Anni ’30

cesare-viazzi-novinostra-02Nessuna generazione di italiani come la mia e la maggior parte delle vostre, ha potuto essere testimone di tanti fenomeni, fatti, avvenimenti e cambiamenti antitetici e quindi rivoluzionari: il regime e la democrazia, la guerra e la pace, gli ultimi cavalleggeri e la bomba atomica, le brigate nere e le brigate rosse, l’autarchia e la globalizzazione, la campagna demografica e l’aborto legalizzato, il colonialismo e il terzomondismo, i vestiti rivoltati e l’abito firmato – un processo precipitoso compresso in meno di 50 anni.

C’è stata però una parentesi di maturazioni lente, tanto lente da essere valutabili solo oggi: quella degli anni ’30.

Sì, anche in quegli anni abbiamo avuto due guerre che però – bisogna riconoscerlo – gran parte degli italiani ha vissuto quasi con euforia.

La mia generazione, quella di molti di voi, andava a scuola (maschi e femmine) con il grembiulino, nella cartella il sillabario e i quaderni (i più fortunati avevano i quaderni con la copertina nera), l’astuccio con la penna e il pennino (prediletto quello con la corona), le matite Fila o Presbitero e i pastelli Giotto.

La maestra – più raramente il maestro e solo dalla quarta elementare – ci faceva cominciare l’operosa giornata con il Segno della Croce, perché allora le pie pratiche erano osservate pressoché da tutti: si andava a Messa la domenica e si faceva la Comunione almeno a Pasqua, dopo l’immancabile Confessione, che gira gira finiva sempre sul sesto comandamento.

Il simbolo del comando della maestra era, secondo me, la terribile matita rossa e blu con la quale sottolineava con implacabile rigore gli errori di ortografia e di aritmetica e classificava insufficiente la scrittura incerta (eh sì, perché sulla pagella compariva anche il voto di bella scrittura, nonché quello di lavori domestici e manuali). Qualche classe più avanti l’implacabile matita sottolineava inesorabilmente in blu la mancata o scorretta coniugazione del congiuntivo (perché le nostre sono state le ultime generazioni del congiuntivo … e dei geloni) e più avanti ancora il docente graffitava in blu gli errori nelle traduzioni di latino e di greco.

In quegli anni sulla pagella c’era anche il voto di cultura militare.

Ma sono già andato un po’ troppo in là. Torniamo decenni, o giù di lì. Ricordiamo i nostri giochi, avevano come palcoscenico i giardini pubblici, la strada e i cortili dove improvvisavamo furiose partite di calcio con conseguenti bernoccoli, ecchimosi e scorticature. Ma niente paura, la farmacia famigliare era essenziale: per le scorticature alcool denaturato, acqua ossigenata o tintura di Jodio, se andavano in suppurazione polvere di Streptosil (lo Streptosil Tiazolo), per il mal di gola Formitrol. La regolarità intestinale era assicurata con il detestato olio di ricino, la Limonata Roché o il più accetto Purgante Aquila. La medicina preventiva si riduceva – ahinoi – all’olio di fegato di merluzzo e ai fermenti lattici (Parentesi aperta per un riconoscente ricordo al medico di famiglia che accorreva appena chiamato anche se – quando si trattava di piccoli pazienti – prima ancora di misurare la temperatura prescriveva senza eccezioni un cucchiaio di olio di ricino per la mattina dopo, se ne andava dopo essersi lavato le mani in bagno dove la mamma aveva preparato fresco, lavato e ben stirato il macramé. Parentesi chiusa).

E ritorniamo a giocare. Alla lippa, con le biglie e con le figurine, i più abili erano sempre i compagni delle famiglie più modeste, i rampolli della borghesia si prendevano la rivincita nelle riunioni casalinghe: il piano del tavolo più grande diventava un campo di calcio dove si incontravano squadrette di bottoni spinti a bicellate: insomma il subbuteo non è stata poi quella grande invenzione!

I padroncini di casa potevano sollecitare l’invidia altrui sfoggiando i giocattoli di legno e di celluloide, il trenino di latta, addirittura il Meccano.      E poi i soldatini: eh questi erano l’orgoglio dei piccoli proprietari perché – diciamocelo – eravamo tutti un po’ – come dire – militaristi, con una ammirazione sconfinata per l’aeronautica. Poi c’era il fascino della divisa, non quella dei poveri marmittoni, ma degli ufficialetti per i quali spasimavano tutte le signorinette, lettrici indefesse di Liala. Lo spettacolo più affascinante era quello degli aerei che sfrecciavano nel cielo: tutti con i nasini in su. I più grandicelli distinguevano i FIAT dai MACCHI. Nel 1937 fu istituita una linea di idrovolanti Genova-Roma: le coppie in viaggio di nozze ne furono i clienti più affezionati.

