I Cavalieri dell’Ordine dei Gerosolimitani e la profezia dell’Apocalisse

Un inedito documento dell’Archivio storico del Comune di Novi Ligure

di DANIELA CABELLA

Il recente intervento di riordino dell’Archivio storico comunale della città di Novi Ligure ha permesso di identificare alcuni documenti mai prima inventariati e quindi inediti alla storiografia locale.

Un documento, in particolare, ha colpito la nostra attenzione. Si tratta di una lettera non firmata, datata 20 luglio 1555, in cui un maestro “di Rode dell’ordine jerosolimitano” rende noto un fatto miracoloso avvenuto in Babilonia ([1]).

Nella città di Bracham il 23 maggio 1554, nella tribù di Lachas, sarebbe nato un bambino con la “facia … oribile co’ li denti acuti a uso de gatto … e … li ochii fagosati et spaventosi”. Dopo appena otto giorni il bambino era in grado di parlare e annunciava al popolo di “esser vero figliolo de Dio e il vero Messia”.

Il giorno seguente la sua nascita cominciarono a piovere manna e pietre preziose e furono visti volare serpenti orribili. Avendone gli abitanti di quelle contrade chiesto al bambino il significato, egli rispose che le pietre preziose rappresentavano eterna gioia per i suoi eletti nella vita eterna, mentre i serpenti corrispondevano a martìri e tormenti di eterna dannazione per coloro che si sarebbero dimostrati contrari ai suoi comandamenti. Misteriosamente una montagna si aprì nel mezzo e apparve una colonna “meza biancha e meza rossa” con una scritta in ebraico: “è venuta l’ora del mio nasimento nel mondo”.

Il bambino era in grado di resuscitare i morti e risanare gli ammalati, così che non solo gli abitanti della Babilonia, ma anche un frate di Viterbo, maestro in teologia, gli prestava fede mentre altri lo consideravano l’Anticristo. L’autore anonimo racconta che due frati, appartenenti all’Ordine dei Gerosolimitani, partirono alla volta della Babilonia per accertare i fatti. Essi affermarono di aver visto sia il bambino che la colonna e di essere stati testimoni di diversi miracoli. L’autore non ha dubbi e conclude la sua lettera con un’esortazione ai fedeli: la fine del mondo è vicina!

La presenza di un documento di questo genere all’interno di un archivio pubblico rappresenta una particolarità eccezionale che merita di essere approfondita e studiata. Per questo motivo si è deciso di analizzare l’antico scritto nel quadro complessivo del XVI secolo e nel contesto della presenza dell’Ordine dei Gerosolimitani nel basso alessandrino. Si è poi scelto di soffermarsi sulla figura dell’Anticristo nella letteratura di carattere religioso, in modo da confrontare queste informazioni con quelle riportate nel documento novese.

L’epoca a cui risale il documento (1555) rappresenta un periodo di avvenimenti importanti per il cristianesimo: la Chiesa cattolica cerca di ricucire il suo rapporto con i fedeli dopo il terremoto provocato dalla Riforma di Lutero e le profezie sull’Apocalisse e le leggende sull’Anticristo servivano ai predicatori per riavvicinare il popolo alla fede.

Purtroppo il documento originale

«1555 adi 20 di Jullio

Universi et singuli s[igno]ri principi potenti, baroni, conti ciaschaduno fidelle christiano.

Noi maestri di rode de l’ordine jeresolimitano per la presente significhiamo havere novamente ricevuto littere da li nostri espositori li quali continuamente per nostra salute e di ciaschaduno fidel christiano ne la parte di babilonia teniamo ne la quale sia si contiene como occorrendo l’anno del 1554 ali 23 di magio ne’ la estrema parte di babilonia in una città chiamata in hebreo Bracham la quale cui provincia si adomanda colorsa di una villiss[im]a dona de stirpe incognita chiamata lachas naque uno fanciulo oscuro e tenebroso ne del padre se sa alcuna noticia, lo aspetto del quale no è bruno si neigro, la facia soa è oribile co’ li denti acuti a uso de gatto contra ogni ordine e ha li ochii fagosati et spaventosi, et como essi espositori narrano he’ magior de la comune statura de li altri bambini e narrano ancora che in capo de giorni otto comencio a parlare perfettamente di sorte che era interse da ogni persona, annuntiando al populo esser vero figliolo de dio e il vero messia scrivendo gia haverlo veduto andai como sole ogni puto de eta de anni cinque como nella natività soa del detto bambino se li producano varii segni perchè nascendo il detto bambino nel tempo chiaro subito si obscuro il sole e se li ven … .

In quel loco tenebrosa obscurita in tanto che di poi per spacio di otto giorni non parve in quelle parte di babilonia ni sole, ni luna, ni stella alcuna, a ben che le arie chiarezaseno non perho sino al presente e ridocto alla pristina chiarita.

Si avisa como hano inteiso da li habitatori di quelle contrade la note seguente del nasimento del detto bambino defondere e torto sopra dela prebre e subito fu veduto altri stupendi segni in quel tempo fra li quali il giorno seguente piovere per un giorno mana e prede preciose furono ancora veduti volare serpenti orribilissimi per larie hanvendo domandato al predetto che fosse la cagione.

Rispose le pietre preciose significano eterni gaudij ch’haverano li soi elleti nelaltra vita, li serpenti denotano li martirij e tormenti di eterna dannatione ne la quale sarano perpetualmente constituiti e dannati li homini e done chi sarano stati rebelli e contrarij a soi precetti e comandamenti.

In quella medesima sua natività con grandissimo gaudio de tuti li … monti si aperse in nel mezo del quale fu trovata una collona meza biancha e meza rossa del quale era una scritta de littere hebraijche che in nostro linguagio dicevano è venuta l’ora del mio nasimento nel mondo, la quale collona li … espositori mi hano veduto dal detto bambino molti stupendi miraculi fare, cioè resusitare morti sanare infermi. Illuminare ciechi solo sermone senza alcuno altro remedio, e in babilonia hano incomenciato adorarlo como figliolo di Idio, a quelle persone fidele cosi como infidele che alla soa presentia recusano a credere non volendo adorarlo comanda che di crudelissima morte siano morti, e occisi di sorte che la maior parte mossi da devocione o vero da timore in tuto e per tuto li rendano obedienza. Dicono ancora che lui promette di chiarire alcune scritture non inteise e con il parlar suo affermano ancora che uno frate di Vitterbori maestro in sacra teologia presta tanta fede ali miracoli di detto fanciulo, fu oldita una teribil voce la quale essi espositori affermano haver oldito lo grandissimo tono e remore. Il quale tuono e  rumore intendeteno e anonciano che fu oldita per aire per spatio de tricento milia preparative di fare honore al mio dileto e beati sarano quelli che oldirano il verbo suo. Per la qualcosa li nostri expositori questo oldendo a noi scrissero che da molti homini questo fanciulo è creduto è estimato esser quello che de nascer e ne la fine del mondo chiamato antechristo figliolo de la perditione avanti che a tale volessimo prestar fede ne da alcuno scrivere congregato il consiglio del capitolo nostro deliberassimo di mandar doi de’ nostri fratelli in babilonia li quali partiti e tornati trovarno li detti espositori e cercorno co’ diligentia de intender la verità del tuto, e di poi ritornati a noi affermorno le dette cosse esser vere, e haver veduto lo detto fanciulo e la detta collona meza biancha e meza rossa e diversi altri stupendi miraculi che soria longo l’ mio scrivere volendo narrare noi tante certificatione devotamente ne esortiamo che per Ittalia e altre parte del mondo vogliate manifestarle a fidelli christiani tal nova acio lassero li peccat e attendino alle bone oppere per esser questo manifesto segno che la fine del mondo è propinqua e vogliamo permaner fermi e stabili e constanti ne la santa fede acio possino goldere quella celeste patria per infinita secula seculorum amen.»

del 1555 non ci ha permesso di chiarire alcuni degli interrogativi più importanti. Non ci è dato sapere, infatti, chi è l’autore del testo, dove è stato scritto, a chi era diretto e, soprattutto, come è finito nell’Archivio storico comunale.

