Marco Faustino Gagliuffi e Novi

di GIAN LUIGI BRUZZONE

La figura e l’opera di Marco Faustino Gagliuffi non sono mai scivolate nell’oblio, in particolare a Novi e fra gli storici dell’ordine scolopico.

Il Gagliuffi infatti, nato a Ragusa in Dalmazia il 15 febbraio 1765, figlio di Giovanni di Caterina, conobbe in patria le Scuole Pie da poco introdotte[i] e rimasto conquistato dall’ideale dei maestri, chiese di farne parte. Quindicenne appena nel 1780, fu accolto in Roma e dopo il noviziato e la consueta formazione culturale, umana, cristiana e religiosa fu ordinato sacerdote.

L’ingegno , la costanza nello studio, la buona volontà, l’obbedienza ai superiori, il savoir-faire gli attirarono la stima dei confratelli, suscitando lusinghiere speranze nei confronti del giovane chierico. Ancora studente di teologia, fu inviato nel collegio di Urbino ad insegnare retorica: memorabili furono le accademie[ii] per il Cardinale Legato e per l’ex allievo il Cardinale Carandini, celebrate negli anni 1786 e 1787. Con il 1788 padre Faustino era chiamato dai superiori al prestigioso collegio Nazareno in Roma dove professò l’amata retorica per un decennio.

Partecipe della vita culturale romana, pastore arcade, padrone della lingua latina come pochissimi, poeta improvvisatore in versi latini applaudito e conteso, il Gagliuffi si lasciò afferrare dall’ubriacatura giacobina quando il 15 febbraio 1798 fu proclamata la Repubblica Romana. Abbandonata la comunità e l’abito degli scolopi divenne presidente dei tribuni del popolo, redattore del giornale repubblicano “Il Monitore Romano” e segretario del Comitato sopra gli studi nazionali, membro dell’Istituto nazionale, docente di storia romana all’Università, prefetto della stessa.

Va notato che non fu l’unico scolopio a seguire l’ondata rivoluzionaria, ma va rilevato altresì come all’inizio il movimento giacobino possedesse aspetti positivi e condivisibili da persone oneste e di buona volontà, mentre procedendo assunse – o meglio affiorò in modo esplicito – il vero scopo demolitore e massonico, contemplante la distruzione della Chiesa, se possibile. Ci sembra opportuno inoltre evidenziare che molti padri scolopi tendevano all’individualismo, forse per influsso della funzione docente esercitata[iii], e che i superiori esigessero un’obbedienza piuttosto blanda o considerassero accontentare tutti o temessero di esacerbare taluni confratelli tronfi di sé o dall’indole bizzarra, nella speranza di un loro rinsavimento.

Nella fattispecie, padre Faustino era forse rimasto disorientato per la morte di padre Stefano Quadri, Generale dell’Ordine[iv] e benevolentissimo nei riguardi del confratello così intelligente, ma appunto per questo bisognoso di consiglio di una guida spirituale autorevole. E’ lecito ipotizzare che se padre Stefano non fosse morto, il Gagliuffi si sarebbe comportato diversamente e di sicuro non sarebbe scivolato negli eccessi demagogici del giacobinismo spudorato[v]. Non è nostro intento indorare la pillola – come suol dirsi – ma l’intera vicenda esistenziale del Gagliuffi attesta un sincero amore per l’Ordine, per la sua missione educativa, per i suoi ideali.

