VITTORIO EMANUELE I DI PASSAGGIO A NOVI, A GENOVA SECONDA CAPITALE DEL REGNO

di GIAN MARINO DELLE PIANE

Caduto Napoleone, Genova, occupata dagli inglesi, riceve il 24 aprile 1814 da lord William Bentinck, comandante delle forze del Mediterraneo, un governo provvisorio a forma repubblicana, con Girolamo Serra a presidente, calcato sulle orme della costituzione del 1797, richiamata in vita con piccole modificazioni.[i]

Il 29 aprile le truppe inglesi entrano in Novi, dove il Corpo di Guardia si acquartiera nel palazzo di Lazzaro Negrotto (poi Delle Piane) in piazza della Collegiata. Tra il nuovo governo provvisorio ed i rappresentanti della Municipalità novese si ha uno scambio di lettere, per mezzo dei membri del consiglio Paolino Sauli e Luigi Peloso, che ricevono i ringraziamento per le azioni intraprese a favore degli inglesi, a cui seguirà l’elargizione da parte dei lord Bentinck per l’erezione in Novi dell’artistica fontana in marmo, sormontata dalla statua di un pastore dalla cui zampogna zampilla l’acqua, opera di Giuseppe Gaggini, per adornare piazza della Collegiata.[ii]

Genova fa ogni possibile sforzo per mantenere la propria indipendenza ed autonomia, ed il suo patriziato, che aveva subito con la caduta del regime oligarchico e durante il periodo napoleonico le sue maggiori diminuzioni, torna ad essere classe di governo, con l’immissione di nuovi elementi della borghesia emergente.

Mentre è impegnata a ricostruire l’antico regime con qualche opportuno cambiamento, per adeguare ai tempi nuovi questo tipo di governo ormai superato dagli eventi, appare subito che gli sforzi del suo ceto dirigente sono vani, in quanto il suo destino era già segnato dal 1806, con la promessa del ministro inglese William Pitt di annessione al regno di Sardegna.

E’ facile immaginare con quale predisposizione d’animo il governo provvisorio la Municipalità di Genova, secondo gli ordini ricevuti dal comando inglese, prendono i provvedimenti per ricevere per la prima volta il re di Sardegna Vittorio Emanuele I che, lasciata Cagliari il 2 maggio a bordo del vascello inglese Bojne, dove resta in qualità di reggente la regina Maria Teresa d’Asburgo Este, dovrà sbarcare a Genova per prendere possesso del suo Stato di terraferma.[iii]

Il re approda a Genova il 9 maggio e prende alloggio nel palazzo di G.B. Domenico Carrega (ora sede della Camera di Commercio) in via Nuova (poi via Garibaldi), ed il suo seguito in quello di Giuseppe Cambiaso (ora Banca Fineco) sull’altro lato della via.[iv]

Per quei giorni era già stato disposto un festeggiamento in onore di lord Bentinck, che aveva chiesto di attendere l’arrivo del sovrano, al quale per l’occasione era stata preparata una poltrona distinta.

Ricevuto da una deputazione del Municipalità, il re si pone al centro delle altre due poltrone, riservate al presidente Serra ed al Bentinck, contornate da quelle dei senatori; riceve gli applausi dei piemontesi giunti da Torino, tra cui Filippo Asinari di San Marzano, al quale gli alleati avevano delegato la presidenza del Consiglio di Reggenza ed il governo degli Stati di terraferma. Il festeggiamento mostra che i genovesi rispettavano il re di Sardegna e gradivano le sue affabili maniere, ma traspare chiaramente il desiderio di un governo libero ed indipendente.[v]

La deputazione municipale mette a sua disposizione la carrozza di Antonio Brignole Sale ed il palco di Giovanni Spinola a teatro Sant’Agostino, dove assiste allo spettacolo in suo onore.[vi]

Il 10 visita l’ospedale di Pammatone e fa elargizioni; a sera festa da ballo in suo onere nel salone del Gran Consiglio a palazzo Ducale.[vii]

Con proclama da Genova del 14 maggio il re abolisce la coscrizione obbligatoria e l’imposta delle successioni, dichiarando che era sua intenzione di promuovere il “rifiorire dell’agricoltura e del commercio”.[viii]

Si trattiene in città alcuni giorni, dove giungono deputazioni civiche a rendergli omaggio;[ix] non arriva in tempo quella della Municipalità d’Oneglia, la città fedelissima che unica tra gli antichi territori sabaudi in Liguria aveva innalzato la bandiera reale ed inneggiato al re di Sardegna appena venuta a conoscenza dell’abdicazione di Napoleone e della sua partenza per l’Elba.[x]

Il re il 17 parte per Torino, accompagnato a porta della Lanterna dalla deputazione del governo, tra ali di truppe anglo-siciliane ed il tuonare delle artiglierie dei vascelli in porto, al suono delle bande militari.[xi]

Questo primo soggiorno a Genova di Vittorio Emanuele è ricordato da una lapide, fatta apporre dal Carrega nel suo palazzo.[xii]

Scortato da due squadroni di ussari, il re percorre la strada della Polcevera; giunto a San Quirico è ossequiato dal capo anziano Antonio Delle Piane con una delegazione di notabili, che cogliendo l’occasione lo accompagna a constatare la necessità di arginatura di un torrente, e lo salva da un pericoloso scivolone nelle acque in piena.[xiii]

Prosegue il viaggio per Campomorone, passo della Bocchetta, Novi, Pozzolo, ed il 17 è ad Alessandria; il 20 maggio è festosamente accolto a Torino.[xiv]

Intanto a Genova, a seguito del contegno e dei modi familiari usati dal re durante il suo soggiorno, si sparge voce che presto la Repubblica sarebbe stata data al Piemonte.

Con proclama da Torino del 21 maggio 1814 il re abolisce la legislazione francese e sancisce la restaurazione delle istituzioni pre-rivoluzionarie, riservandosi di apportare le variazioni che fossero risultate adatte ai tempi nuovi, con l’esclusione dei pubblici uffici di quanti avevano servito Napoleone.[xv]

A Torino presto imperversano i sistemi reazionari che generano malcontento, ed  il re chiama alla direzione degli Affari Esteri il barone Alessandro di Vallesa, conte di Montaldo Dora, per  impedire che la reazione avesse il sopravvento.

Mentre dovevano essere tutelati gli interessi dello Stato presso le maggiori potenze, il Piemonte è ancora “invaso” da truppe austriache, a Torino ed Alessandria, e lungo i confini.

Occorre emancipare lo Stato appena risorto dalla sospetta protezione austriaca, e mantenere relazioni di buon vicinato con gli Stati limitrofi, contro il risveglio dell’attività politica della Francia; occorre una vigile politica interna, una saggia economia, un forte esercito, un adattamento progressivo degli amministratori all’assolutismo regio.[xvi]

Il 31 luglio lord Bentinck a Genova nomina duecento persone, rappresentative dei vari ceti sociali, per ricoprire cariche nel Gran Consiglio e nel Minor Consiglio.

Al riguardo dell’Oltregiogo, per Novi vengono nominati deputati Giuseppe Tiboldi, Gio Andrea Vaccari, Manfredi Pavese, Francesco Pernigotti, Antonio Panario, Francesco Gazzana, Alberto Pavese, Luigi Peloso, Vincenzo Beraudo, Ottavio Cattaneo, Carlo de Carlini, Francesco Camusso, Francesco Pavese, Paolino Sauli; per Gavi Agostino Borlasca, Innocenzo Candia, Giuseppe Romano, Ambrogio Rizzo; per Ovada Francesco Buffa, Pietro Grillo; per Voltaggio Ambrogio Scorza.[xvii]

Il governo di Torino predispone indagini preliminari di polizia sui ceti dirigenti genovesi e liguri da sottoporre al re, per identificare quelli che potevano essere assunti alle cariche ed agli uffici, che in ottobre vengono inviate da un ignoto informatore, per tramite del conte Ignazio Thaon de Revel già destinato quale futuro governatore di Genova, al primo segretario per gli Affari Interni conte Pio Vidua di Conzano, fornendo brevi notizie sulle capacità, religiosità, atteggiamento politico ed influenza sul popolo dei maggiori esponenti.[xviii]

Illudendosi sino all’ultimo di conservare la propria indipendenza, il governo provvisorio a Genova, ostacola con energia la riunione al Piemonte; manda a Parigi in missione il plenipotenziario Agostino Pareto, che dopo aver bussato invano alle porte dei sovrani alleati, tenta la via di Londra con uguale insuccesso.

Al Congresso di Vienna, aperto il 4 novembre 1814, al plenipotenziario genovese Antonio Brignole Sale, che alle capacità diplomatiche univa ingenti mezzi finanziari messi a suo disposizione dal governo, si contrappone il plenipotenziario sardo marchese Filippo Asinari di San Marzano, non meno valido diplomatico.

Nonostante la linea di condotta genovese e gli appetiti dell’Austria, causa di forti apprensioni a Torino, la partita è totalmente a favore dei piemontesi; il 12 dicembre i plenipotenziari di Francia, Inghilterra ed Austria firmano il protocollo che riunisce l’antica Repubblica al Regno di Sardegna, al quale è riconosciuto un maggiore peso politico nel quadro dell’equilibrio europeo, che acquista così maggiore rilevanza, pure con la contestuale restituzione della Savoia e di Nizza, quale antidoto all’espansionismo francese.

Vittorio Emanuele, come i genovesi, avrebbe desiderato che il titolo del regno mutasse in quello di Liguria, ma il Congresso respinge la domanda per l’opposizione dell’Austria, consapevole del suo antico significato comprendente le terre lombarde alle quali aspirava il governo di Torino.

Comprensibile la soddisfazione dei piemontesi, che vedono così avverarsi il loro disegno perseguito da secoli, e la delusione dei repubblicani genovesi.

Torino è però consapevole che, se Genova freme, Savona vede nell’unione al Piemonte l’alba di un futuro fecondo.[xix]

Il governo piemontese non ignora lo stato d’animo dei genovesi e che il suo patriziato, il più avverso, avrebbe preferito qualunque governo a quello di Torino.

Mentre a Genova il popolo è indifferente, il ceto dei negozianti e dei marittimi teme di non essere sufficientemente protetto, che la nuova bandiera sarda non debba essere rispettata dai barbareschi, e che gli uffici e gli impieghi siano destinati ai soli piemontesi.

In realtà le intenzioni del re e del governo sono ottime, indirizzate ad attirarsi le simpatie delle popolazioni liguri ed in particolare delle sue classi dirigenti, purché accettassero benevolmente il fatto compiuto.

Il re, che dal suo soggiorno a Genova aveva avuto l’impressione di essere ben voluto dal popolo, ed il suo governo confidano nelle informazioni di polizia, che davano per certo il favore di Savona e del Piemonte.[xx]

Il governo garantisce il debito pubblico, le pensioni militari e civili, promette considerazione agli impiegati in carica, presta attenzione al progetto di ristabilimento del Banco di San Giorgio.

Il re conferisce a Genova le prime alte onorificenze, con la nomina a cavalieri dell’Ordine della SS.ma Annunziata di Ippolito Durazzo e di Paolo Gerolamo Pallavicino.[xxi]

Il 30 dicembre il re emana le Patenti che delegano ad una commissione di estendere la nuova amministrazione in conformità dei privilegi concessi, tra cui un Consiglio Provinciale di 30 membri, una per Circondario di Intendenza, scelti tra i notabili del luogo da una lista di 300 dei principali contribuenti.[xxii]

L’ordinamento amministrativo della città prevede invece la formazione di un Corpo Municipale diviso in due classi, l’una di 40 membri appartenenti alla nobiltà, l’altra di 20 cittadini benestanti ed esercenti le professioni e di 20 dei principali negozianti, tutti da eleggersi a vita per la prima volta dal re, ed in seguito dal Corpo stesso mediante cooptazione, salva l’approvazione regia.[xxiii]

Il 3 gennaio 1815 il re prende possesso del nuovo dominio e nomina governatore il conte Thaon de Revel, che il 7 gennaio assume i poteri ceduti dal comandante inglese del presidio col. Jhon Derymple, che nell’andarsene fa portare via dal porto tutto quanto asportabile, mentre i suoi soldati vengono insultati dalla popolazione.[xxiv]

A seguito delle requisizioni inglesi, subito inizia la ricostruzione della flotta, ridotta a poche unità minori; Genova diventa la base della marina da guerra sarda.[xxv]

Il governatore cerca di costituire un gruppo di persone favorevoli al Piemonte tra la borghesia, i negozianti, i marittimi, dando piena fiducia al popolo ed alle milizie; vuole per scorta solo saldati genovesi, mentre con feste, pranzi, onori ed uffici cerca di guadagnarsi il favore del patriziato, deluso e privato dell’antico potere, che rimane a lungo irriducibile, anche se incominciano ad essere inoltrate al governo domande di impiego.[xxvi]

Peraltro gli elementi più conservatori del ceto nobiliare, abituati ad una amministrazione della cosa pubblica ridotta ad un numero ristretto di famiglie unite in una chiusa oligarchia, mal sopportano l’inserimento nella monarchia sabauda, e vedono come un sopruso la politica egualitaria di casa Savoia, che aveva cercato di rafforzare la Corona rivalutando i ceti cittadini e popolari.

