La situazione politica europea fra le battaglie di Novi e di Marengo

di FRANCESCO MELONE

Il giorno dopo la battaglia di Novi, il 16 agosto 1799, il generale Jean Victor Moreau raccoglie i resti dell’esercito francese, mentre gli Austro-Russi non  saranno più agli ordini  del vincitore, il maresciallo russo Aleksandr Vasilevic Suworow, frettolosamente inviato in Svizzera a comandare un’armata  per invadere la Francia, obiettivo mancato essendo battuto nei pressi di Zurigo, unico insuccesso della sua carriera.

I Francesi si attestano nelle valli dell’Appennino, mentre gli avversari, provati da una serie di  vittorie dispendiosa in uomini e mezzi, a Cassano d’Adda, alla Trebbia ed a Novi, (soprattutto in quest’ultima battaglia che fu una delle più sanguinose dell’intera campagna e ne rimase a lungo il ricordo nei Novesi) rinunciano ad annientare il nemico, non potendo impiegare utilmente cavalleria e artiglieria su un terreno accidentato e difficile. Inoltre lo zar Paolo I, collocato a riposo  Suworow per reciproche  incomprensioni, assume un atteggiamento neutrale.

In Francia il Direttorio manda in soccorso dei resti dell’Armata d’Italia il generale Jean-Etienne Championnet con l’Armata delle Alpi; il generale Claude Victor, che ne comanda l’ala sinistra, giunge a Gavi il 31 agosto. Il 7 settembre  il gen. Moreau passa alla controffensiva, avanza su Novi e tenta di togliere l’assedio a Tortona, ma inutilmente, perché l’11 settembre la città è costretta ad arrendesi agli Austriaci. La campagna del 1799 si concluderà con lo scontro di Genòla, a circa 25 km da Cuneo, seguito il 3 dicembre dalla resa della guarnigione francese di questa città, assediata dagli Austro-russi fin dal 7 novembre, ed avrà la sua naturale continuazione nel più lungo e terribile assedio di Genova della primavera del 1800.

Esaminiamo a questo punto la situazione politica europea, che si evolve tra le due battaglie, quelle di Novi e di Marengo

Promulgata una nuova Costituzione repubblicana, che determinerà la fine definitiva della Rivoluzione Francese, il 14 dicembre 1799 Napoleone Bonaparte viene nominato Primo Console per dieci anni, con un plebiscito che sancisce in realtà la nascita di una dittatura militare, e quando guida la seconda campagna d’Italia egli ha ormai conquistato, a Parigi, il potere assoluto, ma la situazione politica – e di conseguenza militare – che si trova a fronteggiare, è stata determinata da decisioni e avvenimenti nei quali egli ha giocato un ruolo importante, ma non da unico protagonista.

Lo scacchiere europeo del 1800 scaturisce dalle guerre della Francia rivoluzionaria e dalle campagne promosse dal Direttorio, ma le sconfitte del 1799, fra cui quella di Novi – la battaglia più sanguinosa ed umiliante con ben quattro generali fatti prigionieri e la morte sul campo del Comandante l’Armata d’Italia, il generale Barthélemy Caterine Joubert, amico e coetaneo di Napoleone – prepararono il colpo di stato del 18 brumaio dell’anno VIII della Repubblica (dal calendario rivoluzionario corrispondente al  9 nov. 1799), con il quale Bonaparte, un mese dopo il rientro dall’Egitto, rovesciava il Direttorio, al quale aveva indirizzato aspri rimproveri, culminati nella frase: « Che avete fatto di quella Francia che vi avevo lasciato».

Si può quindi affermare che l’astro napoleonico, che sembrava spegnersi con il disastro di Abukir, da adesso non più strumento di politici e poi assistito  dalla dea Fortuna a Marengo, inizierà la sua ascesa nel cielo della storia. Le battaglie di Novi e di Marengo furono dunque decisive per l’Italia e per l’Europa anche se, occorre osservarlo, la seconda oscurò, non solo politicamente, ma anche nel ricordo, la prima.

Facciamo ora alcuni passi indietro e cerchiamo le cause e gli effetti che determinarono gli eventi compresi fra le due battaglie.

La Rivoluzione si era imborghesita. Sono trascorsi circa dieci anni dalla presa della Bastiglia e nel frattempo tanti eventi si sono succeduti in Europa. Sul piano sociale la frattura fra la Francia regicida e le monarchie e aristocrazie europee non appare più così abissale come negli anni del Terrore. Ma il contrasto ideale – oggi diremmo ideologico – rimane nettissimo.

