Vittorio Emanuele I di passaggio a Novi e Genova

di GIAN MARINO DELLE PIANE

Il 26 ottobre 1815 la Liguria viene unificata al regno di Sardegna; il 2 novembre con il trattato di Parigi passa al regno la Savoia occidentale, con l’ulteriore indennizzo di 10 milioni di franchi.

Intanto a Torino, senza tenere conto delle informazioni di polizia, molti cittadini qualificati “cattivi e pessimi” vengono inseriti nei quadri dell’amministrazione genovese, in quanto è desiderio del re di impegnare quanti più genovesi e liguri fosse possibile, per attirarsi la simpatia degli avversari con i favori.

Nella sua costante ricerca di governare con il favore di tutti, il re pensa al patriziato: hanno incarichi a Corte in qualità di gentiluomini G.B. Centurione, Gio Antonio e Giacomo Filippo Raggi, Giuseppe Grimaldi, Domenico del Carretto, Ippolito Spinola.[1]

Vengono promossi gran croce dell’Ordine Mauriziano G.B. Centurione, Antonio Brignole Sale ed Agostino Fieschi.[2]

Antonio Brignole Sale, entrato in diplomazia, è nominato ministro plenipotenziario ed inviato straordinario alla corte di Firenze, dove nel settembre 1816 organizza le nozze di Carlo Alberto principe di Carignano con l’arciduchessa Maria Teresa d’Asburgo, figlia del granduca Francesco II.[3]

Il Governo cerca di attirarsi con distinzioni ed onori i migliori elementi della borghesia e dei professionisti: Onofrio Scassi è nominato medico onorario della Real Casa a Genova, ed analoga nomina ottiene il chirurgo G.B. Leveroni;[4] G.B. Luigi De Ferrari, per le abili cure prestate alla regina, nel 1819 verrà nominato medico della Real Casa a Genova;[5] G.B. Prasca, medico militare a Genova, sarà medico personale della regina e della Real Casa a Genova;[6] Orazio Guasconi verrà nominato per i suoi meriti professionali e civili da Carlo Alberto dottore collegiato della Facoltà di Medicina dell’Università genovese.[7]

Finisce l’anno con il pieno successo del governo, che, pur tornato all’assolutismo regio ed alle vecchie istituzioni sia pure con limitate concessioni allo spirito dei tempi nuovi, contro le previsioni catastrofiche dei liberali italiani e stranieri, resiste alla prova dei fatti senza provocare alcuna rivoluzione.

L’atteggiamento oculato e fiero con l’Austria e con la Francia, unito alla campagna militare condotta in Savoia, in Provenza e nel Delfinato contro l’impero napoleonico dei cento giorni con un esercito composto da militari già al servizio di Napoleone, unito all’abile e ferma azione diplomatica del ministro Vallesa, che aveva saputo ricuperare allo Stato i confini del 1792 e guadagnare al tempo stesso la Liguria nonostante gli sforzi dell’Austria, aveva dato i suoi frutti.[8]

Negli anni successivi la vita genovese subisce un plumbeo ristagno, scosso dal lavorio sotterraneo delle sette carbonare.

Nonostante la burocrazia lenta ed impacciata da norme, regolamenti, editti e regi biglietti, vengono regolati gli usi commerciali e marittimi, non ultima l’attività svolta dalla camera di Commercio.

Scomparse le unità maggiori, rimasta una flotta composta da solo brigantini, sciabecchi e pinchi, sotto l’impulso dato dall’ammiraglio des Geneys il governo vuole fare un’operazione di prestigio con il pretesto di voler difendere il mare dai pirati barbareschi, facendo costruire una grande e veloce nave che inculcasse rispetto per la bandiera sarda, ma data la carenza di fondi, pensa di farla pagare ala Camera di Commercio con una sottoscrizione.