Già detentori della sovranità dello Stato, questi oligarchi si trovano ora ad essere semplici cittadini di un regno, tra liberi ed uguali; di qui la nascita di quella destra repubblicana che sarà una costante nel processo risorgimentale, dalla quale Giuseppe Mazzini se ne distaccherà con difficoltà, non riuscendo mai a rompere del tutto i rapporti ideali con questi “padri politici”.[xxvii]

Al riguardo dell’ambiente genovese e ligure la polizia sarda aveva fatto un grande lavorio di selezione ed aveva trasmesso al Vallesa un ampio elenco destinato all’organizzazione dei nuovi quadri, comprendente nominativi appartenenti alle varie classi sociali ritenuti amici, e di altri ritenuti ostili e sospetti, con la schedatura a Genova di 349 “buoni”, che non avevano partecipato alla vita pubblica nei passati governi, e 343 “cattivi”, che avevo partecipato ai governi precedenti, e nel resto della Liguria di 348 “buoni e cattivi”, distinti per paese, sempre per gli stessi motivi.[xxviii]

A questo elenco farà seguito l’ulteriore rapporto “Quadro caratteristico dei principali individui dello Stato Ligure”, compilato da un certo Frizzi, emissario della polizia austriaca mandato a Genova per studiare la situazione, che sarà seguito dal “Rapporto sopra l’attuale polizia del Ducato di Genova” con il chiaro intento di accarezzare le aspirazioni austriache su Genova.[xxix]

I tre elenchi spesso coincidono; tutti coloro che la polizia sarda dipinge come pessimi e napoleonisti, dal Frizzi sono indicati come appartenenti al partito favorevole all’indipendenza.[xxx]

In realtà il governo di Torino, nel preparare i quadri della futura amministrazione, saggiamente non terrà conto di queste informazioni e molti cittadini qualificati “cattivi” saranno inseriti nelle amministrazioni.

Il re, che vuole impegnare quanti più genovesi fosse possibile, cerca così di attirarsi gli avversari con i favori.[xxxi]

Si pensa a Luigi Corvetto, ormai cittadino francese ed entrato nel Consiglio di Stato di Luigi XVIII, a Tommaso Littardi e Giuseppe Schiaffino suoi generi, ed Antonio Brignole Sale, a Giorgio Gallesio.[xxxii]

Il re avvicina gli elementi più critici ed inizia subito a premiare quelli a lui più vicini, con la nomina a gentiluomini di Camera di Gian Carlo Brignole e di G.B. Domenico Carrega; nomina conte il sindaco Stefano Pessagno, cavalieri dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro il presidente della Camera di Commercio Giovanni Quartara e G.B. Centurione.[xxxiii]

In gennaio il Municipio, prestato giuramento al nuovo governo, invia a Torino il sindaco Pessagno con una deputazione per prestare dichiarazione di fedeltà al re ed esprimergli i bisogni più urgenti, alla quale si unisce quella della Camera di Commercio; seguirà la visita dell’arcivescovo cardinale Spina.[xxxiv]

I deputati genovesi si presentavano al re in abito di velluto nero secondo l’antico uso di gala della Repubblica, che continuerà ad essere loro riconosciuto come abito di corte.[xxxv]

Ottengono accoglienze d’onore, onorificenze mauriziane, nomina a decurioni onorari del consiglio Generale di Torino, cortesia quest’ultima ricambiata alla deputazione di Torino che restituirà la visita a Genova.[xxxvi]

In gennaio il re riceve pure l’omaggio della deputazione di Savona.[xxxvii]

Il 6 febbraio il re con largo seguito parte per Genova, accompagnato dal Vallesa e dal Vidua di Conzano; sosta ad Alessandria, dove è ricevuto dalle truppe austriache del generale Bubna.[xxxviii]

Il 7 febbraio è Novi, dove il suo passaggio è così ricordato in una cronaca coeva: “Circa le 6 del mattino è giunto in Novi S.M. Vittorio Emanuele I Re di Sardegna nostro novello Sovrano, il quale si degnò di portarsi alla nostra chiesa (Insigne Collegiata di Santa Maria Assunta), ove fatta breve preghiera si partì alla volta di Genova. Il Rev.do Capitolo lo ricevette sulla porta maggiore porgendogli il S. Preposto, lo aspersorio, indi lo accompagnò alla porta. Il Signor Arciprete ed il S. Primicerio Ricchini l’andarono incontro sino ai confini in qualità di deputati del Rev.do Capitolo. La chiesa era apparata con grandi tappezzerie e nel presbiterio v’era alzato il trono con baldacchino”.[xxxix]

L’ambiente novese, secondo le informazioni di polizia dell’ottobre 1814, sotto la voce “Frontiere di S.M. “, parrebbe favorevole al re, in quanto sono elencati un numero di maggiorenti, tutti appartenenti al ceto dei possidenti, definiti “onesti ed affezionati, con molta influenza sul popolo”, che sono Francesco Gazzana, Alberto Pavese, Luigi Peloso, Vincenzo Beraudo, Ottavio Cattaneo (per il quale si consiglia il conferimento della gran croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro) Carlo De Carlini, Francesco Camusso, Francesco e Manfredi Pavese, Francesco Pernigotti, Antonio Panario, Paolino Sauli, Giuseppe Tiboldi, Gio Andrea Vaccari.

Per Gavi sono elencati Antonio Borlasca, Francesco Candia, Giuseppe Navasco, Ambrogio Rizzo; per Ovada Francesco Buffa, Pietro Grillo; per Voltaggio Ambrogio Scorza.[xl]

Nel quadro caratteristico dei principali individui dello Stato Ligure”, sotto la voce “negozianti di credito molto ricchi ed influenti sulla popolazione genovese, inimici dichiarati dell’attuale governo” compaiono i novesi fratelli Luigi e Francesco Peloso, stabiliti a Genova, “che non ebbero mai impieghi nei passati governi e sono appassionati repubblicani”, che appartengono entrambi al partito favorevole all’indipendenza, ed i novesi fratelli Alberto, Francesco e Manfredi Pavese, “di sentimenti democratici, legati all’indipendenza”.[xli]

Da altre informazioni di polizia risultano tra i cittadini classificati “buoni” i possidenti novesi Benedetto Anfosso, Giuseppe Maria Boccardo, Baudolino Canefri e Paolino Sauli, tutti definiti “probi e religiosi”.

Per Ovada risultano classificati “probi e religiosi” i possidenti Bartolomeo Barboro, Domenico Borgatta, Lorenzo Cassolini, il notaio Antonio Da Bove, Francesco Gilardini, Benedetto Maineri, Giacomo Antonio Musso, G.B. Pene, mentre vengono qualificati “pessimi” i possidenti Stefano Buffa, l’ex maire Francesco Buffa, il capo anziano Dania, il cancelliere Domenico Dania, Pietro Grillo, il giudice di pace Sommariva, Domenico Scasso, il ricevitore Scarsi; per Voltaggio risultano “probi e religiosi” i possidenti Giuseppe Badano q. not. Ignazio, Gio Maria Carrosio, Ambrogio e Sinibaldo Scorza.[xlii]

Ripreso il viaggio, per la strada della Bocchetta, il re al pomeriggio entra a Genova, con festose accoglienze, contornato da truppe inglesi, accolto dall’inno “Dio salvi il re”.[xliii]

Prende nuovamente alloggio a palazzo Carrega, dove il patriziato si reca ad ossequiarlo, come attestato da altra lapide ivi apposta al piano nobile.[xliv]

Ancora una volta giungono da ogni parte della Liguria deputazioni civiche a rendergli omaggio.

Riceve il corpo accademico dell’Università guidato da Nicolò Grillo Cattaneo, che lo ringrazia della promessa protezione, stabilita con Patenti 10 Dicembre 1814, con gli stessi privilegi concessi a quella di Torino.[xlv]

Visitati i magazzini, elogiati i regolamenti ed i “caravana” (scaricatori) per la loro attività, il re passa a palazzo San Giorgio, sede del Banco non ancora sciolto, dove una deputazione di Protettori del Banco lo riceve ai piedi dello scalone e lo accompagna nel giro delle sale “ove molteplici monumenti dei benemeriti istitutori, di tante opere a pubblica gloria, e generale vantaggio, hanno particolarmente fissata la Sovrana attenzione”.

Il 23 febbraio interviene sulla spianata del Bisagno (ora piazza della Vittoria) alla grande manovra a fuoco delle truppe inglesi, ed il 26 nomina il col. Darymple comandante della guarnigione di Genova.[xlvi]

Incominciata l’opera di riorganizzazione dello Stato, l’editto del 27 febbraio 1815 ripartisce la Liguria in tre Intendenze, quella generale a Genova, quella del Levante a La Spezia, quella del Ponente a Savona.

Tra aprile e giugno è definito l’ordinamento giudiziario, con il Real Senato sedente a Genova, composto da dodici senatori e primo presidente Luigi Carbonara, con Tribunali di seconda cognizione e Consigli di Giustizia.

Degli antichi ordinamenti napoleonici vengono mantenuti solo il Codice Civile e quello del Commercio.

Il governo infine procede a plasmare l’amministrazione genovese sul tipo piemontese, per uniformare le leggi in tutte le parti del regno.[xlvii]

Il re, convinto di vincere le ritrosie locali accattivandosi con le buone maniere e con la popolarità la simpatia dei genovesi, in parte ci riesce, mentre l’atteggiamento comune nei confronti del governo di Torino e dei piemontesi, chiamati sarcasticamente “bibini”, resta negativo. Il I° marzo arriva come un fulmine improvviso la notizia della fuga di Napoleone dall’Elba, avvenuta il 26 febbraio; ignorandosi la meta del fuggiasco, si teme un suo sbarco sulle coste liguri.

Il re resta a Genova, non osando muoversi per il timore che ciò potesse suonare sfiducia nei confronti della popolazione, e per evitare che con la sua partenza il malcontento avesse libero sfogo; manda il viceammiraglio Giorgio Agnes des Geneys a Nizza per difendere le coste del Ponente; il 2 marzo il reggimento Cacciatori del col. Piano, proveniente da Savona, si acquartiera in città.[xlviii]

Il 5 marzo ricompare lord Bentinck, che causa apprensioni per le sue insistenti richieste di ordinamenti costituzionali; considerato pericoloso, viene fatto richiamare dal suo governo, ed il 9 parte per la Toscana.[xlix]

Intanto Napoleone sbarca a Cannes; da parte sua il re, che rinuncia a visitare La Spezia, ricevuto l’ossequio della Municipalità, il 17 marzo parte per Torino; Napoleone il 20 entra trionfalmente a Parigi. Pio VII fuggito da Roma a seguito dell’invasione dell’esercito di Gioacchino Murat, giunto a Lerici, il 1° aprile si imbarca per Genova. Il 3 aprile la feluca del Papa viene raggiunta nelle acque di Sturla da 12 lance pavesate dei bastimenti spagnoli in porto, con a bordo il console generale D. Antonio Beramendi y Frayre, alle quali si aggiungono battelli genovesi, che si dispongono in duplice fila davanti al convoglio.

Il Papa sbarca a ponte Reale, dove è ricevuto dall’arcivescovo Spina accompagnato da tutto il clero, e complimentato dal des Geneys con lo Stato maggiore, dalla giunta di governo, dal Corpo Municipale, dal comandante inglese con gli ufficiali. Alle carrozze reali messe a disposizione, il Papa preferisce la portantina, ma rifiuta il baldacchino; si dirige subito alla cattedrale di San Lorenzo, dove giunge tra ali di folla, contenute dalle truppe schierate in armi.

Il corteo è preceduto dalle croci alzate e dal clero; seguono la portantina del Papa, a piedi, l’arcivescovo e le autorità, con al seguito, in portantina, il cardinale camerlengo Pacca, il maestro di camera mons. Giorgio Doria, l’elemosiniere mons. Bertazzoli, il segretario dei Brevi mons. Testa; un picchetto delle guardie d’onore a sciabole sguainate circonda la portantina del Papa ed un picchetto del reggimento Asti chiude la marcia.[l]

Il Papa prende alloggio a palazzo di Lazzaro Negrotto all’Annunziata, come ricordato da una lapide posta sul portale, che ricorda la benedizione da lui impartita, dalla poggiolata centrale al piano nobile, al popolo adunato.[li]

Il 7 è a Cornigliano, dove visita  il museo di storia naturale di Marcello Duraz-zo.[lii]

Giungono in città ad ossequiarlo ben 19 cardinali, l’ex regina d’Etruria Maria Luisa di Borbone Parma con i figli Carlo Ludovico e Maria Luisa di Borbone Parma con i figli Carlo Ludovico e Maria Luisa, la principessa di Galles Carolina di Brunswick.[liii]

Nonostante la presenza del Papa in città contribuisca a tenere calmi gli animi, il re il 10 parte per Genova; il 12 ad Alessandria incontra lord Bentinck; il 18 con Carlo Alberto principe di Carignano parte per la via di Novi, passo della Bocchetta per Genova, dove ancora una volta è ospite a palazzo Carrega; anche in questa occasione verrà posta altra lapide a ricordo.[liv]

Il 3 maggio, il Papa con il re sono ospiti a villa Carrega in San Francesco d’Albaro, come ricordato da una lapide ivi posta.[lv] Il papa, ossequiato da una deputazione civica di Savona, è invitato a recarsi colà, per riporre la corona sulla statua della Vergine nel santuario di N.S. di Misericordia tolta sacrilegamente dai francesi nel 1798, come aveva promesso durante la sua prigionia in quella città.

Accompagnato da alcuni cardinali, l’8 maggio il Papa giunge a Savona, seguito il 9 dai sovrani con Carlo Alberto, dalla ex regina d’Etruria con i figli, dalla duchessa di Modena Maria Beatrice; l’affettuoso incontro con il Pontefice avviene sulla piazzetta del vescovado.

