Un Novese caduto nella battaglia di Lissa

di FRANCESCO MELONE

Le acque dell’isola di Lissa, posta nel medio mare Adriatico, davanti alle coste della Dalmazia, sono state teatro nel secolo XIX di due battaglie navali. La prima si svolse il 13 marzo 1811, nel quadro della lotta delle potenze europee contro Napoleone, quando una flotta   franco-veneziana cercò di cacciare gli inglesi dall’isola, ma fu sconfitta  da una squadra di fregate britanniche, la quale, pur notevolmente inferiore, costrinse le navi avversarie  a rinunziare alla progettata riconquista della piazzaforte ed a rifugiarsi  nel porto di Ancona.

La seconda si verificò il 20 luglio 1866, durante la nostra terza Guerra d’Indipendenza, tra le flotte italiana ed austriaca, con il primo combattimento tra  unità corazzate a vapore, quindi non più soggette al variare dei venti,  e meno di 5 anni dopo lo storico duello durante la guerra civile americana tra le due corazzate  Virginia e Monitor.

In seguito ad istruzioni avute dal Governo italiano, che dopo la vittoria sull’Austria dell’alleata Prussia a Sedowa (3 luglio ) era alla ricerca di un successo militare che rialzasse il prestigio italiano, scaduto nell’infausta giornata di Custoza (24 giugno), l’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, suo malgrado perché consapevole dello stato di impreparazione e di poca omogeneità della flotta, ma costretto pena la sostituzione, salpava da Ancona il 16 luglio e dava inizio due giorni dopo ad un massiccio bombardamento delle fortificazioni austriache di Lissa, in preparazione della conquista dell’isola.  Il primo mattino del 20 sopraggiunse però, partita dalla base di Pola per contrastare l’azione italiana, una squadra austriaca agli ordini del contrammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, per cui la flotta italiana, composta da 12 unità corazzate e da 18 vascelli di legno, fu costretta ad interrompere l’azione contro i forti dell’isola.

La manovra di Persano, che fece avanzare le sue navi in fila scoperta contro quella avversaria, disposta invece ad angolo, in formazione compatta, risultò infelice. Fu anche pregiudizievole  per le sorti della battaglia il suo trasbordo, senza comunicarlo agli altri comandanti, dalla nave ammiraglia Re d’Italia all’ariete corazzato Affondatore, meglio protetto, entrato il giorno prima a far parte della flotta e dal quale ci si aspettavano grandi cose. La squadra del Tegetthoff, con 7 corazzate e 20 legni, riportando solo danni, anche se gravi, riusciva ad affondare le corazzate Re d’Italia, speronata dall’ammiraglia nemica, e Palestro, esplosa in seguito ad incendio a poppa.

Prima di mezzogiorno lo scontro era cessato, anche se avevano partecipato soltanto 10 delle navi italiane, perché la squadra dell’Ammiraglio Giovanni Battista Albini, comandante dei legni, benché avesse avuto l’ordine di attaccare, era rimasta inattiva. Riordinate le forze, che erano rimaste dopo lo scontro ancora numericamente superiori a quelle dell’avversario, il Persano ordinò di ristabilire il contatto con il nemico, ma i segnali relativi purtroppo non ottennero l’esito richiesto, poiché o non vennero rispettati o, secondo alcuni, perché male interpretati.

L’ammiraglio italiano, constatato amaramente che i suoi comandanti non eseguivano gli ordini da lui impartiti, pur tuttavia riuscì a serrare le distanze con la squadra avversaria, ma non ci fu la ripresa del combattimento. Rimase ad incrociare sul posto senza prendere iniziative, fino a che, avendo visto che il nemico dirigeva per entrare nel Porto S.Giorgio a Lissa, ordinò alle sue navi, dopo il tramonto, di far rotta su Ancona. L’obiettivo di conquistare l’isola era miseramente fallito.

La sconfitta, ingigantita dalla stampa e dalle passioni politiche, umilierà la Marina Italiana per molti anni e pesò gravemente sul morale della nazione italiana, mentre il processo intentato al Persano dinanzi all’Alta Corte, essendo egli senatore, lo riconobbe unico responsabile, colpevole di  imperizia e di inadempienza della missione, con la conseguente  perdita delle funzioni e del grado. In verità emerse la pratica mancanza di una vera fusione delle varie Marine degli Stati preunitari, le quali erano entrate a formare nel 1861 la flotta dell’ appena costituito Regno d’Italia.

La disfatta di Lissa, insieme a quella dell’esercito a Custoza, ebbe come conseguenza la rinuncia dell’acquisizione del Trentino e della Venezia Giulia da parte del Governo italiano. e l’obiettivo per cui si era intrapresa la guerra non andò oltre il Veneto, ceduto dall’Austria alla Prussia vincitrice e da questa all’Italia. Come è noto, trascorreranno ancora cinquantadue anni prima che le due Regioni, con la Vittoria nella Grande Guerra, vengano a far parte del Regno d’Italia.

Le perdite austriache furono di 38 caduti e 138 feriti; quelle italiane di ben 612 ufficiali e marinai caduti, quasi tutti imbarcati sulle due navi affondate. Fra questi è compreso il marò trombettiere Parodi Francesco da Novi, come risulta dalla lapide murata nell’atrio di “Maricentro” a La Spezia, e sulla quale sono elencati i nominativi di tutti i caduti della battaglia. L’unità su cui era imbarcato era la pirofregata corazzata ammiraglia Re d’Italia al comando dell’alessandrino Capitano di Vascello Emilio Faà di Bruno, anch’egli caduto; anche il comandante della Palestro, il Capitano di Fregata Alfredo Cappellini, scomparve con la sua nave. Ad entrambi sarà concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Nell’obelisco di Piazza Indipendenza, primo monumento sorto a Novi a ricordo dei Caduti novesi – originariamente collocato all’inizio della Passeggiata dei Cappuccini, oggi viale A. Saffi – sono riportati i nomi di combattenti nellecampagne del 1848-49, del 1859 e del 1896. Ricordiamoli: Ballestrero Giuseppe, Pagano Carlo, Pestarino Domenico, Cattaneo Carlo, Fossati Domenico e Napoli Gio Batta, caduti nel 1848; Alignani Francesco, Bruzzo Antonio, Verdona Gaetano, Capurro  Edoardo caduti nel 1859  durante la Seconda Guerra d’Indipendenza; i rimanenti sono quelli della Campagna d’Africa del 1896: Demicheli Antonio, capitano medico, Bignami Carlo, sergente, Capurro Luigi, Disarello Giuseppe, caduti nella battaglia di Adua, e poi Pavese Domenico, Cavanna Giuseppe, Cavanna Giovanni, Marenco Vincenzo, Parodi Giovanni, Montessoro Luigi. Non risulta esservi alcun Caduto novese nella campagna del 1866, quella di Custoza e di Lissa.

Il locale Gruppo dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia,  qualche anno fa aveva  interessato l’assessorato alla Cultura del Comune di Novi invitandolo ad effettuare gli opportuni accertamenti che potessero giustificare l’ eventuale apposizione sull’obelisco di piazza Indipendenza anche del nome di Parodi Francesco. Maricentro, interpellato, ha risposto che non era in grado di fornire ulteriori informazioni relative alla richiesta.

Sul Libro dei Battesimi della Parrocchia di Novi Ligure si legge che il 23 aprile 1839 è stato presentato un bambino, nato lo stesso giorno, figlio di Gio. Batta Parodi, di professione sensale, e della Cattarina Viganò di professione tessitrice, al quale è stato imposto il nome di Francesco, alla presenza del padrino Francesco Cattaneo, di professione stalliere, e della madrina Madalena Bellomo, di professione tessitrice.

All’epoca della battaglia di Lissa il nostro aveva quindi 27 anni.

Scrive Emidio De Felice ne I Cognomi d’Italia, alla voce Parodi:

« Diffuso nella Liguria centrale e molto comune (è il primo cognome in ordine di frequenza a Genova ), è derivato dal toponimo Parodi Ligure (AL), piccolo centro dal quale, sin dal Medio Evo, vi è stata una forte emigrazione verso la zona costiera e soprattutto verso Genova, sulla quale gravitava economicamente e politicamente ».

Ben sapendo che con il nome di Novi sono chiamate altre due località italiane, Novi di Modena e Novi Velia in provincia di Salerno, si può ritenere  che il cognome Parodi, diffuso anche nella nostra Città, possa fugare i dubbi sulla  provenienza del marò trombettiere caduto a Lissa e considerarlo pertanto nostro concittadino.

BIBLIOGRAFIA

DIZIONARIO DELLE BATTAGLIE,  Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1968, p. 251.

RICHARD HUMBLE, 25 secoli di Battaglie Navali, De Agostini, Novara, 1981 pp. 168-169.

PIERO PIERI, Storia Militare del Risorgimento, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1962, pp.764-767.

EMIDIO DE FELICE,  Cognomi d’Italia, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 197


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