In pratica molti nobili propositi potevano essere appannati dai fatti e molte promesse liberatrici contraddette dall’azione dei proconsoli francesi. Restava tuttavia fermo un punto: il principio di nazionalità, in base al quale la Rivoluzione aveva affermato che ogni popolo doveva essere il governante di se stesso, era intollerabile e quasi blasfemo per l’ancien régime, il quale, pur nel suo complesso lacerato da rivalità ed antagonismi, era concorde nella concezione del potere. I sovrani ed i potentati aristocratici erano abituati a considerarsi una congrega di eletti, che si spartivano territori e popolazioni secondo esigenze contingenti, o di carattere dinastico, o secondo mutevoli rapporti di forze.

La Francia, che, ricordiamo, era la più popolata d’Europa (27 milioni di abitanti contro, ad esempio, i 10 dell’Inghilterra), con la Rivoluzione aveva irrimediabilmente incrinato tale ordine costituito da secoli e continuerà a turbarlo con il Consolato e poi anche con l’Impero. Per questo i Sovrani si erano fatti più duri, nonostante l’ammorbidimento della Francia, annullando quasi tutti quei pochissimi provvedimenti liberali che esistevano.

Tuttavia l’Europa aristocratica, che non perdonava alla nuova Francia di essere figlia della Rivoluzione, era a sua volta divisa e composita. Presentava un mosaico di regimi i quali, pur sotto il segno del legittimismo, erano in realtà profondamente diversi, a volte addirittura opposti. Per esempio, la Germania, considerata nel suo insieme di nazioni, era composta da forme di governo eterogenee, dal monarchico sensibile ai tempi nuovi al feudale.

Pertanto, tra i protagonisti della coalizione antifrancese non c’era, in questa fase delle ostilità, alcuna personalità che anche lontanamente potesse essere paragonata, per vitalità ed iniziativa, non solo a Napoleone, ma a tutta la classe dirigente francese, uscita dalla fornace distruttiva e rigeneratrice della Rivoluzione.

Inoltre, considerazione da non trascurare per lo studio degli esiti sui campi di battaglia, non c’era un esercito che potesse paragonarsi a quello francese, sia dal punto di vista tecnico, che da quello dell’arruolamento. L’esercito della Rivoluzione, disordinato e disorganizzato, si stava trasformando verso quel progresso che l’avrebbe portato ad essere la Grande Armée delle strepitose vittorie napoleoniche.

La coscrizione aveva abolito l’impiego delle truppe mercenarie, con l’arruolamento obbligatorio di tutti i cittadini abili dai 18 ai 25 anni, ad eccezione degli ammogliati, che, insieme a quelli dai 25 ai 30 anni, rimanevano a disposizione per eventuali necessità; tuttavia, in omaggio ancora agli usi del tempo, era consentito che i reclutati cercassero dei sostituti da inviare alle armi in loro vece, mentre i cittadini dai 30 ai 60 anni costituivano la riserva. Infine la legge Jourdan del 5 settembre 1798 aveva regolato definitivamente  il reclutamento obbligatorio, nel senso che tutti i cittadini dai 20 ai 25 anni, senza esclusione, dovevano prestare servizio nell’esercito per 5 anni. Tale tipo di arruolamento consentiva di avere alle armi elementi largamente rappresentativi del popolo e della nazione intesa come “unicum” morale e materiale, e ciò contribuì non poco alle vittorie di Napoleone, senza nulla toglìere al suo genio militare.

Fu quello, dopo le legioni dell’antica Roma, il prototipo degli eserciti nazionali e di massa dell’Ottocento, guidato da un corpo scelto di ufficiali, animati dall’idea di una missione civilizzatrice da compiere, in cui le funzioni militari non erano più appannaggio delle nobiltà e le carriere offrivano una possibilità di prestigio prima inesistente È nota la frase che si attribuisce a Napoleone: «Ogni soldato ha nello zaino il bastone di maresciallo». Ed infatti i gradi nella sua armata si guadagnavano dimostrando coraggio o valore sul campo di battaglia. Anche nell’ordinamento e nelle strutture dei reparti dell’esercito erano avvenuti  mutamenti radicali rispetto alle concezioni militari rimaste, salvo rare eccezioni, immutate per secoli. Negli Stati delle coalizioni antifrancesi, invece, l’esercito era composto da ufficiali appartenenti alle classi privilegiate e da una truppa prelevata nelle classi umili, con i sistemi più irrazionali e iniqui, senza badare all’età o alla condizione fisica.