La fregata “Commercio di Genova”, progettata dall’ing. Giacomo Biga, al quale era stata affidata la direzione dei cantieri della Foce, viene realizzata ed armata con 60 cannoni, ed offerta nel 1816 al re della Camera di Commercio, varata nel 1817.[9]

Il 24 febbraio 1816 la deputazione civica di Laigueglia, composta da Giacomo Chiappa e Cristoforo Musso si reca dal Re, a rendergli omaggio.[10]

Mentre la vita amministrativa è inceppata dalla pesante tutela statale, cui si oppone una tenace passiva resistenza a difesa dell’autonomia e degli intessi locali, anche la vita intellettuale sembra appiattita, mentre si fanno sentire i terribili disagi della carestia.[11]

Il re mostra di onorare l’Università, purché si adattasse alle norme imposte da Torino, e si recherà a visitarla nell’aprile 1817,[12] ed il 6 aprile assiste alla processione della confraternita di San Giacomo della Marina.[13]

Il 16 aprile il re a cavallo, con il gran scudiere, il primo segretario di Guerra e Marina, il governatore generale, il presidente dell’ammiragliato, si reca sulla spianata del Bisagno per assistere alla grande esercitazione a fuoco, che assume l’immagine di una vera battaglia; presiede le evoluzioni combinate di artiglieria e fanteria, con l’attacco al ponte sul fiume, tra i suoni delle bande militari, alla presenza della folla sugli spalti e sulle mura.[14]

In giugno i sovrani sono in villeggiatura in Albaro a villa Carrega, ed il 15 assistono allo spettacolo nel teatro di San Francesco d’Albaro, a lato della chiesa.[15]

Il 18 giugno il re dona al Corpo Decurionale il palazzo attiguo al palazzo Ducale, già palazzo criminale della Repubblica, per la sede dell’Archivio di Stato e della Civica Amministrazione; eseguiti i lavori di adattamento dal Barabino, vi vengono collocati i fondi archivistici delle cessate magistrature, le filze dei notai, ancora dispersi nelle varie sedi.[16]

Il 5 agosto 1817 viene approvato il contratto d’appalto per la nuova strada da Genova a Torino attraverso la valle Scrivia, ed il re con la regina nello stesso mese partono da Torino per l’inaugurazione dei lavori.

Sostano a Novi, dove prendono alloggio nell’albergo dell’Europa, di Giovanni Traverso, all’inizio di via Girardengo a sinistra. Nel censimento dei pubblici locali[17] si legge: “l’anno scorso l’albergo fu onorato da S.M. il nostro amatissimo Sovrano che vi ha pernottato con la Reale Famiglia”.

Il 18 agosto giungono a Busalla, imbandierata, tra la folla festante accorsa dalla valle, accolti dal sindaco Antonio De Ferrari, dove per l’occasione viene innalzato un arco, appositamente costruito con la scritta: “HAEC ERAT IN VOTIS VIA / SIC NE FIERET / ALIIS POTESTAS ALIIS VOLUNTAS ALIIS OCCASIO DEFUIT / REX VICTORIUS EMANUEL P.E.A. / POTUIT VOLUIT PERFECIT / PLAUDITE”.

Finita la cerimonia, è ricevuto nella casa del sindaco De Ferrari in Via Roma 4.[18]

In quell’anno si verifica un grave disagio economico per la crisi generale e per la carestia dovuta alla siccità, continuata nel 1818, accresciuto dalla incomprensione dei bisogni del commercio locale, dalle mantenute barriere doganali con il Piemonte, dal tentativo di fare dei liguri un popolo di militari e di agricoltori.[19]

Nel 1818, con la demolizione dell’antico convento di San Domenico, iniziano i lavori preparatori per la costruzione di un teatro, mentre il governo di Torino vorrebbe una caserma.[20]

In quell’anno i sovrani con le principesse, i duchi di Genova Carlo Felice e Maria Cristina di Borbone Due Sicilie ed altri dignitari di corte, si recano al santuario di San Francesco da Paola a venerare le reliquie del Santo, protettore dei marinai, con gran concorso di popolo.[21]