Il 10 maggio ha luogo la solenne incoronazione della statua della vergine, alla quale assistono i sovrani, i rappresentanti diplomatici, il Corpo della Municipalità, le autorità militari, la folla commossa.[lvi]

Rientrato a Genova, il 16 maggio il Papa, dopo aver celebrato nella chiesa di Santa Maria delle Vigne, parte con un corteo di sette carrozze per la via della Polcevera.[lvii]

Sosta a San Quirico, dove è accolto da Antonio Delle Piane con una delegazione di notabili locali; a Campo Morone sosta a palazzo Balbi (poi Delle Piane, ora sede del Comune) dalla cui finestra centrale al piano nobile impartisce la benedizione (come ricordato da una lapide ivi posta).[lviii]

Ripreso il viaggio il 17, per il passo della Bocchetta, superata Gavi, sosta a villa Lomellina, dove è ospite di Marco Lomellini, come ricordato da una lapide ivi posta, dettata da Faustino Gagliuffi.[lix]

Il 18, al pomeriggio, giunge a Novi, accolto un miglio fuori città dal capo anziano Paolino Sauli e dagli incappucciati delle cinque confraternite degli oratori cittadini.

A porta Genova è accolto dal clero urbano e dei paesi limitrofi, con il governatore e le autorità locali; trentadue giovani “in bell’uniforme” lo supplicano di permetter loro il distacco dei cavalli, per avere l’onore di trainare la sua carrozza sino alla piazza della Collegiata, che raggiunge al traino, seguito dalle autorità e dal clero, tra le ovazioni della popolazione.

Il Papa è ricevuto sotto baldacchino dai canonici della Collegiata, splendidamente addobbata, come ricordato da una lapide apposta sulla porta maggiore.

Portatosi al presbiterio, fa breve orazione; alzatosi, un giovinetto vestito di seta bianca ed adornato da pietre preziose gli presenta un sonetto. Terminata la cerimonia, instradata la croce capitolare seguita dal clero in processione, ai piedi degli scalini del presbiterio è ricevuto dai canonici sotto baldacchino ed accompagnato al palazzo di Lazzaro Negrotto poi Delle Piane; dal poggiolo d’angolo del piano nobile, riccamente ornato, impartisce la benedizione, come ricordato dalla lapide ivi apposta nel 1925.

Disceso lo scalone, è ricevuto dai canonici sotto baldacchino ed accompagnato alla carrozza, che riparte per Alessandria, “lasciando tutta questa popolazione soddisfattissima del gradimento di lui benignamente mostrato per quelli atti di venerazione e di ossequio che con tanto suo disgusto li erano stati soffocati invero nelle due altre circostanze del suo passaggio per questa città”.[lx]

Il 23 maggio il re nomina Luigi Carbonara conte, che si era distinto nei lavori della commissione preparatoria del “ regolamento di S.M. per le materie civili e criminali del Ducato di Genova.[lxi]

Il 24 maggio istituisce il Senato sedente in Genova, ed i Consigli Provinciali di Giustizia a Chiavari, Sarzana, Novi, Savona e Finalmarina.[lxii]

Il 1° giugno si tiene a Genova la solenne cerimonia di insediamento del real Senato, cui segue il giuramento degli avvocati “di osservare le regie Costituzioni e li Regolamenti fatti da S.M. di non appartenere a veruna Società segreta proibita dalla legge e di patrocinare le cause dei poveri gratis”.[lxiii]

Intanto l’Europa è corsa alle armi; l’ansia dura sino al 18 giugno, giorno della battaglia di Waterloo: Napoleone sconfitto, abdica per la seconda volta e si consegna ai vincitori inglesi.

Il 31 luglio il re emana le Patenti, con il regolamento modellato sull’Amministrazione di Torino, che prevede un Consiglio Generale, ed uno particolare e minore, composto dai due sindaci e dai consiglieri eletti ai diversi uffici, scelti dal re in base ad elenchi dei nobili, delle famiglie distinte e dei principali negozianti, forniti dal capo anziano.

L’8 agosto è insediato il Corpo Decurionale, con sindaco per la I classe Paolo Gerolamo Pallavicini, e sindaco per la II classe l’avv. Giuseppe Gandolfo.[lxiv]

Il 10 agosto il re per la via di Novi torna a Genova, per accogliere la moglie Maria Teresa con le figlie Marianna, Maria Teresa e Maria Cristina, che rientrano dalla Sardegna, dove si erano imbarcate a Cagliari sul vascello inglese Bombay, mentre l’isola resta affidata al fratello Carlo Felice.[lxv]

In previsione dell’arrivo, giungono a Genova il 17 Carlo Alberto ed i duchi di Modena Francesco IV e Maria Beatrice.[lxvi]

Curiose erano state le domande del capo anziano al primo segretario agli Affari Interni del 10 luglio sugli onori da rendere alla regina, in quanto “qui non si conoscono gli usi e non ci sono precedenti”.[lxvii]

In città, piena di movimento per le accoglienze, il Municipio predispone grandi festeggiamenti, ma il sindaco Pallavicini “argomentando sulla povertà dell’erario”, perché intende risparmiare, provoca l’opposizione del R. Commissario, che gli risponde “l’occasione essere tale da non patir scuse, e grasso o asciutto fosse il Comune, s’amplificassero nonché si perseguissero i festivi apparecchi”.

Il Municipio ordina all’architetto Carlo Barabino, coadiuvato da G.B. Cevasco, di preparare cose degne della città; l’arteria principale da piazza Fontane Marose a piazza Acquaverde è trasformata in un museo all’aperto, in modo tale che “quanto è lunga la strada Nuova tutta appariva fiancheggiata da monumenti e quasi trasfigurata in una galleria di preziose anticaglie, bassorilievi, obelischi, urne”; così pure è adornata via Nuovissima (via Cairoli), piazza dell’Annunziata, via Balbi e piazza Acquaverde da fontane sormontate di statue, trasformate in viali piane d’alberi, di fiori, di frutti, di lumi”.[lxviii]

Il 22 agosto il re, ansioso di andare incontro alla famiglia, alle tre del mattino con due mezze galere raggiunge il vascello inglese “Berwick”, che alle sette a poche miglia dal porto incontra il “Bombay”, sul quale sale tra il rombo delle artiglierie e gli applausi degli equipaggi, e dopo tanta lontananza incontra i suoi cari.

Avvicinatosi al porto il Bombay è salutato da triplice salve reale, mentre la popolazione si riversa sulle mura prospicienti il mare e nelle strade dove era previsto il passaggio dei sovrani. Dopo aver pranzato a bordo, alle sei del pomeriggio, come annunziato dallo sparo del cannone, dal suono delle campane e dalle salve d’artiglieria, i sovrani scendono sulla lancia, percorrono il tratto di mare pieno di barche affollate e da quelle delle bande musicali dell’esercito, e sbarcano alla darsena, dove sono accolti dal des Geneys, dal governatore, dal comandante delle truppe inglese Mac Farlene, dal Corpo Decurionale.

In compagnia dei duchi di Modena salgono sulla carrozza di gala con tiro a quattro, seguiti dalle carrozze con le principesse, Carlo Alberto e le cariche di corte.

Il corteo, preceduto da un corpo di cavalleria, passa tra doppia fila di truppe piemontesi ed inglesi in armi; raggiunge palazzo Carrega, dove i sovrani vengono accolti dagli applausi della folla, ripetuti quando il re si affaccia al balcone del piano nobile per vedere sfilare le truppe.

Ricevono gli ossequi del corpo diplomatico, dell’arcivescovo con il capitolo si San Lorenzo, del Senato, della Camera di Commercio, dell’aristocrazia in abito di corte, e tutti hanno modo di apprezzare le gentile maniere della regina Maria Teresa.

Alla sera illuminazione generale della città, con macchine luminose adornate da cifre reali allusive, tra le quali si distinguono quella del primo presidente del Senato, dell’arcivescovo, delle R. Poste.[lxix]

Il 25 la regina riceve le dame; il 26 è la volta delle deputazioni; il 27 i sovrani si recano in cattedrale per il solenne Te Deum.[lxx]

Il 28 festa in porto, organizzata dalla Camera di Commercio, per la quale era stato costruito apposito Bucintoro adornato a galleria con arazzi e lampadari di cristallo; a sera i sovrani con le principesse, Carlo Alberto, i duchi di Modena, la corte ed il corpo diplomatico, i generali inglesi, a ponte Reale ricevono gli ossequi della Camera di Commercio, tra suoni delle bande militari e spari d’artiglieria.

Tramite un ponte mobile i sovrani si imbarcano sul Bucintoro, contornato dalle barche con gli inviatati, ed assistono alla regata di sei battelli a sei rematori, per aggiudicarsi la bandiera ed il premio pecuniario. A notte illuminazione delle mura e del Bucintoro, mentre da piazza Di Negro la grande macchina eretta per l’occasione incomincia ad eruttare razzi luminosi, bombe incendiarie e pioggia di fuoco, mentre il vascello Berwick e la fregata Clorinda, imbandierati, con gabbie e pennoni illuminati, lanciano razzi e sparano salve d’artiglieria.

Al rientro del Bucintoro vengono pure illuminate la fontana di ponte Reale, la loggia di Banchi, dove tra le luci risplendono i ritratti dei sovrani e le insegne degli Ordini sabaudi.[lxxi]

Piazza Fontane Marose e palazzo Carrega sono un luccichio di torce e di fontane luminose; via Nuova, tappezzata di arazzi, presenta un aspetto di magnificenza, che fa rivivere per incanto i fasti dell’antica Repubblica.[lxxii]

Per l’occasione erano stati realizzati il tempio della Pace alla Lanterna, ed arredi urbani quali l’arca di trionfo e le fontane della Zecca del Barabino, adornate quest’ultime dalle allegorie dei fiumi realizzate dai diversi scultori, il Po da Bartolomeo Carrea, il Bisagno da Gaetano Centanaro, il Polcevera da Ignazio Peschiera.[lxxiii]

Nell’ambito delle manifestazioni musicali G.B. Grazioli è incaricato di comporre una “cantata allegoria allusiva del fausto arrivo di S.M. la Regina”; agli inni osannanti “la libertà rigenerata” di moda nel decennio prima si sostituiscono ora gli elogi sperticati ed allegorici ai Savoia.

A dirigere è chiamato Nicolò Paganini, giacobino, che si trova a fare con la nuova situazione politica, alla quale peraltro si adatterà senza remore, che in occasione di questo concerto al teatro Sant’Agostino impartisce, tra la prima e la seconda parte della cantata, una sua personale esibizione di violino.[lxxiv]

Il 30 agosto nel giardino di palazzo Doria a Fassolo gran fiera cinese in onore dei sovrani, con illuminazione allegorica, orchestra e bande musicali; seguono esercizi d’equitazione in piazza Acquaverde, illuminazione delle strade da palazzo Carrega a palazzo Doria, alla salita dei Tre Forni; illuminazione della fontana dei tre fiumi; il 3 settembre ballo di corte nel salone del Gran Consiglio a palazzo Ducale.[lxxv]

Il concerto di Paganini viene replicato alla presenza dei sovrani il 6 e 9 settembre, con il maestro nella doppia funzione di direttore e di solista; riporta la Gazzetta di Genova che “S.M. la Regina sensibilmente commossa manifestò con un bravo la sua compiacenza, e questa voce fu seguita da un diluvio di applausi”.[lxxvi]

Il 6 partono i duchi di Modena, il 12 i sovrani con Carlo Alberto e la Corte; a palazzo Carrega, verrà posta altra lapide a ricordo dell’avvenimento.[lxxvii]

I sovrani con le figlie arrivano a Novi, dove fanno sosta: “giorno di domenica, la nostra Insigne Collegiata è stata decorata dalla presenza del nostro Sovrano Vittorio Emanuele di Savoia e da quella della Regina consorte dello stesso e da quella delle principesse che tutte hanno ascoltato la S. Messa unitamente a quelli della Real Corte che li faceva corona nonché da tutte le autorità residenti nella nostra città. Il Molto Rev.do Signor Arciprete e Vicario Foraneo si portò a ricevere le Reali Maestà alla porta della Chiesa e dopo la Messa nuovamente le accompagnò”.[lxxviii]

Il 16 arrivano ad Alessandria; il 20 partono da Asti per Torino.[lxxix]

Nel settembre 1815 le due mezze galere Beatrice e Liguria, con truppe da sbarco, sono a Genova in porto, in attesa di salpare per l’isola di Capraia, punto strategico per tenere sotto controllo i pirati barbareschi, ancora occupata dai francesi, ai quali era stata ceduta nel 1802 dietro compenso di Oneglia ed altre terre.

La spedizione, decisa dal primo segretario di Guerra e Marina Asinari di San Marzano e dall’ammiraglio des Geneys avuta notizia che una squadra tunisina stava incrociando intorno all’isola, pronta ad occuparla ed ad attaccare la piccola squadra piemontese, subisce un ritardo.

Il 18 settembre il des Geneys, appreso che i legni tunisini si erano diretti a ponente, ordina alla squadra al comando del tenente di vascello Francesco Sivori, integrata dalle navi minori Veloce, Maria Teresa e Vergine di Misericordia, di prendere il largo.

Fatto scalo a Porto Venere, la squadra si dirige a Livorno, dove giunge il 27; rinforzata dalla mezza galea Falco salpa il 7 novembre e raggiunge Capraia in giornata; vinta la resistenza dei soldati corsi, l’isola viene occupata, dove è issata la bandiera sabauda.[lxxx]

Il re, tornato a Genova, il 13 ottobre tiene a battesimo in Santa Maria dalle Vigne il figlio di Giulio Centurione Scotto e di Anna Costa de Beauregard, a cui viene imposto il nome di Vittorio Emanuele.[lxxxi]

Il 26 ottobre la Liguria viene unificata al regno di Sardegna; il 2 novembre con il trattato di Parigi passa al regno la Savoia occidentale, con l’ulteriore indennizzo di 10 milioni di franchi.

Intanto a Torino, senza tenere conto delle informazioni di polizia, molti cittadini qualificati “cattivi e pessimi” vengono inseriti nei quadri dell’amministrazione genovese, in quanto è desiderio del re di impegnare quanti più genovesi e liguri fosse possibile, per attirarsi la simpatia degli avversari con i favori.