Il documento

«1555 adi 20 di Jullio

Universi et singuli s[igno]ri principi potenti, baroni, conti ciaschaduno fidelle christiano.

Noi maestri di rode de l’ordine jeresolimitano per la presente significhiamo havere novamente ricevuto littere da li nostri espositori li quali continuamente per nostra salute e di ciaschaduno fidel christiano ne la parte di babilonia teniamo ne la quale sia si contiene como occorrendo l’anno del 1554 ali 23 di magio ne’ la estrema parte di babilonia in una città chiamata in hebreo Bracham la quale cui provincia si adomanda colorsa di una villiss[im]a dona de stirpe incognita chiamata lachas naque uno fanciulo oscuro e tenebroso ne del padre se sa alcuna noticia, lo aspetto del quale no è bruno si neigro, la facia soa è oribile co’ li denti acuti a uso de gatto contra ogni ordine e ha li ochii fagosati et spaventosi, et como essi espositori narrano he’ magior de la comune statura de li altri bambini e narrano ancora che in capo de giorni otto comencio a parlare perfettamente di sorte che era interse da ogni persona, annuntiando al populo esser vero figliolo de dio e il vero messia scrivendo gia haverlo veduto andai como sole ogni puto de eta de anni cinque como nella natività soa del detto bambino se li producano varii segni perchè nascendo il detto bambino nel tempo chiaro subito si obscuro il sole e se li ven … .

In quel loco tenebrosa obscurita in tanto che di poi per spacio di otto giorni non parve in quelle parte di babilonia ni sole, ni luna, ni stella alcuna, a ben che le arie chiarezaseno non perho sino al presente e ridocto alla pristina chiarita.

Si avisa como hano inteiso da li habitatori di quelle contrade la note seguente del nasimento del detto bambino defondere e torto sopra dela prebre e subito fu veduto altri stupendi segni in quel tempo fra li quali il giorno seguente piovere per un giorno mana e prede preciose furono ancora veduti volare serpenti orribilissimi per larie hanvendo domandato al predetto che fosse la cagione.

Rispose le pietre preciose significano eterni gaudij ch’haverano li soi elleti nelaltra vita, li serpenti denotano li martirij e tormenti di eterna dannatione ne la quale sarano perpetualmente constituiti e dannati li homini e done chi sarano stati rebelli e contrarij a soi precetti e comandamenti.

In quella medesima sua natività con grandissimo gaudio de tuti li … monti si aperse in nel mezo del quale fu trovata una collona meza biancha e meza rossa del quale era una scritta de littere hebraijche che in nostro linguagio dicevano è venuta l’ora del mio nasimento nel mondo, la quale collona li … espositori mi hano veduto dal detto bambino molti stupendi miraculi fare, cioè resusitare morti sanare infermi. Illuminare ciechi solo sermone senza alcuno altro remedio, e in babilonia hano incomenciato adorarlo como figliolo di Idio, a quelle persone fidele cosi como infidele che alla soa presentia recusano a credere non volendo adorarlo comanda che di crudelissima morte siano morti, e occisi di sorte che la maior parte mossi da devocione o vero da timore in tuto e per tuto li rendano obedienza. Dicono ancora che lui promette di chiarire alcune scritture non inteise e con il parlar suo affermano ancora che uno frate di Vitterbori maestro in sacra teologia presta tanta fede ali miracoli di detto fanciulo, fu oldita una teribil voce la quale essi espositori affermano haver oldito lo grandissimo tono e remore. Il quale tuono e  rumore intendeteno e anonciano che fu oldita per aire per spatio de tricento milia preparative di fare honore al mio dileto e beati sarano quelli che oldirano il verbo suo. Per la qualcosa li nostri expositori questo oldendo a noi scrissero che da molti homini questo fanciulo è creduto è estimato esser quello che de nascer e ne la fine del mondo chiamato antechristo figliolo de la perditione avanti che a tale volessimo prestar fede ne da alcuno scrivere congregato il consiglio del capitolo nostro deliberassimo di mandar doi de’ nostri fratelli in babilonia li quali partiti e tornati trovarno li detti espositori e cercorno co’ diligentia de intender la verità del tuto, e di poi ritornati a noi affermorno le dette cosse esser vere, e haver veduto lo detto fanciulo e la detta collona meza biancha e meza rossa e diversi altri stupendi miraculi che soria longo l’ mio scrivere volendo narrare noi tante certificatione devotamente ne esortiamo che per Ittalia e altre parte del mondo vogliate manifestarle a fidelli christiani tal nova acio lassero li peccat e attendino alle bone oppere per esser questo manifesto segno che la fine del mondo è propinqua e vogliamo permaner fermi e stabili e constanti ne la santa fede acio possino goldere quella celeste patria per infinita secula seculorum amen.»

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La figura dell’Anticristo

L’Anticristo (αντίχριστος) è identificato come l’avversario di Cristo che, alla fine dei tempi, sedurrà con sortilegi e astuzie molti cristiani, ma sarà vinto da Cristo in una lotta finale.

Fin dal “protovangelo” ([2]) è delineata la lotta religiosa fra il Messia a capo dei Giusti e Satana con i suoi satelliti.

La figura dell’Anticristo compare già nei testi sacri, quando Giacobbe svela la sua origine ebraica: “Divenga Dan un serpente sulla strada, nel sentiero un ceraste, che morde l’unghie del cavallo per far cadere il cavaliere all’indietro” ([3]). Anche il profeta Daniele parla di un “cornu parvulum” (che in antichità rappresentava un uomo potente): “E i dieci corni dello stesso regno saran dieci re; e un altro si alzerà dopo di essi, che sarà più possente dei primi, e tutti umilierà tre regi. Ed ei parlerà male contro l’Altissimo, e calpesterà i santi dell’Altissimo … E il Giudizio sarà assiso, affinché si tolga a lui la potenza, ed ei sia distrutto e per sempre perisca.” ([4]). La tradizione giudaica ce lo presenta come una presenza politica persecutrice dei fedeli (il Gog e Magog di Ezechiele, il Nerone redivivo degli oracoli sibillini) e gli antichi scrittori ecclesiastici lo identificavano come un ebreo della tribù di Dan che, capace di rialzare il tempio e il regno di Israele, farà guerra con gli ebrei ai cristiani, sedurrà con molti con prodigi e sortilegi.

Alcuni critici tedeschi sostengono che la concezione giudaica dell’Anticristo sarebbe derivata dall’antico mito della lotta fra la divinità e i mostri che, vinti e uccisi o incatenati all’origine del mondo, avrebbero dovuto scatenarsi alla fine dei tempi. Il documento più antico del mito cosmogonico è il poema babilonese della lotta di Marduk, dio solare, con i mostri del caos e nell’Antico Testamento Jahvé, creatore del mondo, è il domatore dei mostri d’abisso.

