Le parole dei Novesi – VIII

di NATALE MAGENTA

vivèra

La voce dialettale novese è ormai prossima alla definitiva estinzione ed è riconosciuta appartenente al patrimonio vernacolo locale solo da pochissimi dialettofoni. Essa corrisponde all’italiano ‘scoiattolo’ (Sciurus vulgaris). La nostra parola, tuttavia, non è isolata e di essa si possono trovare corrispondenze perfino in altre lingue d’Europa.

Rimanendo per ora nell’ambito italiano, abbiamo lo stesso vivèra a Garbagna AL (cfr. R. Rovelli, Vocabolario del dialetto di Garbagna, Tortona 2007), a Tortona (M. Cabella, Dizionario del dialetto tortonese, Torino 1999), a Serravalle Scrivia, a Borghetto di Borbera, ad Arquata Scrivia, nel Gaviese ed in qualche altra località minore del Novese.

Con infisso nasale troviamo vinvèra ad Acqui Terme, a Mornese AL, a Cascinagrossa AL (dove vale ‘faina’ – cfr. F.E. Castellani, Dizionario del dialetto di Cascinagrossa, Torino 1999), in Monferrato. Nel Cuneese indica invece la donnola (cfr. Gribaudi – Seglie, Dissionari piemontèis, Torino 1975). La voce è ben conosciuta anche in Liguria: nel Vocabolario delle parlate liguri, Genova 1992, sotto il lemma VINVERA sono registrate, tra le altre, le parole vinvara (per Rossiglione), uinuařa (Bormida) e un vèra (a Pontedassio IM e a Pieve di Teco IM). Bell’esempio, quest’ultimo, di voce senza raddoppiamento. In alta val Borbera (ad es. a Carrega Ligure, AL) prevale il tipo sciúrna, a Caldirola (fraz. di Fabbrica Curone AL) coesistono i tipi surgna e giata. (trisillabo!)

Il nostro vivèra, voce espressiva a raddoppiamento, risale al latino classico VIVERRA ed ha un’origine assai antica, essendo rimasta inalterata per moltissimo tempo prima di giungere fino a noi tale e quale. E’ curioso, tuttavia, il fatto che presso Plinio (n.h. VIII, 138), lo scoiattolo è chiamato SCIURUS e con VIVERRA s’intende il furetto. Si legge infatti nella sua Storia Naturale (luogo citato):

“Provident tempestatem et sciuri obturatisque qua spiraturus est ventus cavernis ex alia parte aperiunt fores; de cetero ipsis villosior cauda pro tegumento est. ergo in hiemes aliis provisum pabulum, aliis pro cibo sommus”.

Gli scoiattoli prevedono anche il temporale e, dopo aver tappato le loro tane dalla parte da cui soffierà il vento, fanno delle aperture dalla parte opposta; inoltre la loro coda, notevolmente folta, serve loro da protezione. Perciò alcuni si fanno una riserva di cibo per l’inverno, altri usano il sonno come sostituto del cibo.

La voce VIVERRA indica, sempre presso il naturalista latino (n.h. VIII, 218), il furetto, come si deduce dal seguente passo:

“Magna propter venatum eum viverris gratia est: iniciunt eas in specus qui sunt multifores in terra… atque ita eiectos superne capiunt”.

I furetti sono estremamente popolari per la caccia (al coniglio): essi vengono immessi in quei cunicoli nel terreno che hanno più uscite… così si catturano i conigli quando questi sono sospinti in superficie.

Si diceva più sopra della diffusione e dell’antichità della nostra parola. Giova infatti ricordare che VIVERRA è di base indeuropea (cfr. X. Delamarre, Le vocabulaire indo-européen, Paris 1984, pag. 138 alla voce ricostruita *werwer/*wewera, con numerosi esempi che vanno dal persiano, all’anglosassone, al russo, al ceco). Il greco moderno ha berberítza; il rumeno veveriţa.