Con l’anno 1798 si spogliò della tonaca e si secolarizzò[vi], ma non tradirà mai – per quanto ci consta – il voto di castità emesso il 12 maggio 1781 a conclusione dell’anno di noviziato, né si discostò mai da morigeratezza e decoro[vii]. Non solo, ma nutrì sempre venerazione e simpatia per l’Ordine, ne curò come poté il rispetto, la difesa ed il prestigio, bramava rientrarvi e contava parecchi amici fra gli antichi confratelli. Il desiderio non fu accolto, poiché dopo il bailamme rivoluzionario e napoleonico furono severi e non ritennero di accettare di nuovo confratelli che si erano un po’ troppo sbilanciati politicamente a favore di un ordine di cose non soltanto opinabile, ma che tanto squasso aveva provocato nella società, nel calpestare i diritti della Chiesa, nel perseguitare il clero, i pontefici stessi, nel distruggere gli ordini religiosi, nell’impadronirsi e nel dissiparne il patrimonio, per tacere degli imponderabili ed incalcolabili danni morali ed interiori.

Terminiamo il cenno biografico. Caduta la Repubblica Romana, il Gagliuffi si recò a Parigi a séguito di Ennio Quirino Visconti e divenne segretario di Giuseppe Fravega, banchiere genovese, allora ambasciatore dell’effimera Repubblica Ligure presso il governo francese. trascorso un triennio parigino, nel 1903 si stabilì a Genova. Inizia la fase ligure della vita terrena del nostro, durata usque ad mortem, per quanto negli ultimi anni effettuasse parecchi viaggi in Italia e all’estero.

A Novi, ospite presso la famiglia amica del notaio Giovanni Battista Castiglioni, moriva nella fredda giornata del 14 febbraio 1834, quasi settantenne. Per questo – come s’è accennato in esordio – gli studiosi novesi non lo hanno dimenticato[viii]. Il 30 ottobre 2008 si è celebrato in Genova un convegno di studi su “Marco Faustino Gagliuffi, poeta estemporaneo e latinista” organizzato dall’Accademia Ligure di scienze e lettere[ix], nel quale mi sembra non avrebbe guastato un intervento che focalizzasse il rapporto di Novi con il Nostro.

Per questo, accogliendo l’invito del professor Pier Eligio Bertoli, ho raccolto queste note concernenti il tema testé menzionato. E non senza ragione, giacché per il Gagliuffi il Novese arrise benevolo almeno dal 1807. In detto anno infatti versando in un cattivo stato di salute, forse una stanchezza psicofisica – mentre il tiranno d’Europa furoreggiava e mandava soldati sempre più giovani al macello e la Liguria era ridotta a tre dipartimenti dell’Impero anzi Empire françois, – il Gagliuffi fu a lungo ospite di Marco Vincenzo Lomellini nella splendida tenuta chiamata Lomellina. In questo locus omoenus, ossia luogo di delizie, lontano dal frastuono guerresco e dal chiasso dei politicanti, accarezzato da squisita ospitalità, Marco Faustino guarì.

  1. MDCCCVII.

MARCUS FAUSTINUS GAGLIUFFUS

MARCI VINCENTI LAUMELLINI

HOSPES

RECUPERATA HEIC LOCI VALETUDINE

GRATIAS

DEO ET HOSPITI[x]

La tenuta Lomellina, sull’antica strada che dalla Bocchetta porta a Gavi e quindi a Novi, sarà più volte negli anni seguenti sereno e piacevole soggiorno per il latinista.

Il proprietario Marco Lomellini (1757 – 1837)[xi], insieme con la consorte Camilla de Fornari, lo invitavano volentieri, desiderosi di avere un ospite compito, una mente d’eccezione, un amico fidato, un maestro per le tre simpatiche figlie. Il sodalizio proseguì quando esse sposarono il fiore della nobiltà ligure e lombarda, ma continuarono ad abitare almeno parte della stagione autunnale la villa insieme con i rispettivi consorti ed essa era frequentata dal patriziato amico. Talora si effettuavano scampagnate nei paraggi, ovvero visite più impegnative, come quando il Professore accompagnò le tre figlie Lomellini nel castello di San Cristoforo[xii], ospite del marchese Giovanni de Fornari e della consorte Camilla nata Spinola. Ogni occasione porgeva lo spunto per comporre epigrammi: dal paesaggio, al titolo della tenuta, sull’indole di Costanza, sulla caccia, sulle pure acque che sboccano presso il palazzo dopo una canalizzazione sotterranea, sui giuochi dei bimbi, sui pranzi, sul parto di una contadina, su un passero, su due vitellini appena nati[xiii] e così via. Si intuiscono aspetti di una civiltà scomparsa, costumanze plurisecolari sparite nel volgere di pochi anni. Il latinista compose epigrammi[xiv] e un mannello di iscrizioni per la villa: quella da incidere sul marmo murato in facciata, allusiva ai danni perpetrati dalla guerra fra Sette ed Ottocento e ai restauri effettuati l’anno 1807[xv]; quella nell’atrio del palazzo esprimente la felicità d’aver accolto, sia pure per poche ore purtroppo, Pio VII il 18 maggio 1815[xvi], in viaggio verso Torino; quella sul prospetto dell’edificio rustico costruito nel 1819[xvii].