Già dopo la battaglia di Novi del 1799, apparvero tramontate sia la stagione italiana della Rivoluzione Francese, sia l’epoca delle Repubbliche Giacobine, con la perdita di tutti i territori della Penisola conquistati dalla Francia, tranne Genova ed alcune località della Repubblica Ligure, tra le quali il forte di Gavi, che, nella sua lunga storia, non è mai stato conquistato con le armi. Per di più anche il territorio francese era minacciato di invasione.

Tuttavia, proprio quando la Francia del corrotto regime del Direttorio sembrava alle corde, la seconda alleanza antifrancese stava andando incontro al disfacimento per una serie di errori militari, ma ancor più per le invidie, le gelosie, i sospetti, le ripicche, che regnavano sia tra i comandanti militari che tra i politici.

Cosicché, quando il Bonaparte rientra dall’Egitto, il culmine della burrasca, per il Direttorio, era già stato superato. La Francia non aveva bisogno di un salvatore per essere salvata, ma era sopravvissuta, nonostante il malgoverno dei suoi dirigenti, soprattutto per gli errori e le debolezze dei suoi avversari. Tuttavia le vittorie del generale Andrea Massèna e quella a Bergen in Olanda del generale Guillaume-Marie-Anne Brune – che il 22 agosto 1800 succederà a Masséna nel comando dell’Armata in Italia – non erano riuscite a compensare, agli occhi dell’opinione pubblica, quello che era pur sempre il segno più evidente della sconfitta: il dominio austriaco in Italia. Il Bonaparte seppe assai bene sfruttare questo sentimento facendo credere che senza di lui ci sarebbe stata la rovina, anche se la rovina sembrava invece scongiurata.

È certo che, dopo essersi installato alle Tuileries, ormai padrone assoluto della Francia, Napoleone avrebbe desiderato un periodo di tregua. La macchina politico-amministrativa, che peraltro funzionerà sempre e solo con successivi scossoni dall’alto, doveva essere ancora in gran parte creata o messa in condizione di operare. La finanza pubblica era nello stato caotico in cui il Direttorio l’aveva lasciata; le forze di opposizione rimanevano minacciose; il Paese rispondeva molto parzialmente e la coscrizione aveva dovuto essere limitata per non provocare tensioni sociali eccessive.

Oltre a essere consapevole di dovere rimettere ordine nel Paese, Napoleone sapeva perfettamente ciò che i Francesi desideravano: dopo il rogo della Rivoluzione, le lunghe guerre, il malgoverno del Direttorio, la nazione non anelava che all’ordine, alla sicurezza, alla pace. Perciò anch’egli desiderava la pace, ma fu costretto a continuare la guerra, anche perché abbandonare l’Italia avrebbe, come disse più tardi, umiliato il suo prestigio. Nei mesi che precedettero il nuovo scontro franco-austriaco vi fu tutto un lavorio diplomatico, per tentare di evitarlo, dominato però da una sorta di convinzione fatalistica che al nuovo conflitto si dovesse in qualche modo arrivare. Insomma, tutti dicevano di volere la pace e forse tutti la volevano, ma, come poi avvenne, essa non si fece, se non dopo Marengo.

Il governo di Parigi, in effetti, eseguiva più di un gesto distensivo: blandiva i Cavalieri di Malta (trasferiti a Trieste dopo la cacciata dall’isola in seguito alla conquista francese nel corso della spedizione in Egitto) e  dissequestrava le navi neutrali, che erano state confiscate perché, avendo accettato i controlli della flotta inglese, ne erano state ritenute complici.

D’altra parte lo stesso zar di Russia, Paolo I, era stato enormemente colpito dalla personalità dell’Uomo nuovo, il Bonaparte come lo chiamava, ravvisando in lui il demolitore della Rivoluzione. Inoltre, essendosi  attribuito il ruolo di Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Malta,  sperava di prendere possesso dell’isola, con il consenso della Francia.

Ma gli Inglesi, che avevano compreso l’importanza strategica dell’isola di Malta per il controllo del Mediterraneo, non ne volevano ovviamente sapere. Ed infatti nel corso della campagna della seconda coalizione, l’ammiraglio inglese Orazio Nelson farà di tutto per conquistarla, assediandola per ben dieci mesi.