A completamento di queste note, è bene riportare l’etimologia dell’italiano scoiattolo: la voce è dal latino sciuriolus diminutivo di SCIURUS + il suffisso diminutivo italiano – àttolo. Il latino, a sua volta, risale al greco skìouros, composto di skià (ombra) e ourà (coda), quasi a dire ‘l’animale che si fa ombra con la propria coda’ (per etimologia popolare?).

scoiattolo rossoscoiattolo nero

Scoiattolo rosso                                                            Scoiattolo nero

 

dèe bèlu

E’ una locuzione avverbiale che sta scomparendo dall’uso quotidiano e che significa “molto”; ma rispetto a quest’ultima voce, implica un grado più marcato di superlativo ed inoltre è usata in senso assoluto, non davanti ad aggettivi o avverbi e solo in frasi affermative. Ad esempio la frase in lingua ‘è molto pesante’ verrà resa in dialetto con l-è tantu grévu o l-è bèn bàin grévu, ma la frase ‘ci vuole molto per farlo capire’ sarà, in buon novese d’un tempo, u-g vö dèe bèlu per fòl capì, piuttosto che u-g vö tantu…

La nostra locuzione è viva anche a Pozzolo Formigaro AL: il Glossario vernacolo della Pozzolasca (cit.) segnala un d’èř bèll e l’esempio u-g n-éra d’èř bèll ce n’era molto. A Carpeneto AL troviamo da dir bell da molto (tempo) (si veda in: Ferraro, Glossario monferrino, Torino 1889, pag. 43); a Garbagna AL dè bèlo (cfr. R. Rovelli, Vocabolario del dialetto di Garbagna, Tortona 2007) con l’esempio u-g n-in vö dè bèlo pèr kunvinslo ce ne vuole molto per convincerlo. Ricordo che in questo dialetto le o finali atone sono molto chiuse e suonano quasi u.

L’espressione dèe bèlu (e varianti fonetiche) è ben viva soprattutto in Liguria, dove suona per lo più du bèlu: il Dizionario genovese – italiano  del Casaccia, Genova 1876, pag. 124) riporta: do bello un pezzo, gran pezzo, lung’ora, con l’esempio l’é do bello che v’aspetto. Non inganni la grafia con o finale! Va pronunciata u.

 

taréin  e  tarósu

Le due parole della parlata novese, sempre meno usate dai dialettofoni locali, ma tuttavia ancora abbastanza conosciute, hanno una etimologia comune e, anche per il loro significato, mi pare non vadano disgiunte. Vediamole una per una:

taréin indica un generico ‘randello’, un bastone grosso e nodoso e anticamente valeva ‘mattarello’. In quest’ultima accezione è stata sostituita successivamente da cané, anch’essa in rapido disuso, dato l’impiego sempre più raro dell’oggetto. L’area di diffusione è abbastanza ampia, così come il suo derivato tarinò ‘bastonata’.

A Carpeneto AL era noto un tarìn ‘grosso ramo di quercia segato per bruciare’ (Ferraro, Glossario Monferrino, Torino 1899). A Cascinagrossa AL tarén ‘bastone’. A Nizza Monferrato tarén ‘randello di legno, grosso bastone’. A Garbagna AL tarén/taréi ‘matterello’ e ‘bastone grosso e nodoso, randello’.

Per quest’ultima località, a cavallo tra il Novese e il Tortonese, è da segnalare una bella chicca linguistica, citata da Romano Rovelli nel suo ottimo Vocabolario del dialetto di Garbagna, uscito postumo nel 2007: si tratta dell’antica voce taramàso (con o finale molto chiusa prossima ad una u) così definita: 1. bastone piuttosto lungo e per battere cereali o altre piante da semi; 2. randello che si appende al collo di animali per rallentarne il cammino…; 3. fig. persona tonta, babbeo; 4. cosa massiccia e molto pesante.

A Mortara PV tαrìn ‘randello’ e ‘matterello’. A Pavia tαrél/tαré ‘id’; a Milano tarèll ‘randello, bastone grosso, tozzo e bernoccoluto per uso di randellare, stringer le some…’; tarellada ‘randellata’ (Cherubini, Vocabolario milanese – italiano, Milano 1839). A Tione di Trento tarèl ‘bastone corto e grosso, randello’ (Ezio Scalfi, Duemila parole del mio paese, Trento 1983).

A Pozzolo Formigaro AL tåřéin ‘bastone, randello’. Da segnalare il detto scherzoso tåřéin e tåřöun şü da ‘ř båřcöun ‘frase che si dice per dileggio a chi, per blesità o rotacismo, non può pronunciare la lettera r’. (M. Silvano, Glossario vernacolo della Pozzolasca, Ovada, 2000).

