Sulle origini di Novi

di VINCENZO ALBERTO TRUCCO

Il primo documento, autentico e certo, che si riferisce a Novi, è quello che ci racconta come, nel gennaio 1135, un’ambasceria spedita da Genova a Novi e capeggiata da certo Bongiovanni Cainardo, giunse qui ed ottenne da tutti gli abitanti, riuniti un assemblea nella chiesa di San Nicolò, l’adesione ad una alleanza con Genova e Pavia, particolarmente diretta contro Tortona. Prima di esso, conservato nell’Archivio di Stato di Genova, non se ne conoscono altri, confermati veridici ed autentici. Quel documento non solo si riferisce a Novi, in modo indubbio, ma di Novi narra una precisa vicenda, tale che si può, fino ad ora, considerare la prima pagina della sua storia.

Questo documento ci dice che in quell’anno Novi era già organizzata secondo gli schemi del governo comunale. Vi si parla dei cinque consoli che ne erano alla guida, delle classi sociali in cui il popolo era diviso, vi si dimostra cioè in modo esplicito che essa a tale data aveva certamente almeno un paio di secoli di vita, tenendo conto delle circostanze storiche di quell’età. Del resto non mancano documenti che con data anteriore al 1135 parlano di Novi, ma si tratta di documenti in cui ad essa si accenna in modo per lo più oscuro e comunque senza la minima indicazione di avvenimenti che la riguarderebbero. Ne accenneremo più avanti

Mancando quindi altre notizie certe non vi si può supplire inventandole. Sono perciò da relegare nel mondo delle favole le storie che parlano di un Tolomeo Ancisa, profugo dalla distruzione di Libarna, e quelle dei 9 castelli.

È risaputo che a nessuno piace riconoscere di avere natali oscuri, o poco illustri, quando è abbastanza facile e comodo fabbricarsene di famosi o fantastici. Del resto anche i Romani, giunti al colmo della potenza cantata dal poeta Orazio, hanno inventato la storia di Romolo e Remo, allattati da una lupa, e non da una donna di facili costumi, ed a loro volta discendenti dall’eroe Enea, figlio della dea Venere, costretto ad abbandonare la città di Troia, distrutta dai Greci vincitori.

Questa leggenda, di gente scampata alla distruzione di una città, che ne abbandona le rovine per andare a fondarne un’altra, è piaciuta a molti  e non pochi hanno voluta ripeterla sull’esempio di Roma e di Venezia. Riguardo a quest’ultima, è certo il fatto che deve la  sua origine ai profughi di Aquileia e Padova, i quali, per sfuggire alle orde di Attila, si rifugiarono, verso il 450 d.C., nelle isole della vicina Laguna.

Non c’è quindi da stupirsi se c’è stato chi, con molta immaginazione, ha voluto adattarla anche per Novi. Questi è stato il letterato novese  Lorenzo Capelloni, nato nel 1492, il quale, nei suoi “Ragionamenti vari con accidenti misti”, dedicati nella seconda metà del 1500 al Serenissimo Duca di Savoia, Emanuele Filiberto, racconta che Novi deve il nome alla circostanza che i proprietari di nove castelli, e cioè Castel Gazzo, Castel Dragone, Santa Maria di Avignano, La Motta, Vignale, Castel Serra, S.Ruffino, Castel Marenco e Busseto, « volendo unirsi e fermarsi all’ombra di una torre per formarvi una sola popolazione », l’abbiano chiamata perciò col nome di Nove.

A parte  il fatto che, oltre a riuscire arduo identificare oggi l’esatta ubicazione di parecchi fra i nove castelli, disparatamente lontani uno dall’altro, si ha la fondata impressione che taluni di essi fossero situati fuori dal territorio della Novi primitiva. Inoltre  il Capelloni racconta che quei nove castelli facevano corona ad una torre costruita da un console romano a difesa della via Emilia. Ciò rende ancora più inverosimile il racconto, perché senza dubbio una simile torre sarebbe stata un castrum, e cioè una fortezza, con una importanza ben maggiore di quella di ciascun castello.

Se il documento del 1135 rappresenta la prima pagina su Novi, ne abbiamo un altro che costituisce la prefazione della nostra storia cittadina. Non si tratta di un documento su pergamena o su carta, ma è scritto virtualmente sul terreno. Prima di parlarne, ricordiamo sommariamente i criteri seguiti dai Romani nel campo dell’agrimensura, costituendo un catasto rurale così accurato e minuzioso, che le sue tracce sono ancora non solo visibili, ma evidenti.

