celebrato in versi dal celebre poeta F.Filelfo in “Orazione epitalamica degli sponsali della magnifica donzella Giulia Mauruzi col magnifico cavaliere Raimondo Attendolo”. Le cose si fanno in grande ma poi rimangono i debiti da saldare.

[xliii] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 18 aprile 1458.

[xliv] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 8 maggio 1458.

[xlv] ) ASMi Sforzesco 412. Novi, 8 maggio 1458.

[xlvi] ) ASMi Missive 44. Milano, 10 giugno 1458.

[xlvii] ) ASMi Sforzesco 769. Tortona, 8 luglio 1458.

[xlviii] ) ASMi Missive 44. Milano, 8 maggio 1459.

[xlix] ) ASMi Missive 44. Milano, 21 luglio 1459.

[l] ) ASMi Missive 44. Milano, 6 ottobre 1459.

[li] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 10 ottobre 1459.

[lii] ) ASMi Missive 44. Milano, 26 gennaio 1460.

[liii] ) ASMi Sforzesco 716. Basaluzzo, 31 gennaio 1460.

[liv] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 11 febbraio 1460.

[lv] ) ASMi Sforzesco 769. Pozzolo, 1 marzo 1460.

[lvi] ) ASMi Missive 44. Milano, 6 marzo 1460.

[lvii] ) ASMi Missive 44. Milano, 9 aprile 1460.

[lviii] ) ASMi Missive 44. Milano, 24 giugno 1460.

[lix] ) ASMi Missive 44, Milano, 20 luglio 1460.

[lx] ) ASMi Missive 49. Milano, 21 agosto 1460.

[lxi] ) ASMi Sforzesco 769. Tortona, 2 dicembre 1460.

[lxii] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 20 gennaio 1461.

[lxiii] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 20 gennaio 1461.

[lxiv] ) ASMi Missive 52. Milano, 10 febbraio 1461.

[lxv] ) ASMi Autografi 160. Pozzolo, 12 febbraio 1461.

[lxvi] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 12 febbraio 1461.

[lxvii] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 6 marzo 1461.

[lxviii] ) ASMi Missive 52. Milano, 13 gennaio 1462.

[lxix] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 18 gennaio 1462.

[lxx] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 19 gennaio 1462.

[lxxi] ) ASMi Missive 52. Milano, 26 gennaio 1462.

[lxxii] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 9 febbraio 1462.

[lxxiii] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 23 agosto 1462.

[lxxiv] ) ASMi Sforzesco 1529. Pozzolo, 30 dicembre 1462.

[lxxv] ) ASMi Sforzesco 1529. Milano, 15 febbraio 1463.

[lxxvi] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 18 febbraio 1463.

[lxxvii] ) ASMi Missive 52. Milano, 22 febbraio 1463.

[lxxviii] ) ASMi Missive 61. Milano, 24 febbraio 1463.

[lxxix] ) ASMi Famiglie 9. Pozzolo, senza data.

[lxxx] ) ASMi Missive 63. Milano, 4 novembre 1463.

[lxxxi] ) ASMi Sforzesco 770. 14 marzo 1464.

[lxxxii] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 6 maggio 1464.

[lxxxiii] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 14 maggio 1464.

[lxxxiv] ) Il paese dipendeva da Alessandria ed era in vendita: fu acquistato infatti nel 1467 da Pietro F.Visconti.

[lxxxv] ) ASMi Sforzesco 774. Pozzolo, 9 giugno 1464.

[lxxxvi] ) ASMi Sforzesco 717, Alessandria, 20 luglio 1464 e Bosco, 24 luglio 1464 nonché Missive 63. Milano, 21 luglio 1464.

[lxxxvii] ) ASMi Frammenti missive ducali 2b/XXVII. Milano, 3 agosto 1464.

[lxxxviii] ) ASMi Missive 63. Milano, 16 agosto 1464.

[lxxxix] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 31 agosto 1464.

[xc] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 20 settembre 1464.

[xci] ) ASMi Sforzesco 717. Bosco, 20 settembre 1464.

[xcii] ) ASMi Sforzesco 420. Novi, 20 settembre 1464. L’espressione della Fregoso potrebbe far pensare che Pozzolo avesse delle mura. Invece qui intende parlare dei tronconi di mura delle case, rimaste nude dopo il crollo dei solai.

[xciii] ) ASMi Missive 63. Milano, 20 novembre 1464.

[xciv] ) ASMi Missive 61. Milano, 26 novembre 1464.

[xcv] ) ASMi Missive 63. Milano, 26 novembre 1464.

[xcvi] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 9 dicembre 1464.

[xcvii] ) ASMi Missive 63. Milano, 31 luglio 1465.

[xcviii] ) ASMi Missive 63. Milano, 8 ottobre 1465.