Si accennava all’inizio alla voce novese tarósu. Essa significa: 1. randello; 2. grosso bastone che si appende al collo dei bovini al pascolo per impedire che gli animali, inciampandovi, si allontanino; 3. saliscendi, contrappeso di porte e portoni, usato un tempo per facilitarne la chiusura…automatica. La nostra parola ricorre anche in altre località, con poche varianti nei significati, come a Carpeneto (taròss) ‘uomo materiale come un tronco’ con evidente derivazione da ‘bastone, randello’. Anche a Pozzolo F. tåròs ha gli stessi significati della voce novese e nel Glossario vernacolo succitato, l’A. ipotizza una derivazione da un latino medioevale TALOCIUM, di cui, però, non ho rinvenuto finora traccia alcuna.

A questo punto vale la pena segnalare una curiosa coincidenza: a Tione una persona molto forte e robusta è chiamata taruso come a Carpeneto.

Non si può fare a meno di pensare a quanta strada ha percorso il nostro tarósu senza perdersi e senza cambiare identità!

Infine, l’etimologia delle due parole.

Si tratta forse di una forma aferetica (in linguistica, con aferesi s’intende la soppressione di una lettera o di una sillaba all’inizio di parola) di latino MATARIS ‘giavellotto’, ma il problema è ancora lontano da una soluzione sicura, anche se si cita una probabile assonanza con italiano mattarello.

 

silimàn

Due anziani novesi mi avevano segnalato la probabile esistenza di un termine dialettale indicante il salumiere – ora soltanto salümé, ovviamente un italianismo – e mi avevano chiesto se ne ero a conoscenza. Alla mia prima risposta negativa, era succeduta in me una forte curiosità di venire a capo della questione ed avevo incominciato a fare indagini presso chi non era più giovanissimo e presso chi parlava (quasi) esclusivamente in dialetto.

Ora, in un discorso libero, senza domande né sollecitazioni da parte mia, è ricomparso il vecchio termine SILIMAN che andavo ricercando da tre anni, e quattro dialettofoni, ma solo quattro, mi hanno fornito risposte soddisfacenti e soltanto una definitiva e decisiva e senza dubbio autentica circa l’esistenza di quella voce.

Questi gli informatori:

1. Orsini Carla (n. 1938). Conosce la parola silimàn, ma non è sicura che corrisponda al moderno salümé, ed afferma che potrebbe identificarsi nel macellaio.

La suddetta fonte mi ha anche citato tre frammenti di canzoni di filandaie risalenti alla fine dell’800, in due delle quali compare la voce silimàn:

da Casisa l’éra firéra

                        u silimàn u l’à pasò pasegéra

                        e s’a savàiva bài firò

                        u l’à misa a pasegiò

(da Cassissa – proprietario di una filanda, ndr. – era filandaia / il ‘silimàn’ l’ha promossa sorvegliante / e se sapeva ben filare / l’ha passata a sorvegliare).

Nota: qui silimàn vale forse ‘severo padrone’

madalinéin vestìa di nàigru

            mandilu a la man

            per fò lütu au silimàn

            u silimàn l’é mórtu id pasción

            tüt per la fìa dèe Camurón

(la piccola Maddalena vestita di nero / fazzoletto in mano / per far lutto al silimano / il silimano è morto di passione / tutto per la figlia del Camuron).

ndr: il Camuron, lontano parente dell’informatrice, era il soprannome del nonno del famoso massaggiatore novese Biagio Cavanna. Il nomignolo gli derivò dalla presenza in viso di numerosi butteri, còmure in dialetto. Il lettore attento troverà nel testo vernacolo anche voci ed espressioni di antico novese.

a la matéina cafè e ciculòta

            a mezdì na bèla mnestróta

                        e s’u rinvéna lu pudiz

                        pan e salòme u-s manda a catò

(al mattino caffè e cioccolata / a mezzogiorno una bella minestrina / e se (quello) rinviene il pomeriggio / pane e salame si manda a comprare).

2. Traverso Amelia (n. 1926). Ha affermato di ritenere molto probabile il significato di ‘salumiere’.

3. Capra Maria (n. 1928). E’ a conoscenza della parola, la ritiene molto antica, ma non è sicura che corrisponda all’italiano ‘salumiere’.

4. Semino Mario (n. 1938). Senza alcuna esitazione, afferma che silimàn significa ‘salumiere’ e dà anche la motivazione di quella sua certezza: per fórsa a la cugnèsu perchè da fiö a fazáiva è garsunètu da Gaspare ‘per forza la conosco (la parola), perché da ragazzo facevo il garzone da Gaspare’ (notissimo salumiere a Novi fino agli anni ’50).