A Novi l’antico maestro di retorica e docente all’ateneo genovese insegnò nel Collegio San Giorgio retto dai Padri Somaschi per il quale concepì l’iscrizione “da porsi nella sala di studio”:

LEX EST PRIMA SUUM CONSTANTER REDDERE CUIQUE

ALTERA LEX MISERIS FERRE LIBENTER OPEM

CHRISTIANE HAS TENEANT HAS RITE SEQUANTUR ALUMNI

INDE TIMOR SAPIENS INDE BEATUS AMOR[xviii]

Essa è profonda ed elegante, direi stilizzata anzi, ed anche un poco difficile. Vi cogliamo echi ed esperienze della pedagogia e della didattica scolopica.

Parecchi i versi composti per Novi. Menzioniamo l’iscrizione alla Celeste Patrona della città, la Lacrimosa, di cui trascrivo il testo per essere paradigmatico:

MARIAE MATRI LACRIMOSAE

OBSEQUIUM SAECULARE

NONIS SEXTILIBUS MDCCCXXXI

VENITE ADESTE LECTA FERTE LILIA

URBIS NOVENSIS HOSPITES

ET VOTA VOTIS VESTRA NOSTRIS IUNGITE

SPERARE NIL NON POSSUMUS

HAEC QUIPPE DONIS PLENA LUX CAELESTIBUS

TOTO UNA LUCET SAECULO

NOSTRASQUE MATER LACRIMOSA TERGERE

VOCATA GAUDET LACRIMAS[xix]

Nella prima parte si indica l’occorrenza; nella seconda l’apparente pioggia di parole non può occultare una calibratissima scelta di lemmi, sapientemente disposti in sequenza o in enfatica positura, con armoniose clausole, allitterazioni, ossimori e via traslando.

Novi non poteva mancare al tributo generale per Pio VII: il Gagliuffi concepì la lapide affissa nella Collegiata a ricordo di tanto avvenimento[xx].

Compose inoltre un’iscrizione per la festa della Madonna della Neve del 1828[xxi]

NONIS AUGUSTALIBUS A MDCCCXXVIII

DEO OPTIMO MAXIMO

IN HONOREM

MARIAE A NIVE NUNCUPATAE

PATRONAE NOVENSIUM DULCISSIMAE

FESTUM AERE SPONTE COLLATO SOLEMNIUS

EX VOTIS PUBLICIS CELEBRATUR

CIVES ET HOSPITES

ADESTE PRECAMINOR LAETAMINOR

 

per l’orfanotrofio[xxii], succosa e commovente

VIRGINIBUS

PARENTUM MORTE VEL INFORTUNIO

DERELICTIS

NOVENSIS PIETAS

MDCCCXXII

per l’ospedale San Giacomo[xxiii], concisa e franca

SANITATI RECUPERANDAE VEL PIE MORTI OBEUNDAE

in onore della regina Maria Teresa moglie di Vittorio Emanuele e delle figlie Maria Anna Carolina Maria Cristina commissionatagli dal collegio dei canonici nell’agosto del 1828[xxiv]: magniloquente e forse un poco prolissa; per le pompose esequie del re Carlo Felice l’anno 1831[xxv]