Nella sua costante ricerca di governare con il favore di tutti, il re pensa al patriziato: hanno incarichi a Corte in qualità di gentiluomini G.B. Centurione, Gio Antonio e Giacomo Filippo Raggi, Giuseppe Grimaldi, Domenico del Carretto, Ippolito Spinola.[lxxxii]

Vengono promossi gran croce dell’Ordine Mauriziano G.B. Centurione, Antonio Brignole Sale ed Agostino Fieschi.[lxxxiii]

Antonio Brignole Sale, entrato in diplomazia, è nominato ministro plenipotenziario ed inviato straordinario alla corte di Firenze, dove nel settembre 1816 organizza le nozze di Carlo Alberto principe di Carignano con l’arciduchessa Maria Teresa d’Asburgo, figlia del granduca Francesco II.[lxxxiv]

Il Governo cerca di attirarsi con distinzioni ed onori i migliori elementi della borghesia e dei professionisti: Onofrio Scassi è nominato medico onorario della Real Casa a Genova, ed analoga nomina ottiene il chirurgo G.B. Leveroni;[lxxxv] G.B. Luigi De Ferrari, per le abili cure prestate alla regina, nel 1819 verrà nominato medico della Real Casa a Genova;[lxxxvi] G.B. Prasca, medico militare a Genova, sarà medico personale della regina e della Real Casa a Genova;[lxxxvii] Orazio Guasconi verrà nominato per i suoi meriti professionali e civili da Carlo Alberto dottore collegiato della Facoltà di Medicina dell’Università genovese.[lxxxviii]

Finisce l’anno con il pieno successo del governo, che, pur tornato all’assolutismo regio ed alle vecchie istituzioni sia pure con limitate concessioni allo spirito dei tempi nuovi, contro le previsioni catastrofiche dei liberali italiani e stranieri, resiste alla prova dei fatti senza provocare alcuna rivoluzione.

L’atteggiamento oculato e fiero con l’Austria e con la Francia, unito alla campagna militare condotta in Savoia, in Provenza e nel Delfinato contro l’impero napoleonico dei cento giorni con un esercito composto da militari già al servizio di Napoleone, unito all’abile e ferma azione diplomatica del ministro Vallesa, che aveva saputo ricuperare allo Stato i confini del 1792 e guadagnare al tempo stesso la Liguria nonostante gli sforzi dell’Austria, aveva dato i suoi frutti.[lxxxix]

Negli anni successivi la vita genovese subisce un plumbeo ristagno, scosso dal lavorio sotterraneo delle sette carbonare.

Nonostante la burocrazia lenta ed impacciata da norme, regolamenti, editti e regi biglietti, vengono regolati gli usi commerciali e marittimi, non ultima l’attività svolta dalla camera di Commercio.

Scomparse le unità maggiori, rimasta una flotta composta da solo brigantini, sciabecchi e pinchi, sotto l’impulso dato dall’ammiraglio des Geneys il governo vuole fare un’operazione di prestigio con il pretesto di voler difendere il mare dai pirati barbareschi, facendo costruire una grande e veloce nave che inculcasse rispetto per la bandiera sarda, ma data la carenza di fondi, pensa di farla pagare ala Camera di Commercio con una sottoscrizione.

La fregata “Commercio di Genova”, progettata dall’ing. Giacomo Biga, al quale era stata affidata la direzione dei cantieri della Foce, viene realizzata ed armata con 60 cannoni, ed offerta nel 1816 al re della Camera di Commercio, varata nel 1817.[xc]

Il 24 febbraio 1816 la deputazione civica di Laigueglia, composta da Giacomo Chiappa e Cristoforo Musso si reca dal Re, a rendergli omaggio.[xci]

Mentre la vita amministrativa è inceppata dalla pesante tutela statale, cui si oppone una tenace passiva resistenza a difesa dell’autonomia e degli intessi locali, anche la vita intellettuale sembra appiattita, mentre si fanno sentire i terribili disagi della carestia.[xcii]

Il re mostra di onorare l’Università, purché si adattasse alle norme imposte da Torino, e si recherà a visitarla nell’aprile 1817,[xciii] ed il 6 aprile assiste alla processione della confraternita di San Giacomo della Marina.[xciv]

Il 16 aprile il re a cavallo, con il gran scudiere, il primo segretario di Guerra e Marina, il governatore generale, il presidente dell’ammiragliato, si reca sulla spianata del Bisagno per assistere alla grande esercitazione a fuoco, che assume l’immagine di una vera battaglia; presiede le evoluzioni combinate di artiglieria e fanteria, con l’attacco al ponte sul fiume, tra i suoni delle bande militari, alla presenza della folla sugli spalti e sulle mura.[xcv]

In giugno i sovrani sono in villeggiatura in Albaro a villa Carrega, ed il 15 assistono allo spettacolo nel teatro di San Francesco d’Albaro, a lato della chiesa.[xcvi]

Il 18 giugno il re dona al Corpo Decurionale il palazzo attiguo al palazzo Ducale, già palazzo criminale della Repubblica, per la sede dell’Archivio di Stato e della Civica Amministrazione; eseguiti i lavori di adattamento dal Barabino, vi vengono collocati i fondi archivistici delle cessate magistrature, le filze dei notai, ancora dispersi nelle varie sedi.[xcvii]

Il 5 agosto 1817 viene approvato il contratto d’appalto per la nuova strada da Genova a Torino attraverso la valle Scrivia, ed il re con la regina nello stesso mese partono da Torino per l’inaugurazione dei lavori.

Sostano a Novi, dove prendono alloggio nell’albergo dell’Europa, di Giovanni Traverso, all’inizio di via Girardengo a sinistra. Nel censimento dei pubblici locali (98a) si legge: “l’anno scorso l’albergo fu onorato da S.M. il nostro amatissimo Sovrano che vi ha pernottato con la Reale Famiglia”.

Il 18 agosto giungono a Busalla, imbandierata, tra la folla festante accorsa dalla valle, accolto dal sindaco Antonio De Ferrari, dove per l’occasione viene innalzato un arco, appositamente costruito con la scritta: “HAEC ERAT IN VOTIS VIA / SEE NE FIERES / ALIIS POTESTAS ALIIS VOLUNTAS ALIIS OCCASIO DEFUIT / REX VICTORIUS EMANUEL P.E.A. / POTUIT VOLUIT PERFECIT / PLAUDITE”.

Finita la cerimonia, è ricevuto nella casa del sindaco De Ferrari in Via Roma 4.[xcviii]

In quell’anno si verifica un grave disagio economico per la crisi generale e per la carestia dovuta alla siccità, continuata nel 1818, accresciuto dalla incomprensione dei bisogni del commercio locale, dalle mantenute barriere doganali con il Piemonte, dal tentativo di fare dei liguri un popolo di militari e di agricoltori.[xcix]

Nel 1818, con al demolizione dell’antico convento di San Domenico, iniziano i lavori preparatori per la costruzione di un teatro, mentre il governo di Torino vorrebbe una caserma.[c]

In quell’anno i sovrani con le principesse, i duchi di Genova Carlo Felice e Maria Cristina di Borbone Due Sicilie ed altri dignitari di corte, si recano al santuario di San Francesco da Paola a venerare le reliquie del Santo, protettore dei marinai, con gran concorso di popolo.[ci]

Il 14 ottobre il re tiene a battesimo nella chiesa delle Vigne Vittorio del Carretto, figlio di Domenico e di Barbara Castiglioni.[cii]

Il 25 febbraio 1819 il re istituisce il Magistrato di Protomedicato per il ducato di Genova, le cui funzioni saranno disciplinate con i regolamenti emanati nel 1823, 1825 e 1841, che riuniva le attribuzioni che in tempi più vicini saranno poi suddivise tra gli Ordini dei Medici e dei Farmacisti, il medico capo del Comune ed il Civico Ufficio di Igiene.[ciii]

Il 3 marzo 1819 grande giubilo popolare in onore dei sovrani provenienti dalla via di Novi passo della Bocchetta, di passaggio a Campomorone, dove sostano a palazzo Balbi, in viaggio per Genova; il 4, nonostante la giornata fredda e piovosa, il convoglio reale scortato da gentiluomini a cavallo con a capo Carlo Alberto, passa tra due ali di folla, che aveva attesi a lungo l’evento ai bordi della strada.[civ]

Sempre in marzo il re torna a visitare l’Università.[cv]

In questi anni Genova presenta nel suo patriziato una buona parte che aderisce al nuovo governo, ma non mancano perplessità e riserve da parte di molti aristocratici, memori della tradizionale indipendenza; alcuni appoggiano i movimenti repubblicani, altri in conformità a vincoli di carattere religioso si schierano con le forze conservatrici; in queste “opposizioni” al nuovo corso non mancano certo elementi di nostalgia per l’antico regime oligarchico.[cvi]

Il re trascorre abitualmente circa sei mesi all’anno a Genova, dichiarata seconda capitale del regno, per tenere devota al trono la nobiltà tanto sprezzante, con una specie di succursale di corte, con feste e ricevimenti a palazzo Ducale, negli appartamenti fatti fastosamente allestire.

Nel 1820 decide l’acquisto di palazzo Doria di Tursi per i soggiorni della famiglia, che verrà ampliato nel corpo posteriore, fino al muro di fondo e nella torretta dell’orologio.[cvii]

In quell’anno una nota di festosità è portata a Genova dalla notizia del matrimonio della principessa Maria Teresa con il principe ereditario di Lucca Carlo Ludovico di Borbone; il 15 agosto a Torino, celebrate le nozze per procura, i sovrani con la sposa partono per Genova, per la via di Novi; arrivano il 19 agosto.

Il re avrebbe voluto accompagnare la figlia per mare sino a Viareggio, ma a causa del cattivo tempo e del mare agitato la partenza deve essere più volte rinviata; salpate infine le navi, per le condizioni avverse, devono rifugiarsi a Portovenere.

Il viaggio prosegue per via terra sino a Viareggio, dove il 5 settembre, tra un tripudio di folla giunta da Lucca, lo sposo, la duchessa Maria Luisa e l’arcivescovo Sardi accolgono la sposa.

Raggiunta Lucca, gli sposi proseguono per la villa di Marlia; l’indomani, con i sovrani, entrano in Lucca; l’8 settembre i sovrani ripartono per Genova.[cviii]

Per la via di Novi rientrato a Torino, il re trova un ambiente assai irrequieto, in quanto si spera nella concessione della costituzione e nella guerra all’Austria, per riunire la Lombardia al Piemonte.

Le notizie dei casi di Spagna e della rivoluzione nelle Due Sicilie ha il suo contraccolpo in Piemonte dove scoppiato un conflitto tra studenti e polizia nella notte tra il 9 ed il 10 marzo insorge la guarnigione.

Convinto della fedeltà dell’esercito e della popolazione, il re si sente colpito dalla ribellione dei reggimenti Dragoni e Cavalleggeri, ma non vuole ricorrere alle armi.

Quando vede persino il presidio della Cittadella aderire alla rivolta, il 13 marzo abdica a favore del fratello Carlo Felice, che si trova a Modena, ed affida la reggenza a Carlo Alberto, che condizionato dagli ambienti liberali concede la costituzione di Spagna con la dura riprovazione del nuovo soprano.

L’annuncio degli avvenimenti di Alessandria e di Torino e dell’accordata costituzione, è accolto a Genova con grande soddisfazione, come preannuncio di più importanti mutamenti.[cix]

Vittorio Emanuele ripara a Nizza, dove è ossequiato da una deputazione inviata dal Corpo Municipale di Genova, formata da Nicolò Ardizzone, Gian Carlo Serra, Pietro Vivaldi Pasqua; altra deputazione è inviata a Modena a Carlo Felice, formata dall’arcivescovo Luigi Lambruschini, Luigi Carbonara, Giovanni Quartara; altra infine al comandante austriaco, formata dal sindaco per la I classe Gerolamo Cattaneo, Gerolamo Serra, l’avv. Giuseppe Perasso, per evitare l’occupazione della città.[cx]

Nonostante le suppliche di riprendere il trono, Vittorio Emanuele salpa sulla fregata Maria Cristina per Genova, da dove per via terra passa a Lucca, per incontrare Carlo Felice; infine si stabilisce a Modena con la famiglia, in attesa di poter rientrare in Piemonte, appena ristabilito l’ordine.

