Le parole dei Novesi – VIII

di NATALE MAGENTA

fróla   –   mré   –   magiùstra – labóia

Queste tre voci novesi, tuttora ben conosciute ed usate dai dialettofoni (un po’ meno forse la terza), indicano la fragola.

Con il termine fróla, voce di genere femminile, plurale fróle, s’intende per lo più il frutto a grosse dimensioni della nota pianta orticola, coltivata ora in numerose varietà e ibridi e attualmente quella più commercializzata. Essa ha fiori ermafroditi, forniti cioè di stami e pistilli, che si autofecondano.

La parola fróla, con piccole varianti fonetiche, è conosciuta un po’ in tutt’Italia, dal Piemonte (e qui dò un solo esempio: in Valsesia si ha fràiga, e ‘andare per fragole’ si dice né par fràighi), fino alla Sicilia (fràula) e in Sardegna (fràura). Per i numerosi termini dialettali in uso nelle varie regioni italiane, si confronti: O. Penzig, Flora popolare italiana, I, Edagricole, Bologna 1974 alla voce Fragaria vesca L.

Per quanto riguarda l’etimologia, fróla è dal diminutivo *FRAGULA di latino FRAGUM/FRAGA (REW 3480), con lo stesso significato.

 

mré voce di genere maschile, plurale mréi. È ora la parola più in uso presso i dialettofoni, con cui si identifica quella fragola che si trova in vendita nei mercati, confezionata generalmente in cestinetti o cassette di legno.

Parola non isolata, di area anche ligure, piemontese e piacentina. Da notare a Garbagna AL (cfr. Romano Rovelli, Vocabolario del dialetto di GarbagnaTestimonianze di cultura e civiltà contadina, Tortona 2007, lemma 5101) il plurale mré uguale al singolare.

La nostra pianticella, come la precedente, ha fiori ermafroditi, vale a dire che si autofecondano, possedendo sia stami che pistilli.

Molte le varianti nel territorio italiano (cfr. O. Penzig, cit.): ad esempio, per la Liguria abbiamo murella (Valle d’Arroscia), murèu (Ponti di Nava), meriélu / merélu (Sanremo); Piemonte mouréi (San Damiano); Lombardia maœla (Brescia); Sardegna mua de terra.

Etimologia: mré può essere un diminutivo di latino MELUM ‘mela’, che avrebbe dato un *melello (voce però non documentata, ma ricostruita); così Hugo Plomteux in I dialetti della Liguria orientale odierna – La val Graveglia, Pàtron, Bologna 1975, alla voce ligure miyélu.

Ritengo tuttavia non doversi scartare a priori una derivazione dal lat. MORA, neutro plurale di MORUM (e basso lat. MORA sing. femm.) ‘frutto del gelso’ ed anche ‘frutto del rovo’. A questo proposito faccio notare che nel dialetto novese i frutti del gelso (Morus nigra e Morus alba) sono detti mùi, mentre quelli del rovo si chiamano mùrie. Circa l’accostamento della voce mré al lat. MORA mi pare plausibile ricordare il succitato mua de terra (sardo) cioè ‘mora di terra’ quale è la nostra fragola.

Il toponimo novese Merella (frazione di Novi) può risalire a un derivato di MORA, piuttosto che ad un improbabile cognome Merelli citato in Dante Olivieri, Dizionario di Toponomastica piemontese, Paideia, Brescia 1965.

 

magiùstra  voce anche italiana. Il DEI (Diz. Etim. Ital.) cita il termine magiòstra e lo dice documentato dal XVII secolo, ma la sua prima citazione storica risale al 1411 (in un documento conservato nella Pieve di Garbagna, dove viene chiamata “magiostra”). Si tratta esattamente della fragola spontanea (Fragaria vesca, var. muscata) nei boschivi, negli erbosi, nei luoghi in ombra, chiamata anche ‘profumata di Tortona’. Il frutto è in genere più piccolo dei mréi ed è molto dolce, profumatissimo, si dice che richiami quello dell’uva moscata. Veniva coltivata e prodotta in notevoli quantità anni addietro specialmente nella zona di Tortona.