In realtà, non c’era altra via che la prosecuzione della guerra. Anche da parte francese era chiaro che la pace, la vera pace, non era possibile per la nazione francese accerchiata da governanti nemici. La guerra, quindi, nonostante tanti propositi sensati e tante trattative abbozzate, come molto spesso è avvenuto nella storia dell’Umanità prima e dopo, era inevitabile e Napoleone la fece dimostrando di essere in stato di necessità, di avere compiuto ogni sforzo per evitarla. E naturalmente la fece per vincerla. Non aveva di fronte Suworow, il vincitore dell’anno precedente, il generale che proclamava di aver vinto nella sua lunga carriera ben 99 battaglie – appena sepolto  a Pietroburgo, dove era morto il 18 maggio 1800 – bensì l’austriaco Michael Friederich  Benedikt von Melas, generale zelante, ma stratega mediocre, il quale non riusciva a capire, e se ne lamentava amareggiato, perché il Bonaparte non combatteva secondo le buone regole della guerra.

L’esercito francese sembrava un fantasma, un fantasma del quale gli alleati sorridevano, senza considerare che era composto dall’armata di Moreau, da quella di Saint-Cyr, dal corpo di Sainte-Suzanne, e il genio di Bonaparte consisterà nel creare quasi nella clandestinità un’armata cosiddetta “di Riserva”, destinata a compiere un’impresa che pareva impossibile realizzare: passare dalla Svizzera, valicare il Gran San Bernardo, scendere come un fulmine nella pianura padana e riportarvi una vittoria sull’armata austriaca che lì si era concentrata.

Napoleone vinse, ma non volle stravincere. Dal campo di Marengo, in data 27 pratile dell’anno VIII (dal calendario della Rivoluzione, corrispondente al 16 giugno 1800), giorno dell’armistizio, scrisse all’imperatore Francesco II d’Austria – che, circa dieci anni dopo, essendo padre di Maria Luigia, diventerà suo suocero – affermando, tra l’altro: « L’astuzia degli inglesi ha impedito di ottenere l’effetto che i miei passi semplici e sinceri avrebbero dovuto produrre nel cuore di Vostra Maestà.Sul campo di battaglia di Marengo, in mezzo alle sofferenze e circondato da 15.000 cadaveri, scongiuro Vostra Maestà di ascoltare il grido dell’umanità e di non permettere che le generazioni di due nazioni valorose e potenti si sterminino per degli interessi che  sono loro estranei…».

Le note di commento alla battaglia di Marengo  dettate dal conservatore Uberto”Giorgino” Benso di Cavour, prozio di Camillo, si concludono con le seguenti considerazioni: «…era destino che la grande “querelle” tra i Re e i Governanti rivoluzionari fosse decisa in favore di questi ultimi; che i Gabinetti d’Europa con le loro divisioni e la loro avidità accelerassero loro stessi la propria sconfitta e che la fortuna non si stancasse mai di assecondare ciecamente le imprese e il genio di Bonaparte. Ora non resta che fare voti affinché le sue intenzioni siano così pure come egli ha affermato e che i suoi mezzi siano grandi, affinché l’uomo saggio e tranquillo possa trovare un luogo dove riposare la sua testa, senza paura di essere risvegliato dal rumore del cannone, dal tamburo della guardia nazionale o dalle violenze e le esazioni dei commissari e dei loro accoliti ».

La pace con l’Austria, che sarà firmata a Lunéville il 9 febbraio 1801, consisterà sostanzialmente nella conferma del trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797: come se tra le due date non fosse successo niente. Un trattamento generoso, un beau geste del Grande Corso.

Le battaglie di Novi e di Marengo, come molte altre nella lunga storia dell’Umanità, furono dunque un inutile spargimento di sangue ? Quello che è certo è che esse furono decisive per la gloria del generale Bonaparte e per i futuri nuovi e moderni assetti politici, sociali e culturali d’Europa e non solo di questa.

La inaspettata vittoria di Marengo creò anche definitivamente il mito dell’invincibilità di Napoleone ed egli ne fu tanto consapevole che fece riscrivere quattro volte il rapporto ufficiale della battaglia, affinché la sua abilità strategica assurgesse ad una dimensione epica. La realtà dei fatti fu assai diversa: egli non si aspettava di combattere in quel luogo ed in quel giorno e rimase per molto tempo assente dal campo di battaglia.

I Francesi erano in procinto di subire una umiliante sconfitta e solo lo spirito d’iniziativa di alcuni loro generali – Charles Antoine Desaix che lanciò la fanteria alla carica e Francois Etienne Kellermann che appoggiò l’azione con la cavalleria – consentì il rovesciamento della situazione e di strappare agli Austriaci, dopo una intensa giornata di lotta, la vittoria di cui il Melas era ormai così sicuro da inviarne prematuramente e sconsideratamente la notizia a Vienna e di abbandonare il campo di battaglia prima che l’avversario fosse completamente battuto. Ulteriore errore di chi non voleva accettare i tempi nuovi.


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