D’accordo con Carlo Felice, rientrato a Torino in forma privata il 9 giugno 1822, prende dimora con la famiglia nel castello di Moncalieri, dove muore il 10 gennaio 1824; è sepolto a Superga.[cxi]

Il 27 febbraio 1824 a Genova, per le sue solenni esequie nella cattedrale di San Lorenzo, alla presenza della regina vedova Maria Teresa e delle figlie Marianna e Maria Cristina, è innalzato un catafalco a schema piramidale, di chiara ispirazione canoviana, opera del Barabino, ornato da quattro trofei posti su tronchi di colonne, rappresentanti figure alate che annunciano con le trombe il luttuoso avvenimento, e da bassorilievi, opera di Giuseppe Gaggini, con le fiaccole dirette verso terra in segno di lutto.[cxii]

Del Gaggini pure la statua di Vittorio Emanuele I, realizzata per Genova e mai collocata, destinata infine a Torino, posta nelle piazza antistante la chiesa della Gran Madre di Dio.[cxiii]

NOTE

[i] A. SEGRE, Vittorio Emanuele I, Torino 1928, p.147; G. SERRA, Memorie per la storia di Genova, in Atti SLSP, Genova 1930, vol. LVIII, pp.135-136; V. VITALE, Onofrio Scassi e la vita genovese del suo tempo, ibidem, Genova 1932, vol. LIX, p. 195; ID. Breviario della storia di Genova, Genova, 1955, vol. I, p. 215; G. ORESTE, Genova nel risorgimento italiano, in “Quaderni  Ligustici”, n. 105, p. 9; N. NADA, Il Piemonte sabaudo dal 1814 al 1861, in P. NOTARIO-N. NADA, Il Piemonte sabaudo dal periodo napoleonico al risorgimento, in “Storia d’Italia” diretta da G. GALASSO, Torino 1993, vol. VIII, tomo 2°, p. 102. William Charles Cavendisch lord Bentinck (1774-1839), comandante delle forze inglesi in Sicilia nel 1811, rappresentante del suo governo presso la corte di Palermo; nel marzo 1814 sbarca a Livorno, occupa Sarzana e Chiavari; a Nervi dichiara decaduta l’amministrazione francese; ad Albaro, nel suo quartier generale, riceve la resa delle truppe francesi; governatore generale delle Indie dal 1828 al 1834. Girolamo Serra (1761-1832), di Giacomo, patrizio genovese, membro del Minor Consiglio dell’antica Repubblica; membro della deputazione inviata a Mombello a Napoleone nel 1797; membro della commissione di Governo nel 1800; senatore del Dipartimento di Genova, nominato da Napoleone cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore; membro dell’Accademia Imperiale di Genova e del Consiglio delle Leggi a Parigi, presidente dell’amministrazione dell’Università di Genova nel 1806, nuovamente senatore nel 1811; presidente del Senato provvisorio nel 1814, inviato genovese al Congresso di Parigi nello stesso anno; favorevole all’indipendenza; gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro; sepolto in Genova nella chiesa di N.S. Assunta di Carbonara, detta la Madonnetta.

[ii] E. LANA, L’affare del sale e la fontana della piazza di Novi, in “NOVINOSTRA”, a. IV (1964),  n. 3 pp. 8-14; S. CAVAZZA, Novi Ligure città del Piemonte, Tortona 1982, p.16; M. SILVANO, Consiglieri dell’Oltregiogo nel governo di lord Bentinck, ibidem, a. XL (2000), n. 4, p. 83; M. RESCIA, La fontana di piazza Dellepiane: risarcimento inglese alla città di Novi, in “Panorama di Novi”, a, XXXXII (2005), n. 34, p. 19. La fontana, terminata nel 1824, porta questa lapide, dettata da Faustino Gagliuffi: “AQUA IUGIS PARTA / CAROLO FELICI REGE / FR. LENCISA PRAEFECTO PROV. / BAUD. CANEFRIO MAG. CIV.”. Lazzaro Negrotto nato nel 1755, di G.B. e di Marina Cambiaso (da cui la discendenza Negrotto Cambiaso), patrizio genovese, nominato nel 1814 da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi; favorevole all’indipendenza. Paolino Sauli (1766-1845) di Domenico e di Geronima Pallavicino, patrizio genovese, ufficiale della Municipalità di Novi nel 1798, membro del Consiglio di Novi nel 1814 e delegato novese presso il governo provvisorio, nominato da lord Bentick deputato ai Consigli Legislativi; capo anziano del Comune di Novi nel 1819; cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro; proprietario di palazzo Sauli in Via Girardengo. Luigi Peloso (1772-1849), di Giovanni Matteo e Maria Geronima Avio, nel 1797 è uno dei nove cittadini scelti per costituire il nuovo governo della Municipalità, del quale assume le funzioni di segretario; nominato nel 1798 membro del Corpo Legislativo della Repubblica Ligure; delegato novese con Paolino Sauli nel 1814 presso il governo provvisorio, nominato da lord Bentick deputato ai Consigli Legislativi; repubblicano democratico, esercita notevole influenza sul popolo ed appartiene con il fratello Antonio Francesco al partito favorevole all’indipendenza; benefattore dell’Ospedale San Giacomo. Giuseppe Gaggini (1791-1867), allievo all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Nicolò Traverso, passa a Roma dove nel 1817 riceve il premio promosso dal Canova; nominato nel 1830 direttore della scuola di scultura dell’Accademia Ligustica che regge sino al 1836; stimato da Carlo Alberto, è chiamato alla corte di Torino dove lavora per palazzo Reale, ed i castelli di Pollenzo e Racconigi, ed insegna all’Accademia Albertina dal 1841 al 1856.

[iii] A. SEGRE, cit., p.14; V. VITALE, ibidem. Vittorio Emanuele I (1759-1824), secondogenito di Vittorio Amedeo III e di Maria Antonia di Borbone, figlia di Filippo V di Spagna; duca d’Aosta, sposa Maria Teresa d’Asburgo Este (1773-1832); la famiglia reale, costretta all’esilio dalle vittorie di Napoleone, nel marzo 1799 approda a Cagliari; Carlo Emanuele IV rimane in Sardegna solo sei mesi, ed alla sua partenza nomina viceré il fratello Carlo Felice, che ricopre la carica sino al 1806, quando il nuovo re Vittorio Emanuele I, lasciata Roma a seguito dell’arrivo delle truppe francesi, si trasferisce in Sardegna per rimanervi sino al maggio 1814.

[iv] V. VITALE, ibidem; G.B. Domenico Carrega (1760-1827), di Giacomo Filippo, patrizio genovese, generale dell’antica Repubblica; nominato da lord Bentinck deputato ai Consigli legislativi; favorevole all’indipendenza, con la Restaurazione presidente della Giunta degli Ospedali, gran croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, cavaliere dell’Ordine della SS.ma Annunziata; il re sarà padrino di battesimo di suo figlio Francesco Felice; palazzo Carrega, acquistato ed ingrandito da Giacomo Filippo, dopo il 1820 passa ai Cataldi, ed un secolo dopo alla Camera di Commercio. Giuseppe Maria Cambiaso (1741-1826), di Pietro Maria, patrizio genovese, nobile di Sarzana, giureconsulto, membro del Minor Consiglio, del Magistrato di Guerra, dei Supremi Sindacatori e del Banco di San Giorgio all’epoca dell’antica Repubblica; membro della commissione di governo nel 1799; in epoca napoleonica consigliere della Corte d’Appello; nominato da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi; favorevole all’indipendenza; con la Restaurazione presidente del Real Senato sedente in Genova, membro del Magistrato di Sanità, gran croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro; sepolto in Genova nel santuario di San Francesco da Paola.

[v] V. VITALE, ibidem; F. NURRA, ibidem. Filippo Asinari di San Marzano (1767-1828), primo scudiero e gentiluomo di Camera nel 1794, tenente colonnello dei Dragoni nel 1796, primo segretario di Guerra nel 1798; stimato da Napoleone, consigliere di Stato, plenipotenziario a Berlino, cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore e barone dell’Impero; maggiore generale nel 1814, primo segretario di Guerra nel 1815, primo segretario agli Esteri nel 1817, gran ciambellano di corte nel 1821, plenipotenziario al Congresso di Lubiana, fondatore dell’Accademia Militare di Torino, gran croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, insignito degli Ordini dell’Aquila Nera di Prussia, di Santo Stefano d’Ungheria, di Sant’Alessandro Newski di Russia.

[vi] V. VITALE, ibidem; M. BOTTARO-M. PATERNOSTRO, Storia del teatro a Genova, Genova 1982, vol. I, p.79. Antonio Brignole Sale (1786-1863), di Anton Giulio II, patrizio genovese, marchese di Groppoli in Lunigiana, nominato da Napoleone prefetto del Dipartimento di Montenotte, commendatore degli Ordini della Riunione e della Corona di Ferro; conte dell’Impero; favorevole all’indipendenza, con la Restaurazione, entrato in diplomazia, è ministro plenipotenziario ed inviato straordinario alle corti di Firenze, Madrid e Mosca, ambasciatore a Parigi, Londra, e Vienna; sindaco di Genova per la I classe nel 1824, presidente della Giunta degli Ospedali, senatore del Regno nel 1848, cavaliere dell’Ordine della SS.ma Annunziata, gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, gran croce degli Ordini del Merito di San Giuseppe di Toscana, del Dannebrog di Danimarca, di San Stanislao di Russia, dell’Aquila Bianca di Polonia; proprietario in Novi di palazzo Brignole detto “della Dogana” in via Roma.

[vii] A. COMANDINI, cit. p. 718.

[viii] A. COMANDINI, cit., p.720; A. SEGRE, cit., p. 150; ID., Il primo anno del ministro Vallesa, Torino 1928, p.43.

[ix] V. VITALE, ibidem.

[x] G. PIRA, Storia della città e del territorio d’Oneglia, in “Un faro”, a cura di A. CARLI, Torino 1964, vol. II, pp.503-504.

[xi] A COMANDINI, ibidem; A. SEGRE, cit., p.150; F. COGNASSO, cit., p.52; P. PINTO, Carlo Alberto il Savoia amletico, Milano 1990, p.23.

[xii] F. PASTORINO e AA.VV., Dizionario delle strade di Genova, Genova 1968, vol. I, p.584; A. PROFUMI, Antiche lapidi sabaude a Genova, in “Alleanza Monarchica”, Torino 1995, a. XXIX, n.3 p.12. Questo il testo della lapide: “REX VICTORIUS EMMANUEL / REGIS CAROLO EMMANUELIS IIII FRATER / REGIS VICTORI AMEDEI III FILIUS / PIUS FELIX AUGUSTUS / HISCHE IN AEDIBUS FORTUNATISSIMIS HOSPITATUS EST / PRIMUM DIES VIII / EX SARDINIA GENUAM ADVENIENS / VIII ID. MAIAS MDCCCXIIII / UT AVITAM SABAUDIAE ET PEDEMONTII POSSESSIONEM / PARIENSI PACE VIDICATAM OBTINERET”.

[xiii] M. LAMPONI, Paesi di Polcevera, Genova 1980, p.111. Antonio Delle Piane di San Quirico, sepolto nella badia benedettina si San Nicolò del Boschetto,  acquistata dal figlio Giuseppe Pasquale nel 1829 dal marchese Francesco Brignole.

[xiv] A. COMANDINI, cit., pp.718, 720; A. SEGRE, cit., p. 150; P. PINTO, ibidem. Per l’occasione Pozzolo deve pagare “somministrazioni” per circa 12.000 lire; M. SILVANO, Novi provincia dello Stato Sabaudo, in “NOVINOSTRA”, a. XI (1971), n.2, p.10.

[xv] A. COMANDINI, ibidem; F. COGNASSO, ibidem.

[xvi] A. SEGRE, cit., p. 153, ID., Il primo anno cit., pp. 5-8.

[xvii] M. SILVANO, ibidem. Gio Andrea Vaccari, di Benedetto, membro del Consiglio di Novi dal 1777 al 1791, due volte eletto Padre del Comune, membro della commissione inviata nel 1797 a Genova per fraternizzare con il nuovo governo; membro del Tribunale di Commercio di Novi nel 1802 (con sede in Via Girardengo n. 200 presso la sua abitazione); giudice di pace della Municipalità nel 1814, consigliere del Comune nel 1816. Manfredi Pavese, di Nicola e di Luigia Placidia Ermirio, consigliere del Comune nel 1818 e nel 1819, benefattore nel 1834 dell’Ospedale San Giacomo. Francesco Pernigotti, di Gio Andrea, membro del Tribunale di Commercio di Novi nel 1802, consigliere del Comune nel 1816 e nel 1819. Gio Antonio Panario, consigliere del Comune nel 1796, 1816, 1818 e 1819. Francesco Gazzana, di Carlo, consigliere del Comune nel 1818. Alberto Vincenzo Pavese, (1766-1826), di Nicola e Luigia Placidia Ermirio, nominato nel 1803 da Napoleone senatore; membro del consiglio provvisorio del circondario di Novi nel 1805, membro della giunta per statuire le riforme apportate alla Costituzione nel 1814; con la restaurazione decurione per la II classe di Genova. Paolo Vincenzo Beraudo, (1791-1819), di G.B. e di Livia Maddalena Formentano, consigliere del Comune nel 1816, protettore dell’Ospedale di San Giacomo, del quale è benefattore per disposizione testamentaria del 1818. Ottavio Cattaneo, di Giovanni, membro del Consiglio di Novi dal 1777 al 1796, padre del Comune nel 1796, membro del comitato dei Pubblici Stabilimenti nel 1797, proprietario della tenuta Campoleone. Carlo Francesco de Carlini, di Agostino e Teresa Bado, patrizio genovese, membro del Gran Consiglio dell’antica Repubblica nel 1797; sindaco di Novi dal 1828 al 1831, proprietario di palazzo de Carlini in Via Girardengo. Francesco Maria Camusso, (1740-1817), di Stefano e di M. Maddalena Bovone, membro del Consiglio di Novi nel 1796, membro della Municipalità nel 1798, consigliere del Comune nel 1816. Francesco Maria Pavese, (1771-1851), di Nicola e di Luigia Placidia Ermirio, nominato nel 1814 da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi, consigliere della Camera di Commercio di Genova nel 1832, 1837 e 1838; benefattore dell’ospedale di San Giacomo nel 1850.

[xviii] V. VITALE, Informazioni di polizia sull’ambiente ligure, in Atti S.L.S.P., Genova 1933, vol. LXI, pp. 419-422. Ignazio Thaon de Revel (1760-1835), confinato dai francesi a Grenoble per la sua fedeltà a casa Savoia; inviato quale plenipotenziario ai sovrani alleati, governatore di Genova, poi viceré di Sardegna, governatore di Torino dal 1820, dopo i moti del 1821 luogotenente generale, ristabilisce l’ordine; maresciallo di Savoia, vice presidente del Consiglio di Stato, gran croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, cavaliere dell’Ordine della SS.ma Annunziata.

