Eroici Carabinieri Caduti in servizio

di FRANCESCO MELONE

All’interno dell’area della Stazione ferroviaria di Novi Ligure è posizionata una stele voluta con motivato proposito dalla locale Sezione  dell’Associazione Nazionale Carabinieri, perché ricordi a quanti transitano davanti ad essa uno degli episodi che sono  contraddistinti dal valore, dal coraggio e dall’abnegazione, con cui gli uomini, in questo caso dell’Arma Benemerita, hanno operato e operano per il bene della Patria e per la sicurezza dei cittadini, sempre con il massimo impegno e l’immutato entusiasmo, soprattutto oggi che sono chiamati a far fronte a nuove e più complesse attività.

Nel bicentenario della Fondazione dell’Arma dei Carabinieri, avvenuta nel 1814, ricordiamo l’appuntato Candido Leo, 41 anni, il carabiniere Giuseppe Barbarino, 37 anni, il carabiniere Clemente Villani Conte, 35 anni, tutti sposati e con figli in tenera età, decorati con Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria, caduti  il 25 gennaio 1971, perché non vollero tradire il loro giuramento di soldati ed essere fedeli al motto  che li distingue: “Usi ad obbedir tacendo e tacendo morir”.

In una fredda e piovosa mattina di inizio settimana, un convoglio ferroviario partito da Torino è composto anche da un vagone cellulare, scortato da 8 carabinieri, per la traduzione di 11 detenuti, 3 dei quali scendono ad Alessandria, destinati a quelle carceri. Qui  il cellulare viene agganciato  subito dopo il locomotore al treno locale n° 2811 Alessandria – Genova.

Passata la stazione di Frugarolo, improvvisamente, due detenuti, che finora avevano tenuto un comportamento tranquillo, venuti in possesso, con uno stratagemma, di una pistola ciascuno, intimano alla scorta di consegnare le armi, volendo mettere in atto un tentativo di fuga, approfittando presumibilmente del vicino rallentamento del treno durante il transito dello scalo ferroviario di S.Bovo, così come era già avvenuto due anni prima e in circostanze analoghe, per altri due detenuti, i quali però erano stati subito ripresi.

La reazione dei militari è calma e responsabile, con l’invito ai malviventi a desistere da un’azione che potrebbe avere conseguenze gravi, e a riflettere sui vantaggi che la loro rinuncia potrebbe apportare sotto il profilo penale. Ma, di fronte alla dissennata ostinazione dei due aggressori e nell’ulteriore tentativo di far rientrare l’azione, prima di far uso delle armi, approfittando della brusca frenata provocata dal segnale d’allarme, azionato da uno dei due, scagliono loro contro una bandoliera, la tradizionale tracolla bianca in dotazione al carabiniere, unica tra la buffetteria militare cinquecentesca rimasta in uso ancora oggi nelle nostre Forze Armate.

A questo punto i due malfattori aprono il fuoco, a cui necessariamente rispondono  i militari, con il tragico bilancio finale dei due aggressori e dei tre carabinieri morti. Non solo, ma anche il carabiniere Donato Spera viene ferito. Il suo comportamento non è stato meno valoroso, perché è intervenuto prontamente a sostegno dei commilitoni, ma un proiettile gli aveva tranciato completamente il dito pollice della mano destra, impedendogli  di far fuoco con l’arma che aveva impugnato. Il macchinista, accorso, senza rendersi perfettamente conto dell’accaduto, messo però sull’avviso, fa ripartire subito il treno. Nessuno dei passeggeri si è accorto di nulla: il rumore dello stridio dei freni ha evidentemente coperto quello degli spari e così si è evitato il panico.

Pochi minuti dopo il convoglio col suo triste carico ferma a Novi, dove l’emozione e la commozione suscitata nella popolazione, che mai, in periodo di pace, aveva conosciuto in questa città un così grave e cruento fatto di sangue, è enorme. Ben presto, in segno di ricordo e solidarietà viene deposto un cippo su cui sono riportati i nomi dei tre Caduti,  sostituito anni dopo dalla stele, di materiale più pregiato e ornata, oltre che dalla Fiamma sovrastante i tre nominativi, dallo stemma araldico dell’Arma e da quelli dell’Associazione Naz. Carabinieri e della Compagnia CC di Novi Ligure.

L’episodio induce  a riflettere sul comportamento tenuto dai  Carabinieri. Di fronte ad un’arma spianata ed oltretutto impugnata da criminali, che hanno poco da perdere aggiungendo reato a reato, chiunque sarebbe giustificato se alzasse le mani, e poi  Leo, Barbarino e Villani Conte avrebbero potuto ritenere che se anche avessero lasciato fuggire i loro aggressori, questi con ogni probabilità sarebbero stati ben presto acciuffati, col fallimento dell’azione criminale. Invece essi  non pensano a se stessi, non si arrendono, ma facendo appello alla loro umanità, usano innanzi tutto l’arma della persuasione e del richiamo al buon senso e poi, costretti, tentano l’estremo atto, cadendo come sono Caduti tanti loro commilitoni in ogni luogo e in ogni tempo da Pastrengo a Culquabert, come l’umile carabiniere ucciso in un posto di blocco in tempo di pace o come Salvo D’Acquisto in tempo di guerra.

Nelle motivazioni delle medaglie d’argento al V.M., concesse con Decreto Presidenziale dell’8 maggio 1973, si legge testualmente: «…sebbene ferito, rispondeva reiteratamente al fuoco subito aperto dagli aggressori, fino a che non cadeva colpito a morte…». Questa frase, purtroppo, compare spesso nelle cronache del nostro tempo.


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