Ora, che si può dire sull’etimologia della nostra voce? certamente non è improbabile una corruzione dell’italiano ‘salumiere’ e non è da escludere neppure il riferimento a qualche soprannome locale.

A corollariodi ciò mi piace annotare una curiosa notizia: il sultano ottomano Solimano I (1495 – 1566) fu molto noto anche in Europa dove, durante il suo regno, la Turchia ebbe la massima espansione.

Ma il suo nome fu anche legato ad un efferato episodio: infatti fece uccidere il figlio Mustafà per favorire la successione di un altro figlio Selim II. Non fu quello un atto da macellaio? Vox populi?

 

bùgia

La parola novese, sebbene sia ancora conosciuta nel contado, sta avviandosi ad una rapida sparizione. Essa indica: 1. l’anello di ferro infisso al centro della testata anteriore del carro agricolo, in cui passano le funi di fissaggio del carico; 2. l’anello di ferro situato nella punta del timone del carro agricolo cui si agganciano le catene del trapelo (bilancino); 3. l’anello di ferro infisso nei muri delle stalle, o anche all’esterno di cascine, per attaccarvi il bestiame; se l’anello era fissato a 3 – 4 metri dal suolo, esso veniva utilizzato per agganciarvi una carrucola al fine di sollevare le zampe dei cavalli e dei buoi per la ferratura degli zoccoli.

Si tratta, come si vede, sempre di una ‘bòccola’ ed anche di una ‘borchia ornamentale’. Ma per il significato di cui al n. 3 (vedi sopra), esiste in italiano un termine ben preciso, anche se poco comune: si tratta della campanella così definita “grosso anello di ferro o di ottone attaccato al muro per legarvi i cavalli” nel preziosissimo Vocabolario nomenclatore di Palmiro Premoli, Soc. Editrice Aldo Manuzio, Milano 1909, alla voce STALLA.

Per quanto riguarda l’area di diffusione della parola dialettale, troviamo a Pozzolo Formigaro AL bùgia (scritto erroneamente buga nel Glossario vernacolo della Pozzolasca di M. Silvano) ‘anello infisso nel carro, nel muro, che serve per legare o fissare qualcosa, oppure per assicurare gli animali perché non fuggano’.

A Carpeneto AL bùggia “anello di ferro da attaccarvi le bestie e da fissare la chiusura nelle cinture di pelle… in francese moderno couclier ‘scudo da imbracciare coll’anello diverso da quello che si portava sciolto’ (G. Ferraro, Glossario monferrino, Torino 1889).

A Sassello, Rossiglione, Sanremo: bùgia con gli stessi significati già visti per le altre località, ma anche ‘battacchio della porta’ a Sassello (Vocabolario delle parlate liguri, Genova 1985, I, 71).

Bùgia e bugla anche ad Alba CN ‘fibbia’ (P. Faré, Postille italiane al REW, Milano 1972).

Si tratta in buona fine di una parola che ha la stessa etimologia dell’italiano boccola, dal latino BUCCULA, diminutivo di BUCCA ‘bocca’, voce famigliare per il classico OS, voce che già allora aveva molti dei significati che poi assunse in italiano e nei vari dialetti.

bugia esternabugia esterna particolare          una bùgia ‘esterna’                                 particolare della foto precedente                                          

 

tanón

Questa voce novese, ben conosciuta fino a circa cinquant’anni fa, è ora in forte regressione anche perché indicava un oggetto casalingo attualmente non più di uso corrente. Si tratta di una conca, in genere in lamiera zincata, con due manici, destinata per lo più a contenere la cenere proveniente dalla brace della stufa o del camino utilizzata per fare il bucato.

L’area di diffusione del termine è abbastanza ampia soprattutto in Liguria, dove le varianti fonetiche non sono poi così rilevanti.

Il dizionario genovese del Casaccia riporta un tanón ‘caldano… arnese entro cui si mette fuoco per iscaldarsi o per cuocervi costolette’. A Pietra Ligure abbiamo un tanùn ‘braciere di latta’ (Accame – Petracco Sicardi, Dizionario Pietrese, Savona 1981); a Sanremo tanun ‘tamburlano, focolare mobile, cilindrico per tostare il caffè e scaldare vivande’ (P.Carli, Dizionario dialettale sanremasco italiano, Ventimiglia 1973).