L’aspetto che l’Anticristo assume nella tradizione giudaico – cristiana, è perciò la forma umanizzata delle forze demoniache ribelli a Dio, contrapposte alla forma umana del Messia e spesso rappresentato con sembianze umane unite a caratteristiche mostruose, oppure come morto resuscitato (come antitesi della risurrezione del Cristo).

Anche Gesù parla dell’Anticristo: “Io sono venuto a voi nel nome del Padre mio e non mi avete creduto; se un altro verrà nel suo proprio nome, lo riceverete” ([5]).

San Giovanni, nell’Apocalisse, lo descrive come “una bestia che aveva sette teste e dieci corna, e sopra le sue corna dieci diademi, e sopra le sue teste, nomi di bestemmie ” ([6]), una delle teste sembra morta, ma in realtà è viva. Uccide i due profeti (probabilmente Mosè ed Elia, oppure Enoch ed Elia) inviati da Dio a dissuadere il popolo; obbliga gli uomini, con l’aiuto di un falso profeta, ad adorarlo e a ricevere sulla mano o sulla fronte la sua sigla 666 e perseguita i santi di Cristo. Per alcuni l’Anticristo è insieme l’Impero romano e Nerone, il numero 666 è la somma dei numeri rappresentati dalle lettere ebraiche del nome Neron Caesar, e la testa rediviva sembra essere Nerone, che tornando dall’Oriente a capo di altri dieci re, distruggerà Roma stessa. “Vidi uscire dalla bocca del dragone, e dalla bocca della bestia, e dalla bocca del falso profeta tre spiriti immondi, simili alle rane. Perchè, sono spiriti de’ demoni che fanno prodigi e sen vanno ai re di tutta la terra per congregarli a battaglia nel gran giorno di Dio Onnipotente. Ed essi si radunarono nel luogo che si chiama, in ebraico, Harmaghedon” ([7]). Questo luogo è indicato come il monte Meghiddo, a circa 30 Km a sud–est del monte Carmel in Israele (“Har” montagna e “Megiddo” incontro). Secondo le profezie è il luogo dove l’Anticristo radunerà il suo esercito per distruggere Israele e sarà sconfitto da Cristo. Dopo questa tremenda battaglia Satana sarà incatenato per mille anni e il mondo vivrà in pace e giustizia. Il diavolo tenterà di distruggere Gerusalemme, avrà allora luogo la seconda resurrezione e il Giudizio dei morti ([8]) e l’apparire di nuovi cieli e della nuova terra ([9]).

I primi cristiani, poiché ritenevano imminente la seconda venuta di Cristo, in occasione delle grandi persecuzioni vollero credere che l’Anticristo fosse già comparso e lo identificavano, oltre che con Nerone anche nei loro crudeli avversari: Simon Mago, Appollonio di Tiana, Diocleziano, Giuliano l’Apostata. San Paolo nella II lettera ai Tessalonicesi li avverte di non lasciarsi confondere dal figlio della perdizione che “si innalza sopra tutto quello che dicesi Dio, o si adora, talmente che sederà egli nel tempio di Dio, spacciandosi per Dio. E allora sarà manifestato quell’iniquo (cui il Signore Gesù ucciderà col fiato della sua bocca, e lo annichilerà con lo splendore della sua venuta).”. Secondo San Paolo l’apostasia sarà causata da un personaggio che porta tre nomi e si presenta come il grande nemico di Dio, l’uomo dell’empietà, il figlio della perdizione che appare alla fine dei tempi. Appare come un essere personale, strumento di Satana, esercitando contro i credenti un potere seduttore e persecutorio, per l’ultima grande prova cui metterà fine il ritorno di Cristo ([10]).

“E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene”. San Paolo attribuisce il ritardo della manifestazione dell’Anticristo a una forza o a una persona capace di trattenerlo. L’allusione doveva essere compresa dai destinatari, ma per noi, nonostante le tante supposizioni, resta un enigma.

Giovanni, invece, nella prima lettera parla di più Anticristi: “Come avete udito che deve venire l’anticristo, di fatto ora molti anticristi sono apparsi. Da questo conosciamo che è l’ultima ora. Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri sarebbero rimasti con noi” ([11]). E nella seconda lettera dice “molti falsi profeti sono comparsi nel mondo” e “insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta” ([12]).

Nel Medioevo si consolida un’altra tradizione che risale al giudaismo precristiano: l’Anticristo non è un potere pagano, bensì un falso Messia, che opera con segni e prodigi d’ogni genere. Si afferma che è della tribù di Dan e che avrà rapporto con l’invasione di Gog e Magog, e i segni della sua venuta saranno corruzione, carestie e pestilenze. La credenza dilaga tanto che non è facile seguirla in tutte le sue fasi. I principali autori che se ne occupano sono il monaco Adsone del sec. X, Fluentino da Firenze (condannato nel 1105), Goffredo da Viterbo (1120–1191), Arnaldo da Villanova (condannato nel 1311), Gioacchino da Fiore, San Norberto e San Bernardo, Uguccione da Lodi del sec. XIII. Ubertino da Casale lo identificava con alcuni Papi, Santa Caterina invece designa l’antipapa Clemente. Personaggi la cui fama era fondata su crudeltà o opposizione alla cristianità venivano di volta in volta identificati con l’Anticristo (ad esempio Attila, Maometto o Federico II).

La leggenda riaffiora comunque in tutte le grandi crisi del cristianesimo e prima della Riforma era ben presente in Germania come attestano incunaboli, incisioni in legno e in rame, quadri e disegni di grandi pittori. Il Concilio Lateranense V proibì ai predicatori di annunciare l’imminente venuta dell’Anticristo. L’Anticristo riappare anche nella controversia fra protestanti e cattolici: i primi lo identificavano con il potere romano del Papa e la falsificazione del cristianesimo, i dotti cattolici per confutarli studiarono tutti i momenti della tradizione e diedero avvio alla ricerca storico – critica del Nuovo Testamento.

Molti autori, di fronte all’apostasia del mondo moderno, ritengono di ravvisare l’Anticristo nel progresso. R. H. Benson in The Lord of the World fa coincidere l’Anticristo con il “naturalismo umanitario che predica la moderazione e la pace e, con mezzi legali, svuota il cattolicesimo; con la semplicità persuasiva opera il livellamento laico e l’unione degli uomini nel godimento terrestre riscuotendo l’universale approvazione” ([13]).

Nella tradizione musulmana è presente il concetto di Anticristo e il suo nome (ad–Daggiàl, il mentitore) e la sua venuta ricordano quella giudaica e cristiana (l’invasione di Gog e Magog, la comparsa della “dabbat al – ard” ossia della Bestia terrestre) cui si accompagnano altre più specificatamente musulmane come la caduta di Costantinopoli.

In letteratura troviamo descritta la figura dell’Anticristo. Particolare importanza riveste il “Ludus de Antichristo”, sacra rappresentazione in latino, scritta nel 1160 da un monaco del convento di Tegernsee. Secondo tale manoscritto Federico Barbarossa, dopo aver sottomesso tutto il mondo, avrebbe deposto la sua corona imperiale in Gerusalemme per significare che ormai solo Iddio regna. A quel tempo nasce l’Anticristo che è seguito da molti popoli, in modo speciale da quello ebraico, che vedono in lui il Messia. Di fronte ai suoi miracoli cadono le perplessità dei Tedeschi che entrano al suo servizio e i profeti Elia ed Enoch che si oppongono sono martirizzati. Quando però l’Anticristo si vuole mettere in capo la corona di Imperatore è colpito da un fulmine che lo uccide. L’imperatore Federico Barbarossa appare qui come il difensore della fede ancor più dello stesso Papa.