Per strada se passava una bandiera si salutava e la bandiera si esponeva al balcone nelle feste nazionali che per la gioia di scolari e studenti erano piuttosto numerose: sì, c’erano le vacanze di Natale, di Carnevale e di Pasqua, e c’erano le feste tradizionali del 24 maggio e del 4 novembre, ma c’erano anche l’ 11 febbraio (la Conciliazione), il 23 marzo (fondazione dei fasci di combattimento), il 21 aprile (Natale di Roma), il 9 maggio (fondazione dell’Impero) … e chi più ne ha più ne metta … . Siccome allora tutto era fascista (l’era era fascista, la Befana era fascista – c’era anche la Befana del Vigile -) c’era inevitabilmente il sabato fascista: tutti in divisa da figli e figlie della lupa a balilla e piccole italiane, ma al vertice di questa ascensione c’erano gli avanguardisti e le giovani italiane.

Tutti in divisa, dunque, e La Rinascente aveva messo sul mercato delle divise-tipo a un prezzo tipo: quella da Balilla costava da 29 a 39 lire (fez a parte) quella di Piccola italiana di più: ben 45.

Il prezzo tipo era diventato una non deprecabile e sempre più diffusa usanza.

Quando sul finire degli anni ’20 comparve la radio, il prezzo degli apparecchi riceventi era proibitivo per i più, tanto è vero che nel 1930 in Italia erano più le automobili (170mila) che le radio (100mila circa).

L’automobile ebbe una ulteriore diffusione dal 1932 quando comparve la FIAT Balilla 508, seguita dalla Topolino. La radio si prese la rivincita poco dopo quando fu prodotta la Radio Balilla: prezzo – naturalmente tipo – 430 lire. Allora il numero degli apparecchi superò quello delle macchine perché è vero che si diceva che la Balilla e la Topolino erano destinate al popolo, ma costavano circa 10mila lire. Alla radio si cantava: “ se potessi avere 1000 lire al mese/ senza esagerare sarei certo di trovare la felicità”, ma questo vuol dire che per acquistare una utilitaria si sarebbero dovute impegnare 10 mensilità, mentre oggi ne bastano di meno. E vi ricordate gli autori di questa canzoncina che definisce un’epoca? Carlo Innocenzi e Alessandro Sopranzi.

Ma il boom della radio si registrò a metà degli anni ’30 con l’indimenticabile rivistina di Nizza e Morbelli: I quattro moschettieri. Fu un successo (36 puntate nel 1934-35) che produsse un indotto straordinario con le figurine disegnate da Bioletto per il concorso Perugina (1° premio una topolino): ricordate le follie per avere le figurine del Feroce Saladino, della Bella Sulamita e della Donna Fatale (regalo di fidanzamento dello zio Giorgio alla fidanzata Maria Luisa fu la figurina del Feroce Saladino per la quale spese un patrimonio)?

La canzoncina sigla della trasmissione: “Tre, moschettieri noi siamo del re/ tre, ma un quarto c’è, un che fa da sé/ e chi fa da sé/ come il proverbio dice fa per tre” ebbene questa canzoncina ebbe la stessa popolarità di Faccetta nera.

Insomma, per la promozione della radio “I quattro moschettieri” stanno come “Lascia o raddoppia” per la TV. E, guardate il caso, la sigla del Telegiornale, prima TG unico poi Tg1, altro non era che una variazione – ve ne siete mai accorti? – della sigla dei “Quattro moschettieri” del maestro Storaci.

Con il tram la bicicletta era il mezzo più popolare per andare a scuola e al lavoro. Gli operai per non sciupare l’orlo dei pantaloni li fissavano con le mollette da bucato, gli impiegati col ferro. Sul finire degli anni ’30 comparve la bici-tipo al prezzo fisso £. 900, regalo per la scuola media.