Tra le voci citate in VPL (Dizionario delle parlate liguri) sotto il lemma tanùn ‘scaldino’ o simili, segnalo quella per Rossiglione ‘grosso recipiente di lamiera per contenere brace tolta dal forno’, più vicina, per il significato, a quella novese.

A Serravalle Scrivia troviamo tanóun ‘bidone con coperchio per produrre carbonella’ (Allegri, cit.).

Per l’etimologia, ritengo non doversi tener conto di quella proposta dal REW 8396a (Romanisches Etymologisches Wörtebuch) che trae tanón ‘kleiner Ofen (fornellino) da una forma postulata di lat. SUBTANUS ‘che si trova in basso’. Invece, come scrive H. Plomteux in I dialetti della Liguria odierna, Bologna 1975, tanùn è verosimilmente dall’arabo tannur, con cambiamento della parte finale… e si è conservata in modo più genuino nel siciliano tannura ‘vaso di ferro da tenervi entro la brace per scaldar le vivande’.

 

armitru

Qualche annotazione su di una parola appartenente all’antico lessico novese, ormai da tutti dimenticata. La voce in questione, armitru, mi era rimasta impressa nella mente già sessant’anni fa, quando incominciavo a registrare su di un blocchetto – ricordo il marchio ovale, in azzurro, di una lampadina NITENS stampato come pubblicità in alto a sinistra – quelle voci vernacole che mi parevano degne di nota e che suonavano strane alle mie orecchie. Con quel termine, a casa dei miei nonni veniva indicato il campanaro – un certo Calandra – della chiesa-oratorio di San Bernardino sita in via Cavour, ora non più esistente come tale ed in parte destinata oggi ad altri usi.

nontes

Lì s’andava a messa la domenica, invece che nella parrocchiale San Pietro, perché il percorso tra la nostra abitazione – vicolo Zaccheo 7 – e la chiesetta ci pareva più breve ed anche perché era sempre una novità percorrere una scorciatoia attraversando (abusivamente?) un cortile privato invece che proseguire la via normale: vicolo Zaccheo, parte di via Serra e un tratto di via Cavour. Mi piace ricordare, di quel cortile, alcune figure caratteristiche: il maestro intagliatore Natale Balda, un vero artista di sgorbia e di scalpello, poi il rilegatore Arturo Lanzavecchia, il marmista Rossi detto ‘La Rada’, ed inoltre il minuscolo orticello, a ridosso di un muro, che i nipotini del Lanzavecchia avevano impiantato e cintato con fuscelli e …protetto con un cartello con la scritta Non tocate perche qui ce seminato.

Ci si perdoni questa nostalgica digressione e l’aver tralasciato per il momento il normale linguaggio tecnico delle nostre informazioni linguistiche, un po’ fredde, lo riconosco, ma necessarie in quello stile.

Ora, del nostro armitru, ho trovato qualche bella corrispondenza fuori dal novese. P. Faré, in Postille al REW, 2890, Milano 1972, cita sotto la base latina EREMITA, un antico veneto armito ‘eremita, solitario’ e un termine uguale nel significato al novese: armita ‘s a g r e s t a n o’ (in piemontese).

Abbiamo inoltre rintracciato un armittu ‘eremita, romito’ in Valsesia (F. Tonetti, Dizionario del dialetto valsesiano, Varallo 1894) e armitru ‘eremita’ a Serravalle Scrivia. Per questa località, Roberto Allegri nel suo Vocabolario e grammatica serravallese, uscito postumo nel 2007, registra anche il toponimo i Armitri ‘località ai piedi del monte Tobbio’.

Intendo qui ricordare, del nostro Ettore Repetto ‘Gueréin’, che fu per tanti anni la voce novesissima della Società Storica del Novese, un frammento di un suo gustosissimo racconto dal titolo La parabola dell’eremita, tratto dal volumetto Vecchia Novi, Alessandria 1970, pag. 47 e segg., e ripreso in Uomini e Cose della vecchia Novi, Novi L. 1982, pag. 45 e segg.