Anche Dante ha trovato ispirazione nella figura dell’Anticristo rappresentando il gigante e la meritrice nel carro della Chiesa, nella visione apocalittica del Paradiso terrestre. Un poema medioevale di Frau Ava dal titolo “Der Antichrist” fu scoperto da Diemer nel 1844. Anche Nietzche scrisse nel 1888 “Der Antichrist” l’opera famosa sulla psicologia del Redentore, contrapposta alla “Vita di Cristo” di Renan. Merezkovskij nel 1904 pubblicò l’ultima parte della trilogia Cristo e l’Anticristo con il romanzo “Pietro e Alessio o l’Anticristo”.

Il Cinquecento: il secolo delle riforme

Il documento che stiamo analizzando risale al XVI secolo, epoca ricca di fatti importanti per la Chiesa cattolica. Già nei secoli precedenti, infatti, una serie di movimenti di “rinascita religiosa” attraversarono l’Europa e ciò contribuì al sorgere di un nuovo pensiero: la riforma protestante. La data di inizio ufficiale della riforma coincise con l’affissione delle 95 Tesi, contro la vendita delle indulgenze, da parte di Martin Lutero sulla chiesa di Wittemberg nel 1517. Lutero riprese motivi anticlericali, diffusi nella società tedesca ed europea, e propose un nuovo modo di vedere il rapporto con Dio e la Chiesa, attraverso una lettura rinnovata di San Paolo e delle Sacre Scritture. Altro motivo di polemica fu la rilassatezza della gerarchia ecclesiastica cattolica. A quel tempo le cariche ecclesiastiche potevano essere cumulate per beneficiare di più rendite e senza che a ciò corrispondesse effettivamente lo svolgimento di un ministero ecclesiastico. Al “beneficium” spesso non corrispondeva lo “officium”. La predicazione era il più delle volte affidata agli ordini mendicanti, mentre vescovi e abati dei grandi monasteri erano spesso appartenenti alle famiglie nobili e si disinteressavano all’aspetto religioso dell’amministrazione delle diocesi. La Chiesa possedeva vasti territori e riscuoteva decime. I nobili passati al protestantesimo avrebbero invece potuto secolarizzare queste proprietà e prenderne possesso rendendole ereditarie. A tutto ciò si aggiunse anche il fattore politico. Il Sacro Romano Impero era un organismo complesso costituito dall’imperatore Carlo V, che doveva regnare con il consenso dei principi e feudatari. La religione divenne un elemento importante in questo equilibrio precario. Lo scalpore suscitato dalle Tesi di Lutero fece sì che fosse chiamato a Roma per discutere le sue teorie. Grazie alla protezione dell’Elettore di Sassonia, Federico III, la discussione avvenne in Germania. Le sue convinzioni si fecero sempre più nette ed estreme: la Bibbia era la sola autorità e la salvezza era dovuta alla sola fede.

Alcuni storici affermano che, in realtà, Lutero non avesse intenzione di creare un movimento ereticale e nemmeno di giungere allo strappo con Roma, al contrario i suoi scritti rivelano un chiaro intento di riformare dall’interno la Chiesa.

Nel 1518 fu inviato a Wittemberg Karl von Miltitz, parente del principe Federico III di Sassonia, con l’incarico di convincere Lutero a rinunciare alla polemica, in cambio il papato avrebbe garantito il silenzio dei suoi avversari in Germania. Il monaco accettò e promise di pubblicare uno scritto per invitare tutti a rimanere obbedienti e sottomessi alla Chiesa cattolica (Istruzione su alcune dottrine, 1519). La tregua durò solo pochi mesi perchè le Università cattoliche continuarono ad attaccare l’opera di Lutero e dei suoi seguaci. Il più noto di questi confronti accademici si svolse a Lipsia nel 1519 tra Lutero e Johann Eck, professore di Ingolstadt, dove il primo ammise di condividere alcuni punti della dottrina hussita, giudicata eretica cento anni prima. Ciò fornì al papato il capo di imputazione perfetto per la condanna di Lutero. Leone X, nel 1519, emanò la bolla Exsurge Domine, nella quale si richiedeva a Lutero di ritrattare le sue teorie entro sessanta giorni. Egli reagì dando fuoco alla bolla e ai libri di diritto canonico, simbolo dell’autorità del Papa: era la rottura definitiva con Roma.

Il 3 gennaio 1521, con la bolla Decet Romanum Ponteficem, papa Leone X lo scomunicò mentre egli continuava la sua opera teologica pubblicando nuovi scritti che invocavano la pace e la separazione del potere temporale da quello spirituale. L’imperatore Carlo V, in accordo con il Papa, fece un tentativo di conciliazione invitando Lutero alla Dieta di Worms, ma il monaco rifiutò e l’imperatore, che si era impegnato nei suoi confronti con un salvacondotto, decise di metterlo al bando con un editto. L’elettore Federico III di Sassonia organizzò un finto rapimento e lo fece portare al castello di Watburg (1521–1522) per proteggerlo. Qui Lutero si dedicò alla traduzione della Bibbia in tedesco.

La riforma della Chiesa non era di facile attuazione: non poteva toccare né la tradizione, né i dogmi, né il fondamento del papato, poteva solo essere disciplinare e morale ([14]). Tutti i precedenti tentativi erano falliti (il Concilio di Costanza nel 1414–1418,di Basilea e di Firenze nel 1431–1439 e Roma nel 1512). Papa Paolo III cominciò a convocare per il 1537 un concilio a Mantova che, rinviato, fu convocato nel 1543 e si tenne a Trento in tre fasi (1545-1547, 1551-1552, 1562-1563). I Padri del Concilio trattarono la questione dogmatica e la riforma della disciplina ecclesiastica. Definirono la piena validità della tradizione ecclesiastica quale fondamento della fede al pari della Sacra Scrittura: i dogmi, le decisioni conciliari, la gerarchia ecclesiastica erano sottratti a ogni ulteriore discussione e imposte ai fedeli come capisaldi del cattolicesimo. Erano mantenuti il culto della Vergine, dei Santi, delle reliquie, le indulgenze, le preghiere per le anime del Purgatorio, la dottrina dei sette sacramenti e la loro efficacia per intrinseca virtù propria. Furono oggetto di decreti dogmatici le dottrine del peccato originale, della giustificazione e dei sacramenti, per le quali si accettarono le definizioni di S. Tommaso d’Aquino, fondandosi sui testi dei Vangeli e delle Epistole di San Paolo. Fu vietato il cumulo delle prebende e dei benefici, fu imposto ai vescovi l’obbligo di residenza nelle proprie diocesi e ai parroci nelle proprie parrocchie, fu prescritta la spiegazione del Vangelo ai fedeli da parte dei sacerdoti almeno la domenica, fu deliberato di istituire scuole elementari gratuite in ciascuna parrocchia. Nessuno poteva diventare vescovo prima dei trent’anni e sacerdote prima dei venticinque, i giovani avviati al sacerdozio dovevano approfondire la loro cultura generale e religiosa nei seminari. Fu inoltre confermato il celibato ecclesiastico e gli ordini religiosi furono richiamati a una più stretta osservanza delle regole. Il pontefice, riconosciuto come capo supremo della Chiesa, vicario di Cristo e successore di San Pietro, si attribuì il potere esclusivo di interpretare la Sacra Scrittura, la tradizione e i decreti conciliari. Il papato uscì vittorioso dal Concilio e Papa Paolo IV nel 1564 affermò con un primo grande atto la sua superiorità confermando e promulgando i decreti del Concilio di Trento, imponendo a tutti gli ecclesiastici un giuramento di obbedienza al pontefice e l’osservanza di una formula di fede, la “Professio fidei Tridentinae”.