[xix] C. MANFRONI, Genova, Genova 1927, p.244; A. SEGRE, cit., pp.60-61; G. ORESTE, cit., pp.9-10. Agostino Pareto (1773-1829), di Lorenzo, patrizio genovese, senatore dell’antica Repubblica; membro del governo provvisorio, senatore della Repubblica Democratica nel 1803, maire di Genova dal 1806 al 1809, cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore e barone dell’Impero; senatore e  membro del governo nominato da lord Bentinck, plenipotenziario a Londra nel 1814; favorevole all’indipendenza; sepolto nella chiesa di San Biagio in Val Polcevera.

[xx] V. VITALE, cit., pp. 228-229.

[xxi] V. VITALE, cit., pp.229-230. Ippolito Durazzo (1752-1818), di Marcello, patrizio genovese, ricopre incarichi nel governo dell’antica Repubblica; botanico e studioso di mineralogia, nominato da lord Bentinck senatore membro del governo provvisorio, presidente del Magistrato di Guerra e Marina; favorevole all’indipendenza. Paolo Gerolamo Pallavicino (1756-1818), del doge Carlo, patrizio genovese, senatore e generale delle Armi dell’antica Repubblica, esule dal 1797 al 1806 a Firenze e Milano; nominato senatore e membro del governo da lord Bentinck, favorevole all’indipendenza; sindaco di Genova per la I classe, gentiluomo di Camera.

[xxii] L. MANFRONI, cit., p.245; A. SEGRE, Vitt. Em., cit., pp.60-61.

[xxiii] V. VITALE, cit., pp.236-237. In realtà l’amministrazione municipale sarà diretta e controllata dal primo presidente del Real Senato sedente in Genova.

[xxiv] A. COMANDINI, cit., p.771; A. SEGRE, cit., p.63; V. VITALE, cit., pp.230-231.

[xxv] L. MANFRONI, cit. p.247; P. CAMPODONICO, La marina genovese dal medioevo all’unità d’Italia, Milano 1989, p.227.

[xxvi] A. SEGRE, cit., p.65; V. VITALE, cit.,p.232.

[xxvii] E. LOIDOROGRAFO, La destra repubblicana da Mazzini all’azionismo, in “L’altra Italia”, Roma 1989; a.I., n.2, p.10.

[xxviii] A. SEGRE, cit., pp. 62-63. app. III, pp. 343-379; V.VITALE, Informazioni cit., pp. 420-421

[xxix] C. BORNATE, L’insurrezione di Genova nel marzo 1821, in “Biblioteca di storia italiana recente”, vol. IX, p. II e ss.; V. VITALE, Informazioni, pp. 421-422.

[xxx] V. VITALE, Informazioni, ibidem.

[xxxi] V. VITALE , cit., pp. 230-231.

[xxxii] A. SEGRE, Il primo anno, cit., pp, 61-62. Luigi Corvetto (1756-1821), di Domenico, giureconsulto, presidente del direttorio della Repubblica Democratica, membro dell’Istituto Nazionale, direttore del Banco di San Giorgio, consigliere di Stato e conte dell’Impero; rinuncia alla carica di primo segretario alle Finanze offertagli da Vittorio Emanuele I in quanto confermato in Francia al Consiglio di Stato, dove presiede la sezione Interni; caduto il gabinetto Talleyrand, è nominato ministro delle Finanze; gran croce dell’Ordine della Legion d’Onore; sepolto a Nervi nella chiesa di San Siro. Tommaso Littardi (1789-1871) di Gio Battista, di Porto Maurizio; nel 1809 uditore al Consiglio di Stato, nel 1810 in servizio straordinario ed impegnato in missioni diplomatiche a Vienna e in Illiria; sposato con Anna Corvetto, secondogenita di Luigi; nel 1811 uditore di II classe presso l’amministrazione dei Ponti e Strade, ha l’incarico di commissario ai lavori della strada litoranea ligure; uditore di I classe, è nominato sottoprefetto di Parma dal 1812 al 1814; caduto Napoleone, nel 1818 è tesoriere presso il ministero di Polizia, poi Ricevitore generale del Dipartimento del Var a Tolone dal 1823 al 1853; cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore, cittadino francese, soccorre in patria scuole, artisti e letterati, favorisce la pubblicazione degli studi scientifici di Giorgio Gallesio; nel 1848 arma volontari, che  partirono da Marsiglia per combattere in Italia; cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia nel 1870. Giuseppe Filippo Schiaffino (1776-1835), di Nicolò, console generale di Francia a Genova, sposato con Maddalena Corvetto, primogenita di Luigi; nominato barone nel 1817 da Luigi XVIII, commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore; sua figlia Anna, moglie del marchese Stefano Giustiniani, grande amore giovanile di Camillo Benso di Cavour, morirà suicida.  Giorgio Gallesio (1772-1839), di Finale, conte, laureatosi in giurisprudenza a Pavia nel 1793, entrato in magistratura, uditore al Consiglio di Stato, sottoprefetto di Savona e poi di Pontremoli; nel 1814 partecipa in qualità di segretario al Congresso di Vienna a fianco di Antonio Brignole Sale; favorevole all’indipendenza; botanico e pomologo, si occupa d’agraria e di piante da frutto; cavaliere dell’Ordine dei SS: Maurizio e Lazzaro, muore a Firenze, dove per la sua fama è sepolto in Santa Croce.

[xxxiii] A. SEGRE, cit., p.67; V. VITALE, cit. p. 232. Gian Carlo Brignole (1761-1849), del doge Giacomo Maria, patrizio genovese, riveste cariche nell’antica Repubblica; dopo la rivoluzione del 1797 è arrestato con la falsa accusa di controrivoluzionario; esule a Parigi, torna nel 1810; favorevole all’indipendenza, nominato da lord Bentinck nel 1814 deputato ai Consigli Legislativi e membro del governo provvisorio, senatore, presidente della commissione incaricata della ricostruzione del Banco di San Giorgio, presidente della Deputazione e poi dell’Università dal 1816 al 1826; ministro delle Finanze dal 1817 al 1825, presidente del Magistrato delle Riforme dell’Ateneo di Torino dal 1825 al 1829, e direttore dell’Istruzione di tutti gli Stati di Terraferma, decurione per la I classe del Municipio di Genova; grande di Corona, ministro di Stato, senatore del Regno, gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, cavaliere dell’Ordine della SS.ma Annunziata; proprietario in Novi di villa Brignole (ora Delle Piane) sulla strada per Gavi, ove amava soggiornare nei mesi estivi. Gio Stefano Pessagno (1764-1835), di Giuseppe, patrizio genovese, professore di scienze fisiche e matematiche all’Università di Pavia, membro del Comitato degli Edili nel 1800, aggiunto al maire di Genova, favorevole all’indipendenza, capo anziano del Corpo di Città nel 1814, nominato nello stesso anno la lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi, membro del governo provvisorio, decurione onorario del Consiglio Generale di Torino nel 1815, infine capo anziano di Sestri, cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Carlo Giovanni Quartara (1761-1844) negoziante e banchiere, console della Ragione nel 1784, poi conservatore del Mare all’epoca dell’antica Repubblica; deputato ai Corpi Legislativi a Parigi, cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore; durante il governo provvisorio ministro degli Interni e poi delle finanze, nominato senatore da lord Bentinck; favorevole all’indipendenza; decurione per la 2° classe e quattro volte sindaco di Genova per detta classe, membro d’onore dell’Accademia di Belle Arti, infine nominato dal re conte. G.B. Centurione Scotto (1761-1850), di Carlo, patrizio genovese, principe del S.R.I., nominato nel 1814 da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi; favorevole all’indipendenza, gentiluomo di Camera in servizio a Genova con titolo e grado di grande di Corona; decurione di Genova per la 1° classe, membro d’onore dell’Accademia di Belle Arti, gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

[xxxiv] A. SEGRE, cit., p. 64; V. VITALE, cit, p. 232. Giuseppe Spina(1756-1828) del conte Francesco, da Sarzana, dottore in u.s., arcivescovo di Genova dal 1802, nominato cardinale nel 1808; napoleonista convinto, è obbligato dal Pontefice a ritrattare e condannato a celebrare messa per 40 giorni nelle catacombe; rientrato a Genova, favorevole all’indipendenza.

[xxxv] Gazzetta di Genova del 28.1.1815; V. VITALE, ibidem.

[xxxvi] A. SEGRE, ibidem.

[xxxvii] A. COMANDINI, cit., p. 772.

[xxxviii] A. COMANDINI, cit., p. 774.

[xxxix] S. CAVAZZA, Settecento novese, Tortona 1971, pp.291-292.

[xl] V. VITALE, Informazioni cit., pp. 433, 535.

[xli] V. VITALE, Informazioni cit., p.448. Antonio Francesco Peloso (1765-1835), di Giovanni Matteo e di Maria Geronima Avio, capitano degli Scelti nel 1796, comandante della Guardia nazionale nel 1796, comandante della Guardia Nazionale nel 1797, membro della commissione inviata a Genova per riconoscere il nuovo governo nello stesso anno; membro del Consiglio generale del Dipartimento di Genova dal 1808 al 1816; mercante, banchiere, industriale serico, acquista in Genova nel 1826 il palazzo Peloso, già Doria, ove fonda la pinacoteca, trasferita poi a Novi a palazzo Peloso, già De Franchi; effigiato da Francesco Hayez nel 1824, consigliere della Camera di Commercio di Genova, sottoscrive la delibera per l’offerta della fregata “il Commercio di Genova” di 60 cannoni alla R. Marina; nel 1834 possiede in Novi la più grande filanda, ed è altresì proprietario in San Quirico in Val Polcevera di una delle maggiori filande della provincia.

[xlii] A, SEGRE, Il ministro cit., appendice III, p. 368. Benedetto Anfosso, ufficiale della Municipalità di Novi nel 1798. Giuseppe Maria Boccardo, di G.B., membro del Consiglio di Novi nel 1795, giudice di pace. Baudolino Canefri, membro del Consiglio di Novi nel 1796, consigliere del Comune dal 1816 e nel 1819, sindaco di Novi nel 1823.

[xliii] A. COMANDINI, cit., pp. 775-776; A. SEGRE, ibidem; ID. Vittorio Emanuele cit., pp. 153-154

[xliv] T. PASTORINO e AA.VV., cit., vol. I, p. 584; A. PROFUMI, ibidem. Questo il testo della lapide: “ITERUM DIES XXIII /AUGUSTA TAURINORUM REVERSUS / VI  ID. FEBB. MDCCCXV / UT DUX GENUENSIS VINDIBONENSI FAEDERE RENUNTIATUS / BONO PUBLICO FIRMANDO AUGENDOQUE CONSULERET”.

[xlv] V. VITALE, cit., 231. Nicolò Grillo Catteneo (1756-1834), di Leonardo, patrizio genovese, letterato ed umanista, ricopre incarichi nel governo dell’antica Repubblica; membro dell’Accademia Imperiale nel 1805; ministro dell’Istruzione Pubblica del governo provvisorio nel 1814, nominato deputato ai Consigli Legislativi da lord Bentinck nello stesso anno; favorevole all’indipendenza, presidente dell’Università, gran croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

[xlvi] L.A. CERVETTO, Feste nel porto di Genova attraverso i secoli, Genova 1905, pp.51-52; A. COMANDINI, cit., pp.778-779.

[xlvii] A. SEGRE, Vitt. Em. cit, p. 66; V. VITALE, cit., pp.235-236. Luigi Carbonara (1753-1826), di G.B. Luca, patrizio genovese, giureconsulto, uno dei capi della rivoluzione nel 1797, membro della commissione inviata a Mombello a Napoleone nel 1797, membro del governo provvisorio e giudice della Corte di Cassazione nello stesso anno, membro del governo nel 1800, nominato senatore da Napoleone, presidente della Corte Imperiale, conte dell’Impero; nominato nel 1814 da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi; favorevole all’indipendenza; con la Restaurazione è primo presidente del Real Senato di Genova, membro del comitato dei liquidatori del cessato Banco di San Giorgio; gran croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro; sepolto a Sestri Ponente nella chiesa di San Giovanni Battista.

[xlviii] A. COMANDINI, cit., p. 780. Giorgio Agnes des Geneys (1761-1839) combatte all’assedio di Tolone nel 1793, difende Oneglia nel 1798; dopo Marenco passa in Sardegna, dove comanda i servizi marittimi; inviato in missione a Ginevra nel 1814 presso lord Castelreagh diretto al congresso di Parigi; vice ammiraglio, ha il comando della Marina; nel 1820 governatore di Genova; conservatore in politica, non ostacola i patrioti che dopo i moti del 1821 partono per l’esilio; nel 1825 prepara la spedizione contro Tripoli; contrammiraglio nel 1826, presidente del magistrato Supremo e del Consiglio dell’Ammiragliato, cavaliere dell’Ordine della SS.ma Annunziata, gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, commendatore dell’Ordine Militare di Savoia, cavaliere dell’Ordine di San Gennaro delle Due Sicilie; muore a Genova, dove è sepolto nel santuario di San Francesco da Paola.

[xlix] A. COMANDINI, cit., p. 782.

[l] A. COMANDINI, cit., p. 786; L. A. CERVETTO, cit., pp.32-33. Antonio Beramendi y Frayre, già console a Genova del re di Spagna Giuseppe Bonaparte, relegato da Napoleone per cinque anni nel forte di Fenestrelle; favorevole all’indipendenza.

[li] A. SEGRE, cit., pp.76-77; V. VITALE, cit., p.235; T. PASTORINO e AA.VV., cit., vol., II, p.324. Questo il testo della lapide: “D.O.M. / SOLEMNITER UT INDIQUE GENTES / SALUTARI PRECATIONE BEASSET ET OPERE / PIUS PAPA VII P.M. / DEGENS / ET AB URBE RECEDENS / HANC ET MANIA DOMUS / SUO HONESTAVIT INGRESSU / A.D. MDCCCXV ET QUARTO NONAS / ET PRIMA POST IDUS MAII”.