Quando Roma conquistava un nuovo territorio, il principale obiettivo che gli amministratori si ponevano era quello di difendere e preservare le terre acquisite da eventuali tentativi di recupero da parte delle popolazioni sottomesse e. non potendo mantenervi presidi militari, vi inseriva genti provenienti da altrove, come ex legionari con funzione di controllo su ceppi autoctoni, oppure cittadini romani disposti a cercare fortuna in altri paesi, oppure inserendo coloni anche indigeni, ma di provata fedeltà. In altre parole Roma in quel territorio fondava nuove colonie,

I terreni destinati alle assegnazioni ai legionari veterani e quelli dati con pieno diritto di proprietà ai privati, venivano divisi per mezzo di linee tra loro perpendicolari, chiamate decumanicardini, in tanti quadrati, detti centurie, perché formati da cento lotti uguali di due jugeri ciascuno, cioè aventi l’area di poco più di mezzo ettaro attuale e chiamati heredia, perché costituivano in genere l’unità ereditaria.

Tale suddivisione aveva una giustificazione pratica, perché l’heredium = 2 jugeri corrispondeva all’incirca alla superficie di terreno che una coppia di buoi aggiogati  (jugum= giogo) poteva arare in un giorno. V’era infine il mezzo jugero, detto actus quadratus, che era la più piccola particella del catasto rurale. Ricapitolando, l’actus era la metà di un jugero, a sua volta metà di un heredium e cento heredia costituivano la centuria, ragion per cui si chiama centuriazione la formazione del catasto rurale. Il confine decumano era orientato da est ad ovest, mentre il kardo era diretto secondo nord-sud. Queste linee venivano tracciate con l’aiuto di uno speciale strumento, chiamato groma, e non  erano solo confini, ma indicavano viottoli campestri adatti al passaggio dei carri; ogni 5 decumani ve n’era uno più ampio, che era una vera e propria strada vicinale,  larga 3 metri e mezzo, detta quintana.

In varie parti d’Italia e anche altrove (specialmente in Tunisia), nonostante le variazioni avvenute nella topografia da oltre due millenni di storia, più di 10.000 km² hanno conservato nel suolo sicure tracce di centuriazioni, riferite alla viabilità, ai confini fra proprietà, all’andamento dei fiumi e dei rivi di scolo.

Ora, il fatto che nella pianura fra la Scrivia e l’Orba gli antichi Romani abbiano eseguito una centuriazione è evidente. Infatti  è ben visibile dalle carte topografiche dell’Istituto Geografico Militare e confermato in modo ancor più manifesto dai rilievi aerofotogrammetrici e che quindi la zona era abitata e coltivata. Si nota che  i centri abitati attualmente esistenti sono situati su vie centuriali, salvo poche eccezioni, e anche Novi è situata in corrispondenza della centuriazione, anzi proprio su una via quintana. Non si vuole affermare che tali insediamenti siano sorti ai tempi di Roma antica, ma che, al loro sorgere, approfittarono dei confini e delle strade, già tracciate dagli agrimensori romani.

La nostra Frascheta era attraversata dalle tre vie consolari che facevano capo a Dertona, (l’attuale Tortona) e cioè la Via Fulvia, la Via Aemilia Scauri e la Via Postumia e quindi è perfettamente logico supporre che anche per questo motivo la regione fosse abbastanza popolata. Del resto non mancano le vestigia ed i reperti romani rinvenuti. Ma sull’argomento non abbiamo notizie certe e dovranno trascorrere numerosi secoli prima che ci si possa imbattere in un documento che alluda a Novi e così siamo costretti a saltare dagli Antonini ai Carolingi, cioè dall’Impero Romano a quello Sacro Romano Germanico dell’età medievale, per giungere alla fine dei secoli dell’alto Medio Evo, quando già baluginava, per quanto fioca e incerta, la luce dei tempi nuovi.

Un diploma datato 5 novembre 979 del sassone Ottone II, imperatore del Sacro Romano Impero, conferisce al vescovo di Tortona Giseprando la districtio, ossia la somma dei poteri un tempo spettanti ai Conti laici della città, cioè sulla città stessa di Tortona e per tre miglia all’intorno fuori dalle sue mura, circa quattro chilometri e mezzo. Inoltre gli conferisce gli stessi poteri su tre insediamenti, enclaves distanti da Tortona una quindicina di chilometri: Viqueria (Voghera), Garbania (Garbagna) ed un castellum quod dicitur Novum. Ora questo castello è la nostra Novi ed il documento è davvero il primo che la riguarda?