In seguito, il maggior e strenuo difensore delle norme del Concilio di Trento fu Papa Pio V, il frate predicatore originario di Bosco Marengo, che portò in San Pietro la semplicità della vita del convento e, in campo politico, sostenne la Lega Cattolica in Francia contro gli ugonotti, Maria Stuarda contro Elisabetta Tudor e riunì le forze della cristianità che trionfarono contro i Turchi nella battaglia di Lepanto del 1571.

La Riforma e la Controriforma in Italia

La diffusione delle idee luterane cominciò nel terzo e nel quarto decennio del Cinquecento in modo clandestino. Soprattutto nel nord Italia si diffusero i principi religiosi più innovativi: giustificazione per fede, critica ai sacramenti e polemica antipapale. Le riflessioni sul problema della salvezza, le profezie apocalittiche sulla fine del mondo, già diffuse alla fine del XV secolo, ebbero particolarmente successo e contribuirono ad alimentare il bisogno di avere maggiori certezze e migliori strumenti per la via della redenzione, in alternativa al sistema penitenziale tradizionale. Il tema della fede come unica certezza e l’infinita bontà di Dio (concetti presenti nei primi scritti di Lutero), il sacrificio di Cristo come Redentore apparivano come validi argomenti di riflessione e di proselitismo per alcuni predicatori itineranti, agostiniani e francescani. Il tradizionale anticlericalismo si unì ad una sempre maggior insofferenza verso l’autoritarismo romano e imperiale, e spesso si invocava il recupero di antiche libertà e di una tradizione repubblicana propria delle città italiane.

I mezzi con cui la Chiesa si mosse contro gli avversari furono in parte politici, ma i più importanti strumenti furono l’Inquisizione, il Sant’Uffizio e l’Indice dei libri proibiti. Fu papa Paolo III a rinnovare l’Inquisizione con il Tribunale del Sant’Uffizio, con poteri vastissimi su tutto il clero, inappellabile e diretto da sei cardinali, a cui erano subordinati gli inquisitori e i giudici dei tribunali che ricercavano eretici punibili con detenzioni in carcere e torture per ottenere le confessioni, ma per i recidivi e gli impenitenti si arrivava al rogo.

Fu papa Paolo IV nel 1557 a istituire l’Indice dei libri proibiti che conteneva l’elenco delle opere delle quali erano vietate la riproduzione, la vendita e la lettura con minaccia di pene gravissime.

L’Ordine dei Gerosolimitani

L’autore della lettera conservata in archivio si presenta come maestro di Rodi dell’antico Ordine dei Gerosolimitani. La leggenda fa risalire l’origine di tale Ordine al tempo dei Maccabei e Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, sarebbe stato uno dei maestri. Le notizie storiche ci portano, invece, a Gerusalemme nel 1023, quando un gruppo di mercati e navigatori amalfitani ottenne, dai califfi fatimidi, alcuni terreni e costruirono un piccolo quartiere con chiesa (intitolata a S. Maria Latina, il cui culto era officiato dai Benedettini) e un ospizio dedicato a San Giovanni Battista per accogliere i pellegrini in Terra Santa. Si costituì una Confraternita ospitaliera, governata da Gerardo, i cui confratelli indossavano l’abito e il mantello nero sulla cui spalla sinistra apposero la croce bianca a otto punte. Essi conducevano una vita monastica seguendo le regole di Sant’Agostino su cui si basa tuttora lo Statuto. L’Ordine fu riconosciuto da papa Pasquale II il 15 agosto 1113 ([15]) e autorizzato a ricevere donazioni e a costruire ospizi. Accanto al carattere religioso però l’Ordine ebbe la necessità di diventare anche militare per poter respingere i musulmani.

Nel 1121 il maestro gerosolimitano Raymond de Puy aveva istituito la classe dei “Cristiani Cavalieri” a difesa della Terra Santa, i fratres milites cui potevano essere ascritti solo nobili, coadiuvati dai fratres armigeri. Nello stesso periodo altri cavalieri di fede cristiana si facevano monaci istituendo gli ordini dei Templari, del Santo Sepolcro e, più tardi, dei Cavalieri Teutonici. A differenza dei gerosolimitani questi ultimi erano denominati “Cavalieri Cristiani” e questa sottile differenza permetterà ai primi di sopravvivere sino ai nostri giorni. Sotto Raymond de Puy presero anche parte alla seconda crociata con la spedizione contro Damasco e con la presa di Ascalona (1153).

Nel 1182 furono promulgati gli statuti gerosolimitani che prevedevano la cura degli infermi ricoverati, affidata a quattro sapientes medici, di provvedere anche all’assistenza domiciliare, al ricovero delle partorienti e degli esposti, al conferimento di sussidi per agevolare i matrimoni e alla distribuzione di viveri ed elemosine agli indigenti. Questi statuti servirono da modelli per quasi tutte le altre organizzazioni ospedaliere di tipo sia militare che religioso.

Sotto il terzo Gran Maestro dell’Ordine Gilbert d’Assailly i Cavalieri parteciparono alle spedizioni del re Amalrico di Gerusalemme svoltesi in Egitto nel 1162, 1168 e 1169 con esito fallimentare. Nel 1187, in seguito alla conquista di Gerusalemme da parte dei Turchi guidati dal feroce Saladino, i Giovanniti furono massacrati al pari dei Templari. La sede dell’Ordine fu trasferita a Marquab, cittadina posta al Nord di Tripoli di Siria. I Cavalieri resistettero all’invasione musulmana in vari castelli, tra i quali il famoso Krak des Chevaliers a Ovest di Homs (contea di Tripoli di Siria). Dopo la partecipazione alla terza e alla quinta crociata, il Gran Maestro Garin de Montaigu, si recò in Europa per prepararne una nuova e nel contempo aumentò le proprietà dell’Ordine. In Palestina i Cavalieri non parteciparono alla riconquista di Gerusalemme, in ottemperanza agli ordini papali, avvenuta sotto il comando dello scomunicato Federico II. La Città Santa fu nuovamente perduta nel 1244 per opera dei Turchi che, chiamati dal Sultano d’Egitto, annientarono l’esercito cristiano a Gaza facendo prigioniero il Gran Maestro Guillaume de Châteauneuf. Disastrose furono la caduta della fortezza di Ascalona (1247) e la settima crociata con la disfatta di Mansura (1250).

Alle tristi sorti dell’Ordine contribuirono, oltre alle liti con i Templari, anche l’attenuarsi della disciplina che fino ad allora aveva caratterizzato l’Ordine, tanto che il papa Gregorio IX emise per questo motivo una bolla. I due ordini, infatti, parteciparono alle lotte in Oriente fra Genova e Venezia con gli Ospedalieri dalla parte dei genovesi e i Templari con i veneziani. A nulla servì il tentativo d’intesa stipulato nel 1260 per fermare l’avanzata del capo dei Mamelucchi e Sultano d’Egitto, Bibars, che nel 1261 conquistò la Siria e pose fine al principato d’Antiochia (1268). Dopo la caduta il 23 marzo 1271 del “Krak dei Cavalieri”, della fortezza di Marquab nel 1285 e di San Giovanni d’Acri nel 1291, la sede dell’Ordine fu trasferita a Limisso a Cipro. Nel 1310 il Gran Maestro Folulques de Villaret, con l’aiuto del genovese Vignolo de Vignoli, si impadronì dell’isola di Rodi, dove stabilì la nuova sede dell’Ordine. La permanenza nell’isola Greca per quasi due secoli portò prosperità e potenza economica ai Gerosolimitani che stabilirono importanti relazioni con Venezia, Genova e Pisa, ma anche con gli Stati musulmani (nel 1423 fu concluso un trattato di commercio con l’Egitto). L’Ordine ottenne anche le proprietà dei Templari quando, nel 1312 durante il Concilio di Vienna, il Papa ne decretò lo scioglimento.

