A müsika a Nòve

a cura di FRANCESCO MELONE

Il Corpo Bandistico Municipale

Il novese maestro Vincenzo Pozzolo, dopo aver insegnato per anni musica in quel di Vercelli, fu colui che si assunse, con tenacia ammirevole, il compito di costituire e dirigere la prima banda musicale in Novi Ligure, le cui origini risalgono ad un complesso musicale di cui si hanno notizie a partire dal 1797 Nel 1848, il Corpo bandistico venne inserito nell’organico della Guardia Nazionale e fu sempre presente a tutte la manifestazioni militari, religiose e civili che si svolsero in città.

Quando, nel 1854, il maestro Pozzolo dovette lasciare la città, a proseguire la sua opera fu chiamato il musicista vercellese Giuseppe Bossola, che allora era organista titolare della chiesa di S. Nicolò. Ma il suo stipendio doveva essere così magro da indurlo, dopo appena due anni, ad emigrare altrove in cerca di miglior fortuna.

Il suo posto fu occupato dal maestro Guenna, sotto la cui guida il Corpo Bandistico divenne un complesso di prim’ordine. In particolare seppe farsi ammirare quando, il 22 ottobre 1859, tenendosi a Novi il VII Congresso delle Società di Mutuo Soccorso, andò a ricevere alla stazione la delegazione degli operai della Lombardia, da poco unita al Regno d’Italia.

Non tutti, però, accoglievano con entusiasmo le esibizioni bandistiche che tradizionalmente avvenivano in piazza Vittorio Emanuele II (oggi piazza Dellepiane). Qualcuno aveva elevato vibranti proteste per il fastidioso disturbo arrecato da ottoni e tamburi. La soluzione adottata dall’Amministrazione Comunale, come accade sempre, se accontentava alcuni, scontentò altri. Così, con salomonica decisione il Consiglio Comunale deliberava che le esecuzioni in periodo estivo sarebbero state programmate ai Cappuccini (oggi nei pressi dell’Asilo Garibaldi, allora non ancora esistente) nei mesi di giugno, luglio e agosto, mentre nel mese di settembre sempre in piazza Vittorio Emanuele II.

Ai concerti abituali, la Banda Cittadina alternava frequenti uscite per intervenire ad eventi straordinari, tra i quali l’inaugurazione, in piazza della Stazione, del monumento a Vittorio Emanuele II, avvenuta il 5 settembre 1880; i festeggiamenti in occasione della partenza del primo trenino della linea Novi-Ovada, il 2 ottobre 1881; le pubbliche manifestazioni del 9 e 10 settembre 1892 per celebrare l’entrata in attività degli impianti per la derivazione delle acque potabili ad uso pubblico.

Sul viale dei Cappuccini (oggi viale A. Saffi) nel luogo ove si esibiva la Banda, fu costruita, dapprima, una pista circolare in terra battuta e poi una pedana in legno a ferro di cavallo. Qui, oltre alla nostra cominciò a tenere concerti anche la Banda militare del 63° Reggimento Fanteria, di stanza a Novi. Vi fu anche un momento in cui soltanto quella militare eseguiva i consueti concerti domenicali, offuscando il Corpo Musicale cittadino, che, inattivo, corse il rischio di sciogliersi.

Non solo, ma, allo scopo di rendere sempre migliori i rapporti con la cittadinanza, il Comando del Presidio dispose che la fanfara del Reggimento, nei mesi estivi, oltre a tenere il solito concerto domenicale, suonasse ogni sera la la”ritirata” percorrendo le vie della città: usciva dalla caserma alle ore 20,15  e, suonando, si inoltrava per via Roma, sostava nella piazza Collegiata per eseguire un breve concerto, poi, seguita dai soldati in libera uscita rientranti e da uno stuolo di ragazzini festanti, ritornava in sede transitando per via Girardengo,viale dei Cappuccini e via Garibaldi.