[lii] A. COMANDINI, ibidem. Marcello Durazzo (1762-1837) di Giacomo Filippo, patrizio genovese, marchese di Gabiano, nominato da lord Bentinck nel 1814 deputato ai Corpi Legislativi; favorevole all’indipendenza.

[liii] A. BRUNO, Storia di Savona dalle origini ai giorni nostri, Savona 1901, p. 183; D. e F. MARTINENGO, Pio VII in Savona, Savona ,1936 p, 253; G.M. DELLE PIANE, I Borbone Parma a Genova tra Restaurazione e Risorgimento Carlisti e Miguelisti in Liguria, in “Nobiltà”, a XV (2007) n. 80, p. 471. Maria Luisa di Borbone (1782-1824), figlia di Carlo IV di Spagna, sposa nel 1795 l’infante di Spagna Ludovico I di Borbone duca di Parma, re d’Etruria come Ludovico I; nel 1814 il congresso di Vienna le assegna il ducato di Lucca. Carlo Ludovico di Borbone ( 1793-1883), infante di Spagna, re d’Estruria come Ludovico II; principe ereditario di Lucca nel 1820 sposa Maria Teresa di Savoia; duca di Lucca come Carlo Ludovico I, poi duca di Parma come Carlo II; cavaliere dell’Ordine della SS.ma Annunziata e gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Maria Luisa Carlotta di Borbone (1802-1857), sposa in prime nozze il duca Massimiliano di Sassonia, in seconde il conte Gio Francesco de Rossi, in terze il nob. Giovanni Vimercati.

[liv] A. COMANDINI, ibidem; A. PROFUMI, ibidem. Questo il testo della lapide: “ TERTIUM D. XIIII / AB ALEXANDRINIS CASTRIS FESTINANS V CAL.MAIAS MDCCCXV / UT PIUM VII PONT.MAX. ROMA SPLENDIDE PROFUGUM / SOLEMNI PIETATIS OFFICIO PRAESENS VENERARETUR / QUOS DIES POSTERIORUM SUORUM MEMORIAE COMMENDAT / MARCHIO IOANNES BAPTISTA IACOBI PHIL. FILIUS CARREGA / AB HOSPITE EI DOMINO INDULGENTISSIMO / MEMORIBUS AMPLISSIMIS PRAETER SPEM CUMULATURUS”. Carlo Alberto di Savoia Carignano (1798-1849), di Carlo Emanuele e di Albertina di Sassonia Curlandia; posto in collegio a Parigi, passa poi a Ginevra; nominato da napoleone luogotenente dell’8° reggimento Dragoni e conte dell’Impero; rientrato in patria, è riconosciuto dal congresso di Vienna erede della corona; sposa nel 1817 a Firenze l’arciduchessa d’Austria Maria Teresa d’Asburgo, figlia del granduca di Toscana Ferdinando III; aderisce all’idea dell’indipendenza italiana e si infiamma alle parole di patriottismo dei liberali piemontesi, ma nel 1821 non ne asseconda i moti; con l’abdicazione di Vittorio Emanuele I è nominato reggente e giura la costituzione di Spagna, salva l’approvazione del nuovo re Carlo Felice allora a Modena; pochi giorni dopo su ordine del re, che si oppone ad ogni novità, parte per il campo di Novara, passando poi a Milano; inviso ormai ai liberali ed alla corte, ripara a Firenze; nel 1823 partecipa alla spedizione di Spagna e combatte al Trocadero; tornato in patria nel 1824, durante il viaggio si ferma a Genova ad ossequiare Carlo Felice; re di Sardegna dal 1831, concede lo statuto nel 18148 e dichiara la guerra all’Austria; sconfitto nel 1849 a Novara, abdica a favore del figlio Vittorio Emanuele II; muore in esilio ad Oporto.

[lv] Questo il testo della lapide: “ PIO VII / PROFUGO A GENOVA / QUI SOSTAVA IL 3 MAGGIO 1815 / CON RE VITTORIO EMANUELE I DI SAVOIA / E CARDINALI SPINA- RUFFO SCILLA-GABRIELLI / CONFORTATO PIU’ CHE DA L’INCANTO DELLA NATURA / DA L’OMAGGIO DEVOTO FILIALE DEL NOBILE OSPITE MARCHESE GIAN BATTISTA CARREGA / E DA L’ENTUSIASMO RELIGIOSO / DEL POPOLO CH’EI BENEDIVA ACCLAMANTE”.

[lvi] A. BRUNO, ibidem; D. e E. MARTINENGO, ibidem; G.M. DELLE PIANE, ibidem. Maria Beatrice di Savoia (1779-1840), primogenita, sposa nel 1812 il duca di Modena Francesco IV d’Asburgo-Este, fratello di sua madre Maria Teresa.

[lvii] A. COMANDINI, cit., p. 790.

[lviii] C. DA LANGASCO, cit., p. 68; M. LAMPONI, cit., pp. 111, 243; M,L. RINALDI, I gruppi scultorei della basilica della Maddalena a Novi Ligure, Novi 1989, p. 33; C. TRAVERSO, Campomorone, Genova 1999 pp. 97 – 98.

[lix] C. DA LANGASCO, ibidem. Marco Lomellini (1757-1837), di Lorenzo, patrizio genovese, membro del Gran Consiglio nel 1797; nominato da Napoleone ciambellano e conte dell’Impero; nominato nel 1814 da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi, da Pio VII gentiluomo di S.S.; favorevole all’indipendenza.

[lx] S. CAVAZZA, cit., pp. 287-289; M. L. RINALDI, cit., p. 34; F. ZANOLLI, La chiesa di S. Andrea in Novi, Novi Ligure s.d., pp. 40 – 41. Questo il testo della lapide in Collegiata: “PIUS VII / PONTIFEX MAXIMUS / GESTIENTE CANONICORUM COLLEGIO / CLERO CIVIBUS PLAUDENDIBUS / PRIMARIO NOVARUM TEMPLUM / VICTORII REGIS NUPER / PRAESENTIA HONESTATUM / GLORIA CUMULATURUS / INVISEBAT / XV KALENDAS JUNII MDCCCXV”. Questo il testo della lapide a palazzo Negrotto poi Delle Piane: “PIO VII / IL 18 MAGGIO 1815 / DA QUESTO PALAZZO / SOLENNEMENTE BENEDIVA / IL POPOLO ACCLAMANTE”.

[lxi] N. NADA, L’esperienza genovese cit., p. 361.

[lxii] A. COMANDINI, ibidem.

[lxiii] ) L, SINISI, Nicolò Gervasoni, avvocato, arrètiste e magistrato, in “Giuristi liguri dell’Ottocento”, atti del Convegno, Accademia Ligure di Scienze e Lettere, Genova 2001, pp.24-25.

[lxiv] V. VITALE, cit., pp. 237-238. Giuseppe Galdolfo, nominato nel 1814 da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi, ricusa la carica di sindaco; favorevole all’indipendenza.

[lxv] V.VITALE, cit., p. 238; R. NEILL, Nicolò Paganini, Genova 1978, p. 65; P. BERRI, Paganini ed il suo tempo, Milano 1982, p. 116. Maria Anna di Savoia (1803-1884), sposa nel 1831 il principe ereditario d’Austria e re d’Ungheria Ferdinando d’Asburgo (1793-1875) poi imperatore d’Austria come Ferdinando I, che il 2 dicembre 1848 abdica a favore del nipote Francesco Giuseppe. Maria Teresa di Savoia (1803-1879), sposa nel 1820 l’infante di Spagna Carlo Ludovico di Borbone Parma, già re d’Etruria, poi duca di Lucca come Carlo Ludovico I, ed infine duca di Parma come Carlo II. Maria Cristina di Savoia (1812-1836), sposa nel 1832 nel santuario di N.S. dell’Acquasanta in Genova Voltri Ferdinando II di Borbone re delle Due Sicilie.

[lxvi] A. COMANDINI, cit., pp. 817-818. Francesco IV d’Asburgo-Este (1779-1846), figlio di Ferdinando Carlo, fratello dell’imperatore Giuseppe II, e di Maria Beatrice d’Este-Cibo, erede del ducato di Modena; primo arciduca d’Austria-Este, duca di Modena e Massa, principe di Carrara.

[lxvii] V. VITALE, p. 238, n. 4.

[lxviii] ) L.A- CERVETTO, cit., p. 36. Carlo Francesco Barabino (1768-1835), allievo dell’Accademia Ligustica, il suo soggiorno di studio a Roma è decisivo per la sua formazione di gusto neoclassico, direttore della scuola di architettura ed ornato, infine di quella di ornato dell’Accademia, progetta nel 1805 gli apparati per l’ingresso a Genova di Napoleone, e partecipa nel 1807 al concorso per la progettazione della Madaileine a Parigi. Architetto del Comune dal 1818 sino alla morte, progetta l’altare della cappella Lercari in san Lorenzo, la facciata della chiesa di San Siro e dell’Annunziata del Vastato. Urbanista imprime alla città una funzionalità ed un aspetto “moderno”. La sua opera più importante è il complesso costituito dal teatro Carlo Felice e dal palazzo dell’Accademia Ligustica, con il relativo raccordo verso via Carlo Felice; autore del piano di ampliamento della città nel 1825, e del cimitero di Staglieno; cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. G.B. Cevasco (1814-1891), allievo di Giuseppe Gaggini e G.B. Garaventa, accademico di Merito dell’Accademia Ligustica; tra le sue opere la Pietà in Sant’Andrea in Novi; più volte consigliere comunale di Genova.

[lxix] L.A. CERVETTO, cit., pp.36-39; A. SEGRE, Vittorio Emanuele, cit., p. 173-174; G.M. DELLE PIANE, Maria Cristina di Savoia e Ferdinando II di Borbone Due Sicilie a Genova, in “Nobiltà”, a. IX (2002), n. 47, p. 175.

[lxx] A. COMANDINI, cit., p. 818; O. GROSSO, All’ombra della Lanterna, Genova 1967, p, 140.

[lxxi] L. CERVETTO, ibidem; A. COMANDINI, ibidem.

[lxxii] A. COMANDINI, cit., p. 822; T. PASTORINO e AA.VV., ibidem.

[lxxiii] A. SBORGI, L’ottocento e il novecento, dal neoclassicismo al liberty, in “La scultura a Genova ed in Liguria”, Genova 1988, vol. II, p. 322. Bartolomeo Carrea (1764-1839), di Gavi, allievo di Nicolò Traverso all’Accademia Ligustica, con il quale realizza il gruppo raffigurante Napoleone coronato dalla gloria nel 1805; con Giuseppe Gaggini i bassorilievi di palazzo Pallavicini e gli stucchi nella sala di palazzo Tursi; sua opera la statua della Madonna del Rosario nella chiesa di San Pietro in Novi. Gaetano Centanaro (1778-1826), allievo di Nicolò Traverso e Carlo Barabino all’Accademia Ligustica, partecipa nel 1805 alla realizzazione degli apparati per l’ingresso di Napoleone a Genova; collabora con il Traverso nel coro di San Stefano ed alla facciata di San Siro con il Barabino; esegue decorazioni neoclassiche in palazzo De Franchi in Albaro, a palazzo Cambiaso in via Garibaldi, nell’oratorio di San Giacomo delle Fucine. Ignazio Peschiera (1777-1839), allievo dell’Accademia Ligustica, accademico di merito nel 1811, più volte direttore della scuola di scultura tra il 1812 ed il 1833.

[lxxiv] GAZZETTA DI GENOVA, del 30.08.1815; A. COMANDINI, ibidem; E. NEILL, ibidem; P. BERRI, ibidem; l’avvenimento (secondo il Berri ha luogo il 28, secondo Comandini e Neill il 29 agosto) è largamente pubblicizzato anche fuori Genova. Nicolò Paganini (1782-1840), violinista e compositore, maestro di musica a Lucca alla corte di Elisa Baciocchi dal 1805 al 1809; concertista in tutte le città d’Italia, dal 1828 anche in Austria, Germania, Inghilterra, Irlando e Francia; nel 1839 per motivi di salute di trasferisce a Nizza, ed ivi muore.

[lxxv] A. COMANDINI, ibidem.

[lxxvi] E. NEILL, cit., pp. 66, 417; P. BERRI, cit., pp. 117, 660.

[lxxvii] A. COMANDINI, cit., p.826; A. SEGRE, Vittorio Emanuele I, cit., p.175; T. PASTORINO e AA.VV., cit., vol. I, pp. 584-585; A. PROFUMI, ibidem. Questo il testo: “REGINA MARIA THERESIA / MATERNO LATERE ADHAERENTIBUS / MARIA THERESIA MARIA ANNA MARIA CRISTINA / XI CAL. SEPTEM. MDCCCXV EX SARDINIA GENUAM APPULIT / OBVIAM UXORI ET FILIABUS AD PORTUM PROGRESSO / REGE VICTORIO EMMANUELE / CUM MARIA BEATRICE FILIA NATU MAIORE / ARCHIDUCE FRANCISCO DUCE MUTINENSI GENERO / CAROLO ALBERTO PRINCIPE CARINIANI CONSUBRINO / IN COMMUNI OMNIUM ORDINUM LAETITIA / EXULTABAT / MARCHIO J.B. CARREGA EQUES MAURITIANUS / INTER REGNI PROCERES SUPREMUS CONSERVATOR / CUIUS FILIAM MARIA THERESIAM ET THERESIA DE BALZO SUSCEPTAM / CONIUGES ET HOSPITES AUGUSTI / ADMINISTRANTE JOSEPHO SPINA CARD. ARCHIEPISCOPO / POSTR.IDUS SEPTEMB / AD SANCTUM BAPTISMA MEXTULERUNT / QUIQUE EX NOVA MUNIFICENTIA / EQUES TORQUATUS MARIAE AD ANGELO SALUTATA / CALENDIS NOVEMBRIBUS DICTUS EST”.