[xcix] ) ASMi Sforzesco 770. Pozzolo, 9 novembre 1465.

[c] ) ASMI Sforzesco 425. Serravalle, 12 marzo 1466.

[ci] ) ASMi Sforzesco 771. Tortona, 12 marzo 1466.

[cii] ) ASMi Sforzesco 425. Busalla, 15 marzo 1466.

[ciii] ) ASMi Sforzesco 427. Milano, 6 settembre 1466.

[civ] ) ASMi Sforzesco 775. Castello di Gavi, 19 dicembre 1466.

[cv] ) ASMi Sforzesco 775. Alessandria, 23 marzo 1467.

[cvi] ) ASMi Sforzesco 466. Milano, 17 giugno 1467.

[cvii] ) ASMi Sforzesco 845. Pozzolo, 16 agosto 1467.

[cviii] ) I.Cammarata, Il matrimonio del secolo passa per la Fraschetta,Novinostra 2010.

[cix] ) ASMi Sforzesco 775. Pozzolo, 29 maggio 1468.

[cx] ) ASMi Sforzesco 771. Pozzolo. 8 giugno 1468.

[cxi] ) ASMi Missive 89. Milano, 22 maggio 1469.

[cxii] ) ASMi Missive 89. Milano, 6 agosto 1469.

[cxiii] ) ASMi Registri Ducali 51. Milano, 20 marzo 1470.

[cxiv] ) ASMi Registri Ducali 51. Milano, 6 aprile 1470.

[cxv] ) ASMi Missive 116. Abbiate, 10 aprile 1474.

[cxvi] ) ASMi Sforzesco 777. Pozzolo, 27 aprile 1474.

[cxvii] ) ASMi Autografi 160. Pozzolo, 22 maggio 1474.

[cxviii] ) ASMi Autografi 160. Pozzolo, 25 gennaio 1477.

[cxix] ) ASMi Comuni 75. Pozzolo, senza data

[cxx] ) Archivio di Stato di Torino. Paesi Nuovo Acquisto. Mazzo 15. Milano, 13 giugno 1477.

[cxxi] ) ASMi Sforzesco 1543. Milano, 13 giugno 1477.

[cxxii] ) ASMi Sforzesco 773. Tortona, 12 gennaio 1478.

[cxxiii] ) Acta in Consilio secreto Mediolani. Milano, 5 luglio 1478.

[cxxiv] ) ASMi Sforzesco 779. Alessandria, 12 marzo 1479.

[cxxv] ) ASMi Sforzesco 779. Alessandria, 26 luglio 1479.

[cxxvi] ) ASMi Famiglie 52. Milano, 5 dicembre 1480 (due documenti).

[cxxvii] ) ASMi Sforzesco 774. Tortona, 5 gennaio 1482.

[cxxviii] ) I.Cammarata, Storie sforzesche. Voghera 1996.

[cxxix] ) ASMi Sforzesco 774. Castelnuovo, 10 febbraio 1482.

[cxxx] ) ASMi Missive 158. Milano, 1 agosto 1483.

[cxxxi] ) ASMi Feudi Camerali p.a. 471. Milano, 15 febbraio 1485.

[cxxxii] ) ASMi Missive 166. Milano, 17 aprile 1485.

[cxxxiii] ) ASMi Famiglie 9. Pozzolo, senza data.

[cxxxiv] ) ASMi Missive 166. Pavia, 18 luglio 1487.

[cxxxv] ) ASMi Sforzesco 1492. Besnate, 8 agosto 1493.

[cxxxvi] ) ASMi Sforzesco 1111. Vigevano, 8 settembre 1493.

[cxxxvii] ) ASMi Sforzesco 1113. Milano, 17 novembre 1493.

[cxxxviii] ) ASMi Sforzesco 1493. Vigevano, 20 gennaio 1494.

[cxxxix] ) ASMi Sforzesco 1493. Vigevano, 10 maggio 1494.

[cxl] ) ASMi Sforzesco 1493. Alessandria, 6 agosto 1494.

[cxli] ) ASMi Comuni 75. Pozzolo, 9 aprile 1495.

[cxlii] ) I.Cammarata, Terra bruciata a Novi- Tattiche di guerra sforzesche un Novinostra XLII, dicembre 2002.

[cxliii] ) ASMi Sforzesco 1185. Tortona, 18 febbraio 1497.

[cxliv] ) ASMi Famiglie 9. Ghedi, 15 settembre 1497.

[cxlv] ) ASMi Notarile 2979, Milano, 21 luglio 1508- 25 agosto 1508.

[cxlvi] ) ASMi Famiglie 6. ……….. / marzo 1513.

[cxlvii] ) ASMi Famiglie 6. ………./ 24 novembre 1547.


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