Frattanto, alla direzione del Corpo Musicale Municipale, morto nel 1882 il maestro Guenna, subentrò il maestro Piacenza, a sua volta sostituito, nel 1888 dal maestro De Luigi, che ottenne un locale dell’ex Caserma di piazza XX Settembre, onde potervi svolgere l’attività  formativa e preparatoria degli strumentisti. L’impegno profuso  dal De Luigi ottenne un meritato successo e, dopo dieci anni di duro lavoro, il maestro poté presentare un Corpo Musicale cittadino completamente rinnovato ed in grado di competere con la Banda Militare.

Gli anni  passano veloci. Il Corpo Musicale aveva intanto assunto la denominazione più pomposa di “Società Filarmonica di Novi Ligure”, e al De Luigi erano succeduti i maestri Torri e Melloni. Scoppia la Grande Guerra e anche la Banda è travolta dagli avvenimenti. Alla fine del conflitto, il 44° Reggimento Fanteria, che aveva sostituito il 63° riprese la consuetudine dei concerti sul piazzale della Passeggiata. Qualche anno dopo, il reparto venne trasferito e Novi sentì nuovamente il bisogno di un valido complesso bandistico.

Venne quindi costituito il Comitato Regionale “Romualdo Marenco” di Novi Ligure, iscritto all’Associazione Nazionale “Amici della Musica”, che aveva sede a Milano. L’art.2 dello Statuto del Comitato stabiliva, tra l’altro, che “Unico scopo è quello dettato dall’Associazione Nazionale…promuovere la cultura artistica mediante pubbliche esecuzioni…ed istituire a Novi una Scuola Musicale cittadina onde aiutare e coltivare il senso e l’amore all’arte musicale”. In questo periodo, in occasione  di una cerimonia militare, tutti i musicisti novesi, iscritti all’Associazione e non, furono invitati ad indossare la divisa della fascista Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale ed a sfilare suonando in corteo. Un partecipante anni dopo raccontò che furono loro distribuiti foglietti clandestini con la scritta

                                                 “La musica è un’arte che di politica non fa parte”

Sotto la paziente guida dei maestri Fachini, Cioschi, Di Muzio e Valenti, la Banda cittadina, che si chiamò del Dopolavoro Musicale Novese. riprese l’attività. Intanto, nel 1930, fra le molteplici benemerite iniziative del Collegio San Giorgio, fu istituita, con la guida del maestro Pietro Valenti, una scuola di musica con relativa Banda, formata interamente dai giovani e giovanissimi allievi dell’Istituto.

La seconda guerra mondiale, con i suoi lutti e le sue distruzioni, interruppe ogni pubblica attività culturale. A conflitto concluso si pensò subito di riorganizzare il glorioso Corpo Musicale: vi affluirono in gran parte gli ex allievi del San Giorgio, i quali, diretti, tra gli altri, nel tempo, dai maestri Tartaro, Peglia, Belotti, Oddone ritornarono a rallegrare con i loro concerti la vita novese, nel nome di Romualdo Marenco. Ed è a questo nostro illustre concittadino che  dal 1953 ha legato la sua denominazione. Oggi la sua storia continua.

 

L’Orchestra DECOBABER 

In una fredda serata del dicembre 1927, in piazza della Stazione nel bar della stazioncina della tramvia Novi-Ovada, scomparsa nel secondo dopoguerra per far posto all’attuale Dopolavoro Ferroviario, si ritrovano, reduci da un veglione in quel di Serravalle, sei giovani ventenni, appassionati di musica jazz. Si chiamano Luigi Bailo, Angiolino  e Armando  Bellocchio, Mario Coscia, Adriano Debenedetti, Giuseppe Rolando, i quali, annoiati di valzer, mazurke e polke, decidono di formare un sestetto musicale che suoni fox.trot, slow, charleston, one-stip, paso doble, rumbe,tanghi,beguine. Il nome è subito accettato, composto dalle prime lettere dei cognomi dei componenti DEbenedetti, Coscia,  BAilo, Bellocchio, Rolando:  DECOBABER. Hanno ben presto inizio le prove in casa di Debenedetti,in via Giacomo Peloso, ove è sempre a disposizione un pianoforte, essendo il padre accordatore di professione.