Alcuni storici ritengono che questo castello sia Castelnuovo Scrivia, ma non ne producono alcuna prova, altri invece sostengono che sia Novi, adducendo il seguente ragionamento, sulla differenza dei significati di castrum e castellum:  il castrum era un complesso col suo territorio, la sua popolazione e con pertinenze esterne, mentre il castellum era un semplice, anche se importante,  edificio di un fortilizio. Ora nel diploma si usa la parola castrum per Voghera e Garbagna, mentre il termine castellum verrebbe usato per indicare un insediamento tanto recente da non avere ancora un nome ed ovviamente ancora di dimensioni ridotte, per cui si potrebbe riferire a Novi. Favorevoli a questa tesi vi sono altre considerazioni sia sulle diverse distanze delle due località da Tortona, sia dal punto di vista della convenienza politica, che non è il caso qui di esaminare.

Altri documenti successivi parlano di Novi. Un diploma del 981 ancora di Ottone II  ed un altro di sua madre, l’imperatrice Adelaide, del 999, entrambi conservati oggi nell’Archivio di Stato di Milano, elencano 36  corti, donate al Monastero di S.Salvatore di Pavia, tra le quali Novi. L’autenticità di queste carte è messa in dubbio o meglio si pensa che siano state manipolate per fini impropri. Il Monastero di S.Salvatore di Pavia era ricchissimo, ma si sa che chi più ne ha più ne vorrebbe, e perciò vi fu forse uno zelante priore, che stese il primo dei due diplomi, imitato poi da un suo  successore, che estese il secondo.

O forse, più plausibilmente – e non sarebbe nella storia di quei tempi né il primo, ne l’ultimo caso – si limitarono a ricopiare documenti autentici, aggiungendovi a quelli già scritti, nomi di altre località. Importante per noi constatare che nel 981 e nel 999 si citava Novi, e se anche i documenti davano per vera una donazione, che forse non c’era veramente stata, se nominavano Noue insieme con Puzolo, Pastoriana ed altri luoghi, vuol dire che Novi già allora esisteva, perché si può falsificare un documento, ma non una località. Aggiungiamo che l’imperatrice Adelaide era venerata come santa e inoltre reggeva l’Impero, come vedova di Ottone I il Grande, durante la minorità del nipote Ottone III, per cui il suo avallo era  difficile da smentire.

Inoltre, in disaccordo con quanto affermato all’inizio di queste note, non pochi storici hanno ritenuto che il primo documento accennante a Novi sia quello del 1006, con il quale Giovanni, Vescovo di Genova, per compensare la chiesa di S.Siro della perdita della dignità di cattedrale, avvenuta a favore della chiesa di S.Lorenzo, dona a S.Siro un certo numero di località e decime in Carosio, Voltaggio, Gavi e Novi. Ma il documento originale non ci è pervenuto e la copia, eseguita nel sec. XIV, che si conserva anch’esso nell’Archivio di Stato di Genova, è a sua volta ricavata non dall’originale, ma da altra copia del 31 marzo 1332.

Nella carta in esame la località che si crede sia Novi è scritta con i termini in oua e si può ritenere che si tratti dell’errore dell’amanuense, che avrebbe dovuto scrivere in noua, ma siamo ancora nel campo delle ipotesi, perché esiste  nei pressi di Castelnuovo una località nominata Ova e nulla vieta che sia questa quella compresa fra le altre donazioni.

Ancora, nel 1050, in un atto notarile stipulato nell’isola di Tiro (o del Tino, nel golfo di La Spezia), compare come uno dei testimoni tale Albertus de Novi. Si pensa che questa, nel nominare la sua patria, abbia omesso la “s” finale dell’ablativo plurale o che non l’abbia scritta  lo scrivano, il che rientrerebbe nell’uso di quei tempi, poco rispettosi delle regole della grammatica latina. Comunque anche in questo caso, non essendoci prove certe, il nesso con Novi è da escludere.

Infine, per completare l’elenco cronologico della documentazione che potrebbe riguardare la nostra Città, è nota una bolla datata 1092 di papa Clemente III, che conferma ai Canonici di Reggio la proprietà di una corte situata nel Tortonese e detta Nova: … curtem unam in Terdonensibus, que dicitur Nova . C’è chi ritiene che si tratti di Novi, ma non è nemmeno da escludere l’opinione di chi pensa invece che si tratti ancora di Castelnuovo. Infatti, come si è visto, in parecchie carte medievali l’attuale Castelnuovo Scrivia è chiamata Castrum Novum. Ciò non ci permette di escludere che questa “corte” del 1092 sia stata Novi. Certo, con questo non siamo ulteriormente illuminati sulle vicende novesi di quei tempi: potrebbe darci la conferma che allora Novi esisteva già, ma sarebbe una conferma inutile, perché dell’esistenza della nostra località nel secolo XI siamo ben certi.