Pochi avevano la motocicletta e pochissimi la favolosa Guzzi, e credo che pochi ricordino che è un vanto nostrano, perché fu progettata sì dal tecnico motorista dell’aeronautica Carlo Guzzi, ma fu prodotta sino agli anni ’70 dall’industriale genovese Giorgio Parodi, ufficiale pilota dell’Arma azzurra.

Bicicletta – moto – automobile: è cominciata l’era dei viaggi, ma fermiamoci ancora un pochino in casa dove le donne passavano la maggior parte della loro giornata. C’erano tre scadenze fisse: il postino che passava 2 volte al giorno e lo spazzino che veniva verso sera a raccogliere la spazzatura sulla soglia.

Certo avevano da fare: la spesa, pranzo e cena che avevano orari tassativi, lavare, stirare, cambiare alle camicie polsini e colletti lisi (per cui da qualche parte troneggiava sempre la Necchi o la Singer), tenere in ordine la divisa del capofamiglia: giacca e pantaloni d’orbace e stivali.

Tuttavia la padrona di casa, che qualche volta aveva la domestica o la stiratrice o la sartina che venivano a darle una mano, ogni tanto trovava il tempo per ricevere le amiche o di andare in visita per il rito del the o del karkadè, ma di questo solo dopo il 1936: chi sa mai perché? Qualche industria di stoviglie aveva lanciato il servizio da karkadè, di vetro perché risaltasse bene il bel rosso rubino dell’infuso.

In molte case c’era naturalmente la biblioteca. Nel reparto dei bambini erano allineati tutti i libri della Scala d’oro, in quello della signorina un po’ birichina c’erano Pitigrilli e Guido da Verona, in quello dell’intellettuale con curiosità oltre confine c’erano Cronin (“E le stelle stanno a guardare) e Kormendi (“Incontrarsi e dirsi addio”), nel reparto della mamma tutti i libri della collezione Omnibus Mondatori, quelli con la sovraccoperta illustrata da un grande pittore genovese, mancato poco più di un anno fa [2002 n.d.r.],  Giorgio Tabet.

C’erano per gli uomini meno conformisti i giornali umoristici e comparivano i primi settimanali femminili. Sulla Domenica del Corriere si leggevano i consigli per la salute, la rubrice era tenuta dal dottor Amal, che non era affatto un intelligente colto signore, ma una certa Amalia Moretti Foggia, nata a Mantova nel 1872, laureata in medicina, autrice anche delle “ricette di cucina e di vita” con lo pseudonimo di Petronilla.

Naturalmente si andava a teatro e al cinema a vedere i film con Rossano Brazzi, Roberto Villa, Leonardo Cortese; Clara Calamai e Doris Duranti: primi impudichi seni al vento. Noi ragazzi si impazziva per Randolf Scott – un giovanotto di Masone che si chiamava semplicemente Rodolfo Scotti – e per Wallace Berri (Walles Bir neppure lo si pronunciava). Le pellicole in programma erano precedute dal Film Luce letto dalla voce suasiva di Guido Notari e dai Prossimamente declamati da quella inconfondibile di Kramer.

E al cinema si poteva fumare, ma si poteva fumare dappertutto per la verità, c’erano le popolari, le milit naturalmente per i militari, le Giuba, c’erano le Macedonia col bocchino d’oro, per i grandi fumatori c’erano le apprezzatissime Tre stelle in pacchetti da 20. Poi vennero le AOI.

Fece fortuna il torrone ricoperto di cioccolato detto l’Africano, che sta tornando di moda.

Le signore fumavano Eva e Mentola. Già i bambini si atteggiavano a fumatori con sigarette di cioccolato e pipette artigianali. Le rivendite di Stato di sale e  tabacchi vendevano anche il chinino.Si fumava al bar sorseggiando, secondo l’ora, il Bianco Sarti, uno Strega o un maraschino. Il cognac italiano si chiamava Arzente, ma forse per platonica reazione alla raccomandata purezza della lingua (per cui la Standard era diventata Standa, la Osiris Osiri e il caché cialdone). Furoreggiava l’Americano: 5/10 di vermut rosso, 5/10 di Bitter Campari, seltz, limone o arancio. Si fumava dappertutto e il portasigarette d’argento era il regalo di prammatica per lauree e fidanzamenti, come raccomandava il Galateo del Novecento.