Risale ai secoli XIV e XV la definitiva organizzazione dell’Ordine: “Cellula di esso è la commenda; più commende sono riunite nel priorato e dalla riunione dei priorati sorgono le province secondo le varie nazioni, che assunsero il nome di lingue. Alla fine del XV secolo le lingue erano otto: Provenza, Alvernia, Francia, Italia (facevano parte di questi i grandi priorati di Lombardia, Venezia, Pisa, Roma, Capua, Barletta, Messina), Aragona, Castiglia, Inghilterra, Germania (comprendente anche Ungheria, Boemia, Scandinavia). A ciascuna di queste lingue venne assegnata una delle grandi dignità dell’Ordine: gran precettore o gran commendatore (Provenza); maresciallo (Alvernia); ospedaliere (Francia); grande ammiraglio (Italia); drappiere o gran conservatore (Aragona); gran cancelliere (Castiglia); turcopiliero (Inghilterra); gran balì (Germania). Questa organizzazione in lingue rispose a un accresciuto carattere internazionale dell’Ordine e a una corrispondente diminuzione della preponderanza francese. Alla cima rimase il Gran Maestro (eletto a vita dal Capitolo generale dei Cavalieri) che esercitava la direzione suprema assistito da vari consigli, mentre al Capitolo generale spettava il potere legislativo e di controllo” ([16]).

Con la nuova sede a Rodi i Gerosolimitani continuarono l’azione contro i musulmani per via mare e nel 1344 in alleanza con Venezia conquistarono Smirne (che persero nel 1402, quando fu conquistata dai mongoli di Tamerlano). Divenuti i Turchi padroni di Costantinopoli, il pericolo per i Cavalieri si fece più grave e, infatti, furono organizzate spedizioni contro Rodi: una, nel 1480 da Maometto II, l’altra, nel 1522, da Solimano il Magnifico che li costrinse ad abbandonare l’isola. Ritiratisi a Creta, nel 1530 ottennero da Carlo V la sovranità di Malta dove continuarono la missione contro i musulmani partecipando alla battaglia di Lepanto e alla difesa di Candia (1645–1669).

La Riforma apportò all’Ordine altre importanti perdite. Il bailicato di Brandeburgo, che faceva parte della lingua tedesca, si fece luterano; in Inghilterra Enrico VIII confiscò i beni dell’Ordine perchè i suoi membri non avevano voluto riconoscere la supremazia del re sulla Chiesa inglese. Contrasti interni, conflitti con Venezia e con le autorità ecclesiastiche minarono la vita dell’Ordine che si fece sempre più aristocratico perdendo così la sua originaria funzione militare e caritatevole.

Durante la Rivoluzione francese l’isola di Malta divenne rifugio di molti nobili esuli, nel 1792 le proprietà dell’Ordine in Francia furono confiscate. Nel 1798 Napoleone attaccò con la flotta francese l’isola inducendo alla resa i Cavalieri che, ligi alla regola che vietava loro di impugnare le armi contro altri cristiani, non reagirono. Una parte di loro si rifugiò in Russia ed elesse Gran Maestro lo Zar Paolo I di confessione ortodossa, entrando così in aperto contrasto con il Papa fino alla morte dello Zar (1801), quando un Capitolo dell’Ordine nominò Gran Maestro il Pontefice. Dopo le sedi provvisorie di Catania e Ferrara, l’Ordine si stabilì nel 1834 a Roma. Pio IX nel 1854 approvò una nuova Regola tuttora vigente: il Gran Maestro, con titolo di principe e rango cardinalizio, è assistito da un consiglio di quattro rappresentanti dei Priorati. L’Ordine riconosce tre lingue (italiana, spagnola e tedesca) ed è costituito da tredici associazioni di diversi Stati. I suoi membri si distinguono in Cavalieri di giustizia, che pronunciano i voti, e in Cavalieri d’onore e devozione. Per essere cavaliere occorre avere 16 quarti di nobiltà. Vi sono poi altre categorie minori e i cappellani per le funzioni religiose. L’attività dell’Ordine si esplica nel campo della beneficenza e nell’assistenza ospedaliera.

I pellegrini nelle “domus” e nelle “mansioni” dei Gerosolimitani

Sin dall’antichità la Terra Santa attirò migliaia di pellegrini desiderosi di visitare i luoghi della vita di Cristo e già nel IV secolo molti monaci raggiunsero la Palestina al seguito di San Gerolamo per far loro da guida e offrire ospitalità la notte. Tra i pellegrini c’erano anche alcune donne, tra cui Elena, la madre dell’imperatore Costantino, ed Egeria, una donna originaria della Galizia o del sud della Gallia, che ci ha lasciato un dettagliato diario. Un altro documento importante è il celebre Itinerarium a Burdigala Jerusalem usque del 333 scritto da un anonimo, che partendo da Bordeaux (Burdigala) si avventurò lungo la via Domitia (da Tolosa ad Arles), superò le Alpi e da Torino, attraverso la via Postumia, passando da Tortona, Piacenza, Cremona, Verona, Vicenza, percorse tutta la penisola balcanica fino a Costantinopoli e finalmente raggiunse la Terra Santa.

Dopo l’anno Mille, momento di rinascita economica e sociale, sorge un sentimento religioso che spinge molti credenti a recarsi in pellegrinaggio nei luoghi di culto della tradizione cristiana: Roma, Gerusalemme e Santiago de Compostela. In tutta Europa furono edificate le “domus” Gerosolimitane.

La caduta di Gerusalemme, il trasferimento a Rodi e l’annessione all’Ordine nel 1313 delle proprietà dei Templari, portò a trasformare le “domus hospitales” in “precettorie” amministrate da un frate eletto dal Gran Maestro e dal Capitolo Generale. Ogni precettoria faceva parte di un Priorato e l’insieme delle precettorie amministrate da un unico precettore costituivano un “baliaggio”. Dal 1530 le precettorie sono denominate “commenda” e il frate insignito “commendatario”. Queste commende avevano un’importanza fondamentale perchè oltre ad inviare volontari reclutati presso famiglie nobili, costituivano, come vedremo, un sostegno finanziario per la Cassa del Comune Tesoro.

Le mansioni gerosolimitane nel territorio di Novi e Tortona.

Ma chi poteva essere il nostro anonimo maestro di Rodi, appartenente all’ordine dei Gerosolimitani? La presenza del Sovrano Ordine Militare di Malta nel territorio della provincia di Alessandria è da tempo nota ([17]). Nella comunità di Novi non vi erano insediamenti dell’Ordine di San Giovanni, ma la loro presenza è comprovata nei territori vicini.