Il complesso esordisce presso l”Accademia Letteraria Artistica Filarmonica di Palazzo Sauli in via Girardengo, in occasione del Goliardopoli del carnevale  1931. Pur nella naturale diffidenza del momento (si è nel periodo fascista), perché la musica jazz è allora ascoltata con  sufficienza e con un certo distacco, il successo è tuttavia rapidissimo ed incondizionato. Non esiste locale cittadino o del circondario dove l’orchestrina non si sia esibita e ben presto anche ad Alessandria, Tortona, Ovada, Genova Sanremo, La Spezia. Nel 1933 il complesso si rinnova con otto elementi sotto la direzione del maestro Luciano Cabella e nel 1938 con 13 suonatori.

L’attività della DECOBABER è in auge ancora nel 1940 e, dopo la pausa bellica, riprende nel 1945, quando  altri agguerriti complessi si contendono la preziosa tradizione cittadini nel campo della musica leggera. Con una struttura radicalmente mutata, al Giardino d’Inverno di via Cavour (già Ospedale S.Giacomo) nove validissimi interpreti chiudono in bellezza una pagina di musica novese tra le più rimpiante: Violino = Ostilio Grosso, Batteria = Angelo Debenedetti, Contrabbasso = Lino Barbieri, Saxofono = Pino Sperati, Pianoforte = Tommaso Romano, Trombe = Paolino Ghiara e Marietto Dellachà, Trombone = Riccardo Gamba-

 

 La Società Novese Canto Popolare “Bandiera”

In corso Marenco angolo via Peloso, quasi sotto al campanile della Maddalena, incastonata nella sinuosa linea delle vecchie case che sorgono ove un tempo vi erano le mura a nord della nostra Città, è attiva una osteria pizzeria, con rinnovato un nome che i novesi amanti della musica ricordano: Bandiera.

Nel 1866 già esisteva in quel luogo un locale  aperto da Alessandro  De Ferrari, in seguito gestito dalla di lui vedova Teresa Daglio.  Altri lo hanno poi condotto, fino a giungere al 14 marzo 1933, quando in questa osteria entra in qualità di gerente  Paolo Marchello, il quale, dopo aver rinnovato il locale, lo fornisce di una bella insegna con l’altisonante nome di  “Bandiera “.

Nella primavera del 1945 sorgono a Novi le premesse per la rinascita del canto popolare. Finita la guerra,  alcuni sfollati genovesi appassionati di canti popolari, riuniti in questo locale, formano un compatto gruppo corale che assurge ad una certa notorietà, non solo in ambito novese; infatti questa compagine costituita da 16 elementi,  con la presidenza di uno di loro, Mario Carbone e autobattezzatisi con la denominazione  dell’osteria, Bandiera,  partecipa  ad un concorso nazionale bandito dall’E.I.A.R., l’allora Ente Italiano Audizioni Radiofoniche.

Sotto la guida del maestro Angelo Morchio, in poco tempo diventa simbolo della città e va a cogliere proprio a Genova il primo premio con diploma e  medaglia d’oro, cimentandosi con le agguerrite squadre del canto liguri.

Merito loro se a Novi si risentono canzoni in dialetto novese, il cui autore si firma solamente”Sergio”(da qualcuno identificato nell’arch.Gian Serra), cantate per la prima volta dal Gruppo canoro del Dopolavoro Acciaierie e Ferriere di Novi, nella sala Italia l’1 e il 2 dicembre 1928:  sono intitolate A vràisa (Vorrei), Cuncetina (Concettina), L’ura ‘d nöte (L’ora di notte), Lüzéinga (Lusinga), Per ‘na buca (Per una bocca).