È indubbio infatti che Novi sorse nella seconda metà del X secolo a seguito della colonizzazione di nuove terre, in precedenza incolte. È anche certo che i colonizzatori provenivano dalle antiche corti di Marenco e di Bosco, con le quali Novi mantenne sempre stretti legami. Non è possibile stabilire una data precisa per l’evento, non essendo questo avvenuto in un sol giorno e nemmeno in un solo anno. È però possibile circoscriverlo in pochi anni, tra il 981 ed il 999, specie per quanto riguarda l’assunzione del nuovo centro ad importanza tale da renderne necessaria la citazione nei documenti.

Ricordiamo che la “corte” era il centro del latifondo ed era un gruppo di edifici in cui risiedevano, oltre al Signore, i coltivatori della terra ed altri lavoratori; però con l’andar del tempo si chiamò “corte” anche un insediamento umano meno importante, come il villaggio. Così si spiega perché Adelaide parlasse di 36 corti e papa Clemente III, se davvero alludeva a Novi, la indicasse con le parole:  curtis… que dicitur Nova .

La nascita e lo sviluppo del nostro borgo sono strettamente legati alla nascita ed alla potenza del Monastero di San Salvatore di Pavia, fondato dall’imperatrice Adelaide nel 971 o nel 972 fuori dalla porta occidentale di Pavia, detta marenca, sul luogo ove sorgeva un antichissimo oratorio omonimo. Tra i molti beni che gli  vennero subito assegnati vi furono le corti di Marengo e d’Orba, già importanti centri di transito e di sosta di re e imperatori, e beni che costituivano un complesso unitario di terreni, colti ed incolti, posti fra Bormida, Orba e Scrivia. Di conseguenza la colonizzazione delle terre incolte subì un notevole impulso, con l’obbligo per gli assegnatari di pagare la quarta parte del ricavato al Monastero.

Sorsero nuove case, nuovi borghi e tra essi Novi.

È noto che le proprietà di istituzioni religiose erano allora intoccabili e preservate dalla cupidigia di eventuali signorotti confinanti. Per S.Salvatore esiste una specifica bolla papale del 24 aprile 972, con la quale Giovanni XIII accoglie sotto l’apostolica benedizione il nuovo Monastero e, tra l’altro, proibisce a chiunque, dall’imperatore al più modesto governante, di alienare o sottrarre in qualsiasi modo i suoi beni.

Novi potrà così crescere e prosperare come libero comune ed i monaci potranno tranquillamente riscuotere il loro quarto, sino a quando Pavia sarà forte e potente. Nel corso dell’XI secolo non vi è quindi storia di Novi, proprio a causa della sua tranquilla ed immutabile situazione politica.

La “Prima pagina della storia di Novi” del 1135, citata all’inizio, va vista come il risultato dell’alleanza tra Genova e Pavia, accettata di buon grado dai Novesi, poiché diretta contro la vicina e temuta Tortona. Ma le cose evolvono rapidamente. Nella lotta dei liberi Comuni contro l’Impero, Novi, stretta tra Genova e Tortona, non può che parteggiare per queste, senza schierarsi contro Pavia. Non si tratta quindi di una alleanza offensiva, ma piuttosto, come si direbbe oggi, di neutralità benevola verso una delle parti, atteggiamento che fu tenuto, del resto, dalla stessa Genova e che risparmiò a Novi le devastazioni della guerra e l’occupazione pavese.

La stella di Pavia andava intanto declinando e la vicina Tortona si faceva sempre più minacciosa. Dopo averla conquistata più volte, Tortona dovrà però sempre rinunciare a Novi. Significativa, in tal senso, è anche la Carta Novarum del 1192, dalla quale si evince che Novi, dopo un periodo di forzata soggezione, è costretta sì ad accettare una alleanza con Tortona, ma questa deve rinunciare ad ogni diritto di signoraggio, ossia alla riscossione di tasse.

Per potersi impadronire “legalmente” di Novi, Tortona dovrà pagarla a caro prezzo (Adquistum carum  fecit Terdona), sborsando, nel 1232, 5700 lire pavesi al Marchese del Monferrato, che verso il 1225 – è ancora da stabilire come, ma probabilmente a seguito dell’alleanza con Pavia e per dedizione spontanea dei Novesi – ne era diventato Signore.

Intanto il Monastero di S.Salvatore di Pavia conserva i suoi diritti e nella metà del 1200 riscuote ancora, o cerca di riscuotere, gli utili sui residui possedimenti novesi, ancora piuttosto consistenti. Ma per farlo deve ora ricorrere ai buoni uffici di Tortona, Signora di Novi.


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