Concepì almeno questi epitaffi a Novi: per Anna Maria Pernigotti morta nel 1822[xxvi]; per Paolo Andrea Verri medico a Novi, come già il padre Ruffino[xxvii]; per lui stesso, d’indubbia efficacia e verità:

SORTE RACUSINUS, VITA ITALUS, ORE LATINUS, MENTE ALACRI, ARDENTI PECTORE, ONESTA COLENS, FACILEQUE PIUS, FACILEQUE IOCOSUS, PAUCA MALA AEQUO ANIMO MULTAQUE FAUSTA TULI[xxviii].

Quando concluse la giornata terrena, fu soprattutto Novi a ricordare l’illustre. Vi si celebrarono le esequie con un solenne epitaffio di Sisto Causo, prefetto di Novi[xxix]; a Ragusa con distici del giureconsulto Antonio Casnacichio[xxx]; ad Alessandria[xxxi]. Il 27 luglio 1834 si inaugurò il busto marmoreo del Gagliuffi per iniziativa del marchese Gian Carlo di Negro nella celebre villetta in Genova[xxxii], nella quale occasione si recitò un carme del novese Pietro Isola[xxxiii]. Novi si distinse per una profluvie di versi: dal carme di Didaco Pellegrini[xxxiv], al canto di Giorgio Briano[xxxv], alle anacreontiche dell’amico Giovanni Antonio Scazzola[xxxvi], cui il defunto lasciò i propri manoscritti[xxxvii] e cui si deve l’elegante e proficua silloge delle iscrizioni[xxxviii]; ai versi dei letterati Pietro Isola ed Antonio Buonfiglio[xxxix].

Nella chiesa pievana di Novi, sotto il busto marmoreo del Gagliuffi, l’interessato stesso, vivente ancora, compose la succosa iscrizione sopra riportata, mentre gli amici Gian Carlo di Negro e Bandinelli Castiglione presso tale scultura fecero incidere un lunghissimo epitaffio, sintesi di biografica del grande latinista[xl]. E’ questo l’aspetto da evidenziare: lo sviscerato amore per il latino da parte del nostro: la lingua di Roma supera ogni altro idioma e – per quel poco che possa valere – concordiamo con l’auspicio gagliuffiano e di tanti altri spiriti eccelsi che sarebbe opportuno divenisse la lingua universale dei dotti. Purtroppo siamo succubi degli imperialismi culturali del nostro momento storico.

 

NOTE

[i]Esse erano subentrate nelle strutture scolastiche dei Gesuiti, dopo la loro soppressione. Si capisce che l’istruzione dei giovani (e non solo) fu quanto mai danneggiata e non sempre si poterono sostituire con altri ordini.

[ii]Le accademie di fine anno scolastico (quelle accennate furono propriamente celebrative) appartengono alla didattica di varii ordini docenti e nella fattispecie degli Scolopi fino alle soglie del Novecento. Ci sia consentito il rinvio ai nostri saggi: G.L. BRUZZONE, Come un principe dell’accademia salva il nipote, centovent’anni dopo, da un omicidio colposo in “Ricerche”, Firenze, XI, 32, 1991, pp 171-177; Idem, Un polimetro sull’origine di Venezia di Anton Giulio Barrili in “Atti dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti”, CLI, 1993, pp 411-429; Idem, Una romanza sulle rovine di Crema composta in un’accademia ligure del 1851 in “Insula Fulcheria”, Crema, XXIII, 1993, pp 219-233; Idem, L’accademia sulle grotte di P. Celestino Massucco tenuta Savone nel 1822 in “Archivum Scholarum Piarum” XVII, 34, 1993, pp 165-200; Idem, Una canzone sui lombardi composta in un’accademia ligure del 1849 in “Bollettino della Società Pavese di storia patria”, XCVI, 1996, pp 253-263.