Continuiamo la nostra camminata, magari gustandoci il Pinguino, il nuovo gelato da passeggio, lanciato proprio negli anni ’30. Le donne, per quanto era loro possibile, erano tutte in ghingheri, con i vestitini sbracciati confezionati con i più ingegnosi tessuti autarchici, con i cappellini a cloche, cioè a caschetto: costo 10 lire (22 se fatti confezionare dalla modista), calze con la riga: il modello era quello delle donnine disegnate da Walter Molino o della Signorina Grandi Firme disegnata da Boccasile. Il sogno era quello di vincere il concorso della industria di cosmetici Gi. Vi. Emme. 5000 lire per un sorriso, precursore del concorso Miss Italia. L’andazzo non piaceva molto al parroco che tuonava contro questi comportamenti inverecondi. Allora i preti predicavano dal pulpito. Io non conoscevo ancora la legge fisica secondo la quale se la perpendicolare abbassata dal baricentro cade fuori della base di appoggio si perde l’equilibrio ma mi aspettavo sempre che il buon uomo, sbracciandosi e sporgendosi sempre più, finisse sulla testa dei fedeli.

Per gli uomini seguire la moda era un po’ più complicato perché pochi disponevano delle famose 1000 lire al mese: si facevano allora rivoltare gli abiti da un sarto che li restituiva inevitabilmente con la abbottonatura e il taschino a destra, i ciabattini facevano fortuna con le risolature. In omaggio al risparmio erano diventati di moda i calzini alle caviglie, l’orlo dei quali, camminando, finiva inesorabilmente sotto i calcagni.

Insomma il massimo dell’eleganza maschile – quella dei gagà – si riduceva spesso ai capelli impomatati e alle scarpe di vernice bicolore, che però bisognava tutelare dalle piogge – come del resto le scarpine delle donne – con orribili soprascarpe di gomma: le galosches.

Il gagà aveva – o diceva di avere – il pied-à-terre, la garçonnière, poi però lo si trovava a completare la fauna eterogenea della case chiuse, delle case di piacere che il popolino e i goliardi chiamavano casini, ma casino non era ancora sinonimo di confusione. Anzi le case chiuse erano un modello d’ordine: quelle alte e medio-alte avevano servizi igienici perfetti (pensate che nel 1931, 88 appartamenti su cento non avevano water-closet), tutte avevano (per ordine del questore e dell’adesso scomparso medico provinciale) l’acqua corrente e il riscaldamento, quando solo gli appartamenti delle famiglie più abbienti avevano il riscaldamento autonomo con in cucina una brava riserva di antracite acquistata a sacchi dal carbonaio, che vendeva anche la legna, il ghiaccio, la poligrina, le patate e le castagne.

Ma è il momento di concludere, o di avviarsi alla conclusione, naturalmente lasciandosi alle spalle errori e omissioni, facciamolo a grande velocità approfittando del treno.

Nel 1937 furono istituiti, per fine settimana, i treni popolari, sconto del 70% per la terza classe (allora c’era ancora la terza classe). Quindi, per esempio, le 32 lire del biglietto intero diventavano poco più di 10 per il viaggio Milano-Riviera Ligure, la Riviera Ligure dove i maschi sfoggiavano costumi di lana ascellari – direbbe Paolo Villaggio – e le signore costumi interi magari ancora con il gonnellino.

C’era chi andava in villa, i ragazzi alle colonie estive: marine, montane o elioterapiche.

Ma un giorno su Il Balilla – se non sbaglio 40 centesimi –  comparve una nuova striscia del vignettista Enrico De Seta: nei riquadri c’erano due caricature facilmente identificabili e la prima didascalia diceva: “Re Giorgetto d’Inghilterra/ per paura della guerra/ chiede aiuto e protezione/ al ministro Ciurcillone”.

Gli anni ’30 erano finiti.

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Cesare Viazzi (1929-2012)

cesare-viazzi-novinostra-01Cesare Viazzi, giornalista e scrittore già ricordato su queste pagine, ha vissuto gli anni trenta a Novi Ligure, bambino e giovane studente. Radio e tele cronista, capo redattore in diverse Sedi RAI, iniziatore della Rete3 e del Tg3, Vice-direttore nazionale dei servizi giornalistici RAI, docente universitario, è stato anche animatore di innumerevoli incontri di informazione.  Come relatore ha tenuto, nel 2004, una gustosa conferenza nell’Aula Magna del Liceo D’Oria di Genova. Ve la riproponiamo, cavandola dagli appunti manoscritti, sperando di divertire i nostri lettori come si sono divertiti gli ascoltatori in sala.

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