C’è chi afferma che il seme della gloriosa Corale Novese, nata nel 1975 con una delibera consigliare che  la autorizzava anche a fregiarsi dello stemma cittadino,  sia stato gettato dagli appassionati coristi del  Bandiera. Infatti alcuni elementi di questa compagine risultano essere entrati nella Corale Novese già nei primi anni della sua attività.

 

L’Orchestra d’Archi Novese 

Una felice stagione della vita musicale di Novi, che non deve restare dimenticata, fu quella in cui agì un complesso dilettantistico di particolare bravura: l’ Orchestra d’Archi Novese. Il 21 giugno 1967, in casa del geom. Alberto Guenna, tredici violinisti si riunirono per dar vita ad  un ensemle musicale, che rinnovasse una tradizione mai spenta dalla frequentazione, nella nostra città, del grande Nicolò Paganini; al primo nucleo si aggiunsero, in seguito, due contrabassisti ed altri due violinisti. Le prove e le esercitazioni proseguirono poi, per concessione dell’ Amministrazione Comunale, in un dignitoso ambiente dell’Asilo Garibaldi.

Con la guida del maestro Oreste Cabella. le partiture scelte rivelavano ambizioni elevate: dai Concerti Grossi di Arcangelo Corelli e Antonio Vivaldi a Scarlatti, Pergolesi, Mozart, Albinoni, Händel., tanto che per questo insolito ed originale complesso fu coniata dai giornalisti la definizione di Dilettanti di lusso.

Dopo una serie di applaudite prestazioni nelle varie località della nostra provincia, l’orchestra fu richiesta in centri della Riviera Adriatica. Memorabile fu l’esibizione nel salone del Palazzo del Turismo di Riccione, davanti ad un pubblico cosmopolita di oltre mille persone con molteplici richieste di bis. Negli anni successivi seguirono concerti a Genova, Rimini, Cattolica e ancora a Riccione.

La partecipazione del novese prof. Pier Giorgio Fossati, uno dei primi violini dell’Orchestra Sinfonica della RAI di Milano, diede altro lustro al complesso con l’esecuzione, come solista, delle Stagioni di Vivaldi e di altre celebri suonate.

Oggi, che quel ciclo è lontano, è doveroso ricordare quei generosi protagonisti scrivendo i loro nomi nell’albo dei fasti novesi.

 

Èè pü lùku id  Növe u sòunna èe viuléin

Sulla vecchia strada di Pasturana, in una piccola costruzione rustica  dal quale si dominava tutto il Riotorto, viveva tranquillo e felice a modo suo un anziano vedovo senza figli, che campava senza preoccupazioni con i terreni concessi in affitto. Si chiamava Aristodemo, ma per i due nipoti, Tognu Mezamira e Corlu u Dughe, che erano i soli a contendersi eredità ed affetto, egli era semplicemente èè borba Demu.

Corlu (Carlo) era un uomo senza complessi, che alla vita non chiedeva che il puro bene materiale, curandone essenzialmente il solo lato pratico, al contrario di Tognu (Antonio) che al bene del corpo sapeva anteporre in modo evidente quello dello spirito. Due personaggi dal temperamento opposto che costituirà in seguito la pietra di paragone su cui Aristodemo prenderà le sue decisioni.

E Demu come era? Tognu lo descrive piuttosto eccentrico, parlatore facondo ed enfatico, che aveva seguito in gioventù  studi classici presso i Padri  Somaschi. Nonostante il suo aspetto massiccio, era di animo sensibile e il nome che portava lo esaltava: talvolta gli sembrava di incarnare l’eroe omonimo, celebrato dal poeta Vincenzo Monti  in un dramma tragico, che  il nostro Demu aveva studiato a memoria per meglio sentirsene degno.