(Il Merlo) forbitasi la bocca col dorso della mano, cominciò il suo discorso con una domanda: “I sài pratichi id faràbule? Dônca stài a sentì ista. Da fiö è mè màistru in prima magiù l’era Burghé du Nàsciu, che tüti hai cunsü, n’ômu giüstu, che per fom cugnèse che a è môndu u gh’è pègure e luvi, u cuntòva sta faràbula…

Sulla piana di Tachino, lungo la strada detta ‘dei Cristiani’, u gh’era ‘na vôta un convento dei frati Cappuccini, pressoché distrutto dalle guerre di quei tempi dai soldati di un generale francese. Nella parte meno diroccata, si era sistemato alla meglio n’armitru, un romito, di nome Francesco, cu vivaiva dèè limôsne che i passanti lasciavano in una cassetta, posta entro un cippo portacroce rimasto intatto accanto ad una porta sbrecciata.

san bernardino

In una notte di Natale, il vecchio romito…

 

nóia e brícula

Si tratta di due apparecchiature un tempo molto comuni anche nel novese usate nelle nostre campagne per attingere l’acqua dalle cisterne e dai pozzi per irrigare orti, prati e campi.

Le voci vernacole, ormai conosciute da pochissimi dialettofoni, erano ancora frequenti nei primi anni del secolo scorso, in special modo nella piana tra Novi, Serravalle e Tortona, insomma nella Frascheta.

Analizziamo ora le due parole nel tentativo di offrire al lettore quelle informazioni che siamo riusciti a recuperare attraverso accurate indagini sul campo, aggiungendovi alcuni dati di carattere storico (quando ciò è stato possibile).

 

nóia

E’ voce molto antica e rappresenta quello che in lingua è chiamato bindolo o noria, macchina che è stata fra le prime a scomparire nelle nostre campagne non appena si sono diffuse nuove tecniche per l’irrigazione. Nel novese, nóiaindicava unicamente quell’elevatore a nastro fornito di vaschette o di secchielli che, attingendo l’acqua dai pozzi immergendosi in successione, la riversavano all’esterno con lo scopo di innaffiare i campi e gli orti.

La rotazione del bindolo avveniva con l’ausilio di un asino che, bendato, girava per mettere in moto il meccanismo.

Area di diffusione: la nóia era così chiamata anche in tutto l’alessandrino, con non significative varianti locali, e nel tortonese.

Una bella perla dialettale è segnalata nel Glossario vernacolo della Pozzolasca di Mario Silvano, ediz. di Novinostra, 2000, dove è registrato il termine, ormai scomparso, di fachéini con cui erano indicate le tazze girevoli della noria.

Per la storia vale la pena di citare ancora il suddetto Glossario: “A Pozzolo esisteva in passato, nel campo della Valle, una noria eolica; su un alto traliccio girava una ventola a larghe pale, che, mosse dal vento, trasmettevano il movimento alla catena di tazze che pescavano nel pozzo” (pag. 275).

Etimologia: la voce è dallo spagnolo noria, con lo stesso significato, e questo da una voce araba.

 

brícula

E’ quello strumento, usato nelle nostre campagne ancora non molto tempo fa, chiamato in lingua ‘mazzacavallo’. Quasi tutti i dizionari italiani danno buone definizioni dell’attrezzo in questione ed anche alcuni glossari dialettali descrivono più o meno dettagliatamente la nostra macchina, dal Dissionari Piemontèis – più volte citato in queste mie note – che parla di bricòla (con accento tonico sulla seconda sillaba) come di una “leva per attingere l’acqua”, al Glossario Monferrino del Ferraro, in cui si definisce la brícura “mazzacavallo, istrumento per attingere l’acqua dai pozzi di campagna, consistente in due travi, una posta in bilico sopra l’altra”, al Glossario della Pozzolasca che recita: “břìccula: legno posto in bilico su di un palo ficcato in terra; un contrappeso allevia la fatica… le ultime břìccule a Pozzolo erano piazzate sulle sponde del rì d’ra Cřumbèřa” (‘rio della Colombaia’, nome di una cascina, dove si diceva si allevassero i piccioni viaggiatori); al Vocabolario nomenclatore di Palmiro Premoli (Milano, 1909 pag. 574): “mazzacavallo: specie di altalena per attingere acqua dalla cisterna… consiste in una forte pertica bilicata e imperniata in cima di un trave o di un palo biforcuto piantato verticalmente in terra; a una estremità della pertica è pendente un bastone, e a questo una secchia, che si tuffa nell’acqua per riempirnela, e si solleva agevolmente per l’aiuto del contrappeso fermato all’opposta estremità della pertica”.