A Tortona, per esempio, era presente una Chiesa e un Ospedale gerosolimitano, sotto il titolo di Santa Croce. Il 13 giugno 1183 ([18]) il rettore e ministro Bianco da Novi permuta alcuni terreni con Alberto, prete di San Bartolomeo. Molti altri atti fanno menzione di questa commenda, nel 1365 ([19]) il Gran Maestro Frà Raymond de Bérenger, da Rodi, investe frà Daniele del Carretto, priore di Lombardia, delle precettorie di Santa Croce di Tortona, Asti, Moncalieri, Morano, S. Guglielmo di Pavia e Masio; il duca di Milano Filippo Maria Visconti il 1 dicembre 1439 ([20]) ordina a tutti i debitori della commenda di San Giovanni gerosolimitano di Tortona di attendere ai loro obblighi. E la presenza dei Giovanniti è certa anche nel 1466 ([21]), quando la duchessa scrive al duca Galeazzo informandolo di aver raccomandato il fratello di maestro Boniforte, non idoneo perchè non appartenente all’Ordine. La commenda è citata nella relazione di visita del 1576 di monsignor Ragazzoni, vescovo di Tortona, e nei sinodi tortonesi del 1615 e 1623 e nelle visite priorali del Settecento. Nel 1735 la commenda, con le proprietà di Rivanazzano, Pontecurone e Serravalle era concessa a Carlo Giuseppe Ravelli.

Risale sempre al XII secolo la mansione di San Guglielmo a Tortona e il primo documento che ne attesta l’esistenza è del 1196, quando Giglio Roveda lascia due soldi al “ponti Sancti Guillelmi”. Il ponte rappresentava, da sempre, una fonte di guadagno, per i Giovanniti, sotto forma di lasciti e pedaggi. Certa è la presenza dell’Ordine sino al 1302 quando gli atti del convegno, tenutosi ad Asti il 13 maggio di quell’anno, certificano tra i presenti frate Ruffino da Novi, precettore di San Guglielmo di Tortona. La mancanza di documenti a partire dal XIV secolo fa presumere che la mansione fosse stata annessa alla commenda di Santa Croce. Nel 1428 ([22]) il vescovo Rampini concede la mansione e la chiesa al fratello e la famiglia mantiene la sua presenza sino alla fine del XVII secolo.

L’unico esempio di “ospedale di ponte”, ancora ben visibile, è la mansione di San Bartolomeo, che i Gerosolimitani avevano edificato nel XIII secolo, all’ingresso del ponte che attraversando lo Scrivia conduceva a Cassano. L’unico documento che ne fa menzione è conservato nell’Archivio capitolare di Tortona ed è datato 28 gennaio 1245. Non si hanno altre notizie per i secoli XIV e XV, mentre è documentato che nel 1500 fu eretta a commenda del Sovrano Militare Ordine di Malta e governata da un cavaliere appartenente alla famiglia Spinola. Dai verbali delle visite apostoliche del 1576 e del 1597, la chiesa di San Bartolomeo risultava annessa alla commenda di Santa Croce. Nel 1705 veniva concessa in locazione ai fratelli Daglio di Serravalle e nel 1734 risulta annessa alla commenda di Santa Croce. Sul portale della torre sono ancora ben visibili i tre stemmi cavallereschi che si riferiscono all’Ordine di Malta: un’arma sulla sinistra (probabilmente quella del casato del Verme) e lo scudo a cartiglio barocco recante la croce biforcuta, in tinta chiara, sovrammessa a croce patente, a braccia allargate, tipica dell’ordine jerosolimitano.[23]

Altra mansione del tortonese, appartenente prima ai Templari e poi passata ai Gerosolimitani, è l’attuale Cascina Calvenza, fra Tortona e Pontecurone. Anche a Gavi e a Voltaggio i frati gerosolimitani avevano fondato due precettorie (San Giovanni e San Biagio). Mentre l’attuale cascina Torre d’Orba, sull’innesto della strada proveniente da Frugarolo con quella di Bosco che porta al ponte sull’Orba, presso Casalcermelli è citata come “hospitalis sancti Johanni de ultramare” in un documento del 1219 dove si evince una contesa tra la chiesa capitolare di Tortona e i cavalieri di tale mansione, restii a pagare i tributi al clero.

Conclusioni

Dopo aver analizzato il documento e il contesto in cui questo è inserito, permangono gli interrogativi circa l’identificazione dell’autore del documento. Pare, infatti, accertato che nelle zone limitrofe alla città di Novi Ligure, esistevano all’epoca mansioni gerosolimitane, ma risulta difficile stabilire da quale di esse egli provenga. Neppure l’analisi del supporto scrittorio, una carta di stracci di buona fattura con filigrana, ha permesso una più precisa identificazione del luogo di provenienza del documento, infatti si tratta di carta fabbricata a Genova e quindi, verosimilmente, utilizzata  sia nella città ligure, che nelle nostre zone ([24]).

Per quanto riguarda, invece, le notizie riportate dal cavaliere dell’Ordine gerosolimitano, abbiamo cercato di verificare l’esistenza della città di Bracham. In un primo momento avevamo ipotizzato che la città di Brecha, ancora oggi esistente in Israele, potesse essere il luogo di provenienza del prodigioso bambino, anche perché, come abbiamo visto, la tradizione cristiana ci presenta l’Anticristo di origine ebraica, appartenente alla tribù di Dan. Un’ulteriore ricerca ha portato a scoprire l’esistenza di una città in Libia denominata Brach. L’autore, però, aderendo alle leggende medievali conosciute, lo indicava invece come proveniente dal regno di Babilonia. Abbiamo allora cercato di individuare la stirpe cui il nostro anonimo autore fa riferimento, ovvero quella di Lachas e l’unica somiglianza possibile viene offerta dal termine Lagash, la più antica delle città sumere e, successivamente, babilonesi. Di essa rimangono solo alcune rovine, per lo più fondamenta, conosciute oggi come Tell al-Hiba, in Iraq, nei pressi della giunzione nord-occidentale fra i fiumi Tigri ed Eufrate e il confine della città di Uruk. La città di Lagash è situata nel letto asciutto di un antico canale posto 5 km a est di Shatt-el-Haj, a poco meno di 16 km a nord di Shatra nel distretto di Nasiryah. I suoi resti archeologici furono scoperti nel 1877 da Ernest de Sarzec, al tempo console francese a Bassora (Basrah), cui fu concesso di scavare nei territori sottoposti alla sua giurisdizione.

L’autore descrive il bimbo come figlio di una “dona de stirpe incognita” e del “padre se sa alcuna noticia”. Nelle varie leggende spesso si tende a non dare notizie precise sul padre per lasciare intendere che l’Anticristo sia figlio di Satana. Il racconto ci fornisce, poi, una descrizione fisica mostruosa: “lo aspetto del quale no è bruno si negro, la facia soa è oribile co’ li denti acuti a uso de gatto contra ogni ordine e ha li ochii fagosati et spaventosi”. Come abbiamo già indicato, spesso nella tradizione cristiana all’aspetto umano dell’Anticristo sono unite caratteristiche mostruose e si insiste sulla sua capacità di sedurre i popoli con prodigi e miracoli così da far credere di essere il vero figlio di Dio. L’autore scrive, infatti, che “li espositori mi hano veduto dal detto bambino molti stupendi miraculi fare, cioè resusitare morti sanare infermi. Illuminare ciechi solo sermone senza alcun altro remedio, e in babilonia hano incomenciato adorarlo come figliolo di Idio”. Al termine del documento viene, infine, così svelata la vera natura del bambino: “per la qualcosa li nostri expositori questo oldendo a noi scrissero che da molti homini questo fanciulo è creduto è estimato esser quello che de nascer e ne la fine del mondo chiamato antechristo figliolo de la perditione”.