Frequentando il teatro non era insensibile alle melodie operistiche, per cui  gli era nata la passione per la musica. Il violino divenne così lo strumento più utile per esprimere la sua  carica emotiva. Il nipote  Tognu aveva seguito sempre con simpatia  l’estro dello zio, anzi non gli lesinava lodi quando impugnava il fido violino e, novello Paganini, si esaltava in una sarabanda di note. Senza secondi fini, come affermava Tognu, per quando sarebbe venuta l’ora della eredità.

Dopo ogni suonata, Aristodemo accarezzava e baciava il suo violino,  come una persona amata e lo riponeva nella custodia con tale cura quasi stesse compiendo un rito,  mentre nell’abbassare il coperchio lo salutava  con parole che avevano un po’ del misterioso, mormorate più che dette: èè mè coru strafüsoriu., secondo la testimonianza dello stesso Tognu.

E Corlu, di tutto ciò che cosa ne pensava? Testardo materialista, che alle attività artistiche preferiva la topia carica d’uva ed i campi ricchi di grano, allo zio diceva apertamente ciò che pensava, ossia che  la vita doveva essere presa con serietà, che per campare occorre qualcosa di pratico e che la poesia non aveva mai riempito la pancia a nessuno. Sapeva benissimo che così non sarebbe mai entrato nelle grazie dello zio la cui opinione  su Corlu era quindi pienamente scontata mentre per Tognu  era un’altra cosa: era considerato il nipote che l’aveva  assolutamente compreso.

Venne infine il momento in cui l’Aristodemo passò a miglior vita. I nipoti, legittimi eredi, vennero chiamati dal notaio per conoscere le seguenti ultime volontà dello zio:

« A mio nipote Carlo, che non ha mai saputo comprendere il grande spirito vivificatore di suo zio, lascio il cascinotto con tutti i terreni perché li coltivi a modo suo con fatica e sudore della fronte, sfogandosi fin che vorrà con quella zappa e quelle vanga che sono stati per lui i suoi soli ed unici ideali. 

Al mio caro nipote Antonio, che ha sempre seguito la mia arte con amore e devozione infinita, lascio tutti i miei scritti nonché le immortali pagine delle mie composizioni musicali. Quale sommo pegno tangibile di affetto, gli verrà consegnato il mio amato violino che desidero venga da lui custodito con vero amore di figlio, poiché esso è sempre stato  parte di me stesso ».

Ritirata la sua parte di eredità, molto deluso  come erano andate le cose, il buon Tognu, portato in solaio la cassa con tutto quel papé (carta), pose il violino, chiuso nella sua custodia, sopra la vecchia credenza in cucina, senza mai più toccarlo.

Passano gli anni, quando, indirizzato da chi non si sa, si presentò a Tognu un signore sconosciuto che gli chiese se poteva esaminare il violino, per un eventuale acquisto. Sia perché l’affetto per il caro estinto si era ormai attenuato, sia perché non seppe resistere all’allettamento di quella, che gli era apparsa come una consistente offerta, Tognu vendette quel benedetto strafüsorio all’ignoto compratore.

Ma un giorno, lamentandosi del trattamento avuto dallo zio con Dréin èè  vègiu (Andreino il vecchio), che di violini se ne intendeva, questi, insospettito, chiese a Tognu se  Demu diceva Strafüsorio o Stradivario, perché se questa era la parola esatta, e la era, dato l’importo della somma pagata, sicuramente non consona, anche se cospicua, quel   « violino valeva almeno dieci cascinotti ». Così sentenziò Dréin ée végiù, il quale, senza nascondere una  benigna commiserazione per l’amico, non potè fare a meno di esclamare: « Tognu, bzogna c’at diga che t’é propiu èè pü lucu ‘id Növe ».

Non si sa come reagisse Tognu, visto che la narrazione è sua. Si dice che si rammaricasse, tra l’altro, del fatto  che quel violino lui non l’aveva neanche suonato.


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