Dettagliata descrizione anche in: G. Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, Venezia 1896, sotto la voce veneta tragauro.

A Venezia le briccòle sono pali di legno conficcati sul fondo, cui si appoggiano le gondole e servono loro da ormeggio.

Non possiamo neppure passare sotto silenzio un termine popolare usato per indicare il mazzacavallo, che ho trovato solo citato nel Glossario monferrino del Ferraro con riferimento però ad un latino ciconia: voglio ricordare che noi ragazzi, quando si andava a fare scampagnate fuori città, nel vedere le brìcole negli orti, le chiamavamo le cicogne con evidente allusione alla loro forma che ricordava la stilizzazione di quell’uccello.

Già i latini (e gli etruschi, se – come pare – la voce tolleno/tolenno ‘mazzacavallo’ riprende una parola etrusca) conoscevano e utilizzavano quello strumento elevatore d’acqua dai pozzi.

Scrive il lessicografo Sesto Pompeo Festo (II sec. d.C.):

tolleno (o tolenno) est genus machinae, quo trahitur aqua

 alteram partem praegravante pondere

tipo di macchina, con la quale si attinge l’acqua, con l’ausilio di

un contrappeso situato all’opposta estremità.

Altra testimonianza troviamo in Plinio (Naturalis Historia XIX, 60):

Hortos villae iungendos non est dubium riguosque maxime habendos, si contingat, praefluo amne, si minus, e puteo rota organisve pneumaticis vel tollenonum haustu rigatos

non v’è dubbio che si debbano tenere gli orti vicino alla fattoria e li si debba irrigare preferibilmente con un corso d’acqua che vi scorra vicino; in assenza di quello, li si bagni con l’acqua di un pozzo (sollevata) da una ruota (=bindolo?) o prelevata da norie eoliche o da mazzacavalli.

Per quanto riguarda l’etimologia del termine dialettale novese brìcula, rimando al Dizionario Etimologico Italiano (DEI), che sotto la voce BRICCOLA, recita: “il piem. bricola ‘mazzacavallo, altalena’ è un prestito dal provenzale moderno bricolo; etimo incerto”.

Ed ora una curiosità: il novese brìcula è pressoché omofono del cognome locale Bricola/Briccola: semplice casualità o vi si nasconde un raccostamento paretimologico ora non più determinabile: un soprannome?

 

früstu

Voce novese, ma non solo, che significa ‘consumato, logoro, liso (di tessuto), debole (riferito alla vista)’, in parte come l’antico italiano frusto, aggettivo dal verbo frustrare ‘logorare’, risalente al latino frustum ‘frammento, pezzo’.[1]

Della nostra parola – la cui area di diffusione è in linea di massima l’Italia settentrionale – ho rinvenuto solo due varianti: frist in Monferrato, e fröst a Pozzolo Formigaro AL, sempre con gli stessi significati attestati nel novese.

Un curioso accostamento con früstu è citato per il genovese dal Casaccia (Diz. Genov. – Ital., Genova 1876) che annota, alla voce frûsto (ma da pronunciarsi früstu!) un medaggia frûsta “medaglia consumata in modo che a mala pena se ne possano decifrare i caratteri”.

La voce novese, invero ancora ben conosciuta tra i dialettofoni locali nei significati sopra elencati, non sarebbe stata degna di essere presa in considerazione, se non per una accezione ormai obsoleta, ma fortunatamente recuperata attraverso la testimonianza diretta di vecchi novesi: si tratta di löina früsta che valeva ‘luna calante, luna vecchia’.

Di recente ho rintracciato la stessa locuzione lüna früsta o lüna vègia o lüna buna a Garbagna AL. Si veda a proposito la recente e notevole opera di lessicografia dialettale di Romano Rovelli Dizionario del dialetto di Garbagna, Tortona 2007, lemma 4589, che si raccomanda anche per le numerose testimonianze di cultura e civiltà contadina di un tempo.

 

 

NOTE

[1]Parlando di Romeo di Villanova, creduto da Dante un umile pellegrino di ritorno da S. Giacomo di Galizia e capitato in Provenza, e di qui allontanatosi per finire mendicando la sua vita, così dice il Poeta (Par. VI, 139 – 142):

Indi partissi povero e vetusto

e se ‘l mondo sapesse il cuor ch’elli ebbe

mendicando sua vita a frusto a frusto

assai lo loda e più lo loderebbe.

 


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