Il 14 ottobre il re tiene a battesimo nella chiesa delle Vigne Vittorio del Carretto, figlio di Domenico e di Barbara Castiglioni.[22]

Il 25 febbraio 1819 il re istituisce il Magistrato di Protomedicato per il ducato di Genova, le cui funzioni saranno disciplinate con i regolamenti emanati nel 1823, 1825 e 1841, che riuniva le attribuzioni che in tempi più vicini saranno poi suddivise tra gli Ordini dei Medici e dei Farmacisti, il medico capo del Comune ed il Civico Ufficio di Igiene.[23]

Il 3 marzo 1819 grande giubilo popolare in onore dei sovrani provenienti dalla via di Novi passo della Bocchetta, di passaggio a Campomorone, dove sostano a palazzo Balbi, in viaggio per Genova; il 4, nonostante la giornata fredda e piovosa, il convoglio reale scortato da gentiluomini a cavallo con a capo Carlo Alberto, passa tra due ali di folla, che aveva atteso a lungo l’evento ai bordi della strada.[24]

Sempre in marzo il re torna a visitare l’Università.[25]

In questi anni Genova presenta nel suo patriziato una buona parte che aderisce al nuovo governo, ma non mancano perplessità e riserve da parte di molti aristocratici, memori della tradizionale indipendenza; alcuni appoggiano i movimenti repubblicani, altri in conformità a vincoli di carattere religioso si schierano con le forze conservatrici; in queste “opposizioni” al nuovo corso non mancano certo elementi di nostalgia per l’antico regime oligarchico.[26]

Il re trascorre abitualmente circa sei mesi all’anno a Genova, dichiarata seconda capitale del regno, per tenere devota al trono la nobiltà tanto sprezzante, con una specie di succursale di corte, con feste e ricevimenti a palazzo Ducale, negli appartamenti fatti fastosamente allestire.

Nel 1820 decide l’acquisto di palazzo Doria di Tursi per i soggiorni della famiglia, che verrà ampliato nel corpo posteriore, fino al muro di fondo e nella torretta dell’orologio.[27]

In quell’anno una nota di festosità è portata a Genova dalla notizia del matrimonio della principessa Maria Teresa con il principe ereditario di Lucca Carlo Ludovico di Borbone; il 15 agosto a Torino, celebrate le nozze per procura, i sovrani con la sposa partono per Genova, per la via di Novi; arrivano il 19 agosto.

Il re avrebbe voluto accompagnare la figlia per mare sino a Viareggio, ma a causa del cattivo tempo e del mare agitato la partenza deve essere più volte rinviata; salpate infine le navi, per le condizioni avverse, devono rifugiarsi a Portovenere.

Il viaggio prosegue per via terra sino a Viareggio, dove il 5 settembre, tra un tripudio di folla giunta da Lucca, lo sposo, la duchessa Maria Luisa e l’arcivescovo Sardi accolgono la sposa.

Raggiunta Lucca, gli sposi proseguono per la villa di Marlia; l’indomani, con i sovrani, entrano in Lucca; l’8 settembre i sovrani ripartono per Genova.[28]

Per la via di Novi rientrato a Torino, il re trova un ambiente assai irrequieto, in quanto si spera nella concessione della costituzione e nella guerra all’Austria, per riunire la Lombardia al Piemonte.

Le notizie dei casi di Spagna e della rivoluzione nelle Due Sicilie ha il suo contraccolpo in Piemonte dove, scoppiato un conflitto tra studenti e polizia nella notte tra il 9 ed il 10 marzo, insorge la guarnigione.

Convinto della fedeltà dell’esercito e della popolazione, il re si sente colpito dalla ribellione dei reggimenti Dragoni e Cavalleggeri, ma non vuole ricorrere alle armi.