[iii] E nell’illusione che la capacità acquisita nell’insegnamento derivasse quasi esclusivamente dal merito e dall’esperienza personale del docente e non dalla formazione ricevuta e dalle regole dell’Ordine liberamente abbracciato.

[iv]Stefano Quadri (1720-92) della provincia romana, eletto generale il 2 maggio 1784, morto il 15 maggio 1792. cfr.: Leodegario PICANYOL, Brevis Conspectus historico-statisticus ordinis Scholarum Piarum, Romae. apud Curiam generalitiam, 1932, pp 29-30.

[v] Nutre codesto convincimento anche il postumo ed informato confratello P. Leodegario Picanyol, storico dell’Ordine: L. PICANYOL, Un insigne latinista. Marco Faustino Gagliuffi, Roma, PP. Scolopi, 1934, p 6. Questa monografia di 48 pagine è sempre fondamentale e non è sostituita dagli atti del convegno sul Gagliuffi celebrato nell’ottobre 2008.

[vi] Su codesto punto si auspicherebbero notizie precise.

[vii] A tale proposito le testimonianze dei contemporanei sono concordi nel riconoscere l’onestà gagliuffiana. Riportiamo il favorevole giudizio del marchese Gian Carlo Brignole Sale: “Rimase, purtroppo è vero, abbagliato delle speciose teorie che la rivoluzione in Francia introdusse e propagò in Italia, teorie che per mala sorte traviarono con lui tanti altri uomini sommi e per ingegno e per lumi; ma anche nel tempo di quel deplorabile smarrimento del suo intelletto continuò ad albergare nel suo cuore il sentimento della virtù. Anche in mezzo agli sciagurati fautori di una libertà sfrenata, più tremenda e più dura di ogni tirannide, a quei perfidi conculcatori d’ogni più sacro diritto, ebbe Gagliuffi il coraggio di difendere la giustizia, ebbe la soddisfazione di protegger e di salvar l’innocenza: in mezzo ai rapaci devastatori della proprietà altrui seppe uscir povero da una carica delle più importanti, e povero a segno che al suo arrivo in Genova gli sarebbero mancati i mezzi onde vivere senza il generoso spontaneo soccorso della più disinteressata amicizia. E poi chi dei tanti traviati ebbe com’esso l’animo di confessare il suo inganno, di far pubblicamente conoscere il suo ravvedimento?” G.C. BRIGNOLE SALE, Orazione in Per l’inaugurazione del busto di Faustino Gagliuffi nella villetta di Negro il 27 luglio 1834, Genova, Pagano, 1834, pp 3-26, quivi pp 20-21.

[viii] Cfr.: Maria Enrica GEMME, M.F. Gagliuffi latinista in “Novinostra”, X, 4, dicembre 1970, pp 10-19.

[ix] Spero ci sarà consentito confidare come l’idea di un convegno sul Gagliuffi fosse accarezzata da anni (e da ultimo concretizzata) dal Segretario Generale dell’Accademia, l’Ing. Giovanni Paolo Peloso, oriundo novese.

[x] M.F. GAGLIUFFI, Inscriptiones cura et diligentia Ioannis Antoni Scazzola ab Alexandria primum in lucem editae, Alexandriae, A. Capriolo, 1837, p 74.

[xi] Figlio di Lorenzo e di Lilla Fieschi, ascritto al libro d’oro del patriziato genovese addì 7 aprile 1774, conte dell’Impero, comandante del Porto di Genova nel 1814 etc.

[xii] In seguito acquistato da Edilio Raggio.

[xiii]Scherzi poetici latini del Signor D. Faustino Gagliuffi in una bella compagna del Signor Conte Marco Lomellini Tabarca cominciati il 3 settembre e terminati il 5 ottobre 1828, Milano, tip. G. Ferrario, 1829.