[lxxviii] A. SEGRE, Vittorio Emanuele I cit., p. 175; S. CAVAZZA, cit., p.292.

[lxxix] A. COMANDINI, ibidem.

[lxxx] A. SEGRE, cit., pp 119-120; G. PANETTA, Il tramonto della Mezzaluna, Milano 1984, vol. ii, pp. 229-230; P. MANUELE, Il Piemonte sul mare, Cuneo 1997, p.140. Francesco Sivori (1771-1830), entrato nella marina sarda nel 1791, passato a quella napoletana prende parte alla spedizione d’Egitto, con la Restaurazione rientra nella marina sarda; nel 1825 comanda l’impresa di Tripoli; commendatore dell’Ordine Militare di Savoia e maggiore d’armata; promosso capitano di vascello, poi contrammiraglio, è nominato barone nel 1829 da Carlo Felice.

[lxxxi] G. PARODI, Cronologia ecclesiastica, in “Insigne chiesa collegiata di Santa Maria delle Vigne, mille anni di fede e di storia”, Genova 1980, p. 14.

[lxxxii] V. VITALE, cit., p. 240. Gio Antonio Raggi (1769-1855) di Anton Giulio, patrizio genovese, membro del Gran Consiglio nel 1797, combatte contro i francesi nel 1800; esiliato nel 1809, rientra nel 1814; favorevole all’indipendenza, nominato da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi nel 1814; presidente del Magistrato di Polizia nel 1815; gran croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Domenico Donato del Carretto di Balestrino (1786-1869) di Gio Enrico, favorevole all’indipendenza, nominato da lord Bentinck nel 1814 deputato ai Consigli Legislativi; decurione onorario di Torino nel 1815, sottotenente del Corpo delle Guardie ad honorem, decurione per la I classe di Genova per oltre 20 anni; promosso luogotenente delle Guardie nel 1831, maggiore generale nel 1832, membro del Consiglio di Stato, commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Ippolito Spinola di Andrea, patrizio genovese, favorevole all’indipendenza, nominato da lord Bentick nel 1814 deputato ai Consigli Legislativi; capitano delle Guardie, promosso luogotenente generale, gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Giacomo Filippo Raggi di Anton Giulio, patrizio genovese, favorevole all’indipendenza, nominato da lord Bentinck nel 1814 deputato ai Consigli Legislativi; decurione onorario di Torino nel 1815, cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

[lxxxiii] V. PRUNAS TOLA, cit, pp. 56, 58; M. FRANZONE – R. SANTAMARIA, Sotto il segno del gatto: la collezione Fieschi, Genova 2000, p. 7. Agostino Fieschi (1760-1829) di Ettore, patrizio genovese, membro del Gran Consiglio nel 1797, marchese di Savignone, cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore, favorevole all’indipendenza, nominato da lord Bentick nel 1814 deputato ai Consigli legislativi; senatore e presidente del Comitato di polizia, capitano delle Guardie, cavaliere dell’Ordine della SS.ma Annunziata, insignito degli Ordine della Legion d’Onore di Francia, di Sant’Anna di Russia, della Corona di Ferro d’Austria; con lui si estingue il ramo dei Fieschi di Savignone.

[lxxxiv] GM. DELLE PIANE, Liguri insigniti di onorificenze granducali toscane, in “Nobiltà”, a. XI (2003), n. 56, p. 448.

[lxxxv] V. VITALE, cit., p. 241. Onofrio Scassi (1768-1836) di Agostino, medico e uomo politico, si perfeziona a Pavia, Inghilterra e Scozia; professore di medicina teorica, presidente del Collegio dei Medici, primo ad introdurre il vaccino antivaioloso, ricopre cariche nel governo della Repubblica Ligure; membro dell’Istituto Nazionale, nominato da Napoleone Senatore; favorevole all’indipendenza, nominato da Lord Bentinck nel 1814 deputato ai Consigli Legislativi; medico della Corte Sabauda, decurione di Genova, infine sindaco di Genova; cavaliere degli Ordini dei SS. Maurizio e Lazzaro e di San Wladimiro di Russia; nominato dal re conte. G.B. Leveroni (1774-1832) medico Collegato, dal 1816 professore di ostetricia, poi di istituzioni chirurgiche.

[lxxxvi] P. BERRI, Il prof,. G.A. Garibaldi e la medicina genovese del suo tempo, Savona 1941, p. 31; ID., Giuseppe Mojon, in “Liguria”, Genova 1977, a. XLIV, n. 5, p. 16; A.M. SALONE, De Ferrari G.B. Luigi, in Diz. biogr. dei liguri, vol. IV, pp 341-342. G. F. Luigi Deferrari (1768-1841), di Novi, cognato del celebre G. Mojon; allievo di Franck e Scarpa a Pavia, dal 1808 professore di chimica generale applicata alle arti e all’industria all’università di Genova, dal 1818 professore di patologia e igiene, capo del protomedicato di Genova dal 1819 al 1830, infine professore emerito e membro della Real Deputazione.

[lxxxvii] Calendario generale de Regi Stati, Torino 1839, pp. 166, 257, 298. Giovanni Battista Prasca, di Belforte, dottore collegiato, medico capo dell’Ospedale militare divisionale di Genova, conservatore del vaccino.

[lxxxviii] Orazio Guasconi, di Novi, laureatosi a Genova nel 1809, si prodiga in occasione dell’epidemia di colera nel 1835, e destina ai poveri gli onorari versatigli dalla Giunta di Sanità.

[lxxxix] A. SEGRE, cit., pp. 122-123.

[xc] P. CAMPODONICO, cit., pp.228-230; G. GIACCHERO, cit., pp.231-248; P. MANUELE, cit, p. 139; G.M. DELLE PIANE, Convegno reale a Genova nel 1825, in “Nobiltà”, a. VII (2000), n. 35, p. 217. Questa fregata, al comando di Francesco Sivori, parteciperà alle crociere lungo le coste barbaresche  nel 1822 ed al bombardamento di Tripoli nel 1825. Giacomo Biga (1760-1827), di Laigueglia, alfiere della marina pontificia nel 1793, capitano di fregata nel 1799, costruttore navale della Repubblica Romana, e di quella italiana, ingegnere navale di I° classe nel 1808 del regno d’Italia; con la restaurazione, nel 1815 riattiva il cantiere della Foce, capitano di vascello progetta e costruisce le navi Maria Teresa e Commercio di Genova, la nave a vapore Eridano, le navi da guerra Hautecombe, Beroldo ed Aurora; nominato dal re barone.

[xci] G.L. PREVE, Chiappa Giacomo, in Dir. biogr. cit., vol. III (1996), p. 328. Giacomo Chiappa (1760-1836), di Laigueglia, armatore e negoziante, console della Repubblica Batava a Genova, presidente del Tribunale di Commercio e del Consiglio Superiore della Marina Mercantile; proprietario di palazzo Chiappa a Laigueglia (poi Cellario Serventi) e di palazzo Chiappa in via del Campo a Genova (poi Cellario Serventi): Cristoforo Musso, di Laigueglia, avvocato e proprietario, nominato nel 1814 da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi, favorevole all’indipendenza.

[xcii] V. VITALE, cit., p. 246; A. SEGRE, cit., pp. 195-198.

[xciii] V. VITALE, cit., pp. 242, 249.

[xciv] A. SEGRE, cit, pp. 127-128.

[xcv] Gazzetta di Genova, del 3.5.1817; M. BOTTARO – M. PATERNOSTRO, cit. vol. I, p. 119

[xcvi] M. BOTTARO . M. PATERNOSTRO, cit., vol. I, p. 148.

[xcvii] L. SAGINATI, L’archivio storico del Comune di Genova, in “La Berio”, a. XIV (1974), n. I, p.9.

[xcviii] L. TACCHELLA, Busalla nella storia, Tortona 1951, pp. 76-77; 98a) P.E. BERTOLI, Novi: osti, albergatori, caffettieri, baristi, in “NOVINOSTRA” a. XLVII (2007) n. 2, pp. 47, 49.

[xcix] A. SEGRE, cit., p. 194; G. GALLESIO, Dai giornali d’agricoltura e di viaggi, a cura di M.C. LAMBERTI, Genova 1985, p. 78.

[c] M. BOTTARO – M. PATERNOSTRO, cit., vol. I, p. 102. La questione si trascinerà per anni, fino al 1824; con l’avvento al trono di Carlo Felice Genova la spunta e le motivazioni di ordine culturale e di prestigio hanno finalmente la meglio, anche perché la città era solo dotata del teatro S. Agostino, dato che il teatro Falcone, acquistato dai Savoia nel 1824, era in decadenza.

[ci] L. DE SIMONI, cit., vol. I, p. 233; T. PASTORINO e AA.VV., cit., vol. II, p. 534; G.M. DELLE PIANE, Maria Cristina cit., ibidem. Carlo Felice (1768-1831), ritiratosi nel 1798 in Sardegna a seguito dei noti eventi, in settembre assume l’incarico di viceré, che tiene sino al febbraio 1806; nel 1815, con il rientro della reggente Maria Teresa a Torino, riprende l’incarico sino al 1821; quando il fratello, a seguito dei moti del 1821 abdica a suo favore, gli succede al trono il 19 aprile; promuove l’economia, compie riforme giudiziarie e dota di un unico codice la Sardegna (codice Feliciano), favorisce le arti e le ricerche erudite fa costruire importanti opere pubbliche; a Genova dedica cure al porto ed al commercio; e gli verrà dedicato il nuovo grandioso teatro; a Nizza si occupa dei lavori del porto, della strada della Cornice iniziata da Napoleone (ultimata nel 1828); i nizzardi gli faranno erigere un monumento in prossimità del porto; fa restaurare l’abbazia di Hautecombe in Savoia, dove verrà sepolto. Con lui si estingue il ramo primogenito dei Savoia.

[cii] G. PARODI DOMENICHI, cit., p. 14. Vittorio del Carretto di Balestrino (1818-1893), consigliere comunale di Albenga, deputato al Parlamento subalpino eletto più volte sino al 1860 per il collegio di Albenga, consigliere comunale di Genova, deputato provinciale e presidente della provincia di Genova, sindaco di Villanova, cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

[ciii] P. BERRI, Il prof. G.A. Garibaldi, cit., p. 31.

[civ] M. LAMPONI, cit., p. 243.

[cv] V. VIALE, cit., p. 246.

[cvi] E. NASALLI ROCCA, La posizione storica della nobiltà ed il suo contributo all’Unità d’Italia, in “Rivista Araldica”, Roma 1961, a. LIX, p. 417.

[cvii] E. DE NEGRI, Carlo Barabino, ottocento e rinnovamento urbano, Genova 1977, p. 72; F. CARACENI, Palazzo Tursi, Genova 1976, p. 7; M. BOTTARO – M. PATERNOSTRO, cit., vol. I, p. 47; P. TORRITI, Tesori di strada Nuova, Genova 1982, p. 163. Giovanna Doria del Carretto duchessa di Tursi vende il palazzo il 13 gennaio 1820.

[cviii] G. LUCARELLI, Lo sconcertante duca di Lucca Carlo Ludovico di Borbone Parma, Lucca 1986, pp. 31-32; N. NADA, L’esperienza genovese di Cesare Balbo, in Atti S.L.S.P., Genova 1963, vol. III n.s., fasc. II, p. 353.

[cix] V. VITALE, cit., p. 251.

[cx] V. VITALE, cit., p. 252. Nicolò Ardizzone (1766-1832), di Giovanni, di Taggia, giureconsulto e professore all’Università di Genova, presidente del Corpo Legislativo della Repubblica Ligure, nominato da Napoleone senatore e giudice; favorevole all’indipendenza, nominato nel 1814 da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi, membro della commissione per armonizzare le leggi genovesi a quelle sabaude. Pietro Vivaldi Pasqua, marchese di Trevigno, maggiore generale di cavalleria, primo scudiere di Vittorio Emanuele I, gran maestro delle Cerimonie, gran cordone e tesoriere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, gran croce dell’Ordine di S. Anna di Russia, decurione per la I classe di Genova, proprietario di palazzo Vivaldi Pasqua in piazza Fontane Marose (poi Pallavicino); nominato da Vittorio Emanuele I barone di Sano, Cuglieri e Villasalto nel 1816 e barone di Geraci nel 1817; da Carlo Felice duca di San Giovanni nel 1823; da Carlo Alberto conte di Luceto nel 1841; da Vittorio Emanuele II cavaliere dell’Ordine della SS.ma Annunziata. Luigi Lambruschini (1776-1854) di Bernardo, da Brugnato, barnabita, arcivescovo di Genova dal 1819 al 1830, nominato cardinale nel 1831, nunzio apostolico a Parigi, infine segretario di Stato; gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Gerolamo Cattaneo, di G.B., patrizio genovese, membro del Gran Consiglio nel 1797, nominato nel 1814 da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi; favorevole all’indipendenza.

[cxi] F. COGNASSO, cit., p. 539; G.M. DELLE PIANE, Maria Cristina, ibidem.

[cxii] E. DE NEGRI, cit., pp. 92-03, tav. XIII; F. SBORGI, La scultura negli apparati effimeri tra epoca napoleonica e restaurazione, “La scultura a Genova ed in Liguria, dal seicento al primo novecento”, Genova 1988, vol. II, p. 323; G.M. DELLE PIANE, Maria Cristina, ibidem.

[cxiii] F. SBORGI, ibidem, ill.ne n. 432.


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2 thoughts on “VITTORIO EMANUELE I DI PASSAGGIO A NOVI, A GENOVA SECONDA CAPITALE DEL REGNO

  1. Rachel Posa

    Thank you for the article. Panario is a direct relative of mine (a great great grandparent) so this is very interesting and informative as part of my family research.

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