Quando vede persino il presidio della Cittadella aderire alla rivolta, il 13 marzo abdica a favore del fratello Carlo Felice, che si trova a Modena, ed affida la reggenza a Carlo Alberto, che, condizionato dagli ambienti liberali, concede la costituzione di Spagna con la dura riprovazione del nuovo soprano.

L’annuncio degli avvenimenti di Alessandria e di Torino e dell’accordata costituzione, è accolto a Genova con grande soddisfazione, come preannuncio di più importanti mutamenti.[29]

Vittorio Emanuele ripara a Nizza, dove è ossequiato da una deputazione inviata dal Corpo Municipale di Genova, formata da Nicolò Ardizzone, Gian Carlo Serra, Pietro Vivaldi Pasqua; altra deputazione è inviata a Modena a Carlo Felice, formata dall’arcivescovo Luigi Lambruschini, Luigi Carbonara, Giovanni Quartara; altra infine al comandante austriaco, formata dal sindaco per la I classe Gerolamo Cattaneo, Gerolamo Serra, l’avv. Giuseppe Perasso, per evitare l’occupazione della città.[30]

Nonostante le suppliche di riprendere il trono, Vittorio Emanuele salpa sulla fregata Maria Cristina per Genova, da dove per via terra passa a Lucca, per incontrare Carlo Felice; infine si stabilisce a Modena con la famiglia, in attesa di poter rientrare in Piemonte, appena ristabilito l’ordine.

D’accordo con Carlo Felice, rientrato a Torino in forma privata il 9 giugno 1822, prende dimora con la famiglia nel castello di Moncalieri, dove muore il 10 gennaio 1824; è sepolto a Superga.[31]

Il 27 febbraio 1824 a Genova, per le sue solenni esequie nella cattedrale di San Lorenzo, alla presenza della regina vedova Maria Teresa e delle figlie Marianna e Maria Cristina, è innalzato un catafalco a schema piramidale, di chiara ispirazione canoviana, opera del Barabino, ornato da quattro trofei posti su tronchi di colonne, rappresentanti figure alate che annunciano con le trombe il luttuoso avvenimento, e da bassorilievi, opera di Giuseppe Gaggini, con le fiaccole dirette verso terra in segno di lutto.[32]

Del Gaggini pure la statua di Vittorio Emanuele I, realizzata per Genova e mai collocata, destinata infine a Torino, posta nelle piazza antistante la chiesa della Gran Madre di Dio.[33]

 

NOTE

[1] V. VITALE, cit., p. 240.

Gio Antonio Raggi (1769-1855) di Anton Giulio, patrizio genovese, membro del Gran Consiglio nel 1797, combatte contro i francesi nel 1800; esiliato nel 1809, rientra nel 1814; favorevole all’indipendenza, nominato da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi nel 1814; presidente del Magistrato di Polizia nel 1815; gran croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

Domenico Donato del Carretto di Balestrino (1786-1869) di Gio Enrico, favorevole all’indipendenza, nominato da lord Bentinck nel 1814 deputato ai Consigli Legislativi; decurione onorario di Torino nel 1815, sottotenente del Corpo delle Guardie ad honorem, decurione per la I classe di Genova per oltre 20 anni; promosso luogotenente delle Guardie nel 1831, maggiore generale nel 1832, membro del Consiglio di Stato, commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

Ippolito Spinola di Andrea, patrizio genovese, favorevole all’indipendenza, nominato da lord Bentick nel 1814 deputato ai Consigli Legislativi; capitano delle Guardie, promosso luogotenente generale, gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

Giacomo Filippo Raggi di Anton Giulio, patrizio genovese, favorevole all’indipendenza, nominato da lord Bentinck nel 1814 deputato ai Consigli Legislativi; decurione onorario di Torino nel 1815, cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

[2] V. PRUNAS TOLA, cit, pp. 56, 58; M. FRANZONE – R. SANTAMARIA, Sotto il segno del gatto: la collezione Fieschi, Genova 2000, p. 7.