[xiv] Gli epigrammi del Gagliuffi vanno intesi nel senso classico, non contemporaneo “ormai quasi solo di contenuto satirico”: A. PANZINI – A. VICINELLI, Parola e vita, Milano, Mondadori, 1957, p 367.

[xv]Scherzi poetici, cit., p 14; M. GAGLIUFFI, Specimen de fortuna latinitatis, Augustae Taurinorum, ex off. Favale, 1833, p 143; M.F. GAGLIUFFI, Inscriptiones cit., p 45.

[xvi]Scherzi poetici, cit., p 15; M.F. GAGLIUFFI, Specimen, cit., p 143.

[xvii]ibidem. Eccone il testo: Marcus Laumellinus – solo deserto et informi – vinetis segetibus arbustis accomodato – viam aperuit muniit stravit – et ne quid novo praedio deesset – hanc villam aedificavit – a. MDCCCXVIIII.

[xviii]Scherzi poetici, cit., p 23; Specimen, cit., p 145.

[xix]M.F. GAGLIUFFI, Inscriptiones, cit., p 26.

[xx]ibidem, p 19; A.M. REMONDINI, Pio VII P.M. in Genova e nella Liguria l’anno 1815, Genova, tip. Dello Stendardo Cattolico, 1872, p 125.

[xxi]M.F. GAGLIUFFI, Inscriptiones, cit., p 26.

[xxii]Edita più volte: Scherzi poetici, cit., p 16; Inscriptiones, cit., p 38; Carlomagno PARODI, M.F. GAGLIUFFI in “Liguria”, XXXIX, 1-2, gennaio-febbraio 1972, pp 26-28.

[xxiii] S. CAVAZZA, Novi Ligure città del Piemonte, Tortona sc. Tip. S. Giuseppe, 1982, p. 46.

[xxiv]Inscriptiones, cit., p 67.

[xxv] Inscriptiones, cit., pp 96-97.

[xxvi] Inscriptiones, cit., p 163.

[xxvii] Inscriptiones, cit., p 160.

[xxviii] S. CAVAZZA, Novi Ligure, cit., ibidem.

[xxix] Inscriptiones, cit., p 11

[xxx] Inscriptiones, cit., p 12.

[xxxi] Inscriptiones, cit., p 13.

[xxxii]Inscriptiones, cit., p 14; Per l’inaugurazione del busto, cit.

[xxxiii]Per l’inaugurazione del busto, cit., pp 61-67. Quanto all’autore, rinvio ai nostri contributi: G.L. BRUZZONE, Esperienze letterarie di Pietro Isola, patriota risorgimentale in “Otto-Novecento”, XVIII, 2, 1994, pp 5-20; etc.

[xxxiv] D. PELLEGRINI, In morte di M.F. GAGLIUFFI. Carme, Novi, Moretti, 1834.

[xxxv] G. BRIANO, Canto in morte di M.F. GAGLIUFFI, Torino, Favale, 1834.

[xxxvi] G.A. SCAZZOLA, In morte di M.F. GAGLIUFFI, dieci anacreontiche, Alessandria, Capriolo, 1834.

[xxxvii] Purtroppo non ci è riuscito di identificare gli eventuali discendenti.

[xxxviii] cfr. Supra nota 10.

[xxxix] P. ISOLA – A. BUONFIGLIO, Versi in morte di M.F. GAGLIUFFI, Novi, Moretti, 1834.

[xl] Essa è riportata in L. PICANYOL, Un insigne latinista, cit., p 15.

 

CARME

 In calce all’articolo di G.L. Bruzzone “Marco Faustino Gagliuffi e Novi” riportiamo senza commento la riproduzione del CARME scritto dal novese Pietro Isola, composto in occasione dell’inaugurazione del busto del Latinistra alla villetta Di Negro in Genova avvenuta il 27 luglio 1834. Il testo è tratto da un volumetto stampato a Genova nel 1834 dai Fratelli Pagano edit.


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