Nel 1555, anno in cui il documento analizzato è stato redatto, la Chiesa era fortemente impegnata nella Controriforma (la seconda fase del Concilio di Trento si concluse nel 1552 e riprese dieci anni più tardi) e l’attività religiosa mirò a combattere più direttamente l’isolamento in cui la Chiesa si trovava rispetto alle masse popolari, per avere in passato seguito troppo gli interessi delle dinastie e delle classi feudali. Gli ordini religiosi e cavallereschi reagirono alle idee di Lutero e Calvino e cominciarono ad operare attivamente nei campi dell’insegnamento, dell’assistenza e della cura dei malati. Si cercò di promuovere un’educazione spirituale delle masse che per tanto tempo erano state trascurate. Le riflessioni sul problema della salvezza e le profezie apocalittiche sulla fine del mondo, già diffuse alla fine del XV secolo, potevano dunque contribuire ad alimentare il bisogno di avere maggiori certezze e migliori strumenti per la via della redenzione.

Come scrisse Papa Giovanni Paolo II, “L’Europa occidentale, che durante il medioevo era stata un continente unito dal punto di vista della religione, alla soglia dei tempi moderni sperimentò dunque grandi divisioni, consolidatesi nei tempi successivi. Derivarono da ciò conseguenze di carattere politico, sulla base del principio cuius regio eius religio – la religione sia quella di colui del quale è la regione. Tra le conseguenze non si può non menzionare quella tristissima delle guerre di religione. Tutto questo fa parte della storia d’Europa e ha gravato sullo spirito europeo influenzandone la visione del futuro, quasi come preannuncio di ulteriori divisioni e di nuove sofferenze che sarebbero affiorate nel tempo. E’ doveroso però sottolineare che la fede in Cristo crocefisso e risorto restò come denominatore comune per i cristiani del tempo della Riforma. Erano divisi per quanto concerneva il loro rapporto con la Chiesa e con Roma, ma non rigettavano la verità della risurrezione di Cristo, come avevano fatto gli ascoltatori di san Paolo all’Areopago di Atene. Così almeno fu all’inizio. Col passare del tempo, purtroppo, si sarebbe arrivati gradualmente anche a questo” ([25]).

Molti appartenenti all’Ordine dei Gerosolimitani hanno scelto di dare il loro contributo nelle spedizioni contro gli infedeli. Tra questi alcuni appartenenti della famiglia Adorno, signori di Castelletto d’Orba e di Silvano: frà Giorgio Adorno, che nel 1557 fu eletto capitano generale delle galere e Agostino che, con i fratelli Prospero e Giuliano, prese parte alla battaglia di Lepanto nel 1571 ([26]). Altri cavalieri, invece, si impegnarono, anche nelle nostre zone, con opere caritatevoli e di predicazione.

In conclusione, non sappiamo ancora se l’autore fu veramente un cavaliere gerosolimitano e da dove venisse. Sicuramente il suo intento era quello di esortare tutti al pentimento in un periodo così travagliato per la Chiesa cattolica. Egli, con questo suo scritto, invita tutti “universi et singuli signori principi potenti, baroni, conti ciaschaduno fidelle christiano” a pentirsi, poiché le notizie provenienti da un paese così lontano non fanno altro che presagire che “la fine del mondo è propinqua e vogliamo permaner fermi e stabili e constanti ne la santa fede acio possino goldere quella celeste patria per infinita secula seculorum amen”.

 

NOTE

[1] Archivio storico della città di Novi Ligure, Sez. I, n. 45.2. Ringrazio Dimitri Brunetti e Simona Ballestrero che hanno collaborato alla stesura di questo saggio.

[2] Genesi 3,15.

[3] Genesi XLIX, 17.

[4] Daniele VII, VIII e seguenti.

[5] Giovanni V, 43.

[6] Apocalisse XIII, 1, 5-8.

[7] Apocalisse XVI, 13-16.

[8] Apocalisse XX, 11-15.

[9] Apocalisse XXI, 1-5.

[10] La Bibbia di Gerusalemme, EDB, 1974.

[11] I Giovanni 2,18-19.

[12] II Giovanni 4,1-5.

[13] Enciclopedia cattolica, vol. I, 1948, p. 1440.

[14] Grande Dizionario Enciclopedico UTET, Unione Tipografico-Editrice Torinese 1960, vol. V, p. 397.

[15] S. Paoli, Codice Diplomatico Gerosolimitano, tomo I, Lucca, 1733.

[16] Grande Dizionario Enciclopedico UTET, cit., vol. XI, pp. 775-776.

[17] P. Cosola, Il Sovrano Militare Ordine di Malta nella storia di Alessandria e del suo territorio, Alessandria, 1996; L. Tacchella, I cavalieri di Malta a Genova, Gavi, Torre d’Orba e Tortona (sec. XII – XVIII), Milano, 2000.

[18] L. Tacchella, op. cit, p. 305, nota 5 (F. Gabotto, V. Legè, Le carte dell’Archivio Capitolare di Tortona, 1906, Corpus chart Italiae, XXI, vol.I, p.120).

[19] L. Tacchella, op. cit, p. 313, nota 15 (Archivio dell’Ordine di Malta.,Liber Bull. 319, c. 224 v).

[20] Archivio di Stato di Milano, Culto, parte antica, 210, Ordine di Malta.

[21] Archivio di Stato di Milano, Visconteo-Sforzesco, cart. 878-1091.

[22] E. Melchiorri jr., Storia ed arte a Torre Garofoli, Tortona 1990, pp. 16.

[23] M. Rescia, Templari e Jerosolimitani nel Novese, 1985 ,Novinostra, Anno XXV, n. 1, pp. 14-37

[24] La filigrana rappresenta una croce alla cui base si leggono le lettere “A” e “O”, o “b” minuscola inserita in una cornice a forma di scudo. Tale filigrana è attestata all’Archivio di Stato di Milano in un documento del 1565 che differisce da quello di Novi Ligure per la seconda lettera che è una “M”. Nella considerazione che, probabilmente, la seconda lettera si riferisca al nome di battesimo del cartaio e che fra l’utilizzo delle due carte intercorrono dieci anni, è plausibile supporre che sia la stessa fabbrica, gestita dalla medesima famiglia, ma con la responsabilità di un familiare differente che ha modificato la marca della filigrana con il suo monogramma. Il repertorio delle filigrane attesta l’uso di tale monogramma nella città di Genova: C.M. Briquet, Les filigranes. Dictionnaire historique des marques du papier dès leur apparition vers 1282 jusqu’en 1600, Verlag Von Karl W. Hiersemann, Leipzig, 1923, 12 ed., tomo II (Ci-K), p. 334, n. 5677.

[25] Giovanni Paolo II, Memoria e identità. Conversazioni a cavallo dei millenni, 2005 Rizzoli, pp. 119-120.

[26] G. M. Delle Piane, Fra Giorgio Adorno, Capitano Generale delle Galere dell’Ordine di Malta, 1971 Novinostra, Anno XI, n. 1, pp. 5-7.

 

2 thoughts on “I Cavalieri dell’Ordine dei Gerosolimitani e la profezia dell’Apocalisse

    1. Redazione Novinostra Autore articolo

      Gentile Vincenzo,
      può contattare l’Ing. Francesco Melone della Società Storica del Novese tramite mail f.melone@libero.it, oppure telefono 0143745980

      Un caro saluto
      Redazione Novinostra

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