Agostino Fieschi (1760-1829) di Ettore, patrizio genovese, membro del Gran Consiglio nel 1797, marchese di Savignone, cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore, favorevole all’indipendenza, nominato da lord Bentick nel 1814 deputato ai Consigli legislativi; senatore e presidente del Comitato di polizia, capitano delle Guardie, cavaliere dell’Ordine della SS.ma Annunziata, insignito degli Ordine della Legion d’Onore di Francia, di Sant’Anna di Russia, della Corona di Ferro d’Austria; con lui si estingue il ramo dei Fieschi di Savignone.

[3] GM. DELLE PIANE, Liguri insigniti di onorificenze granducali toscane, in “Nobiltà”, a. XI (2003), n. 56, p. 448.

[4] V. VITALE, cit., p. 241.

Onofrio Scassi (1768-1836) di Agostino, medico e uomo politico, si perfeziona a Pavia, Inghilterra e Scozia; professore di medicina teorica, presidente del Collegio dei Medici, primo ad introdurre il vaccino antivaioloso, ricopre cariche nel governo della Repubblica Ligure; membro dell’Istituto Nazionale, nominato da Napoleone Senatore; favorevole all’indipendenza, nominato da Lord Bentinck nel 1814 deputato ai Consigli Legislativi; medico della Corte Sabauda, decurione di Genova, infine sindaco di Genova; cavaliere degli Ordini dei SS. Maurizio e Lazzaro e di San Wladimiro di Russia; nominato dal re conte.

G.B. Leveroni (1774-1832) medico Collegato, dal 1816 professore di ostetricia, poi di istituzioni chirurgiche.

[5] P. BERRI, Il prof,. G.A. Garibaldi e la medicina genovese del suo tempo, Savona 1941, p. 31; ID., Giuseppe Mojon, in “Liguria”, Genova 1977, a. XLIV, n. 5, p. 16; A.M. SALONE, De Ferrari G.B. Luigi, in Diz. biogr. dei liguri, vol. IV, pp 341-342.

G. F. Luigi Deferrari (1768-1841), di Novi, cognato del celebre G. Mojon; allievo di Franck e Scarpa a Pavia, dal 1808 professore di chimica generale applicata alle arti e all’industria all’università di Genova, dal 1818 professore di patologia e igiene, capo del protomedicato di Genova dal 1819 al 1830, infine professore emerito e membro della Real Deputazione.

[6] Calendario generale de Regi Stati, Torino 1839, pp. 166, 257, 298.

Giovanni Battista Prasca, di Belforte, dottore collegiato, medico capo dell’Ospedale militare divisionale di Genova, conservatore del vaccino.

[7] Orazio Guasconi, di Novi, laureatosi a Genova nel 1809, si prodiga in occasione dell’epidemia di colera nel 1835, e destina ai poveri gli onorari versatigli dalla Giunta di Sanità.

[8] A. SEGRE, cit., pp. 122-123.

[9] P. CAMPODONICO, cit., pp.228-230; G. GIACCHERO, cit., pp.231-248; P. MANUELE, cit, p. 139; G.M. DELLE PIANE, Convegno reale a Genova nel 1825, in “Nobiltà”, a. VII (2000), n. 35, p. 217.

Questa fregata, al comando di Francesco Sivori, parteciperà alle crociere lungo le coste barbaresche  nel 1822 ed al bombardamento di Tripoli nel 1825.

Giacomo Biga (1760-1827), di Laigueglia, alfiere della marina pontificia nel 1793, capitano di fregata nel 1799, costruttore navale della Repubblica Romana, e di quella italiana, ingegnere navale di I° classe nel 1808 del regno d’Italia; con la restaurazione, nel 1815 riattiva il cantiere della Foce, capitano di vascello progetta e costruisce le navi Maria Teresa e Commercio di Genova, la nave a vapore Eridano, le navi da guerra Hautecombe, Beroldo ed Aurora; nominato dal re barone.