Questa fragola ha la caratteristica di essere, al contrario di quelle precedentemente viste, una pianta dioica, nella quale, cioè, i singoli individui hanno soltanto organi maschili o femminili per cui, per produrre i frutti occorrono sia piante maschili che piante femminili; per l’impollinazione è sufficiente un maschio ogni dieci femmine.

L’area di diffusione di magiustra è piuttosto ampia, soprattutto in Italia settentrionale ed anche in Savoia. Il Faré in Postille italiane al REW, Milano 1972, pag. 259, al lemma majostra cita un calabrese sett. majùrsula. Per la zona del Novese, è da notare che a Garbagna AL la nostra Fragaria muscata è detta magiustro, maschile, plurale magiustri. Così anche ad Arquata Scrivia.

Circa l’etimologia, si propone un derivato da ‘maggio’ perché il frutto matura in quel mese, oppure da una antichissima voce mediterranea.

Il Devoto afferma invece che magiustra è “parola paleoeuropea … con connessioni che vanno fino alla regione basca” (cfr. G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana, Le Monnier, Firenze 1967, pag. 253).

 

labóia curiosa esclamazione, ormai in via di estinzione, conosciuta attualmente solo da pochi novesi, che significa ‘che schifo! Che ribrezzo!’

La voce è nota anche a Pozzolo  Formigaro, Tortona, Alessandria, Serravalle Scrivia, Garbagna, Pasturana, Torino. Non mi sono note altre testimonianze all’infuori di quelle riscontrate nelle località suddette.

La parola è in verità composta dall’articolo la + il sostantivo bòia, ma è sentita ormai dal parlante come un tutt’uno e si è trasformata in esclamazione.

La spiegazione del nostro termine è da ricercarsi nel piemontese bòja, che trovasi nel Dissionari piemontèis di Gribaudo – Seglie, Torino 1972, spiegato con ‘insetto, verme’. Nell’articolo si dà anche un bòja panatera ‘blatta’ e un bòja mëssonera ‘lucciola’. Secondo detto dizionario, l’etimologia è da ricercarsi in una voce celtica bogus ‘tignuola’.

Ma, se già quanto rintracciato nel lessico su citato era un buon indizio al fine di comprendere l’origine del novese labóia, una definitiva chiarificazione mi è stata offerta scorrendo il vecchio, ma ottimo dizionario di Federico Tonetti sul dialetto valsesiano, pubblicato a Varallo nel 1894. Ebbene, alla voce bòja (con la o aperta) panatera così si recita: “insetto nero grosso quanto un grillo ma stiacciato che trovasi presso i fornai ed è vago della farina”.

Nel mio Nuovo vocabolario del dialetto di Novi Ligure, Milano 1999 è citato l’esempio ad illustrazione della voce labója: labója, u gh-è na musca nt-a mnèstra! ‘che schifo, c’è una mosca nella minestra!’. Come un insetto nero tra la farina dei fornai, così una mosca provoca un certo ribrezzo in un piatto di minestra.

Stilando queste note risale ora dal fondo della mia memoria un’espressione che consideravo ormai perduta, ma che mi era famigliare all’epoca dei nostri giochi di strada, quali il girö’, la trottola, le buchette, le bilie, e tanti altri. L’espressione di cui sto parlando è la bobója (sic) panatera che dicevamo ad alta voce per spaventare i compagni oppure per metterli in apprensione o sul chi-va-là in vista di qualche pericolo. Essa richiama senza dubbio quella riscontrata nel dizionario piemontese su citato, ma che a Novi consideravo ormai estinta.

Una piccola perla per chi ama raccogliere anche queste minuscole testimonianze della nostra piccola vecchia storia.

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