[10] G.L. PREVE, Chiappa Giacomo, in Dir. biogr. cit., vol. III (1996), p. 328.

Giacomo Chiappa (1760-1836), di Laigueglia, armatore e negoziante, console della Repubblica Batava a Genova, presidente del Tribunale di Commercio e del Consiglio Superiore della Marina Mercantile; proprietario di palazzo Chiappa a Laigueglia (poi Cellario Serventi) e di palazzo Chiappa in via del Campo a Genova (poi Cellario Serventi):

Cristoforo Musso, di Laigueglia, avvocato e proprietario, nominato nel 1814 da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi, favorevole all’indipendenza.

[11] V. VITALE, cit., p. 246; A. SEGRE, cit., pp. 195-198.

[12] V. VITALE, cit., pp. 242, 249.

[13] A. SEGRE, cit, pp. 127-128.

[14] Gazzetta di Genova, del 3.5.1817; M. BOTTARO – M. PATERNOSTRO, cit. vol. I, p. 119.

[15] M. BOTTARO . M. PATERNOSTRO, cit., vol. I, p. 148.

[16] L. SAGINATI, L’archivio storico del Comune di Genova, in “La Berio”, a. XIV (1974), n. I, p.9.

[17] P.E. BERTOLI, Novi: osti, albergatori, caffettieri, baristi, in “NOVINOSTRA” a. XLVII (2007) n. 2, pp. 47, 49.

[18] L. TACCHELLA, Busalla nella storia, Tortona 1951, pp. 76-77;

[19] A. SEGRE, cit., p. 194; G. GALLESIO, Dai giornali d’agricoltura e di viaggi, a cura di M.C. LAMBERTI, Genova 1985, p. 78.

[20] M. BOTTARO – M. PATERNOSTRO, cit., vol. I, p. 102.

La questione si trascinerà per anni, fino al 1824; con l’avvento al trono di Carlo Felice Genova la spunta e le motivazioni di ordine culturale e di prestigio hanno finalmente la meglio, anche perché la città era solo dotata del teatro S. Agostino, dato che il teatro Falcone, acquistato dai Savoia nel 1824, era in decadenza.

[21] L. DE SIMONI, cit., vol. I, p. 233; T. PASTORINO e AA.VV., cit., vol. II, p. 534; G.M. DELLE PIANE, Maria Cristina cit., ibidem.

Carlo Felice (1768-1831), ritiratosi nel 1798 in Sardegna a seguito dei noti eventi, in settembre assume l’incarico di viceré, che tiene sino al febbraio 1806; nel 1815, con il rientro della reggente Maria Teresa a Torino, riprende l’incarico sino al 1821; quando il fratello, a seguito dei moti del 1821 abdica a suo favore, gli succede al trono il 19 aprile; promuove l’economia, compie riforme giudiziarie e dota di un unico codice la Sardegna (codice Feliciano), favorisce le arti e le ricerche erudite fa costruire importanti opere pubbliche; a Genova dedica cure al porto ed al commercio; e gli verrà dedicato il nuovo grandioso teatro; a Nizza si occupa dei lavori del porto, della strada della Cornice iniziata da Napoleone (ultimata nel 1828); i nizzardi gli faranno erigere un monumento in prossimità del porto; fa restaurare l’abbazia di Hautecombe in Savoia, dove verrà sepolto. Con lui si estingue il ramo primogenito dei Savoia.

[22] G. PARODI DOMENICHI, cit., p. 14.

Vittorio del Carretto di Balestrino (1818-1893), consigliere comunale di Albenga, deputato al Parlamento subalpino eletto più volte sino al 1860 per il collegio di Albenga, consigliere comunale di Genova, deputato provinciale e presidente della provincia di Genova, sindaco di Villanova, cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

[23] P. BERRI, Il prof. G.A. Garibaldi, cit., p. 31.

[24] M. LAMPONI, cit., p. 243.

[25] V. VIALE, cit., p. 246.

[26] E. NASALLI ROCCA, La posizione storica della nobiltà ed il suo contributo all’Unità d’Italia, in “Rivista Araldica”, Roma 1961, a. LIX, p. 417.

[27] E. DE NEGRI, Carlo Barabino, ottocento e rinnovamento urbano, Genova 1977, p. 72; F. CARACENI, Palazzo Tursi, Genova 1976, p. 7; M. BOTTARO – M. PATERNOSTRO, cit., vol. I, p. 47; P. TORRITI, Tesori di strada Nuova, Genova 1982, p. 163.

Giovanna Doria del Carretto duchessa di Tursi vende il palazzo il 13 gennaio 1820.

[28] G. LUCARELLI, Lo sconcertante duca di Lucca Carlo Ludovico di Borbone Parma, Lucca 1986, pp. 31-32; N. NADA, L’esperienza genovese di Cesare Balbo, in Atti S.L.S.P., Genova 1963, vol. III n.s., fasc. II, p. 353.

[29] V. VITALE, cit., p. 251.

[30] V. VITALE, cit., p. 252.

Nicolò Ardizzone (1766-1832), di Giovanni, di Taggia, giureconsulto e professore all’Università di Genova, presidente del Corpo Legislativo della Repubblica Ligure, nominato da Napoleone senatore e giudice; favorevole all’indipendenza, nominato nel 1814 da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi, membro della commissione per armonizzare le leggi genovesi a quelle sabaude.

Pietro Vivaldi Pasqua, marchese di Trevigno, maggiore generale di cavalleria, primo scudiere di Vittorio Emanuele I, gran maestro delle Cerimonie, gran cordone e tesoriere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, gran croce dell’Ordine di S. Anna di Russia, decurione per la I classe di Genova, proprietario di palazzo Vivaldi Pasqua in piazza Fontane Marose (poi Pallavicino); nominato da Vittorio Emanuele I barone di Sano, Cuglieri e Villasalto nel 1816 e barone di Geraci nel 1817; da Carlo Felice duca di San Giovanni nel 1823; da Carlo Alberto conte di Luceto nel 1841; da Vittorio Emanuele II cavaliere dell’Ordine della SS.ma Annunziata.

Luigi Lambruschini (1776-1854) di Bernardo, da Brugnato, barnabita, arcivescovo di Genova dal 1819 al 1830, nominato cardinale nel 1831, nunzio apostolico a Parigi, infine segretario di Stato; gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

Gerolamo Cattaneo, di G.B., patrizio genovese, membro del Gran Consiglio nel 1797, nominato nel 1814 da lord Bentinck deputato ai Consigli Legislativi; favorevole  all’indipendenza.

[31] F. COGNASSO, cit., p. 539; G.M. DELLE PIANE, Maria Cristina, ibidem.

[32] E. DE NEGRI, cit., pp. 92-03, tav. XIII; F. SBORGI, La scultura negli apparati effimeri tra epoca napoleonica e restaurazione, “La scultura a Genova ed in Liguria, dal seicento al primo novecento”, Genova 1988, vol. II, p. 323; G.M. DELLE PIANE, Maria Cristina, ibidem.

[33] F. SBORGI, ibidem, ill.ne n. 432.

2 thoughts on “Vittorio Emanuele I di passaggio a Novi e Genova

  1. T R Volk

    Sarebbe molto untile un riferimento bibliografico completo all’opera citata nell nota 22 “G. PARODI DOMENICHI, cit., p. 14” Dalle diverse pubblicazioni dello stesso Giuseppe Parodi Domenichi di Parodi, risulta difficile indovinare quella giusta. Grazie!

    Rispondi
    1. Redazione Novinostra Autore articolo

      Gentile Lucia,
      può contattare l’Ing. Francesco Melone della Società Storica del Novese tramite mail f.melone@libero.it, oppure telefono 0143745980

      Un caro saluto
      Redazione Novinostra

      Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *